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Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!

 

 

Schegge Impazzite di Rumore #04

Ogni fine mese tutti i punx, sedicenti tali e affini della penisola attendono impazienti che esca il nuovo “episodio” di Schegge Impazzite di Rumore (o almeno io mi illudo sia così), rubrica fondamentale non solo per rimanere aggiornati sulle recenti uscite in ambito hardcore, punk, metal estremo e tutti i generi affini, ma anche per potersi gustare i commenti deliranti spacciati per recensioni del cazzone che li scrive. Ed ecco che allora, nell’estenuante caldo di ormai inizio luglio che preannuncia un’estate terribile, è giunto il momento di dar in pasto a voi canaglie-punx di ogni tipo il quarto appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore in cui si parlerà dei giovani fuoriclasse del powerviolence milanese, così come della new wave of raw punk che risponde al nome di Kobra, passando per il nuovo brevissimo Ep dei fast-bellissimi L.UL.U e dell’ultima fatica in studio di gentaglia bella incazzata del calibro dei Failure (visti recentemente con molto piacere, tra l’altro). Bando alle ciance, lasciamo spazio al rumore e alle molteplici incarnazioni del disastro sonoro.

“Disorganizzati come la merda, però continuiamo a sbatterci”, queste le parole dei L.UL.U che accompagnano l’annuncio dell’uscita di questo fast-Ep, intitolato emblematicamente “This title”, della durata di soli 0.46 secondi, divisi per due pezzi che ci danno un assaggio di quello che sarà il futuro (si spera imminente) dei nostri. Difatti i nostri hanno già annunciato che a breve uscirà un loro split insieme a non si sa ancora chi, sul quale potremmo apprezzare nuovamente il fastcore in your face tutto rabbia e pugni nello stomaco che i nostri ci avevano già fatto assaggiare sulla loro entusiasmante demo lo scorso anno. Inoltre, e non smetterò mai di sottolinearlo, i L.UL.U dimostrano di metterci veramente tanta passione e un’attitudine da fare invidia ai più in quello che fanno, suonando si un qualcosa di non originale (echi di Hex e Last Words tanto per fare due nomi), ma capace sempre e comunque di assestare colpi critici, sbriciolare ossa e timpani e di trasmettere sensazioni di quotidiana rabbia e costante malessere verso il quieto vivere che tende ad inghiottirci. Attendendo impazienti lo split già annunciato e sperando presto di aver tra le mani un disco della durata superiore (ma non troppo) di questo fast fast fast-Ep, godiamoci e abusiamo di queste due nuove tracce dei L.UL.U. e del loro fast-hardcore! Dopotutto il loro intento mai celato di suonare il più veloce possibile non si smentisce nemmeno su questo Ep e non si smentisce nemmeno la foga della Beret nello sputarci in faccia tutta la rabbia di questo mondo bastardo (“Provo a capirvi ma buio e niente”). “Play fast or die trying ‘till the day you die!” questa la lezione che insegnano e ribadiscono ogni volta i L.UL.U. E a noi piacciono così!

Peep – S/t

“Giovani, giovani, giovani fuoriclasse”, questo sono i Peep, direttamente dalla Milano che odia per prendersi tutto! Sono giovani, sono incazzati e anche un po’ dei cazzoni, ma a noi piace così. Dopo mesi di concerti e di sudore su e giù per tutta la Lombardia e non solo, ecco quindi finalmente la prima demo della nuova scuola del powerviolence milanese, una gang di vandali che vivono al di fuori della società e della sua merda che definisce la propria proposta, senza alcuna vergogna mannaggia a loro, come “trapviolence” (vi avevo avvisati che eran dei cazzoni) o come “anti power powerviolence” (titolo dell’ottava traccia presente sulla demo) che forse è di gran lunga meglio. Senza spoilerarvi altro di quanto andrete ad ascoltare su questo incredibile debutto, termino qui di scrivere le mie cazzate. Tanto come direbbero loro: “your fucking words don’t mean nothing to me anymore” (dalla quarta traccia Y.F.W., una delle migliori)Niente da fare, sono davvero dei giovani fuoriclasse e lo sanno dimostrare sia dal vivo (non perdeteveli, vi divertirete) sia su questo loro incredibile debutto! E comunque i Peep si prendono la copertina del quarto episodio di “Schegge Impazzite di Rumore” a mani basse. La gang non si infama, ricordatevelo!

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani che decisero di mettere in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome “Kobra”. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e immaturi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo acerbo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, quasi quarant’anni dopo quella stagione irripetibile ed indimenticabile, Milano è ancora una delle basi nelle quali la cospirazione punk-hardcore e del do it yourself viene tenuta in vita e alimentata con sudore e passione da collettivi, occupazioni, gruppi e singoli individui, anche se certamente non senza fatica e difficoltà. É proprio in questo contesto fertile che si muove la Occult Punk Gang, collettivo di punx dediti anima e corpo alla causa del DIY, tanto attraverso l’organizzazione di concerti quanto tramite progetti di grafica e illustrazione. Come se non bastasse da qualche mese la gang occulta è divenuta pure un’etichetta discografica che può contare già quattro uscite (tra cui, l’ultima è quella di cui parlerò di seguito); quattro uscite che finora hanno toccato ogni possibile incarnazione di quel brodo primordiale cangiante e polimorfo che è il “punk”. Questa premessa ci permette di introdurre il terzo gruppo di cui parleremo oggi e del loro debutto, gruppo di recentissima formazione che vede tra le sue fila punx già impegnati in Kalashnikov Collective e Cerimonia Secreta tra gli altri. Il gruppo in questione si cela dietro il nome di “Kobra”, stesso nome del gruppo di casa Virus che mosse i suoi primi brevissimi passi nei lontani inizi degli anni ’80 e citato poco sopra. Che sia una sorta di voluto richiamo? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo con certezza è però sicuramente il fatto che i nostri Kobra suonano un punk-hardcore fortemente radicato negli insegnamenti della scuola hardcore italiana degli anni ’80 e di gruppi come i 5°Braccio o i Nerorgasmo ma con un sound più grezzo e rumoroso, quel suono “raw” e speso lo-fi che ultimamente sta facendo proseliti e sfaceli ovunque in Italia (basti pensare ai fenomenali Sect Mark) e oltre oceano. Cinque tracce per questo debutto che faranno la gioia di chi si è già divorato i primi lavori di gentaglia che risponde al nome di Impulso e Potere Negativo, ne sono certo. Niente da aggiungere per quanto riguarda l’approccio lirico (“Vent’anni” è un pezzone) e le vocals ad opera del solito Fra Goats (autore anche dell’ottima copertina al sapore di allucinazione metropolitana) che riportano alla mente tanto i già citati Cerimonia Secreta quanto i Corpse. Devastante debutto! It’s the new wave of raw punk and that’s the way we like it, baby!

Questo quarto episodio si è aperto parlando dei Peep e della loro personale interpretazione di un genere oramai negli ultimi tempi iperinflazionato come il powerviolence. E quindi quale modo migliore per concludere questo articolo se non chiudendo il cerchio e tornando a parlare di sonorità totalmente dedite al powerviolence più intansigente e rabbioso come quello suonato dai Failure? Il lavoro dei Failure è quello più vecchio dei quattro presentati quest’oggi, essendo stato rilasciato ufficialmente nel novembre del 2017. Cosa vi troverete ad ascoltare appena le prime note dell’iniziale “Cross the Border” vi trapanerrano i timpani, lasciandovi inermi a sanguinare? Certamente powerviolence della migliore qualità, suonato con attitudine e rabbia inaudita, accompagnato dalla voce di Los che vi farà venire voglia di prendere a testate le pareti talmente tanta è la carica che mette addosso (ascoltare una traccia a caso, che ne so “Misantropic Youth” per dirne una, per avere una conferma alle mie parole), ma sono quasi sicuro che tutte queste stronzate non riescono a dare nemmeno lontanamente l’idea del suono abrasivo e distruttivo che permea tutte le dieci tracce con le quali i Failure vogliono annichilirci completamente. Probabilmente il modo migliore per farsi un’idea del sound dei nostri ce lo può dare unicamente la copertina dell’album: un treno deragliato che sfonda una parete in cemento. E quindi cosa cazzo vi aspettate che aggiunga? Mi aspetto abbiate già interrotto la lettura di questo articolo saturo di stronzate (e se non l’avete fatto fatelo subito!) per prendere d’assalto la pagina bandcamp dei Failure e ascoltarvi tutto d’un fiato il disco! Ah ed essendomeli visti dal vivo recentemente, vi posso confermare che in sede live sono di una potenza che su disco potete solo immaginare, indi per cui non perdeteveli per nessuna ragione al mondo quando capitano dalle vostre parti!

E anche l’episodio di fine giugno-inizio luglio ha visto la luce, questo mi rende fiero e mi stupisce al contempo per esser riuscito a mandar avanti una rubrica per più di mezzo appuntamento. Ora torno a cercare di sopravvivere nel caldo afoso di un’estate terribile nella periferia di milano, sperando di non venirne del tutto inghiottito. Schegge Impazzite di Rumore: per il Disastro Sonoro, per l’anarchia!

 

MILANO CITY GANG – MESECINA / L.UL.U / COCAINE SLAVE / THE SEEKER

Il modo migliore per ricordare e riviversi la serata di sabato 16 in T28 con tutto il meglio che ha da offrire a noi malcapitati punx la scena fastcore/powerviolence milanese è senza ombra di dubbio assaporarsi ogni minimo istante di questa quasi ora di video girato per conto di “666 Cult” dal buon Angel a.k.a Cabron! Tutto quello che ho cercato di raccontare e trasmettere a parole nel live report (se non l’hai letto sei più stronzo di chi l’ha scritto, sappilo) di questo super concerto è assolutamente nulla in confronto alle immagini e alla testimonianza audio presenti in questo video, quindi correte veloci a guardarvelo tutto! In questa oretta scarsa c’è tutto (tranne Sada aihmè): passione, musica poca e rumore tantissimo, danze selvagge, emozione, macarene improvvisate, stage diving, cori dall’alto tasso alcolico, sudore, sgabelli, attitudine, tanto amore, cartoni della birra veri e propri protagonisti del moshpit durante i The Seeker e tutta un’altra serie di cose che non so meglio specificare. Godetevelo.

“Milano ti voglio bene, ti tratto come casa mia, piscio e cago in ogni via!” PER IL POWERVIOLENCE, PER L’ANARCHIA!!! (Cit.)

 

“Play fast ‘till the day you die!” – Concerto Benefit per la Saletta del T28 (16/12/17)

Seppellite il mio cuore in T28

“l’Hardcore è quello che siamo, il rumore attraverso cui respiriamo. L’Hardcore è quello che siamo, il dolore le grida, l’amore.” (NOFU)

In una Milano antartica, un sabato sera di metà dicembre, al T28 occupato si è ritrovato tutto il meglio della scena fastcore/powerviolence milanese per riscaldare i cuori di tutti noi punx e per farci pogare come dei dannati divorati dalle fiamme degli inferi. La serata di ieri si può racchiudere in una frase fuoriuscita in un momento di elevato livello poetico-alcolico dalle labbra di un noto punx bergamasco (quando leggerai questo report ti riconoscerai caro mio): <<il powerviolence non è musica, è emozione!>>…Nulla di più vero, nulla da aggiungere. Ed io potrei anche chiudere qui questo articolo, ma non lo farò perchè amo tediare gli sfortunati lettori che si imbatteranno in questo blog pieno zeppo di cazzate.

Mesecina con Covaz (The Seeker) alla batteria

Ad aprire le frenetiche danze ci ha pensato il powerviolence dalle tinte tzigane dei Mesecina, quest’oggi accompagnati alla batteria da Covaz, batterista dei The Seeker che suoneranno più tardi. Tempo una ventina di secondi, che per un gruppo che suona powerviolence equivalgono a metà concerto, si è scatenato un pogo selvaggio che lasciava ben sperare per il proseguo della serata. Inutile sprecare troppe parole in merito all’hardcore suonato iper-veloce e con una violenza inaudita dai nostri, se non i soliti elogi. Mi limito a sottolineare che alcuni pezzacci come “Luchando” o “Atertagande”, esperimento che a causa della rara malattia che mi affligge (ossia quella di inventarsi generi che non esistono e che non dovrebbero esistere) amo definire di black-violence, dal vivo si dimostrano ancora più violenti di quanto già non siano su album. Sempre un piacere assistere ad una decina di minuti abbondante di hardcore punk iper-veloce suonato e urlato con convinzione e attitudine da Achille e soci. Belli e bravi.

Cocaine Slave senza Sada

A seguire i “franco-fortissimi” (cit. che solo il Gian potrà capire) Cocaine Slave che, nonostante l’assenza del bassista, ci hanno regalato l’ennessima performance estremamente godibile e che non lascia dubbi sull’attitudine e la passione che anima i nostri. Come scrissi in merito alla loro performance in Villa Vegan di qualche settimana fa, “il powerviolence dei nostri non scende a compromessi, non conosce pause, tira dritto tritando ossa e non facendo prigionieri”, pur dovendo sopperire alla mancanza di Sada questa volta. Nuovamente meravigliato dalla tenuta vocale del cantante e dal suo scream che ha tratti mi ha ricordato certe vocals tipicamente black metal e che certamente ha saputo aggiungere un leggero tocco di originalità al suono dei Cocaine Slave. Ho promesso al Gian (per chi non lo sapesse batterista dei Cocaine Slave) che l’avrei coperto di insulti e critiche in questo live report, ma sinceramente non ne ho alcune voglia perchè tanto che suona di merda lo sanno già tutti, giusto? (ribadisco il mio ammmore incodizionato per il batterista più bello di tutta la scena punk milanese).

Contentissimo di aver potuto assistere nuovamente all’esibizione dei L.UL.U a distanza di parecchi mesi dalla prima volta che li vidi in quel di Bergamo al fu (lacrime) Laboratorio Anarchico “La Zona”. La prima cosa da sottolineare è la crescita che hanno avuto in questo ultimo anno e la maturità che hanno raggiunto. La ricetta è sempre la stessa: fast-hardcore incazzato e riottoso, urlato fino a squarciarsi la gola dalla grandissima Beret e che trasuda attitudine e coerenza da tutte le parti. Una decina di minuti scarsa è durata la performance dei L.UL.U. ma tanto basta per far capire a tutti i presenti che il loro intento è quello di suonare il più veloce possibile e sputarci in faccia tutta la rabbia di questo mondo. “Play fast or die trying ‘till the day you die!” questa la lezione che insegnano e ribadiscono ogni volta i L.UL.U. E a noi piacciono così!

The Seeker with sgabello

Giungiamo finalmente a parlare dei The Seeker e non sarà sicuramente facile riassumere in una manciata di righe la loro performance tutta sudore, emozioni e passione. Che sono veloci lo si sapeva già e ce ne avevano dato prova sia su “Angst-filled youth” sia sul nuovissimo “Malaya”, così come non era certamente una novità il fatto che suonassero un powerviolence violento ed irrequieto. Ma dal vivo i milanesi sono veramente un qualcosa di devastante, impeccabili sotto tutti i punti di vista e assolutamente instancabili. Impossibile restare indifferenti e sopratutto immobili dinanzi alla loro musica e difatti la loro esibizione è stata accompagnata dall’inizio alla fine da un vortice di corpi e individualità che si scontravano, saltavano e danzavano in un caos ordinato. Non un secondo di pausa, non un momento per riprendere fiato, non esiste tregua quando suonano i The Seeker. E’ già un miracolo essere ancora in vita e riuscire a reggersi ancora in piedi dopo i venti minuti intensi passati a pogare come dei dannati sull’hardcore veloce, violento e rabbioso dei milanesi. Tra sgabelli e stage diving, ci ricorderemo per un bel pezzo di questa serata in compagnia di Mesecina, Cocaine Slave, L.UL.U e The Seeker. “Shall we Tanz?” Of course!

E così tra un coro “Milano ti voglio bene, ti tratto come casa mia…” cantato a squarciagola da tutti i presenti e un “i Disobba no nella scena hardcore” si è giunti alla fine di questa super serata all’insegna dell’hardcore piú marcio, violento e veloce di tutta Milano city. Più di un semplice concerto o di una serata benefit, una vera e propria rimpatriata di amici e compagni della scena punk-diy milanese e non solo, vista la presenza di punx bergamaschi e bolognesi che hanno sicuramente alzato il livello della situazione. Che sia davvero questo il punk-hardcore? Che sia forse questo il motivo che ci spinge ogni giorno a sopravvivere? Io di risposte ne ho poche e probabilmente quelle poche che ho sono pure sbagliate, ma posso dire che situazioni del genere vanno oltre la semplice musica e oltre il semplice divertimento, sono la rappresentazione perfetta di ciò che significa (soprav)vivere, lottare e resistere allo schifo che ci circonda quotidianamente e che vorrebbe trascinarci giù con se. Queste situazioni sono un atto rivoluzionario!

“Play fast ‘till the day you die!”… Seppellite il mio cuore in T28. Milano antartica, una sera di dicembre.

P.s. Un grazie enorme e sentito a tutti coloro che ieri sera hanno speso due secondi per dimostrare il loro apprezzamento nei confronti di Disastro Sonoro e dello stronzo che ci sta dietro. E una dedica speciale ad amici con piacere rivisti dopo parecchio tempo. In particolare vorrei ringraziare i ragazzi dei Repressione (sempre un piacere vedervi), un certo Cabron che suona nei L.UL.U. e negli Evil Cosby, Achille, Mike e tutti gli altri che apprezzano il lavoro e la passione che ci metto nel tentare di mantenere viva la scena a modo mio.

 

 

 

 

L.UL.U – We’re About to Throw Up! (2017)

Disco veloce, recensione veloce. Sei minuti scarsi di fottutissimo ed incazzatissimo powerviolence/fastcore contenuto in 7 tracce che suonano come dei pugni in faccia, questo in breve il contenuto di “We’re Abput to Throw Up!”, primo Ep rilasciato a maggio dai L.UL.U, giovane gruppo milanese dedito alle frange più veloci dell’hardcore punk. Dopotutto il principale interesse del gruppo, assolutamente non nascosto come testimonia la loro pagina facebook, è quello di suonare veloci, il più veloci possibile se possibile. Dall’iniziale “Wait in Vain” si capisce immediatamente la strada intrapresa con attitudine e convinzione da Chiara (voce e urla varie), xCabronx (batteria, già batterista degli Evil Cosby) e da BlindFrankie (chitarra), un concentrato di hardcore veloce, incazzato e abbastanza rumoroso da ascoltare rigorosamente a tutto volume e che certamente dal vivo saprà rendere ancora meglio di quanto già non faccia su tape. 

Apriamo una parentesi dovuta: se volete godervi live il fastcore dei L.UL.U assolutamente non dovete e non potete perdervi il concertone di sabato 16 dicembre in T28 insieme a gentaglia del calibro di Mesecina, Cocaine Slave e The Seeker. Chiusa questa parentesi, torniamo a parlare di questo “We’re About to Throw Up!” e precisamente dei testi: di cosa parleranno mai le liriche che accompagnano una musica tanto veloce ed incazzata? Dall’invettiva e dall’odio (assolutamente condiviso da chi scrive) verso i maiali in divisa, ciò che difendono e quel che rappresentano nella traccia “Pigs” si passa ad una traccia-manifesto come “DIY” che già dal nome dovrebbe dire tutto, ossia l’amore incondizionato e l’abnegazione per il concetto e la pratica del “do it yourself” che anima chiunque, con mille difficoltà economiche e non, si impegna a tener viva questa scena, da chi scrive su blog e fanzine a chi produce, registra e pubblica dischi, tapes e simili, passando per chi tra mille sbatti organizza serate e concerti, scegliendo sempre e comunque la strada dell’autoproduzione. Attitudine, rabbia, velocità, passione, coerenza, i L.UL.U incarnano perfettamente tutte queste cose. 7 tracce, 5 minuti e 57 secondi di puro e semplice fastcore/powerviolence, nessun prigioniero, nessuna via di scampo. Come già detto per altri gruppi in altre recensioni, ribadisco il concetto: i L.UL.U non suonano nulla di originale, ma quello che fanno lo fanno dannatamente bene e questo “We’re About to Throw Up!” ne è una chiara dimostrazione! “Play fast or die trying ‘till the day you die!” questa la lezione che ci insegnano i L.UL.U.