Torpore – Mondo Sterile (2016)

Una locusta gigante domina la copertina completamente in bianco e nero di questo “Mondo Sterile”, primo lavoro dei catanesi Torpore. E basterebbe la raffigurazione di questo insetto per farci intendere quale sia il sound proposto dalla band, essendo la locusta,storicamente, la rappresentazione di un presagio di sventura e distruzione totale; questa atmosfera di estrema devastazione trasuda in modo angosciante da tutti e quattro i brani che compongono “Mondo Sterile”, un vero e proprio viaggio in un abisso sonoro opprimente e annichilente costruito da un tappeto sonoro distorto, fangoso ed estremamente rumoroso.

Ma che musica suonano questi cinque catanesi? Già dalle prime note dell’iniziale “Sangue e Fango” sono ben chiare le differenti influenze dei Torpore. Si tratta infatti di un classico sludge metal claustrofobico e alienante che non ha nulla da invidiare alle sonorità disturbanti dei maestri Eyehategod (ma anche di gruppi meno noti come i Grief o i Sourvein), influenzato pesantemente dalla lentezza destabilizzante tipica di certo doom. Assaporando il primo brano ho potuto notare come il cantato impregnato di disagio e angoscia di Riccardo, pur rimanendo ben saldo nella tradizione sludge, ricordando tanto Mike Williams (Eyehategod) quanto le vocals malte e catramose di “Dixie”, storico bassista/urlatore dei Weedeater, si orienta anche verso sonorità più oscure, rasentando il tipico scream di certo marcio black metal.

Gli altri 3 rumorosissimi pezzi (da ascoltare assolutamente a tutto volume) di “Mondo Sterile” proseguono su questa strada polverosa e fangosa fatta di sludge asfissiante e di lentezza soffocante tipicamente doom. Il tutto è condito da testi infarciti di misantropia, odio e nichilismo che rendono l’ascolto dell’album un vero e proprio viaggio in una buia voragine dove a farla da padrone sono l’alienazione e la sensazione di smarrimento. Una voragine nella quale la luce non può penetrare per dar sollievo alla mente divorata dagli incubi creati dal rumorosissimo caos-sludge suonato dai Torpore. Una voragine fangosa senza via di uscita nella quale sprofondare sotto il muro di suono distorto e distruttivo. Come ricorda la voce dilaniante di Riccardo nell’ultimo brano (appunto intitolato “Voragine”), non c’è “nessun appiglio nella voragine”, solo odore nauseabondo di morte e polvere.

Sludge claustrofobico, doom lento e inquietante, vocals alla Mike Williams imbastardite con il black metal più maligno e nefasto, nichilismo e misantropia che la fanno da padroni per tutta la durata dell’album (quasi 22 secondi di rumore e dolore). Cosa chiedere di più ai Torpore? Correte ad ascoltare “Mondo Sterile” e lasciatevi trascinare nel baratro dagli orrori che abitano le voragini della vostra psiche.

Rauchers – Rauchers (2016)

I Rauchers con questo loro ultimo omonimo disco ci regalano 18 minuti (per 12 brani) di puro hardcore suonato veloce, violento e caotico, che si pone perfettamente a metà strada tra la vecchia scuola e le sonorità più moderne tendenti al powerviolence. I Rauchers suonano veloci e rumorosi proprio come piace a tutti gli amanti di quelle sonorità che, pur rimanendo ricoperte di una parvenza labile di melodia (e non si comprende come sia possibile ciò…), si pongono contemporaneamente oltre la musica ed oltre il rumore. E va bene così, detto francamente.

Questo “Rauchers”, ultima fatica dei nostri rilasciata nel 2016, è interamente dominato da una atmosfera claustrofobica e caotica, amplificata per tutta la durata dell’album dalle grida disperate e nervose del cantante. La loro proposta come già evidenziato è un hardcore senza compromessi, costantemente in bilico tra fastcore e powerviolence, senza però mai disdegnare parti più melodiche e “calme”, sia nella musica che nella voce, come nell’iniziale “Pensierostupendo”, un vero e proprio inno incazzato da cantare a squarciagola, può essere considerato a tutti gli effetti il manifesto di intenti, musicale ed ideologico, dei Rauchers. La musica, o per meglio dire il rumore, proposto dai nostri colpisce tanto il corpo quanto la stabilità mentale dell’ascoltatore, lasciando lividi e cicatrici sulla carne e squarci nella psiche. Quello che colpisce maggiormente del fast-hardcore dei Rauchers sono probabilmente le micidiali e devastanti accelerazioni che creano una sensazione di avvolgente caos nella quale le vocals incazzate si inseriscono alla perfezione, destabilizzando la già precaria sanità mentale dell’ascoltatore.

Ho avuto la fortuna di godermi dal vivo il fast-hardcore di questi quattro scalmanati incazzati provenienti da Desenzano del Garda durante la terza edizione (targata Telos Squat) dell’Acque Scure HC lo scorso settembre. Un live che, grazie sopratutto all’attitudine hardcore dei nostri e alla qualità dei pezzi da loro proposti, è stato devastante dal primo all’ultimo secondo, riuscendo a creare un atmosfera molto old school dominata da un caos sonoro che non lascia scampo a nessuno e a cui è impossibile resistere. Ed è forse la dimensione live il modo migliore per iniettarsi nelle orecchie la musica rumorosa dei Rauchers, pogando come se non ci fosse un domani.

Prima di concludere la recensione volevo fare un piccolo plauso alla copertina di questo “Rauchers”. Una copertina completamente in bianco e nero che trasmette immediatamente una sensazione di opprimente immobilismo e di angoscia e che ricorda molto gli artwork di dischi storici della scena hardcore italiana come “Disastro Sonoro” dei Peggio Punx, “Condannati a Morte nel vostro Quieto Vivere” dei Negazione e “Disperazione Nevrotica” degli Upset Noise.

La musica dei Rauchers è un disastro sonoro disperato e nevrotico che oltrepassa la musica ed il rumore! I Rauchers sono tutto quello di cui abbiamo bisogno noi cresciuti a pane, rumore e violenza sonora!

 

Kompost – La Vera Bestia (2016)

Iniziamo subito con il dire che questo “La Vera Bestia”, secondo album dei Kompost, è certamente uno dei migliori lavori in ambito crust/d-beat che ho avuto la fortuna di ascoltare e divorare negli ultimi anni, per niente inferiore agli ultimi lavori di maestri del genere come Martyrdod e Kontatto. Proseguiamo col sottolineare la natura ibrida del genere proposto dai nostri marci eroi post-apocalittici provenienti da Montebelluna (Treviso), un perfetto mix di sonorità crust vecchia scuola e altre più moderne, il tutto influenzato pesantemente da massicce dosi di old school death metal. Finiamo con l’evidenziare il carattere DIY dell’intero disco, certamente una cosa di cui andar sempre orgogliosi, e il quadro finale che si presenta dinanzi ai nostri occhi non può che essere qualcosa di marcio e putrido che però si avvicina alla definizione di “capolavoro”.

I Kompost avevano già fatto intravedere la loro qualità e la loro attitudine old school nel precedente demo del 2012, che fu una piacevolissima sorpresa in ambito crust. Ma con questo “La Vera Bestia” possiamo sbilanciarci e affermare che il gruppo veneto ha praticamente già raggiunto la piena maturità artistica, sfornando, come già detto, uno dei migliori album di crust/death metal degli ultimi anni.

Il disco si apre con un intro melodica e interamente strumentale che mi ha riportato alla mente certe sonorità (qui più rallentante a dire il vero) dei Dismember dell’immortale “Like an Everflowing Stream”, intrecciate a melodie di scuola Disfear (specialmente di quel capolavoro di canzone che è “Phantom”). L’album poi prosegue con l’omonima “Kompost” che si può considerare a tutti gli effetti l’inno del gruppo; un inno che se nella musica ricorda il classico crust/d-beat, nelle vocals mi ha ricordato gruppi death metal come i Carnage e in generale tutta la scuola di svedese. Un inno in cui spicca il testo intriso di nichilismo che raggiunge il suo apice con il verso “marcio è cio che siamo!”. Perchè si, se non si fosse ancora capito, questi Kompost suonano il più marcio miscuglio di crust punk e di death metal old school che è possibile trovare sulla piazza. Proseguendo con il disco, incontriamo un pezzo come “Morbo”, il punto d’incontro perfetto tra i Dismember e i Martyrdod. Il resto dei 10 pezzi che compongono il disco prosegue su questa strada, senza cali di tensione e con una furia distruttiva invidiabile; ogni brano è talmente efficace e devastante che è impossibile rimanerne indifferenti e non iniziare a fare headbanging appena parte il riff di chitarra, così com’è impossibile non muovere la testa a tempo della martellante batteria. La marcissima voce di Pozze inoltre si pone perfettamente a metà strada tra il particolare growl di Martin van Drunen (Asphyx) e le infuriate vocals di Mikael Kjellman dei Martyrdod.

I Kompost realizzano con questo “La Vera Bestia” un album praticamente perfetto, nel quale le due anime della band, quella più orientata ai suoni old school tanto del crust quanto del death metal e quella aperta alle ultime sonorità crustcore più melodiche e moderne, convivono senza mai dar l’impressione di essere due corpi estranei. Durante tutta la durata del disco (24 min e 44 secondi di marcio rumore racchiuso in 10 pezzi) i nomi che vengono alla mente più spesso sono quelli già sopracitati di Kontatto, Martyrdod e Disfear (per quanto riguarda la componente crust/d-beat dei nostri) e di Dismember, Carnage e Grave (per quanto riguarda invece l’anima death metal), anche se forse la musica dei Kompost assomiglia maggiormente ad un incrocio altamente rumoroso e assordante di due gruppi molto underground: i death metaller svedesi Miasmal e gli spagnoli Cruz, autori anche questi ultimi di un crust ibridato con il death metal.

L’attitudine punk e l’atmosfera old school che emergono, a partire dallo splendido artwork in bianco e nero di copertina, da “La Vera Bestia” rendono quest’album sicuramente un capolavoro imperdibile per tutti gli amanti del Crust, del D-Beat e del Death Metal. Quindi cosa aspettate? Correte ad ascoltare “La Vera Bestia” dei Kompost!

Mesecina – Mesecina (2017)

Mesecina è una parola presente nelle varie lingue balcaniche che tradotta significa letteralmente “chiaro di luna”. Mesecina è anche il titolo di un famosissimo brano scritto da quel genio cinematografico che è Emir Kusturica per il suo film “Underground”, poi messo in musica da un altro genio dei Balcani, il compositore e musicista gitano Goran Bregovic. Da oggi Mesecina è anche il nome di un trio powerviolence milanese e del loro album d’esordio totalmente autoprodotto in piena attitudine DIY. Powerviolence, quindi rumore sparato a tutta velocità nei timpani. Powerviolence, quindi rumore condito da testi incazzati e un pizzico di romanticismo.

Quando uno legge il nome del gruppo e il titolo dell’album e pensa al significato di “chiaro di luna” sicuramente non si aspetta di ascoltare un concentrato di rumoroso hardcore punk suonato con violenza iper-veloce, trita ossa e spacca denti. Ma è proprio questa la musica suonata da Achille (chitarra/grida), Fede (basso/grida) e Max (batterista, già conosciuto per aver suonato una decina di mesi con i Kalashnikov Collective), i nostri tre gitani dell’underground punk-hardcore milanese. Un album, “Mesecina”, composto da 9 brani per una durata di soli 12 min e 2 secondi (ogni singolo secondo è fondamentale in un album powerviolence, ricordatevelo) che hanno come minimo comun denominatore la rabbia e l’iper velocità che trasuda da ogni riff e da ogni melodia (rumorosa) prodotta dai Mesecina.

Gli argomenti trattati nei testi dei nostri spaziano tra gli argomenti più diversi che però risultano accomunati, citando direttamente le parole scritte dal gruppo sulla loro pagina bandcamp, dalla volontà di esporre, attraverso una musica completamente autoprodotta, “contenuti rivoluzionari e incitanti alla rivolta”. Dalla musica estrema suonata dai Mesecina, dai loro testi e dalle loro parole trasuda tutta la loro filosofia di vita, sintetizzabile in un sempre vero: “l’hardcore non è solo musica!”. Ed è proprio questo che vogliono trasmettere (probabilmente) i nostri, attraverso la musica punk, strumento che veicola alla perfezione il messaggio militante e antagonista di lotta e rivoluzione in senso anarchico che pervade la quasi totalità dei brani presenti su questo disco d’esordio. Testi che quindi sono in larga parte “politici” ma che hanno sempre quel sapore di militanza e sovversione romantica in stile Kalashnikov Collective (si veda un brano come “750.000 anni dopo… l’amore”), risultando quindi mai banali e senza dare quella fastidiosa sensazione di già sentito. Ultima nota di merito per i testi dei Mesecina è la varietà di lingue utilizzate nei vari brani; si passa infatti dallo spagnolo di un pezzo micidiale e che si stampa subito in mente come “Luchando” allo svedese (con questa scelta hanno vinto tutto) della penultima traccia “Atertagande” (un inno incazzato contro quella piaga rappresenta dal Black Metal nazionalsocialista).

“Mesecina” è un disco che puzza di spazi occupati, di autogestione, di concerti, di poghi, di lividi, sudore, gioie (poche) e sbattimenti (tanti). E’ un disco che parla la lingua rivoluzionaria della lotta antagonista, della rivolta quotidiana e dell’autogestione. E’ un disco che parla di punx e anarchici che sopravvivono e lottano nella grigia e alienante metropoli milanese (basti ascoltare il sesto pezzo “Punx e la Metropoli” per comprendere tutto ciò). E’ un disco che incarna alla perfezione tutto quello che è, nel bene e nel male, la scena punk-hardcore DIY di Milano in questi anni.

Oltre il rumore, oltre la musica, il romantico “gipsy-powerviolence” (quanto cazzo mi piace inventare non-definizioni di generi che non esistono, muahahah…) dei Mesecina è quello che fa per voi, cari i miei amanti dell’hardcore più estremo, incazzato, militante e iper veloce.

Al chiaro di luna “voglio vedere la vostra faccia quando l’anarchia verrà!”

Subhuman Hordes – Nessuna Prospettiva al Genere Umano (2015)

Uno legge il nome del gruppo e pensa: “questi fanno marcio Death Metal”; poi prosegue leggendo il titolo dell’album e questa volta pensa: “stai a vedere che invece suonano Grindcore impazzito, incazzato e iper-veloce”. Alla fine si giunge finalmente ad ascoltare la prima traccia di questo “Nessuna Prospettiva al Genere Umano” e tutto appare più chiaro: un perfetto mix di death metal e grindcore sporcato pesantemente dall’influenza hardcore dei nostri. La prima traccia rappresenta dunque il manifesto sonoro dei Subhuman Hordes, 1 minuto di rabbia distillata purissima dal titolo “Grindcore Novara”. Perchè si, questi cinque brutti, sporchi e cattivi personaggi vengono da Novara e suonano un Grindcore veloce e nervoso che non lascia scampo all’ascoltatore.

Una breve nota biografica sui Subhuman Hordes. Il gruppo nasce in quel di Novara nell’ottobre del 2014 da un’idea del chitarrista Axel Munoz, al quale poi si aggiungono gli altri quattro componenti: Enrico al basso, Riccardo chitarrista, Danilo alla batteria e Tommaso alla voce. “Nessuna Prospettiva al Genere Umano” è il primo EP pubblicato nel 2015 dalla band ed è composto da 11 tracce, velocissime schegge impazzite di Grindcore ibridato con un certo Death Metal e con l’attitudine hardcore dei novaresi.

I Subhuman Hordes non inventano niente di nuovo, non suonano originali, ma dimostrano di aver appreso alla perfezione, e di aver fatto propria, la lezione impartita dai nomi più importanti del genere come Napalm Death, Nasum, Rotten Sound, Brutal Truth e così via, fino ad arrivare a nomi meno noti come gli italo-colombiani Restos Humanos (che personalmente trovo molti simili per suono e attitudine ai cinque marci novaresi). A livello lirico dai testi trasuda una carica d’odio misantropico che si sfoga contro tutto e tutti, che non ha un unico bersaglio preciso perchè qualunque cosa e chiunque divengono il bersaglio delle bordate grindcore dei nostri. Prendendo in prestito il titolo del quinto pezzo presente su questo debutto che puzza di misantropia e nichilismo, non esiste forse definizione migliore per parlare della proposta musicale dei Subhuman Hordes, se non una “libera espressione di odio”. E l’odio (represso), nutrito ed alimentato da iniezioni di musica grindcore e death metal, fa sempre bene e permette di sopravvivere a questo schifo di imprevisto che ci ostiniamo a chiamare “vita”. Come urla incazzato Tommaso nel pezzo conclusivo “Merda” (un titolo migliore e così denso di significato non poteva esser trovato), è bene ricordarci che stiamo vivendo tempi in cui l’odore della vita e l’odore della merda si sovrappongono tanto da non poterli più distinguere; tempi in cui, all’orizzonte, non appare alcuna prospettiva al genere umano.

Rabbia, Misantropia e Grindcore da Novara per ricordare a tutti di essere incazzati e marci fino al midollo. E di esprimere liberamente tutto l’odio con il quale nutriamo i nostri miserabili giorni.

 

Evil Cosby – Belzecult (2016)

Ho visto per la prima volta dal vivo gli Evil Cosby il 26 febbraio scorso durante un concerto al Laboratorio Anarchico “La Zona” di Bergamo insieme ad altra gentaglia rumorosa della scena punk-hardcore italiana come Negot, Cerimonia Secreta (recensiti pochi giorni fa) e L.UL.U. E’ stato amore a prima vista, o meglio a primo ascolto. Oggi recensirò il loro primo album “Belzecult”, a cui a fatto seguito pochi mesi fa “Ridursi al Niente”, seconda fatica del duo malvagio che sicuramente tratterò a breve.

Gli Evil Cosby sono un duo, ma ascoltando i 10 pezzi che compongono il breve ma intenso “Belzecultu” (appena 9 min e 52 secondi) non si direbbe che a fare tutto ‘sto rumore siano solamente in due. E che cosa suona questo rumoroso duo? Un mix di hardcore, sludge e rallentamenti doom che fa della pesantezza e del senso di angoscia le linee guida dell’intero album. Il tutto suonato “semplicemente” da una batteria chiassosa e sporca sepolta sotto un muro di suono claustrofobico e oscuro costruito dal basso distorto della cantante Federica. Il suono dei nostri è fangoso, sulfureo e marcio (in pieno stile Sludge di gruppi come gli Eyehategod o i Grief) capace di creare un’atmosfera disturbata e disturbante, sensazioni perfettamente trasmesse dalle urla dilanianti e gutturali di Federica.

L’album si apre con “Chupacabra”, pezzo tirato e dotato di una “melodia” vocale capace di stamparsi subito in testa, tanto che vi ritroverete immediatamente a cantarlo dopo pochi ascolti. Si prosegue poi con la titletrack, altro pezzo veloce, fangoso e incazzato che distrugge tutto al suo passaggio. Il resto dei brani prosegue su questa falsa riga, sempre in bilico tra la pesantezza/lentezza asfissiante dello sludge e la rabbia diretta e veloce dell’hardcore, due generi che all’interno della proposta degli Evil Cosby riescono a trovare un buon connubio senza trasmettere mai quella sensazione di essere due entità a sè stanti, due anime differenti che convivono alla perfezione nei 10 pezzi che compongono questo primo album del gruppo. Inoltre su tutto l’album sembra aleggiare una sensazione di oscurità costante, a tratti claustrofobica, che sembra non lasciare via d’uscita all’ascoltatore ormai disceso nell’inferno sonoro creato dagli Evil Cosby.

Parafrasando il titolo della penultima traccia di quest’album, gli Evil Cosby possono essere definiti senza troppi problemi (e senza offesa) degli individui marci provenienti da un inferno fatto di rumore, pesantezza e oscurità, che alimentano la loro rabbia negli abissi più tetri della mente prima di sputarcela in faccia con il loro mix distruttivo di hardcore e sludge. Un mix di certo non innovativo ma che funziona alla grande. E che mi piace parecchio.

 

Cast Thy Eyes – We Burnt Into the Cold Eyes of the Sun (2010)

Il primo ricordo che ho dei Cast Thy Eyes e di questo loro secondo album risale al tempo della mia adolescenza da “true metaller”, quando sfogliando le pagine di “Rock Hard” (noto mensile di musica metal) mi imbattei in una loro breve recensione o breve intervista (e chi si ricorda, son passati 7 anni e io sto iniziando ad invecchiare) che mi lasciò immediatamente incuriosito. Poco dopo andai ad ascoltarmi questo “We Burnt Into the Cold Eyes of the Sun” (titolo che non sfigurerebbe affatto su un album dei maestri Neurosis), partendo dal videoclip del brano “Die One Day”, una mazzata di hardcore metallizzato, rabbioso, diretto e accompagnato dalla voce urlata, a tratti più vicina al classico hardcore, altre volte più tendente al growl, del cantante Chris. Con solo una canzone i Cast Thy Eyes avevano catturato la mia attenzione, avevano colpito nel segno grazie alla loro carica genuina e spontanea. Ma, come al solito, cerchiamo di proseguire con ordine nel caos.

I Cast Thy Eyes erano un gruppo salentino ormai (purtroppo) scioltosi, che suonava un hardcore fortemente ibridato con il metal e con qualche sonorità riconducibile ad un certo tipo di post-hardcore. Per fare dei nomi il sound dei nostri può riportare alla mente gruppi del calibro di Converge, Breach o Integrity, ma anche Earth Crisis in alcuni frangenti. Un concentrato di metal-hardcore pesante, diretto, rabbioso che non lascia vie d’uscita o momenti per riprendere fiato durante gli 11 pezzi che compongono questo “We Burnt Into the Cold Eyes of the Sun”. L’unico intermezzo, completamente strumentale, che da una parvenza di quiete in mezzo al vortice rumoroso e distruttivo dell’hardcore suonato dai nostri è l’inaspettata titletrack, pezzo che, sopratutto a causa dell’atmosfera tribale costruita dalla batteria suonata magistralmente da Giuseppe, rimanda ai suoni apocalittici dei Neurosis dell’album “A Sun that Never Sets” (così come l’artwork di copertina claustrofobico e dai toni catastrofici in perfetto stile Neurosis).

“We Burnt Into…” è un album distruttivo che non scende a compromessi, che non cede mai troppo alla melodia facile o all’estrema pulizia del suono, ma che privilegia la creazione di una atmosfera apocalittica e incazzata grazie ad un sound hardcore spacca ossa. Ennesima nota di merito il fatto che l’album sia totalmente autoprodotto dai Cast Thy Eyes in perfetta attitudine do it yourself, sottolineando ancora una volta la vocazione hardcore dei quattro salentini.

Vi piace l’hardcore più caotico e imbastardito con il metal? Vi siete iniettati endovena la musica dei gruppi sopracitati? Non riuscite a curare gli squarci nella mente creati dalle atmosfere apocalittiche e tribali costruite dai Neurosis? Recuperate questo piccolo capolavoro e ascoltatelo allo sfinimento.

Oltraggio – Distruggere per Costruire (1999)

Metto le mani avanti, in questa recensione parlerò degli Oltraggio (gruppo credo sconosciuto ai più anche a causa della loro brevissima esistenza) manifestando tutto il mio amore verso di loro, essendo stati uno dei primi gruppi hardcore punk italiani che ho conosciuto e che ha accompagnato la mia adolescenza. Se ho approfondito la scena musicale hardcore italiana degli anni 80-90 tanto da interiorizzarla e rimanerne pesantemente “addicted”, un grazie devo dirlo anche agli Oltraggio, scoperti per puro caso su Youtube in un pomeriggio di completa noia adolescenziale passato tra un ascolto dei Maiden (compagni fedele dell’epoca metallara) e uno dei Ramones. Pensate voi quale possa esser stato l’impatto di un ragazzino abituato a “Fear of the Dark” e “Blitzkrieg Bop”, quando ha ascoltato per la prima volta un sound fortemente hardcore ed incazzato.

Ma chi sono questi Oltraggio che fin dalla copertina del loro demo “Distruggere per Costruire” sottolineano la loro influenza, a livello ideologico e lirico, anarchica? E sopratutto, cosa suonano? Immaginatevi il perfetto mix tra l’Oi-core rabbioso dei Nabat, l’hardcore unico dei Plakkaggio e l’influenza del punk più Old School di gruppi come i Bloody Riot e avrete dinanzi ai vostri occhi gli Oltraggio e dentro le vostre orecchie il sound del loro primo demo (unica fatica del gruppo romano) “Distruggere per Costruire”, autoprodotto e pubblicato in perfetto stile DIY nel lontano 1999. Il demo in questione si compone di 5 pezzi che vanno a toccare le tematiche classiche dell’hardcore/oi-core punk italiano, ovvero l’invettiva contro la religione cattolica e la chiesa (Maledetto Giubileo), l’antimilitarismo cantato in dissacrante romanesco di “Te Ce Vo’ Na Guerra” (un esperimento di stornello Oi-core? Può esse’…) e altri argomenti classici del genere come si può ascoltare nella conclusiva “Terrore e Violenza”.

Probabilmente il pezzo migliore, più complesso e originale, capace di stamparsi immediatamente nella mente dell’ascoltatore, è senza ombra di dubbio la titletrack, un vero e proprio inno anarchico che si apre con una indimenticabile intro melodica davvero poco punk e anzi maggiormente riconducibile ad alcune cose fatte dai Metallica (ahia) in quel “capolavoro” commerciale che è il Black Album; oppure accostabile all’introduzione di “Granito” dei Plakkaggio, ben più simili agli Oltraggio nel sound. Tralasciando il riferimento ai Metallica (a ridaje…) che con le sonorità Oi-Hardcore punk dei nostri hanno ben poco a che fare, ma tenendo ben fisso in mente il paragone con i Plakkaggio, il resto della canzone è un crescendo di emozioni perfettamente sintetizzate dal rabbioso e riottoso testo che culmina nel ritornello: “Con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re/ dalle macerie della rivolta vedremo sorgere un nuovo sole”, verso ripreso direttamente da una vecchia canzone della tradizione anarchica italiana. A differenza di gruppi come Crass, Conflict o Flux o Pink Indians, l’essere riconducibile alla scena anarcho punk degli Oltraggio si riscontra maggiormente nelle liriche e nell’attitudine, piuttosto che in un preciso sound di chiara scuola britannica.

Un demo e un gruppo da riscoprire assolutamente per tutti gli amanti delle sonorità Oi/Hardcore di gruppi come i Plakkaggio o per le cose più rumorose suonate dai Nabat, soprattutto per la qualità della registrazione dei 5 pezzi, per le emozioni trasmesse dalla voce graffiante e rauca del cantante, per i testi militanti e incazzati e per la bellezza delle melodie e dei riff suonati dagli Oltraggio. Unico rimpianto il fatto che abbiano avuto vita breve; una vita breve che ha saputo però regalarci questa piccola perla dell’underground hardcore romano nascosta sotto metri e metri di polvere.

Brigade Bardot – Avviso ai Civilizzati (2016)

Agitati e bardati, i Brigade Bardot non sono un vero e proprio gruppo (se pensiamo all’accezione classica del termine “gruppo), diciamo più un’idea, un progetto sperimentale e militante che autodefinisce la propria musica “agit-disco punk”. I Brigade Bardot rappresentano l’idea musicale di tre entità misteriose, solite esibirsi coprendosi il volto con dei passamontagna, della scena punk underground milanese. I Brigade Bardot però non suonano propriamente punk, bensì musica elettronica; un certo tipo di elettronica, quella più sperimentale, noise, sintetica, ma che trasuda attitudine punk militante da tutte le parti.

Quando si pensa alla musica militante, antagonista o semplicemente “politicizzata” a tutti noi viene in mente un certo tipo di punk, mentre l’elettronica viene sempre, o quasi, lasciata in disparte. I Brigade Bardot sono riusciti però a stravolgere le regole del gioco. Partendo da una forte influenza, sopratutto a livello lirico e concettuale, nonché estetico e di attitudine, anarcho punk (influenza testimoniata perfettamente dalla cover di “Ugh! Your Ugly Houses” dei Chumbawamba) e post-punk, questi tre individui bardati si muovono su territori musicali di chiara ispirazione elettronica, dance ed industrial, non disdegnando, ma anzi, pescando a piene mani da tutto ciò che proviene da quell’universo composto da sonorità new/cold wave e synth-punk. Riprendendo le parole del maggior compositore (Gringo) di questo strana entità estrapolate da un intervista rilasciata dai Brigade Bardot a Sarta e Stiopa (rispettivamente chitarrista e bassista dei Kalashnikov Collective) durante la trasmissione “La Casa del Disastro”, “quando noi abbiamo iniziato volevamo fare gli Atari Teenage Riot…” e quest’ultima influenza appare infatti chiarissima nelle sonorità dei nostri, a partire dal primo ascolto. Sono loro stessi a sintetizzare alla perfezione il loro sound quando si definiscono “agit-disco punk”: musica elettronica più o meno sperimentale, qualche spruzzata di synth-post punk e un attitudine agitata e militante che emerge, con tutta la sua carica dirompente, nei testi sempre in bilico tra l’invettiva, la poesia e la sovversione del quotidiano vivere.

Perchè si, a parer mio, sono proprio i testi il pezzo forte dei Brigade Bardot; sono i testi la componente chiave della loro musica, dei testi inaspettati se si pensa che vengono recitati su delle basi elettroniche al limite del dance-punk. Testi che spaziano dall’invettiva più dissacrante (e forse addirittura blasfema per le orecchie delicate di alcuni…) di pezzi come “Boko Haram”, una sorta di attacco feroce al terrorismo mass-mediatico propagato dalle televisioni e dai politici, che mi riporta alla memoria ciò che cantava il grande Faber ne “Il Bombarolo” (“qui chi non terrorizza si ammala di terrore”), alla poetica romantica, ermetica e a tratti malinconia di “1984, O l’Illusione di Stare Insieme”, una vera e propria “ballata sintetica”, fino ad arrivare (o per meglio dire “partire”, visto che si tratta del secondo brano dell’album) al racconto impregnato di amore militante e rivoluzionario dell’esistenza della brigatista Margherita Cagol nel brano intitolato con il soprannome di quest’ultima, “Mara”. Tra gli altri pezzi di “Avviso ai Civilizzati”, secondo album dei Brigade Bardot rilasciato nel 2016 dopo il precedente “Prima Risoluzione Strategica” del 2015, spicca l’intro “Secondo Comunicato”, il vero e proprio manifesto lirico e musicale della brigata bardata, ossia un tripudio di sonorità elettroniche, di attitudine militante e di campionamenti di discorsi politici decontestualizzati, che si scaglia contro il mondo moderno, la sua desolazione quotidiana e l’alienante quieto vivere della metropoli pacificata e dormiente. Un manifesto di intenti antagonisti e rivoluzionari che culmina con una promessa, o una minaccia per molti: “vedrete sfilare nella parata la brigata bardata”. Un pezzo invece come “You Drive Me Crazy” nel suo incedere elettronico e martellante esplode sottolineando la profonda essenza insurrezionale che può rappresentare l’atto d’amore sovversivo. Su tutto l’album però aleggia costante una sensazione di malinconia che si sposa alla perfezione (sempre a mio parere) tanto con i suoni elettronici vecchia scuola (anni 80-90 principalmente) quanto con l’attitudine militante dei Brigade Bardot.

I Brigade Bardot sono un gruppo punk. Nonostante non siano un gruppo (in senso stretto) e non suonino punk. Sono delle entità agitate e bardate che utilizzano l’escamotage della musica elettronica per decantare i loro manifesti rivoluzionari, per propagandare la loro invettiva antagonista, per sfogare le loro pulsioni artistiche e poetiche, per sferrare colpi mortali all’assopita società moderna auto-condannatasi a morte nel suo apparente quieto vivere. “Have a good time” (si apre così la prima traccia, “Secondo Comunicato”) con questa sperimentazione sonora che prende le sembianze di una sovversione musicale attraversata da versi malinconici ed agitati di rivoluzione e di amore.

Tutto questo (e molto altro) è l’ “Avviso ai Civilizzati” che i Brigade Bardot hanno confezionato per le orecchie di tutti noi, per ricordarci di essere ogni giorno sovversivi, agitati e, sopratutto, bardati.