Category Archives: Recensioni

ECO – Orizzonte Divorami (2015)

L’estate sta finendo (mentre scrivevo questa frase mi son messo a canticchiare l’omonimo capolavoro dei Righeira) e la stagione autunnale è alle porte, finalmente. Ed io voglio accompagnare questo inizio di settembre con nuove recensioni e a breve anche con dei live report. Dato che ci stiamo avvicinando all’autunno, stagione prediletta del rumoroso e misterioso personaggio che si cela dietro questa ‘zine/questo blog, voglio cominciare recensendo un album che trovo perfetto per accompagnare questo periodo dell’anno; sto parlando di “Orizzonte Divorami”, opera prima degli Eco (Parole Veloci), progetto musicale totalmente dedito alla filosofia DIY emerso dall’underground varesino agli inizi del 2013.

“Questo disco racchiude un viaggio che chiunque potrebbe percorrere ” con queste parole gli Eco definiscono questo “Orizzonte Divorami” e la sensazione, appena si rimane catturati dalle prime note dell’intro, è proprio quella di essere immersi in un viaggio nel quale potersi sentire estremamente liberi dalla quotidiana alienazione e oppressione. La proposta sonora che accompagnerà questo viaggio verso l’orizzonte che ci divorerà può essere definita senza troppi giri di parole come hardcore punk stile anni ’90 melodico, veloce ed estremamente diretto. I primi gruppi che mi sono venuti in mente ascoltando questa prima opera degli Eco sono stati sicuramente gli immortali e mai dimenticati Kafka e i romagnoli Le Tormenta, anche se l’originalità e la ricerca sonora di questi ultimi rimane ineguagliata e probabilmente ineguagliabile. Ho citato proprio Kafka e Le Tormenta non solo per quanto riguarda la parte strumentale, ma in particolar modo per i testi scritti dagli Eco, secondo me il vero punto forte di questo loro album. In effetti i livelli di “poetica”, nonchè le tematiche e gli argomenti, raggiunti dai due gruppi sopracitati possiamo ritrovarli anche nelle 9 tracce che compongono “Orizzonte Divorami”. Liriche introverse interpretate magistralmente da urla sgraziate che riescono nel loro intento di trasmettere un certo tipo di emozioni come la rabbia o la malinconia.

Brani come “Ombre” (il pezzo con il quale inizia il nostro viaggio), “Come le Rondini” e “Qualcuno con cui correre” rimangono impressi già al primo ascolto, sia grazie alla bellezza delle liriche che per le parti strumentali mai banali anche se chiaramente ispirate alla scuola HC degli anni ’90. In brani come “Gaia”, ma anche nel già citato “Qualcuno con cui correre”, inoltre possiamo notare una vena sperimentale nella proposta sonora (in stile Le Tormenta) degli Eco rappresentata dall’outro di tamburi che conferisce un senso tribale e selvaggio alla traccia in questione e all’intero viaggio che stiamo percorrendo. Altro pezzo degno di nota è senza ombra di dubbio “In Quegli Anni”, un vero e proprio inno antifascista per ricordare a tutti, ancora una volta, che il terrore nero è una piaga concreta da debellare ancora oggi.

Non voglio dilungarmi troppo a parlare di questo album perchè voglio lasciare agli ascoltatori la possibilità di immergersi completamente in questo viaggio accompagnati dalle parole veloci e dall’hardcore punk degli Eco e di godere delle immagini e delle sensazioni che emergono dalle liriche. Ora non dovete far altro che trovare qualcuno con cui correre in questo viaggio diventando intimi turisti di questo mondo. Nel mentre io resto seduto su di un letto di foglie d’Autunno, oltre la Musica, oltre il rumore, aspettando che l’orizzonte venga a divorarmi, percependo in lontananza l’eco di parole veloci e di un Disastro Sonoro.

“Seguire la propria strada attraverso idee e progetti costa fatica
e tavolta richiede dei tagli netti con il propio passato.
Aspirare ad una vita in cui il compromesso forzato
non sia il pane quotidiano alla ricerca di una libertà piena ed emancipata.
Rinunciare allo stupro costante dei valori più intimi e collettivi
è imprescindibile nella ricerca della propria rinascita.
La fondamentale memoria storica deve essere coadiuvata
dall’impellente necessità di lottare contro tutte le pressanti
ed incessanti forme di sfruttamento, trovando ogni giorno di più
qualcuno con cui correre…” Eco Parole Veloci

 

 

 

 

Coffin Surfer – Rot A Rolla (2017)

Nell’ “eternità di una estate terribile” (citando gli Hate&Merda) vi porto una nuova recensione, questa volta di un gruppo che con l’hardcore e con il punk in generale ha poco a che fare, ma che trasuda un’attitudine diy e underground marcia da tutti i pori. Sto parlando dei Coffin Surfer e della loro ultima fatica in studio “Rot A Rolla”, un EP breve ma intenso e fottutamente divertente. Immaginatevi gli Entombed di “To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth”, la velocità e la voce marcia tipici del grindcore, uno sporco groove rock che chiama in causa i maestri Motorhead, una certa attitudine a metà strada tra l’universo surf rock e il rockabilly e avrete dinanzi a voi la proposta musicale dei bolognesi Coffin Surfer. Possiamo definire la musica dei nostri come “death’n’roll”, anche se, come già evidenziato sopra, il loro genere incorpora differenti anime e svariate infuenze tanto che il gruppo ha coniato un termine specifico per definire la propria musica: “grindabilly” (ribadisco il mio amore sconfinato per l’invenzione di definizioni musicali che non stanno ne in cielo ne in terra come questa). Questo “Rot A Rolla”, secondo lavoro dei Coffin Surfer dopo l’ottimo demo del 2014, è stato rilasciato nel gennaio del 2017 e si compone di sole 5 tracce. Si tratta pur sempre di un EP quindi il numero di pezzi presenti è del tutto giustificato; l’ascolto dei brani è estremamente piacevole, intenso e divertente ed è forse proprio per questo motivo che lascia l’amaro in bocca, arrivati all’ultimo pezzo “Deathroll” (un titolo del tutto casuale vista la proposta musicale del gruppo…), non poter ascoltare altre canzoni di questi quattro marci zombie bolognesi cresciuti a pane, death metal e rockabilly. Da sottolineare inoltre la vena irriverente e dissacrante che pervade ogni brano e ogni testo dei Coffin Surfer, che si manifesta in tutto il suo splendore nei titoli dei brano presenti su questo EP; difatti titoli come “Saint Fetus”, “Nutria” o “Escape From India” meritano da soli l’ascolto di questo “Rot A Rolla”. Il tutto è condito da un’immaginario e una copertina che fanno invidia ai peggiori b-movie horror degli anni 70-80. A parere personale di chi scrive (uno che di musica ne capisce molto poco, ma che di rumore ne mastica abbastanza) il pezzo migliore dell’EP è “Headless Chicks Rodeo” (scroscianti applausi per un altro titolo azzeccatissimo) in quanto rappresenta perfettamente la proposta musicale dei Coffin Surfer in tutte le sue sfaccettature. E’ senza dubbio il pezzo “grindabilly” perfetto, insuperabile nel suo marciume.

Ora basta chiacchiere, chiudo qui la recensione invitandovi calorosamente ad ascoltare al più presto questo “Rot A Rolla”, un disco perfetto per accompagnare una rissa alcolica e “per far ballare e scapocchiare zombie e pin up…”. Grindabilly oltre la musica, Grindabilly oltre il rumore.

 

ANXTV – Lo Stato d’Animo che Loro Controllano (2005)

L’anarco punk è una delle cose che amo di più a livello musicale, concettuale e lirico. Tanto l’anarcho punk (principalmente britannico) più ricercato, sperimentale e tendente, qualche volta, ad aperture post-punk di gruppi come i Mob, A Touch of Hysteria, Omega Tribe, quanto la versione più cruda, sporca e rumorosa riconducibile a nomi del calibro di Crass (che anche loro a livello di sperimentazione sonora non scherzano affatto), Conflict e Rudimentary Peni, mi hanno accompagnato nella mia crescita musicale, nel mio percorso attraverso tutto ciò che è rumore e sperimentazione sonora. Per quanto riguarda il panorama hardcore punk italiano penso che chiunque segua questo blog sappia del mio sconfinato amore per i maestri Contropotere (protagonisti del primo articolo-recensione con cui ho aperto questa ‘zine), autori di un anarcho punk tanto sperimentale ed ermetico quanto incazzato e diretto. E sono sicuro, avendo lasciato qua e la all’interno delle varie recensioni svariati indizi molto chiari in merito, sia altrettanto palese la mia costante dipendenza da quei romantici punx milanesi che rispondono al nome di Kalashnikov Collective e alla loro personale interpretazione (influenzata massicciamente dal post punk e da quel suono-immaginario siberiano che solo figure leggendarie come Ygor Letov e Yanka Dyagileva hanno saputo creare) di quell’universo musicale-concettuale conosciuto come “anarcho punk”.

Perchè questa lunghissima ed estenuante introduzione? A che fine? Perchè in questa recensione si parlerà di un gruppo che sembra essere cresciuto a pane e anarcho punk di scuola Crass, Rudimentary Peni, Flux of Pink Indians, senza tralasciare buone dosi di hardcore punk vecchia scuola italiana anni ’80 (quello più militante in stile Wretched). Sto parlando degli ANXTV, gruppo di La Spezia formatosi in modo del tutto spontaneo da componenti di N.S.A., Biocidio, Rivolta, Psicopeste e altri gruppi, che si sono ritrovati a suonare insieme agli inizi del lontano 2005. La recensione odierna tratterà del primo CD-Demo di questi quattro anarchici spezini (che si spacciano per musicisti), ossia “Lo Stato d’Animo che loro Controllano”, prima opera autoprodotta in pieno stile Do It Yourself e rilasciata in sole 200 copie poco dopo la formazione del gruppo, alla fine del 2005. Quando si dice “non perdere tempo”, no?

“Lo Stato d’Animo che loro Controllano”, composto da sole 4 canzoni, è un concentrato di scarno e primordiale anarcho punk cantato in italiano dalla voce femminile e parecchio rabbiosa della cantante Daniela, di sicuro non originalissimo per quanto riguarda le liriche e tanto meno definibile “sperimentale” nella musica, ma non per questo meno interessante o godibile. Dimentichiamoci l’eccentricità e le infinite influenze che affioravano nella musica dei Contropotere, così come dobbiamo scordarci delle sonorità romantiche, post-punk e a tratti ballabili dei Kalashnikov, perchè qui ci troviamo dinanzi ad un anarcho punk che farà sicuramente felici tutti gli amanti (come il sottoscritto) delle cose più sporche e rudimentali di mostri sacri del genere come i Crass o i Rudimentary Peni. Se cercate la pulizia del suono, le melodie facili, una voce femminile aggraziata, originalità e sperimentazione andate a farvi fottere da un’altra parte perchè questo CD-Demo parla tutt’altra lingua; una lingua velenosa e diretta che solamente il primo punk britannico post ’77 a tinte anarchiche ha saputo parlare; una lingua conflittuale che fa del messaggio di militanza, antagonismo, di opposizione e di lotta la parte più consistente della proposta musicale; ancora prima della mera parte strumentale infatti le liriche hanno da sempre un ruolo predominante all’interno del genere in questione. Del resto questo filone dell’hardcore punk è stato definito, a partire dai primi lavori dei Crass, come “anarcho punk” proprio a causa degli argomenti trattati dal suddetto gruppo (inizialmente) e dagli altri gruppi riconducibili a questa definizione; l’anarcho punk, ancor più dell’hardcore, ha fatto della musica il mezzo principale per veicolare il messaggio anarchico, tanto a livello di teoria quanto a livello di pratica e azione. Quindi non stupisce affatto che gli ANXTV prediligano il messaggio di protesta, di denuncia, di antagonismo a tutto il resto, sopratutto all’originalità della loro proposta sonora.

Gli ANXTV, come altri gruppi recensiti su questo blog/questa ‘zine, non suonano niente di nuovo o originale, ma suonano estremamente veri e diretti. Il loro messaggio di sovversione e di militanza che emerge in tutti e quattro i brani presenti su questo “Lo Stato d’Animo che loro Controllano” riesce nel suo intento di arrivare all’ascoltatore e di non risultare mai banale nonostante i temi trattati dagli ANXTV siano quelli più classici del genere. Il primo brano con cui si apre questo CD-Demo, “1984” (credo non serva sottolineare che sia ripreso dall’omonimo romanzo di George Orwell, ma non si sa mai…), infatti rappresenta una rabbiosa critica della società attuale e di tutte le sue componenti più distopiche come l’alienazione lavorativa-sociale, la sua mania di controllo dei corpi e delle menti, il progresso distruttivo del capitalismo liberista, il terrorismo mass mediatico, i consumismo che fa di tutti noi merce trattabile sul mercato, la vacuità della nostra esistenza, la finzione della libertà, il tutto raccontato citando direttamente la terminologia o versi (“guerra e’ pace, libertà e’ schiavitù e l’ ignoranza e’ forza”) ripresi dall’omonimo romanzo distopico di George Orwell. A seguire troviamo l’inno antimilitarista dal titolo “Contro la Guerra Non Basta una Bandiera”, anch’essa una dura e cruda invettiva contro quella tendenza antimilitarista-pacifista che si limita a slogan e bandiere della pace che servono a “Cambiare tutto per non cambiare niente” citando i grandissimi Contrasto. L’antimilitarismo è militanza attiva e diretta, violenta quando necessaria, tutto il resto è robaccia finto umanitaria di coloro che per primi sono garanti e servi di questa società e di questo marcio sistema, e questo gli ANXTV lo sanno bene. Il tutto prosegue con altri due brani incazzati, che ripetono il copione dei precedenti, ovvero anarcho punk diretto (ma mai troppo veloce) e liriche impegnate e militanti.

Anarcho punk primordiale e assolutamente privo di eccessiva tecnica musicale, a volte rumoroso ma mai troppo veloce nel ritmo; liriche militanti, antagoniste, riottose, sovversive; una voce incazzata e diretta che interpreta al meglio gli argomenti trattati nei testi e che si dimostra ottima per il genere. Tutto questo è “Lo Stato d’Animo che loro Controllano”, tutto questo sono gli ANXTV. Vi consiglio di ascoltarlo il prima possibile, 13 minuti di sano anarcho punk cantato in italiano non possono che far bene ad ognuno di noi.

 

 

Sumo & Affranti – Split (2011)

Hardcore punk vecchia scuola italiana, post-hardcore, emotional hardcore. La proposta musicale (questa volta si parla, stranamente, di musica, nessuno spazio per il rumore a cui siamo abituati) di questo split tra Sumo e Affranti datato 2011 definitela un po’ come cazzo vi pare, tanto è inutile darle un etichetta. Sarebbe come etichettare il vortice di emozioni e sensazioni che travolge appena le prime note di “La Palude”, primo dei 5 brani suonati dai Sumo con cui si apre questo split, si insediano nel nostro orecchio e ci fanno immergere in una atmosfera nostalgica al punto giusto, poetica quanto basta. Non servono etichette, non ci piacciono le etichette, ma qualche definizione credo sia necessaria per descrivere la bellezza di questo split, della musica suonata, dei testi e delle emozioni che ci avvolgono come un caldo abbraccio malinconico sotto un cielo plumbeo di una tipica giornata autunnale (e sticazzi se in realtà sto scrivendo questa recensione in pieno agosto).

Il primo gruppo che incontriamo su questo split sono i bolognesi Sumo con i loro 5 brani, autori di un hardcore vecchia scuola al quale si può benissimo porre dinanzi il suffisso post che più di una volta, sopratutto a livello delle liriche e delle parti cantate, mi ha riportato alla mente i Kina di “Se Ho Vinto, Se Ho Perso”. A seguire i Sumo troviamo invece un nome storico della scena hardcore punk italiano di fine anni ’90 e degli anni ’00, i savonesi Affranti con il loro hardcore emozionale e poetico, presenti su questo split con ben 7 canzoni. I primi due gruppi che vengono in mente ascoltando, rispettivamente, le cinque canzoni dei Sumo e le sette degli Affranti, sono i già citati Kina e i Frammenti, tanto a livello musicale quanto a livello di temi trattati, testi, emozioni e cantato.

La musica dei due gruppi è la perfetta congiunzione tra l’irruenza rabbiosa dell’hardcore punk più classico, a volte inframezzato da divagazioni melodiche e più rallentate che danno un senso di malinconia diffusa e opprimente (ma in senso buono), e l’interpretazione della voce, spesso un vero e proprio parlato-cantato doloroso ed emozionale, allo stesso tempo disperata e romantica. So benissimo che il prefisso “emo” dinanzi al termine hardcore farà storcere il naso a molti, sopratutto a chi è cresciuto a pane e rumore suonato al volume più alto immaginabile e più caoticamente possibile come il sottoscritto, ma in questo caso la definizione di emo-hardcore (se preferiamo “hardcore emozionale”) è quella che si adatta al meglio alla proposta musicale dei bolognesi Sumo e dei savonesi Affranti; questo perchè la musica dei due gruppi rappresenta principalmente il mezzo attraverso cui veicolare un insieme di emozioni, sentimenti e sensazioni che avvolgono l’ascoltatore prima di trascinarlo in un abisso di malinconia e dolore che durano giusto il tempo di un istante, per poi riaffiorare in superficie gridando tutta la propria rabbia; rabbia espressa in modo poetico piuttosto che brutale e primordiale, ed è forse questo modo di esprimere la rabbia, il dolore, la tristezza e le infinite altre emozioni suscitate, di volta in volta, dalle 12 canzoni presenti su questo split, che rende la proposta dei Sumo e degli Affranti così originale, interessante e coinvolgente.

Rabbia ed emozione, melodia, poesia e malinconia. Questi gli elementi principali che trasudano dallo split tra Sumo e Affranti; uno split dominato da una proposta musicale che non è solo possibile definire come “hardcore emozionale”, ma è sopratutto necessario descriverla in questo modo per comprendere, almeno in parte, tutta la complessa bellezza di questa opera. Per comprenderla completamente non vi resta altra strada da percorrere se non rintracciare (e acquistare) suddetto split e ascoltarlo fino a consumarlo, fin quando il vortice di emozioni diffuso nell’aria da Sumo e Affranti vi condurrà ad un punto di non ritorno (in senso emotivo), in balia della malinconia opprimente e della rabbia poetica. Tocca voi uscire da questo vortice emotivo, o almeno provarci.

Questo split è un viaggio attraverso “Storie di Fantasmi”, ascoltando i “Passi” di un “Movimento Immobile” tra “Sfumature” che lasciano cicatrici sulla pelle (Citando i titoli di alcuni brani degli Affranti presenti su questo album). HC emozionale, oltre il rumore ma, questa volta, non oltre la musica.

One Day in Fukushima – Demo (2015)

Il 6 agosto del 1945 gli Stati Uniti d’America esportarono quel morbo conosciuto come democrazia liberale (di cui loro si facevano rappresentanti perfetti) in Giappone con il più pacifico dei metodi: lo sgancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Oggi 6 agosto 2017, nonostante il caldo afoso che mi fa sguazzare in una pozza di sudore e disperazione, vi voglio portare la recensione del demo, rilasciato nel 2015, degli One Day in Fukushima, un giovane gruppo di Eboli dedito a sonorità marcatamente grindcore vecchia scuola, quella più marcia e visibilmente ancora molto legata alle sonorità hardcore punk, che però va a braccetto con il death metal più caotico e veloce. Cosa accomuna il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki agli One Day in Fukushima? E’ presto detto (e anche parecchio lampante, volendo).

Fukushima è tristemente ricordata per esser stata il teatro di un disastro nucleare (quattro esplosioni della centrale nucleare) avvenuto a seguito del terremoto e del maremoto che hanno colpito la città giapponese nel 2011. Appare quindi chiaro quale sia il minimo comun denominatore che accomuna l’anniversario del pacifico bombardamento atomico dei democraticissimi USA e questo marcio gruppo dedito al grindcore più oltranzista che ha scelto un nome che odora fortemente di un mondo post-nucleare in putrefazione e dalle tetre tinte apocalittiche come “One Day in Fukushima”. Oltre al fatto che Fukushima, Nagasaki e Hiroshima siano collegate tra loro per essere tre città vittime di quella piaga dell’apparente progresso della civiltà umana conosciuto come “energia nucleare”, un altro fatto ci fa associare la triste storia di Nagasaki e Hiroshima con la proposta musicale dei One Day in Fukushima, ossia gli argomenti e le tematiche trattate dai nostri all’interno delle 9 canzoni che compongono questo “Demo 2015”.

Infatti la maggior parte dei testi degli One Day in Fukushima si presentano come una aspra e disillusa critica, dalle forti tinte nichiliste e misantropiche, del mondo in cui noi tutti viviamo (e che, chi più chi meno, ha contribuito e contribuisce tutt’ora a perpetuare) fatto di miseria umana, di odore nauseabondo di morte, di alienazione e di distruzione. Come espresso perfettamente dal titolo del sesto brano presente su questo demo, manifestazione ultima della visione completamente negativa e misantropica della vita umana che anima gli One Day in Fukushima, viviamo in un mondo di automi, pericolosi nella loro obbedienza e nella loro alienazione, totalmente innocui per il sistema capitalistico al fine di perpetuarsi immutato nella sua opera di distruzione della vita, tanto umana quanto ambientale. Le liriche degli One Day in Fukushima, interpretate dal growl gutturale e marcio del cantante Valerio, sono il perfetto manifesto intriso di rabbia e odio purissimi, emozioni da vomitare addosso a questo mondo di merda.

Passando al lato musicale, sonoro, rumoroso (chiamatelo un po’ come cazzo vi pare, ricordando sempre che si sta parlando di grindcore), la proposta dei nostri brutti e sporchi guerrieri sopravvissuti al disastro nucleare di Fukushima è un concentrato di purissimo grindcore old school che non disdegna affatto contaminazioni con il death metal, sopratutto quello più primordiale, caotico e incazzato. Trattandosi di un distillato di rumoroso grindcore, certamente non originale ma suonato ottimamente e con la migliore attitudine che si possa richiedere a chi vive tutte le pulsioni di un genere simile, la durata delle canzoni è molto breve; infatti quasi tutti i pezzi presenti su questo “Demo 2015” si aggirano tra i pochi secondi (ne è un esempio “Desomorfina”, seconda traccia dell’album) e il minuto e qualcosa (“Exoskeleton”, “Toxifissione”, per citarne alcuni). Tra tutti i brani però spicca, per bellezza e per durata, l’ottavo pezzo “La Giustizia degli Spaventapasseri”, della durata di ben 3min e 06 secondi, quasi una rarità per un genere iperveloce, rabbioso, diretto ed estremamente concreto come il grindcore. I nomi che vengono immediatamente in mente ascoltando gli One Day in Fukushima non possono che essere Napalm Death, Terrorizer e Repulsion, se proprio vogliamo citare dei mostri sacri del rumore.

Gli One Day in Fukushima, come già detto, non suonano nulla di originale (ma pensandoci bene oggigiorno chi propone rumore/musica vagamente originali?) e credo vivamente non sia nemmeno nel loro interesse quello di suonare originali (come già avevo scritto per i Subhuman Hordes). I One Day in Fukushima suonano incazzati, rumorosi, caoitici, marci, diretti come un calcio nelle palle che lascia stesi al suolo. La carica rumorosa del grindcore dei nostri odora, per ricollegarci all’introduzione di questa recensione, di quella morte e quella distruzione che solamente un disastro nucleare sa portare sulla faccia di questo schifoso mondo. Devastanti,e brutali, gli One Day in Fukushima sono la risposta incazzata, nichilista e misantropica a tutto la merda che ci circonda ogni giorno.

Labile Istante di Vuoto – Labile Istante di Vuoto (2016)

“Il punk acustico è l’emissario di Satana”. Dichiarava questo il famoso esorcista Padre Amorth al noto sito di gossip “Hardcorella Duemila” in merito al continuo proliferare di progetti punk acustici all’interno tanto della scena hardcore punk italiana quanto di quella internazionale. E invitava chiunque a mettere su un bel disco di marcio grindcore per liberarsi dal maligno e dalla sua musica (eh no, non più il caro e vecchio black metal, bensì l’apparentemente innocuo punk acustico…). Il punk acustico è si una piaga, anche piacevole da ascoltare ma pur sempre una piaga in alcuni casi, ma non quando esso si fa portatore di un messaggio di passione rivoluzionaria e di militanza antagonista, non quando parla la lingua dell’amore, della lotta, della rabbia. Tutte queste sensazioni, tutti questi messaggi, sono racchiusi nel primo omonimo album acustico dei Labile Istante di Vuoto; una prima fatica dove a spiccare sono i testi, le emozioni suscitate da essi e dalla loro interpretazione, piuttosto che la musica, che è solo strumento di accompagnamento per il messaggio rivoluzionario di cui sono impregnate le 14 tracce presenti su questo disco.

Per chi non lo sapesse i Labile Istante di Vuoto sono un duo di Cesena formato da Max (cantante) e da Stiv (suonatore di chitarra e di armonica), rispettivamente voce e basso dello storico gruppo hardcore punk Contrasto. Le uniche due cose che avvicinano però la proposta acustica dei Labile Istante di Vuoto ai Contrasto sono il nome del progetto, ripreso direttamente dall’omonima canzone apparsa sull’album “Stabilità Precaria” del 1998, e buona parte dei pezzi riproposti in chiave acustica, presi a piene mani dalla vasta produzione dei Contrasto. Tra le 14 tracce che compongono questa prima fatica del duo troviamo infatti diverse canzoni estrapolate dall’intera discografia hardcore punk dei Contrasto come “Lettera (dal Carcere Speciale di Voghera)” (brano con il quale si apre l’album), “Perchè Dovrei?”, “Politica e Rivoluzione”, “Cento Fiori son Sbocciati” e molte altre. Accanto alla scelta logica di risuonare in chiave acustica ottimi pezzi della band madre, i Labile Istante di Vuoto hanno deciso di riproporre anche due cover: “Nadine” dei Frammenti e “Lettera del Compagno Laszlo al Colonello Valerio” originariamente scritta e composta da Giorgio Canali.

Come già accennato sopra a farla da padrone in tutto l’album non saranno la musica acustica suonata in modo semplice e perfetto dalla chitarra e le melodie malinconiche dell’armonica, entrambi strumenti suonati da Stiv. I veri protagonisti di questi 14 brani sono le liriche e gli argomenti in esse trattati. Liriche sofferte, passionali, rabbiose, alcune volte malinconiche, altre volte più riottose, ma sempre e costantemente legate le une alle altre da un messaggio rivoluzionario di amore e di anarchia che rendono questo album una sorta di manifesto di propaganda ideologica dei Labile Istante di Vuoto. Liriche e testi che puzzano di vita agitata, di antagonismo, di militanza, di pratiche di opposizione ad un sistema che ci opprime e reprime quotidianamente, che ci presente come unica possibilità un presente ed un futuro fatto di “tempi mancanti, tempi irrisolti” (“Politica e Rivoluzione”), di lenta agonia, di silenziosa quiete in cui al massimo sperare di sopravvivere. Le canzoni dei Labile Istante di Vuoto sovvertono tutto questo, lasciando alla fine dell’ascolto una speranza di sovversione che si concretizza nella pratica antagonista e rivoluzionaria quotidiana. In tutto questo c’è spazio anche per alcuni insoliti e sofferti brani “romantici”, che trasudano di rabbia e malinconia, come “Lettera (Dal Carcere Speciale di Voghera), “Nadine” (cover dei già citati Frammenti) e “Seduto a Guardare”, perchè si sa che la figura del rivoluzionario è sempre avvolta da un alone di romanticismo. Questo è un disco acustico che parla di Rivoluzione, di Amore, di Anarchia, il tutto con toni romantici, malinconici e militanti, ed invita ad “agire sul presente come scelta radicale” (Cento Fiori son Sbocciati) per sovvertirlo.

Quale domani, quale futuro? Seduto sul bordo di me resto a guardare più in alto in questo labile istante di vuoto, resto a fissare per ore qualcosa mentre le ore passano senza lasciare la minima traccia, un ricordo, parole e anche stanotte mi obbligo a respirare fino all’ultimo istante. Non sognerò mai più ad occhi aperti, lo giuro. Ma ricordatevi che ci vedrete danzare come topi alla luce di un falò, perchè insieme noi torneremo nelle piazze per l’Anarchia.

Rivoluzione, Amore e Anarchia. Questo è il messaggio, in sintesi, espresso dai Labile Istante di Vuoto.

 

 

Tetro Pugnale – Demo 2016

5 pezzi per 8 minuti di puro hardcore punk vecchia scuola. Questo è, in sintesi estrema, il demo rilasciato dai veneti Tetro Pugnale lo scorso anno. E visto che stiamo parlando di un album dalla brevissima durata (come il punk old school insegna) cercherò di essere anch’io il più breve possibile in questa recensione. Non perchè la musica proposta dai Tetro Pugnale non meriti attenzione, anzi tutto l’opposto; appunto perchè il demo in questione puzza talmente tanto di anni ’80, di punk-hardcore suonato con pochi tecnicismi (che, ricordiamocelo ogni tanto, poco hanno a che fare con l’iniziale concezione della musica punk, dominata dall’intento di sovvertire i canoni musicali classici fatti di tecnica, pulizia del suono, melodie innocue, produzioni impeccabili e merdate simili…) e permeato da una rabbia primordiale e distruttiva, da far risultare totalmente inutili le parole spese per parlarne. La cosa migliore da fare per assaporare il demo di questi quattro veneti nascosti dietro lo splendido monicker “Tetro Pugnale” è far partire la cassetta (si perchè, giusto per ricreare quella nostalgica atmosfera hardcore old school che tanto piace a tutti noi, i nostri hanno pensato bene di registrate il loro primo demo su cassetta e in sole 200 copie), iniziando a pogare come se non ci fosse un domani contro qualunque cosa e persona vi si trovi nelle vicinanze. La sensazione di nostalgia è amplificata anche dalla bellissima copertina giallo-nera che rende più forte quel sapore di vecchia scuola e di attitudine punk-hardcore che pervade ogni singolo secondo di questo demo. Inutile parlare di questo o di quel brano presente sul demo dei Tetro Pugnale perchè la loro formula abrasiva è sempre la stessa: hardcore punk incazzato, rumoroso e fottutamente nostalgico, in pieno stile vecchia scuola italiana anni ’80. E se vi state chiedendo ancora il perchè non ritengo servano parole per descrivere questa prima fatica dei Tetro Pugale, probabilmente non riuscite a percepire il vortice di emozioni e sensazioni create dal rumore dei nostri quattro veneti. E l’unica cosa da fare per porre rimedio a questa vostra mancanza è recuperare la cassetta o in alternativa ascoltare i pezzi sulla pagina bandcamp del gruppo, che contiene oltre il demo anche la registrazione del primo live dei Tetro Pugnale, ed ascoltarla fino a consumarla, fino a piangere, fino a perdere la voce a furia di urlare la propria rabbia! Tuffatevi nell’hardcore punk estremamente caotico e old school dei Tetro Pugnale, capace di andare oltre la musica e oltre il rumore!

Destroy All Gondolas – Laguna di Satana (2017)

Non ci sono dubbi, questo “Laguna di Satana”, è uno dei migliori album ascoltati nell’ultimo anno, nonché uno dei più particolari/originali. Per comprendere la musica proposta dai veneti Destroy All Gondolas facciamo cosi, seguite questo mio trip mentale. Immaginiamo di rapire Dick Dale (storico chitarrista surf rock) e Johnny Thunders e di rinchiuderli in un polveroso garage avvolto dalle tenebre, dove la luce del sole è soltanto un lontano ricordo. Fatto? Bene, proseguiamo. Ora immaginiamo di sottoporli per un mese ad una rumorosa tortura fatta di classici del black metal (Mayhem e Darkthrone su tutti) e dell’hardcore punk di scuola americana (Minor Threat e Circle Jerks, per fare degli esempi), intervallati qua e la dalla pesantezza oscura dei Black Sabbath di Ozzy Osbourne. Fatto anche questo? Ottimo. Adesso iniettiamo nelle vene di Dick una massiccia dose di attitudine punk/rock’n’roll, la stessa che ha animato lo spirito ribelle da “poeta maledetto” di Johnny per tutta la sua carriera. Per concludere obblighiamoli a suonare alla massima velocità, al massimo rumore e alla massima distorsione possibile, ma sempre rock’n’roll. Quello che avremo alla fine di questo malato viaggio mentale suonerà grossomodo come le 10 tracce proposte dai Destroy All Gondolas in questo loro secondo album “Laguna di Satana”.

La musica suonata da questi quattro “black surfers” veneti può essere quindi definita come un concentrato di rumoroso hardcore punk, di polveroso garage punk, di melodie e riff surf rock iper-distorti e suonati alla velocità della luce, il tutto condito da una voce marcia di scuola black metal e da un’attitudine punk/rock’n’roll irriverente e blasfema. I Destroy All Gondolas riescono a unire tutte queste loro anime ed influenze diverse (se non proprio agli antipodi) in un unico, se non originalissimo, particolare ed interessante sound che son soliti definire “black surf punk”, e ne hanno tutte le ragioni di questo mondo perchè è proprio così che suona questo “Laguna di Satana”.  La perfetta rappresentazione sonora di tutto quello che è stato detto finora è sicuramente “Apocalypse Domani”, un brano strumentale i cui ingredienti principali sono le melodie (distorte) della chitarra surf di Dick Dale, il tappeto sonoro che si pone a metà strada fra il punk-hardcore dei maestri Dead Kennedys e il marciume oscuro di quello strano ibrido definito da più parti con l’etichetta di “Black’n’Roll”, la sporcizia rumorosa del garage punk e un attitudine marcatamente rock’n’roll.

Siamo ad Agosto, in piena estate. Cosa aspettate ad ascoltare questi scatenati veneti e a cavalcare le onde della “Laguna di Satana” a ritmo di marcio e blasfemo “black surf punk”, distruggendo le gondole che tranquille si fanno cullare dalle putride acque dei canali veneziani? “Surf Venezia”, parafrasando il titolo di uno storico album thrash metal dei Sacred Reich!

Ah ultima cosa, lasciatevi ammaliare dall’ottima copertina in bianco e nero che riporta alla mente un certo immaginario “pseudo-horror” da film di serie Z tipicamente psychobilly.

Torpore – Mondo Sterile (2016)

Una locusta gigante domina la copertina completamente in bianco e nero di questo “Mondo Sterile”, primo lavoro dei catanesi Torpore. E basterebbe la raffigurazione di questo insetto per farci intendere quale sia il sound proposto dalla band, essendo la locusta,storicamente, la rappresentazione di un presagio di sventura e distruzione totale; questa atmosfera di estrema devastazione trasuda in modo angosciante da tutti e quattro i brani che compongono “Mondo Sterile”, un vero e proprio viaggio in un abisso sonoro opprimente e annichilente costruito da un tappeto sonoro distorto, fangoso ed estremamente rumoroso.

Ma che musica suonano questi cinque catanesi? Già dalle prime note dell’iniziale “Sangue e Fango” sono ben chiare le differenti influenze dei Torpore. Si tratta infatti di un classico sludge metal claustrofobico e alienante che non ha nulla da invidiare alle sonorità disturbanti dei maestri Eyehategod (ma anche di gruppi meno noti come i Grief o i Sourvein), influenzato pesantemente dalla lentezza destabilizzante tipica di certo doom. Assaporando il primo brano ho potuto notare come il cantato impregnato di disagio e angoscia di Riccardo, pur rimanendo ben saldo nella tradizione sludge, ricordando tanto Mike Williams (Eyehategod) quanto le vocals malte e catramose di “Dixie”, storico bassista/urlatore dei Weedeater, si orienta anche verso sonorità più oscure, rasentando il tipico scream di certo marcio black metal.

Gli altri 3 rumorosissimi pezzi (da ascoltare assolutamente a tutto volume) di “Mondo Sterile” proseguono su questa strada polverosa e fangosa fatta di sludge asfissiante e di lentezza soffocante tipicamente doom. Il tutto è condito da testi infarciti di misantropia, odio e nichilismo che rendono l’ascolto dell’album un vero e proprio viaggio in una buia voragine dove a farla da padrone sono l’alienazione e la sensazione di smarrimento. Una voragine nella quale la luce non può penetrare per dar sollievo alla mente divorata dagli incubi creati dal rumorosissimo caos-sludge suonato dai Torpore. Una voragine fangosa senza via di uscita nella quale sprofondare sotto il muro di suono distorto e distruttivo. Come ricorda la voce dilaniante di Riccardo nell’ultimo brano (appunto intitolato “Voragine”), non c’è “nessun appiglio nella voragine”, solo odore nauseabondo di morte e polvere.

Sludge claustrofobico, doom lento e inquietante, vocals alla Mike Williams imbastardite con il black metal più maligno e nefasto, nichilismo e misantropia che la fanno da padroni per tutta la durata dell’album (quasi 22 secondi di rumore e dolore). Cosa chiedere di più ai Torpore? Correte ad ascoltare “Mondo Sterile” e lasciatevi trascinare nel baratro dagli orrori che abitano le voragini della vostra psiche.

Rauchers – Rauchers (2016)

I Rauchers con questo loro ultimo omonimo disco ci regalano 18 minuti (per 12 brani) di puro hardcore suonato veloce, violento e caotico, che si pone perfettamente a metà strada tra la vecchia scuola e le sonorità più moderne tendenti al powerviolence. I Rauchers suonano veloci e rumorosi proprio come piace a tutti gli amanti di quelle sonorità che, pur rimanendo ricoperte di una parvenza labile di melodia (e non si comprende come sia possibile ciò…), si pongono contemporaneamente oltre la musica ed oltre il rumore. E va bene così, detto francamente.

Questo “Rauchers”, ultima fatica dei nostri rilasciata nel 2016, è interamente dominato da una atmosfera claustrofobica e caotica, amplificata per tutta la durata dell’album dalle grida disperate e nervose del cantante. La loro proposta come già evidenziato è un hardcore senza compromessi, costantemente in bilico tra fastcore e powerviolence, senza però mai disdegnare parti più melodiche e “calme”, sia nella musica che nella voce, come nell’iniziale “Pensierostupendo”, un vero e proprio inno incazzato da cantare a squarciagola, può essere considerato a tutti gli effetti il manifesto di intenti, musicale ed ideologico, dei Rauchers. La musica, o per meglio dire il rumore, proposto dai nostri colpisce tanto il corpo quanto la stabilità mentale dell’ascoltatore, lasciando lividi e cicatrici sulla carne e squarci nella psiche. Quello che colpisce maggiormente del fast-hardcore dei Rauchers sono probabilmente le micidiali e devastanti accelerazioni che creano una sensazione di avvolgente caos nella quale le vocals incazzate si inseriscono alla perfezione, destabilizzando la già precaria sanità mentale dell’ascoltatore.

Ho avuto la fortuna di godermi dal vivo il fast-hardcore di questi quattro scalmanati incazzati provenienti da Desenzano del Garda durante la terza edizione (targata Telos Squat) dell’Acque Scure HC lo scorso settembre. Un live che, grazie sopratutto all’attitudine hardcore dei nostri e alla qualità dei pezzi da loro proposti, è stato devastante dal primo all’ultimo secondo, riuscendo a creare un atmosfera molto old school dominata da un caos sonoro che non lascia scampo a nessuno e a cui è impossibile resistere. Ed è forse la dimensione live il modo migliore per iniettarsi nelle orecchie la musica rumorosa dei Rauchers, pogando come se non ci fosse un domani.

Prima di concludere la recensione volevo fare un piccolo plauso alla copertina di questo “Rauchers”. Una copertina completamente in bianco e nero che trasmette immediatamente una sensazione di opprimente immobilismo e di angoscia e che ricorda molto gli artwork di dischi storici della scena hardcore italiana come “Disastro Sonoro” dei Peggio Punx, “Condannati a Morte nel vostro Quieto Vivere” dei Negazione e “Disperazione Nevrotica” degli Upset Noise.

La musica dei Rauchers è un disastro sonoro disperato e nevrotico che oltrepassa la musica ed il rumore! I Rauchers sono tutto quello di cui abbiamo bisogno noi cresciuti a pane, rumore e violenza sonora!