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Rauchers – Rauchers (2016)

I Rauchers con questo loro ultimo omonimo disco ci regalano 18 minuti (per 12 brani) di puro hardcore suonato veloce, violento e caotico, che si pone perfettamente a metà strada tra la vecchia scuola e le sonorità più moderne tendenti al powerviolence. I Rauchers suonano veloci e rumorosi proprio come piace a tutti gli amanti di quelle sonorità che, pur rimanendo ricoperte di una parvenza labile di melodia (e non si comprende come sia possibile ciò…), si pongono contemporaneamente oltre la musica ed oltre il rumore. E va bene così, detto francamente.

Questo “Rauchers”, ultima fatica dei nostri rilasciata nel 2016, è interamente dominato da una atmosfera claustrofobica e caotica, amplificata per tutta la durata dell’album dalle grida disperate e nervose del cantante. La loro proposta come già evidenziato è un hardcore senza compromessi, costantemente in bilico tra fastcore e powerviolence, senza però mai disdegnare parti più melodiche e “calme”, sia nella musica che nella voce, come nell’iniziale “Pensierostupendo”, un vero e proprio inno incazzato da cantare a squarciagola, può essere considerato a tutti gli effetti il manifesto di intenti, musicale ed ideologico, dei Rauchers. La musica, o per meglio dire il rumore, proposto dai nostri colpisce tanto il corpo quanto la stabilità mentale dell’ascoltatore, lasciando lividi e cicatrici sulla carne e squarci nella psiche. Quello che colpisce maggiormente del fast-hardcore dei Rauchers sono probabilmente le micidiali e devastanti accelerazioni che creano una sensazione di avvolgente caos nella quale le vocals incazzate si inseriscono alla perfezione, destabilizzando la già precaria sanità mentale dell’ascoltatore.

Ho avuto la fortuna di godermi dal vivo il fast-hardcore di questi quattro scalmanati incazzati provenienti da Desenzano del Garda durante la terza edizione (targata Telos Squat) dell’Acque Scure HC lo scorso settembre. Un live che, grazie sopratutto all’attitudine hardcore dei nostri e alla qualità dei pezzi da loro proposti, è stato devastante dal primo all’ultimo secondo, riuscendo a creare un atmosfera molto old school dominata da un caos sonoro che non lascia scampo a nessuno e a cui è impossibile resistere. Ed è forse la dimensione live il modo migliore per iniettarsi nelle orecchie la musica rumorosa dei Rauchers, pogando come se non ci fosse un domani.

Prima di concludere la recensione volevo fare un piccolo plauso alla copertina di questo “Rauchers”. Una copertina completamente in bianco e nero che trasmette immediatamente una sensazione di opprimente immobilismo e di angoscia e che ricorda molto gli artwork di dischi storici della scena hardcore italiana come “Disastro Sonoro” dei Peggio Punx, “Condannati a Morte nel vostro Quieto Vivere” dei Negazione e “Disperazione Nevrotica” degli Upset Noise.

La musica dei Rauchers è un disastro sonoro disperato e nevrotico che oltrepassa la musica ed il rumore! I Rauchers sono tutto quello di cui abbiamo bisogno noi cresciuti a pane, rumore e violenza sonora!

 

Kompost – La Vera Bestia (2016)

Iniziamo subito con il dire che questo “La Vera Bestia”, secondo album dei Kompost, è certamente uno dei migliori lavori in ambito crust/d-beat che ho avuto la fortuna di ascoltare e divorare negli ultimi anni, per niente inferiore agli ultimi lavori di maestri del genere come Martyrdod e Kontatto. Proseguiamo col sottolineare la natura ibrida del genere proposto dai nostri marci eroi post-apocalittici provenienti da Montebelluna (Treviso), un perfetto mix di sonorità crust vecchia scuola e altre più moderne, il tutto influenzato pesantemente da massicce dosi di old school death metal. Finiamo con l’evidenziare il carattere DIY dell’intero disco, certamente una cosa di cui andar sempre orgogliosi, e il quadro finale che si presenta dinanzi ai nostri occhi non può che essere qualcosa di marcio e putrido che però si avvicina alla definizione di “capolavoro”.

I Kompost avevano già fatto intravedere la loro qualità e la loro attitudine old school nel precedente demo del 2012, che fu una piacevolissima sorpresa in ambito crust. Ma con questo “La Vera Bestia” possiamo sbilanciarci e affermare che il gruppo veneto ha praticamente già raggiunto la piena maturità artistica, sfornando, come già detto, uno dei migliori album di crust/death metal degli ultimi anni.

Il disco si apre con un intro melodica e interamente strumentale che mi ha riportato alla mente certe sonorità (qui più rallentante a dire il vero) dei Dismember dell’immortale “Like an Everflowing Stream”, intrecciate a melodie di scuola Disfear (specialmente di quel capolavoro di canzone che è “Phantom”). L’album poi prosegue con l’omonima “Kompost” che si può considerare a tutti gli effetti l’inno del gruppo; un inno che se nella musica ricorda il classico crust/d-beat, nelle vocals mi ha ricordato gruppi death metal come i Carnage e in generale tutta la scuola di svedese. Un inno in cui spicca il testo intriso di nichilismo che raggiunge il suo apice con il verso “marcio è cio che siamo!”. Perchè si, se non si fosse ancora capito, questi Kompost suonano il più marcio miscuglio di crust punk e di death metal old school che è possibile trovare sulla piazza. Proseguendo con il disco, incontriamo un pezzo come “Morbo”, il punto d’incontro perfetto tra i Dismember e i Martyrdod. Il resto dei 10 pezzi che compongono il disco prosegue su questa strada, senza cali di tensione e con una furia distruttiva invidiabile; ogni brano è talmente efficace e devastante che è impossibile rimanerne indifferenti e non iniziare a fare headbanging appena parte il riff di chitarra, così com’è impossibile non muovere la testa a tempo della martellante batteria. La marcissima voce di Pozze inoltre si pone perfettamente a metà strada tra il particolare growl di Martin van Drunen (Asphyx) e le infuriate vocals di Mikael Kjellman dei Martyrdod.

I Kompost realizzano con questo “La Vera Bestia” un album praticamente perfetto, nel quale le due anime della band, quella più orientata ai suoni old school tanto del crust quanto del death metal e quella aperta alle ultime sonorità crustcore più melodiche e moderne, convivono senza mai dar l’impressione di essere due corpi estranei. Durante tutta la durata del disco (24 min e 44 secondi di marcio rumore racchiuso in 10 pezzi) i nomi che vengono alla mente più spesso sono quelli già sopracitati di Kontatto, Martyrdod e Disfear (per quanto riguarda la componente crust/d-beat dei nostri) e di Dismember, Carnage e Grave (per quanto riguarda invece l’anima death metal), anche se forse la musica dei Kompost assomiglia maggiormente ad un incrocio altamente rumoroso e assordante di due gruppi molto underground: i death metaller svedesi Miasmal e gli spagnoli Cruz, autori anche questi ultimi di un crust ibridato con il death metal.

L’attitudine punk e l’atmosfera old school che emergono, a partire dallo splendido artwork in bianco e nero di copertina, da “La Vera Bestia” rendono quest’album sicuramente un capolavoro imperdibile per tutti gli amanti del Crust, del D-Beat e del Death Metal. Quindi cosa aspettate? Correte ad ascoltare “La Vera Bestia” dei Kompost!

Mesecina – Mesecina (2017)

Mesecina è una parola presente nelle varie lingue balcaniche che tradotta significa letteralmente “chiaro di luna”. Mesecina è anche il titolo di un famosissimo brano scritto da quel genio cinematografico che è Emir Kusturica per il suo film “Underground”, poi messo in musica da un altro genio dei Balcani, il compositore e musicista gitano Goran Bregovic. Da oggi Mesecina è anche il nome di un trio powerviolence milanese e del loro album d’esordio totalmente autoprodotto in piena attitudine DIY. Powerviolence, quindi rumore sparato a tutta velocità nei timpani. Powerviolence, quindi rumore condito da testi incazzati e un pizzico di romanticismo.

Quando uno legge il nome del gruppo e il titolo dell’album e pensa al significato di “chiaro di luna” sicuramente non si aspetta di ascoltare un concentrato di rumoroso hardcore punk suonato con violenza iper-veloce, trita ossa e spacca denti. Ma è proprio questa la musica suonata da Achille (chitarra/grida), Fede (basso/grida) e Max (batterista, già conosciuto per aver suonato una decina di mesi con i Kalashnikov Collective), i nostri tre gitani dell’underground punk-hardcore milanese. Un album, “Mesecina”, composto da 9 brani per una durata di soli 12 min e 2 secondi (ogni singolo secondo è fondamentale in un album powerviolence, ricordatevelo) che hanno come minimo comun denominatore la rabbia e l’iper velocità che trasuda da ogni riff e da ogni melodia (rumorosa) prodotta dai Mesecina.

Gli argomenti trattati nei testi dei nostri spaziano tra gli argomenti più diversi che però risultano accomunati, citando direttamente le parole scritte dal gruppo sulla loro pagina bandcamp, dalla volontà di esporre, attraverso una musica completamente autoprodotta, “contenuti rivoluzionari e incitanti alla rivolta”. Dalla musica estrema suonata dai Mesecina, dai loro testi e dalle loro parole trasuda tutta la loro filosofia di vita, sintetizzabile in un sempre vero: “l’hardcore non è solo musica!”. Ed è proprio questo che vogliono trasmettere (probabilmente) i nostri, attraverso la musica punk, strumento che veicola alla perfezione il messaggio militante e antagonista di lotta e rivoluzione in senso anarchico che pervade la quasi totalità dei brani presenti su questo disco d’esordio. Testi che quindi sono in larga parte “politici” ma che hanno sempre quel sapore di militanza e sovversione romantica in stile Kalashnikov Collective (si veda un brano come “750.000 anni dopo… l’amore”), risultando quindi mai banali e senza dare quella fastidiosa sensazione di già sentito. Ultima nota di merito per i testi dei Mesecina è la varietà di lingue utilizzate nei vari brani; si passa infatti dallo spagnolo di un pezzo micidiale e che si stampa subito in mente come “Luchando” allo svedese (con questa scelta hanno vinto tutto) della penultima traccia “Atertagande” (un inno incazzato contro quella piaga rappresenta dal Black Metal nazionalsocialista).

“Mesecina” è un disco che puzza di spazi occupati, di autogestione, di concerti, di poghi, di lividi, sudore, gioie (poche) e sbattimenti (tanti). E’ un disco che parla la lingua rivoluzionaria della lotta antagonista, della rivolta quotidiana e dell’autogestione. E’ un disco che parla di punx e anarchici che sopravvivono e lottano nella grigia e alienante metropoli milanese (basti ascoltare il sesto pezzo “Punx e la Metropoli” per comprendere tutto ciò). E’ un disco che incarna alla perfezione tutto quello che è, nel bene e nel male, la scena punk-hardcore DIY di Milano in questi anni.

Oltre il rumore, oltre la musica, il romantico “gipsy-powerviolence” (quanto cazzo mi piace inventare non-definizioni di generi che non esistono, muahahah…) dei Mesecina è quello che fa per voi, cari i miei amanti dell’hardcore più estremo, incazzato, militante e iper veloce.

Al chiaro di luna “voglio vedere la vostra faccia quando l’anarchia verrà!”

Subhuman Hordes – Nessuna Prospettiva al Genere Umano (2015)

Uno legge il nome del gruppo e pensa: “questi fanno marcio Death Metal”; poi prosegue leggendo il titolo dell’album e questa volta pensa: “stai a vedere che invece suonano Grindcore impazzito, incazzato e iper-veloce”. Alla fine si giunge finalmente ad ascoltare la prima traccia di questo “Nessuna Prospettiva al Genere Umano” e tutto appare più chiaro: un perfetto mix di death metal e grindcore sporcato pesantemente dall’influenza hardcore dei nostri. La prima traccia rappresenta dunque il manifesto sonoro dei Subhuman Hordes, 1 minuto di rabbia distillata purissima dal titolo “Grindcore Novara”. Perchè si, questi cinque brutti, sporchi e cattivi personaggi vengono da Novara e suonano un Grindcore veloce e nervoso che non lascia scampo all’ascoltatore.

Una breve nota biografica sui Subhuman Hordes. Il gruppo nasce in quel di Novara nell’ottobre del 2014 da un’idea del chitarrista Axel Munoz, al quale poi si aggiungono gli altri quattro componenti: Enrico al basso, Riccardo chitarrista, Danilo alla batteria e Tommaso alla voce. “Nessuna Prospettiva al Genere Umano” è il primo EP pubblicato nel 2015 dalla band ed è composto da 11 tracce, velocissime schegge impazzite di Grindcore ibridato con un certo Death Metal e con l’attitudine hardcore dei novaresi.

I Subhuman Hordes non inventano niente di nuovo, non suonano originali, ma dimostrano di aver appreso alla perfezione, e di aver fatto propria, la lezione impartita dai nomi più importanti del genere come Napalm Death, Nasum, Rotten Sound, Brutal Truth e così via, fino ad arrivare a nomi meno noti come gli italo-colombiani Restos Humanos (che personalmente trovo molti simili per suono e attitudine ai cinque marci novaresi). A livello lirico dai testi trasuda una carica d’odio misantropico che si sfoga contro tutto e tutti, che non ha un unico bersaglio preciso perchè qualunque cosa e chiunque divengono il bersaglio delle bordate grindcore dei nostri. Prendendo in prestito il titolo del quinto pezzo presente su questo debutto che puzza di misantropia e nichilismo, non esiste forse definizione migliore per parlare della proposta musicale dei Subhuman Hordes, se non una “libera espressione di odio”. E l’odio (represso), nutrito ed alimentato da iniezioni di musica grindcore e death metal, fa sempre bene e permette di sopravvivere a questo schifo di imprevisto che ci ostiniamo a chiamare “vita”. Come urla incazzato Tommaso nel pezzo conclusivo “Merda” (un titolo migliore e così denso di significato non poteva esser trovato), è bene ricordarci che stiamo vivendo tempi in cui l’odore della vita e l’odore della merda si sovrappongono tanto da non poterli più distinguere; tempi in cui, all’orizzonte, non appare alcuna prospettiva al genere umano.

Rabbia, Misantropia e Grindcore da Novara per ricordare a tutti di essere incazzati e marci fino al midollo. E di esprimere liberamente tutto l’odio con il quale nutriamo i nostri miserabili giorni.

 

Evil Cosby – Belzecult (2016)

Ho visto per la prima volta dal vivo gli Evil Cosby il 26 febbraio scorso durante un concerto al Laboratorio Anarchico “La Zona” di Bergamo insieme ad altra gentaglia rumorosa della scena punk-hardcore italiana come Negot, Cerimonia Secreta (recensiti pochi giorni fa) e L.UL.U. E’ stato amore a prima vista, o meglio a primo ascolto. Oggi recensirò il loro primo album “Belzecult”, a cui a fatto seguito pochi mesi fa “Ridursi al Niente”, seconda fatica del duo malvagio che sicuramente tratterò a breve.

Gli Evil Cosby sono un duo, ma ascoltando i 10 pezzi che compongono il breve ma intenso “Belzecultu” (appena 9 min e 52 secondi) non si direbbe che a fare tutto ‘sto rumore siano solamente in due. E che cosa suona questo rumoroso duo? Un mix di hardcore, sludge e rallentamenti doom che fa della pesantezza e del senso di angoscia le linee guida dell’intero album. Il tutto suonato “semplicemente” da una batteria chiassosa e sporca sepolta sotto un muro di suono claustrofobico e oscuro costruito dal basso distorto della cantante Federica. Il suono dei nostri è fangoso, sulfureo e marcio (in pieno stile Sludge di gruppi come gli Eyehategod o i Grief) capace di creare un’atmosfera disturbata e disturbante, sensazioni perfettamente trasmesse dalle urla dilanianti e gutturali di Federica.

L’album si apre con “Chupacabra”, pezzo tirato e dotato di una “melodia” vocale capace di stamparsi subito in testa, tanto che vi ritroverete immediatamente a cantarlo dopo pochi ascolti. Si prosegue poi con la titletrack, altro pezzo veloce, fangoso e incazzato che distrugge tutto al suo passaggio. Il resto dei brani prosegue su questa falsa riga, sempre in bilico tra la pesantezza/lentezza asfissiante dello sludge e la rabbia diretta e veloce dell’hardcore, due generi che all’interno della proposta degli Evil Cosby riescono a trovare un buon connubio senza trasmettere mai quella sensazione di essere due entità a sè stanti, due anime differenti che convivono alla perfezione nei 10 pezzi che compongono questo primo album del gruppo. Inoltre su tutto l’album sembra aleggiare una sensazione di oscurità costante, a tratti claustrofobica, che sembra non lasciare via d’uscita all’ascoltatore ormai disceso nell’inferno sonoro creato dagli Evil Cosby.

Parafrasando il titolo della penultima traccia di quest’album, gli Evil Cosby possono essere definiti senza troppi problemi (e senza offesa) degli individui marci provenienti da un inferno fatto di rumore, pesantezza e oscurità, che alimentano la loro rabbia negli abissi più tetri della mente prima di sputarcela in faccia con il loro mix distruttivo di hardcore e sludge. Un mix di certo non innovativo ma che funziona alla grande. E che mi piace parecchio.

 

Cast Thy Eyes – We Burnt Into the Cold Eyes of the Sun (2010)

Il primo ricordo che ho dei Cast Thy Eyes e di questo loro secondo album risale al tempo della mia adolescenza da “true metaller”, quando sfogliando le pagine di “Rock Hard” (noto mensile di musica metal) mi imbattei in una loro breve recensione o breve intervista (e chi si ricorda, son passati 7 anni e io sto iniziando ad invecchiare) che mi lasciò immediatamente incuriosito. Poco dopo andai ad ascoltarmi questo “We Burnt Into the Cold Eyes of the Sun” (titolo che non sfigurerebbe affatto su un album dei maestri Neurosis), partendo dal videoclip del brano “Die One Day”, una mazzata di hardcore metallizzato, rabbioso, diretto e accompagnato dalla voce urlata, a tratti più vicina al classico hardcore, altre volte più tendente al growl, del cantante Chris. Con solo una canzone i Cast Thy Eyes avevano catturato la mia attenzione, avevano colpito nel segno grazie alla loro carica genuina e spontanea. Ma, come al solito, cerchiamo di proseguire con ordine nel caos.

I Cast Thy Eyes erano un gruppo salentino ormai (purtroppo) scioltosi, che suonava un hardcore fortemente ibridato con il metal e con qualche sonorità riconducibile ad un certo tipo di post-hardcore. Per fare dei nomi il sound dei nostri può riportare alla mente gruppi del calibro di Converge, Breach o Integrity, ma anche Earth Crisis in alcuni frangenti. Un concentrato di metal-hardcore pesante, diretto, rabbioso che non lascia vie d’uscita o momenti per riprendere fiato durante gli 11 pezzi che compongono questo “We Burnt Into the Cold Eyes of the Sun”. L’unico intermezzo, completamente strumentale, che da una parvenza di quiete in mezzo al vortice rumoroso e distruttivo dell’hardcore suonato dai nostri è l’inaspettata titletrack, pezzo che, sopratutto a causa dell’atmosfera tribale costruita dalla batteria suonata magistralmente da Giuseppe, rimanda ai suoni apocalittici dei Neurosis dell’album “A Sun that Never Sets” (così come l’artwork di copertina claustrofobico e dai toni catastrofici in perfetto stile Neurosis).

“We Burnt Into…” è un album distruttivo che non scende a compromessi, che non cede mai troppo alla melodia facile o all’estrema pulizia del suono, ma che privilegia la creazione di una atmosfera apocalittica e incazzata grazie ad un sound hardcore spacca ossa. Ennesima nota di merito il fatto che l’album sia totalmente autoprodotto dai Cast Thy Eyes in perfetta attitudine do it yourself, sottolineando ancora una volta la vocazione hardcore dei quattro salentini.

Vi piace l’hardcore più caotico e imbastardito con il metal? Vi siete iniettati endovena la musica dei gruppi sopracitati? Non riuscite a curare gli squarci nella mente creati dalle atmosfere apocalittiche e tribali costruite dai Neurosis? Recuperate questo piccolo capolavoro e ascoltatelo allo sfinimento.

Brigade Bardot – Avviso ai Civilizzati (2016)

Agitati e bardati, i Brigade Bardot non sono un vero e proprio gruppo (se pensiamo all’accezione classica del termine “gruppo), diciamo più un’idea, un progetto sperimentale e militante che autodefinisce la propria musica “agit-disco punk”. I Brigade Bardot rappresentano l’idea musicale di tre entità misteriose, solite esibirsi coprendosi il volto con dei passamontagna, della scena punk underground milanese. I Brigade Bardot però non suonano propriamente punk, bensì musica elettronica; un certo tipo di elettronica, quella più sperimentale, noise, sintetica, ma che trasuda attitudine punk militante da tutte le parti.

Quando si pensa alla musica militante, antagonista o semplicemente “politicizzata” a tutti noi viene in mente un certo tipo di punk, mentre l’elettronica viene sempre, o quasi, lasciata in disparte. I Brigade Bardot sono riusciti però a stravolgere le regole del gioco. Partendo da una forte influenza, sopratutto a livello lirico e concettuale, nonché estetico e di attitudine, anarcho punk (influenza testimoniata perfettamente dalla cover di “Ugh! Your Ugly Houses” dei Chumbawamba) e post-punk, questi tre individui bardati si muovono su territori musicali di chiara ispirazione elettronica, dance ed industrial, non disdegnando, ma anzi, pescando a piene mani da tutto ciò che proviene da quell’universo composto da sonorità new/cold wave e synth-punk. Riprendendo le parole del maggior compositore (Gringo) di questo strana entità estrapolate da un intervista rilasciata dai Brigade Bardot a Sarta e Stiopa (rispettivamente chitarrista e bassista dei Kalashnikov Collective) durante la trasmissione “La Casa del Disastro”, “quando noi abbiamo iniziato volevamo fare gli Atari Teenage Riot…” e quest’ultima influenza appare infatti chiarissima nelle sonorità dei nostri, a partire dal primo ascolto. Sono loro stessi a sintetizzare alla perfezione il loro sound quando si definiscono “agit-disco punk”: musica elettronica più o meno sperimentale, qualche spruzzata di synth-post punk e un attitudine agitata e militante che emerge, con tutta la sua carica dirompente, nei testi sempre in bilico tra l’invettiva, la poesia e la sovversione del quotidiano vivere.

Perchè si, a parer mio, sono proprio i testi il pezzo forte dei Brigade Bardot; sono i testi la componente chiave della loro musica, dei testi inaspettati se si pensa che vengono recitati su delle basi elettroniche al limite del dance-punk. Testi che spaziano dall’invettiva più dissacrante (e forse addirittura blasfema per le orecchie delicate di alcuni…) di pezzi come “Boko Haram”, una sorta di attacco feroce al terrorismo mass-mediatico propagato dalle televisioni e dai politici, che mi riporta alla memoria ciò che cantava il grande Faber ne “Il Bombarolo” (“qui chi non terrorizza si ammala di terrore”), alla poetica romantica, ermetica e a tratti malinconia di “1984, O l’Illusione di Stare Insieme”, una vera e propria “ballata sintetica”, fino ad arrivare (o per meglio dire “partire”, visto che si tratta del secondo brano dell’album) al racconto impregnato di amore militante e rivoluzionario dell’esistenza della brigatista Margherita Cagol nel brano intitolato con il soprannome di quest’ultima, “Mara”. Tra gli altri pezzi di “Avviso ai Civilizzati”, secondo album dei Brigade Bardot rilasciato nel 2016 dopo il precedente “Prima Risoluzione Strategica” del 2015, spicca l’intro “Secondo Comunicato”, il vero e proprio manifesto lirico e musicale della brigata bardata, ossia un tripudio di sonorità elettroniche, di attitudine militante e di campionamenti di discorsi politici decontestualizzati, che si scaglia contro il mondo moderno, la sua desolazione quotidiana e l’alienante quieto vivere della metropoli pacificata e dormiente. Un manifesto di intenti antagonisti e rivoluzionari che culmina con una promessa, o una minaccia per molti: “vedrete sfilare nella parata la brigata bardata”. Un pezzo invece come “You Drive Me Crazy” nel suo incedere elettronico e martellante esplode sottolineando la profonda essenza insurrezionale che può rappresentare l’atto d’amore sovversivo. Su tutto l’album però aleggia costante una sensazione di malinconia che si sposa alla perfezione (sempre a mio parere) tanto con i suoni elettronici vecchia scuola (anni 80-90 principalmente) quanto con l’attitudine militante dei Brigade Bardot.

I Brigade Bardot sono un gruppo punk. Nonostante non siano un gruppo (in senso stretto) e non suonino punk. Sono delle entità agitate e bardate che utilizzano l’escamotage della musica elettronica per decantare i loro manifesti rivoluzionari, per propagandare la loro invettiva antagonista, per sfogare le loro pulsioni artistiche e poetiche, per sferrare colpi mortali all’assopita società moderna auto-condannatasi a morte nel suo apparente quieto vivere. “Have a good time” (si apre così la prima traccia, “Secondo Comunicato”) con questa sperimentazione sonora che prende le sembianze di una sovversione musicale attraversata da versi malinconici ed agitati di rivoluzione e di amore.

Tutto questo (e molto altro) è l’ “Avviso ai Civilizzati” che i Brigade Bardot hanno confezionato per le orecchie di tutti noi, per ricordarci di essere ogni giorno sovversivi, agitati e, sopratutto, bardati.

 

 

Kranio – Monotonia (2011)

Non ci vuole molto per capire che genere suonino questi 4 ragazzi provenienti da un paesino immerso nella monotonia e nella noia in provincia di Benevento. Basta vedere la copertina del loro disco di debutto che presenta il classico font “a la Crass”; basta leggersi i titoli ed i testi dei 9 brani che compongono questo album; basta mettere su il disco, schiacciare play e ascoltare le note della prima traccia “Kranio” per comprendere immediatamente la passione di questi giovani beneventini verso tutto ciò che è anarcopunk. Ed è proprio il più caotico, rumoroso ed acerbo anarcopunk il genere prediletto dai Kranio. Il genere perfetto a quanto pare per sfogare tutto l’odio e tutta la rabbia che i componenti del gruppo provano per la loro condizione di immobilismo, alienazione e monotonia in cui sono condannati a vivere. “La tua vita è solo monotonia” grida incazzato il cantante Christian nella titletrack dell’album, il settimo brano “Monotonia”.

La musica rumorosa del gruppo, rifacendosi ai più classici stilemi del genere anarcopunk e non inventando quindi niente di nuovo o originale, riporta alla mente nomi ben più noti della scena hardcore italiana degli anni 80-90 come Peggio Punx, Underage ed Eu’s Arse, senza dimenticare un altro gruppo del Sud Italia recensito poche ore fa proprio su questo blog, i grandissimi Uart Punk. Così come i testi, anch’essi in pieno stile anarcopunk militante e antagonista, che si rifanno ad argomenti quali la lotta anticarceraria (in uno dei migliori pezzi di questo “Monotonia”, ovvero “Fuoco alle Galere”), l’antimilitarismo di “Servo Armato dello Stato” (testo profondamente ispirato dal classico degli Eu’s Arse, “Servitù Militari), l’azione armata diretta (“Guerriglia Rivoluzionaria”) fino ad arrivare al vero e proprio inno anarchico intitolato “Democrazia di Merda”. Tutte tematiche già sentite infinite volte e cantate da infiniti gruppi. Vero. Musica e sonorità per niente originali, ma suonati con rabbia e passione e questo è quello che conta in fin dei conti.

I Kranio non inventano nulla di nuovo. Probabilmente ai Kranio di inventare qualcosa di nuovo o di suonare originali non frega semplicemente un cazzo. Ascoltando questi 9 pezzi posso dire con certezza che i Kranio hanno colpito nel segno con la loro semplicità e con la loro rabbia assoluta che trasmette perfettamente ciò che si prova ad esser condannati a morte in un’esistenza soffocante e alienante tipica di un contesto immobile come solo la vita dei piccoli paesini di periferia può essere, nella quale la noia e la monotonia, spacciate per quieto vivere, la fanno da padrone, annichilendo tutto e tutti. In questi casi urlare fino a perdere la voce la propria opposizione rabbiosa a questa morte lenta può essere una momentanea via di uscita e di liberazione. Kranio anarcopunk, rabbia e odio contro il quieto vivere!

 

Pisciosangue – Amen (2016)

“…ormai ti conosco essere umano…e di te diffido!”

Gridava queste parole disilluse e rabbiose Federico Santini, storico cantante dei Pisciosangue che sembra esser cresciuto a pane e misantropia, nel brano “Spine”, un vero e proprio inno alla misantropia contenuto nel primo full lenght del gruppo fiorentino “Nuovo Modello Umano” uscito ormai nel lontano 2011. Gridava tutto il suo odio verso il genere umano il caro vecchio Federico; ascoltando tutto d’un fiato “Amen”, ultima fatica del gruppo fiorentino, sembra che l’odio e la misantropia del Santini siano state nutrite con cura in questi 5 anni. Bene così quindi per tutti gli amanti dei Pisciosangue.

Per l’appunto oggi si torna a parlare dei Pisciosangue e precisamente del loro ultimo album “Amen”, uscito nel dicembre dello scorso anno, che rappresenta il perfetto proseguimento di quanto fatto di buono dal gruppo a partire dal loro primo demo datato 2008. La ricetta è sempre la stessa, o quasi. Hardcore punk tirato, veloce, urlato in pieno stile vecchia scuola, a tratti più caotico, a tratti tendente a rallentamenti più melodici. Hardcore punk accompagnato dai soliti testi del Santini, ossia un concentrato di rabbia, dolore, disillusione, nichilismo, odio e misantropia. Ed è proprio quest’ultima a fare da linea conduttrice dell’intero album, a partire dal primo pezzo dall’emblematico titolo “Propaganda Antiumana” per giungere al penultimo brano intitolato “Umanità = Fallimento”, passando attraverso quella che reputo personalmente la migliore traccia dell’album, ovvero la (a tratti) malinconica “Come Stai?”; un pezzo “più lento” e “melodico” (per quanto possa essere considerato lento e melodico l’hardcore suonato dai questi brutti ceffi fiorentini che pisciano sangue…) che si introduce con un riff di chitarra capace di disegnare un’apparente calma latente squarciata dalla solita voce disperata del Santini che sputa tutto il suo veleno al gusto di misantropia contenuto in liriche da brividi (il pezzo in questione si apre in questo modo: “lasciatemi solo…”, il resto è la solita poesia malata ed incazzata a cui ci hanno abituato i Pisciosangue). Altro pezzo degno di nota è la brevissima ma intensa “24 Secondi di Libertà”, traccia che ricorda “Quello Che Hai” dei Contropotere per quanto riguarda la tematica sviscerata nel testo, ossia la percezione dell’assenza totale di libertà e la sensazione di incapacità di fuggire dalle gabbie quotidiane, ma che si rifà chiaramente all’hardcore più old school in quanto a durata (appena 24 secondi, come sottolinea il titolo del resto). L’album si chiude con “La Fine del Mondo 2”, seguito perfetto che riesce ad eguagliare e superare la perfezione della precedente “Fine del Mondo” contenuta nel demo del 2008.

12 i brani presenti su questo nuovo “Amen”. 12 pezzi veloci che colpiscono sia per le liriche che per la musica. 12 schegge di nichilismo e misantropia che tengono compagnia in giornate “arredate di ricordi e rancori”, come canta il Santini in “Come Stai?”. Questo è l’hardcore punk che mi piace, diretto, senza fronzoli, rabbioso e impregnato di odio verso tutto e tutti. Bentornata misantropia con la quale arredo la mia stanza ed allieto le mie giornate in questo mondo di merda. Bentornati Pisciosangue.