Kronstadt – Polykat světlo (2020)

18 marzo 1921… Morte a Trotsky, morte a Lenin. Kronstadt vive!

Iniziamo questa “recensione” ammettendo fin da subito quanto io sia affezionato e legato ai Kronstadt, amore che provo nei loro confronti da quando ho avuto la fortuna di conoscerli dal vivo in occasione del primo concerto organizzato da Semirutarum Urbium Cadavera (collettivo RABM di cui faccio orgogliosamente parte) ormai quasi un anno fa nella splendida cornice del FOA Boccaccio di Monza. Concerto nel quale, è superfluo sottolinearlo, il gruppo ceco spaccò tutto con il loro devastante black metal imbastardito da ingenti dosi di hardcore punk (o viceversa) e dalla natura profondamente anarchica e antifascista, oltre che a dimostrarsi delle persone e dei compagni assolutamente squisiti. Il mio amore e la mia stima per i Kronstadt sono dunque iniziati la sera del 19 ottobre e da quel momento non ho aspettato altro che poter ascoltare un loro nuovo lavoro. Ecco, oggi posso finalmente parlarvi di Polykat Světlo (letteralmente Ingoia la luce), ultima fatica in studio rilasciata a inizio settembre.

Quattro tracce in cui viene condensato perfettamente il sound dei Kronstadt, una ricetta devastante che sintetizza al meglio le pulsioni più hardcore punk e le tensioni black metal che convivono nell’anima dei nostri, riuscendo così a dar libero sfogo ad un ibrido furioso che loro stessi definiscono come black-violence. Un sound robusto, rabbioso e soprattutto senza pietà, che tira dritto per la propria strada rimanendo sempre fedele a se stesso e carico di una tensione insurrezionale che rispecchia fedelmente i fatti che danno il nome stesso al gruppo ceco, ovvero la rivolta di Kronstadt, rivolta anarchica e libertaria, avvenuta a distanza di pochi anni dalla rivoluzione d’Ottobre, in opposizione all’autoritarismo bolscevico di Lenin e Trotsky, al grido di “morte ai borghesi” e “tutto il potere ai soviet”. E questa pulsione anarchica e rivoltosa attraversa in maniera tumultuosa tutte e quattro le tracce in cui imbattiamo durante l’ascolto di Polykat Světlo.

Karpaty” è assolutamente la traccia che svetta su tutte le altre, o quanto meno è quella che ho preferito. Un esempio perfetto dell’ibrido tra black metal e hardcore punk di marchio Kronstadt, un brano strutturato su una furiosa tempesta di blast beats, un tremolo picking dal sapore fortemente old school e delle vocals sofferte ma rabbiose che lasciano trasparire tutta l’attitudine hardcore e punk che anima il gruppo ceco. È una traccia intensa e violenta, che si mostra apparentemente implacabile e senza punti deboli per tutta la sua durata. Nel complesso tutte e quattro le tracce danno l’impressione di estrema solidità soprattutto nella loro capacità di investirci come fossero una tempesta impetuosa nella quale risuonano lamenti infernali e lancinanti che preannunciano un’eterna dannazione.

Inoltre i Kronstadt scelgono senza nascondersi il lato della barricata dove posizionarsi, il lato della barricata in cui l’antifascismo all’interno della scena black metal diviene pratica e lotta per cercare di arginare e combattere le derive NSBM, razziste e omo-transfobiche che infestano i territori del metallo nero. Una presa di posizione netta e forte, perchè quello che anima la musica dei Kronstadt è una sincera e viscerale tensione anarchica all’insurrezione e alla lotta contro ogni forma di autoritarismo e discriminazione, contro ogni fascismo e contro ogni oppressione, affinchè possano innalzarsi al vento bandiere rosse e nere tra le fiamme della nostra gioia armata, mentre il black metal fa da colonna sonora ai giorni della rivolta contro lo Stato e il capitale. E tornerà il dì in cui innalzeremo di nuovo le barricate! Lunga vita ai ribelli e alle ribelle di Kronstadt, lunga vita ai Kronstadt!

Haggus/Golem of Gore – Split (2020)

Mincecore uber alles, goregrind ist krieg! Pochi fronzoli, partiamo col botto e cerchiamo di non perdere troppo tempo: siamo al cospetto di uno split devastante tra i maestri del mincecore Haggus e gli italiani Golem of Gore autori di un gore-grindcore assolutamente brutale. Venti minuti, cinque tracce sul lato che ospita la band di Oakland e nove invece per i Golem of Gore, una vera e propria scarica di mazzate che arriva dritta nello stomaco senza pietà, un’annichilente lezione di terrorismo musicale che sbriciola il cervello, una lezione di violenza che non lascia scampo e da cui è difficile uscire indenni!

Gli Haggus sono una garanzia da anni all’interno del panorama grindcore/mincecore internazionale e anche su questo split si rendono protagonisti di una prova impeccabile, di brutale violenza e di assoluto impatto, con la loro personale visione del mincecore che, pur avvicinandosi a quanto fatto da altri due mostri sacri del calibro di Archagathus e Agathocles, riesce ad avere sempre una sua propria identità e a trovare spesso soluzioni creative quanto personali che mantengono alto l’attenzione di chi ascolta. Cinque tracce che dimostrano l’impossibilità di placare la fame di estremismo e violenza che scorre nelle vene degli Haggus e che si presenta ancora una volta orientata unicamente a destabilizzarci, lasciandoci inermi e senza più energie una volta giunti al termine dell’ultima traccia Crypt Raid. Come sempre assurdi e implacabili.

I Golem of Gore riescono invece nel complicato compito di farmi apprezzare quel sottogenere del grindcore che trova la sua incarnazione nel gore-grind e questa non è assolutamente una cosa da sottovalutare. Non sono un’amante di tale filone, soprattutto per una questione di tematiche e immaginario, continuando a preferire quando il grind si concentra su tematiche politiche e sociali. Detto questo, il lato dello split occupato in modo imponente dai Golem of Gore, mi è risultato estremamente godibile fin dal primo ascolto al punto da essermelo riascoltato più volte. Il muro del suono annichilente e opprimente presentato dal duo (che mi ricorda per certi versi i Last Days of Humanity) sa come e dove colpire con tutta la sua furia brutale e il suo estremismo sonoro che non lasciano scampo a niente e nessuno. Nove tracce che hanno le sembianze di una tortura al nostro apparato uditivo, accompagnate dalle classiche tematiche del genere che, grazie soprattutto alle brutali vocals ad opera di Ricky (già nei più noti Grumo), enfatizzano l’atmosfera generale di orrore, putrefazione e impotenza che ci avvolge e ci divora in maniera famelica. Come direbbero loro: only gore is real!

In fin dei conti questo è uno split che rappresenta al meglio tutte le sfumature della violenza sonora e del terrorismo musicale, oltre ad incarnare, in modo perfetto quanto assolutamente inquietante, una sincera lezione di estremismo primitivo e annichilente per chiunque ci si imbatta, una reale e sincera lezione di violenza senza alcuna possibilità di salvezza. Haggus e Golem of Gore banchettano con i nostri corpi, mentre l’odore di morte e putrefazione si fa sempre più intenso. Make mincecore/goregrind great again!

A Blaze in the Northern Sky #05

Quinto appuntamento con la rubrica più amata dagli/dalle amic* di compagn* satana, della rivoluzione sociale e della lotta di classe e più odiata dai seguaci degli Absurd, dalla restante feccia NSBM e dagli ambigui simpatizzanti e collaboratori dei nazi all’interno della scena black metal! Ancora una volta si parlerà di alcune delle più interessanti uscite recenti in ambito black metal di band accomunate da un solo criterio: prendere le distanze dalla merda NSBM, razzista e omo-transfobica/sessista che impesta la scena del metallo nero. Oggi parleremo infatti dei nuovi dischi dei tedeschi Toadeater, dei finlandesi Havukruunu (vecchie conoscenze di A Blaze in the Northern Sky) e del progetto greco Mystras, tutte band e individualità che in modalità diverse hanno scelto in modo netto e sincero il lato della barricata ove posizionarsi, il lato della barricata in cui non si lasciano spazio di agibilità ai fascisti, i quali si combattono con ogni mezzo necessario. O anche solamente il lato della barricata in cui non si hanno rapporti e non si collabora con i nazi all’interno della scena del metallo nero, che per una sottocultura come quella del metal estremo è già qualcosa. Alcune band e individualità di cui vi parlerò sono inoltre mosse da sincere tensioni di rivolta contro ogni forma di oppressione e discriminazione e vedono anche nel black metal un mezzo per opporsi e lottare contro le derive nazi-fasciste, razziste e autoritarie, o contro la sempre più pesante oppressione dell’esistente capitalista sulle nostre vite.  Quindi non perdiamo altro tempo e addentriamoci in questo viaggio oscuro e infernale in compagnia di tre dei migliori dischi black metal del 2020!

We are a blaze in the northern sky, the next thousand years are ours! Ancora una volta per il black metal, per l’insurrezione!

Toadeater – Bit to Ewigen Daogen (2020)

𝔄𝔥𝔢𝔞𝔡 𝔬𝔣 𝔲𝔰 –
𝔳𝔢𝔫𝔤𝔢𝔣𝔲𝔩 𝔴𝔯𝔞𝔱𝔥
𝔍𝔲𝔰𝔱 𝔱𝔥𝔢 𝔟𝔢𝔤𝔦𝔫𝔫𝔦𝔫𝔤 𝔬𝔣 𝔬𝔲𝔯 𝔪𝔦𝔰𝔢𝔯𝔞𝔟𝔩𝔢 𝔭𝔞𝔱𝔥

Partiti nel luglio del 2018 con un demo caratterizzato da sonorità definibili come “blackened hardcore”, oggi i tedeschi Toadeater hanno cambiato quasi completamente le proprie sembianze, evolvendosi ed evolvendo la propria proposta in un post-black metal attraversato da pulsioni riottose, capace di alternarsi tra momenti atmosferici, interessanti trame melodiche e devastanti quanto sofferte sfuriate di puro metallo nero. Un’evoluzione interessante e che con questo nuovissimo Bit to Ewigen Daogen mostra una band giunta ad un livello di maturita e qualità compositiva estremamente sopra la media, oltre a presentarci una proposta quanto più personale possibile e assolutamente di impatto che difficilmente passa senza colpire nel segno. L’attitudine hardcore riaffiora qua e la in alcuni passaggi, nonostante le sonorità del gruppo ormai abbiano virato totalmente verso lidi e territori esclusivamente black metal, con un tripudio di tremolo picking, blast beats e un’interessante varietà nell’interpretazione vocale che spazia dal classico screaming sofferto e annichilente, a parti cantate e pulite dai toni epici che mi hanno ricordato addirittura i Summoning. L’atmosfera generale costruita dalle cinque tracce oscilla sempre tra momenti in cui tuonanti tempeste e selvaggi assalti black metal ci inghiottono senza pietà e passaggi dalle tinte atmosferiche che disegnano labili istanti di quiete, mentre le sensazioni che ci logorano dall’interno nel corso dell’ascolto di Bit to Ewigen Daogen, si alternano tra una lancinante sofferenza, un malessere esistenziale che sembra non trovare sfogo e una viscerale tensione anarchica alla rivolta contro questo mondo di oppressione e sfruttamento. I Toadeater si dimostrano estremamente bravi a modellare il proprio sound e a costruire le atmosfere giuste al fine sorreggere le tematiche affrontate nelle liriche, dalla critica al progresso capitalista volto unicamente al profitto e dunque all’alienazione delle nostre esistenze (Conquering the Throne), fino a giungere alla presa di coscienza della devastazione ambientale e della distruzione dell’ecosistema sempre in nome del profitto (Crows and Sparrows). Un disco di post-black metal in cui c’è davvero tutto e niente suona fuori posto, in cui ogni elemento trova la sua perfetta dimensione: atmosfere, epicità, furia cieca e selvaggia, assalti all’arma bianca, sofferenza e rabbia si alternano e si intrecciano costantemente, dando vita ad un disco di black metal intenso e devastante come non se ne vedeva da un pezzo. Sicuramente Bit to Ewigen Daogen rappresenta una delle migliori uscite di questo 2020 e i Toadeater dimostrano definitivamente di essere una delle realtà più interessanti e convincenti di tutta la scena black metal europea. Abbiamo raggiunto il punto di non ritorno… è ora di vedere questo mondo bruciare!

 

Havukruunu – Uinuos Syömein Sota (2020)

“La luce del fuoco si sta spegnendo. I volti attorno al fuoco sono ombre”

Gli Havukruunu appaiono sotto le sembianze di una tempesta di black metal pagano pronto ad inghiottire il giorno in un’oscurità eterna, una notte senza fine dominata da forze ancestrali, entità pagane e creature selvagge che danzano tra le sacre fiamme del metallo nero. 

Mente la notte impenetrabile cala sulla foresta innevata, mentre il fuoco si sta lentamente consumando rendendo labile il confine tra il mondo reale degli uomini e quello delle ombre, i finlandesi Havukruunu irrompono furiosamente e solennemente con Uinuos Syömein Sota, un nuovo intensissimo lavoro di heavy/black metal attraversato da tensioni pagane e atmosfere epiche. La proposta degli Havukruunu è attraversata costantemente da una carica rituale unica, enfatizzata soprattutto dalle atmosfere epiche ed oscure che aleggiano sopra ogni brano, quasi a voler evocare tempi ancestrali e forze naturali primitive, tempi passati dominati da divinità della natura di cui ormai si son dimenticati i nomi. La musica degli Havukruunu è ancora una volta ispirata e attraversata in profondità da un paganesimo di tradizione finnica, un paganesimo che da tempi ancestrali si è trovato a confrontarsi costantemente con una natura selvaggia ed estrema, tanto ostile quanto intrigante, e abitato da primordiali forze oscure. Il black metal pagano suonato dagli Havukruunu rappresenta ancora una volta la sintesi perfetta dei Bathory più epici, dei Primordial più oscuri e battaglieri e dei Moonsorrow più pagani, dunque l’ascolto di questo Uinuos Syömein Sota ci fa immergere in atmosfere oscure, in grado di evocare tanto paesaggi dominati da una natura selvaggia brulicante di forze primordiali quanto scenari guerreschi di tempi ancestrali. Al contrario delle sensazione trasmesse dalla musica, le liriche degli Havukruunu si concentrano invece su tensioni interiori e preoccupazioni esistenziali. Quarantasei minuti suddivisi per otto brani che ci inghiottono nella loro atmosfera epica, oscura e pagana e ci fanno facilmente infatuare di questa ultima fatica in studio dei finlandesi. A mani basse, siamo al cospetto di uno dei migliori album black metal del 2020. Uinuos Syömein Sota è un disco sinceramente dedicato ai venti che soffiano nell’estremo nord del cuore di ogni individuo!

Mystras – Castles Conquered and Reclaimed (2020)

Mystras è il nome del nuovo progetto solista di quella mente geniale che è Ayloss (già noto per l’attività negli splendidi e ben più noti Spectral Lore) e con questo esordio intitolato Castles Conquered and Reclaimed ci propone un black metal di ispirazione medievale, attraversato da una profonda tensione insurrezionale che si infrange dirompente contro ogni gerarchia e autorità. La colonna sonora perfetta dunque per accompagnare l’assalto della plebe armata ai castelli e ai palazzi dei signori, nove inni di rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione, cinque agguati di black metal furioso e primordiale stemperati e inframezzati da quattro momenti strumentali in cui dominano le atmosfere e le melodie folk medievali.   Musicalmente Castles Conquered and Reclaimed si avvicina in maniera estremamente convincente a quel capolavoro che fu Dark Medieval Times dei Satyricon, con melodie e atmosfere folk di profonda tradizione medievale ad accompagnare e attraversare l’intera proposta di Mystras, una proposta che si erige magistralmente sulle coordinate di un black metal tempestoso e gelido di classica tradizione norvegese. Anche la registrazione stessa del disco ha un forte sapore di “trve norwegian black metal“, soprattutto per il fatto di essere infarcita di riverberi e per la sua natura profondamente lo-fi, spesso dando l’impressione di essere volutamente caotica e imperfetta nei suoni quando gli assalti black divampano in tutta la loro efferatezza e malignità. Inoltre molte delle melodie folk, ottimamente interpretate dal violino e dal flauto, che stemperano le sfuriate black metal sono prese direttamente dalla tradizione musicale medievale europea come nella traccia “Ai Vist lo Lop“. A livello di tematiche generali affrontate nel corso del disco, Ayloss sostiene di voler andar controcorrente rispetto alla narrazione storica incentrata sulle gesta e le figure dei re, dei cavalierie e dei signori, ponedo invece l’attenzione sul coraggio e il valore delle masse contadine e della plebe sfruttata che sempre sono insorte in nome della libertà, spesso pagando con la propria vita. Infine l’artwork di copertina, nella sua totale approssimazione, riesce comunque a risultare affascinante, nonchè a trasmettere un sapore fortemente diy e old school. All’assalto dei castelli dei signori e del loro mondo fatto di oppressione e sfruttamento, affinchè non ne rimangano nemmeno le macerie, mentre gli sfruttati danzeranno festosi nella notte tra le fiamme della gioia e al ritmo del medieval black metal suonato dal menestrello infernale Mystras. 

Drömspell – Barbarie Futura (2020)

Sul terreno martoriato resti umani putrefatti, un destino che ti sei rifiutato di vedere. Crepa soffrendo!

Finalmente possiamo mettere sul piatto questo Barbarie Futura, prima attesissima fatica in studio dei romani Drömspell e lasciarci inghiottire dalla devastante e spietata tempesta di d-beat/crust-hardcore punk (principalmente di scuola svedese) che si abbatte su di noi senza alcuna pietà e con una furia distruttrice implacabile, interessata solamente a lasciare macerie e rovine al suo passaggio. Quando, e se, usciremo da questa tempesta, non ci resterà che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo in compagnia dei Drömspell o abbandonare ogni speranza e soccombere a questi tempi bui?

Se volessimo essere estremamente sintetici sul contenuto di Barbarie Futura e sul sound proposto dai Drömspell, potremmo semplicemente prendere in prestito le parole della sesta traccia del disco intitolata Caos Suburbano: la nuova minaccia fuori controllo, sorda potenza del caos suburbano! Se invece volessimo approfondire il tutto, eccoci allora a dover riconoscere negli Anti-Cimex e nei Discharge le principali influenze che attraversano la proposta dei Drömspell. Ma non finisce qui, nel corso delle dieci tracce affiorano qua e là anche sonorità che riportano alla mente i primi GBH, il tutto accompagnato da quella vena profondamente rock’n’roll e stradaiola degna dei migliori Motorhead. Inoltre le dieci schegge impazzite di d-beat/hardcore che compongono Barbarie Futura ricordano in moltissimi passaggi la scuola kangpunk svedese di Avskum, Driller Killer e Mob 47, tanto per atmosfera generale quanto per sonorità. Per finire, impossibile non notare l’influenza dei seminali Wretched evidenziata prepotentemente non solo nello stile di scrittura dei testi (che ricorda più in generale tutta la tradizione hc italiana degli anni ’80), ma anche e soprattutto nell’attitudine bellicosa e nella furia selvaggia che attraversano l’intero disco e che non ci lasciano momenti per riprendere fiato. E’ estremamente difficile scegliere questa o quell’altra traccia da approfondire nello specifico, perchè si tratta di un disco da ascoltare dall’inizio alla fine e che non mostra il minimo segno di cedimento. Sicuramente brani come la titletrack (che continua a ricordami molto i Wretched soprattutto nel testo e questo è un assoluto pregio dei Drömspell), Caos Suburbano, Strazio della Speranza e Fantasma in Catene incarnano quasi perfettamente il vero spirito e il sincero sound d-beat/hardcore vecchia scuola! Non voglio nascondermi e dunque, dopo la terza volta di fila che mi ritrovo ad appoggiare la puntina sul lato A di questo Barbarie Futura, posso ammettere senza alcun problema che i Drömspell han tirato fuori il miglior lavoro d-beat/hardcore in cui la scena punk italiana si sia imbattuta negli ultimi anni!

Drömspell, i venti del caos continuano a soffiare furiosi su Roma e su tutta Italia! E dunque, prima di morire sulle barricate o all’assalto di questo mondo, l’unica questione che si fa strada nelle nostre teste è la seguente, parafrasando Rosa Luxembourg: Drömspell o barbarie!

Schegge Impazzite di Rumore #11

Assurdo e incredibile come Schegge Impazzite di Rumore sia diventata la rubrica più longeva e costante presente su questo blog. Pensare che il primo appuntamento è datato addirittura 2018 mi lascia incredulo e sconcertato… incredibile. Una rubrica da sempre dedicata alle più recenti (ma non solo) uscite in ambito punk/hardcore, metal estremo e in generale da panorama DIY e underground, un format in parte diverso dal solito per parlarvi di dischi e gruppi che ritengo meritino attenzione e ascolti da parte di voi sfortunati lettori di Disastro Sonoro. Schegge Impazzite di Rumore oggi raggiunge addirittura la sua undicesima puntata, puntata nella quale vi parlerò delle ultime uscite in casa Odio al Serio e Scalpo, così come scriverò due righe su un ep che per troppo tempo ho dimenticato nel cassetto delle “recensioni”, ovvero l’omonimo primo lavoro dei Fuoco pubblicato ormai due anni fa. Saranno tre lavori che, seppur per certi versi differenti tra loro, rappresentano molto bene il concetto di schegge di rumore e che tengono vivo, con rabbia, coscienza, passione e sincerità, l’hardcore punk in tutte le sue sfaccettature. Come al solito ho parlato troppo per introdurvi alle righe che seguiranno, dunque mi taccio e vi auguro una buona lettura. Perchè avremo anche scelto la sconfitta, la vittoria della sconfitta, ma a quanto pare lo spirito continua!

Odio al Serio
Fuoco – Fuoco (2018)

Probabilmente fin dalla copertina qualcuno potrà pensare si tratti di chissà quale demo mai pubblicata di qualche sconosciuto gruppo hardcore italiano degli anni ’80 avvolto nel mistero e nella polvere accumulata dagli anni che passano senza lasciare scampo. Probabilmente ascoltando la prima traccia di questo lavoro le impressioni iniziali sembrerebbero trovare conferma, visto che ci troviamo dinanzi a cinque tracce di punk-hardcore all’italiana in stile Declino, Impact, Upset Noise e gruppi meno conosciuti come i Kobra di casa Virus. E invece no, questi Fuoco sono un gruppo romano di recente formazione che ha un unico obiettivo: tornare a suonare l’hc come si faceva negli anni ’80, senza troppe pretese, con messaggi e testi diretti e impregnati di rabbia. Quattro tracce su questo Ep tra cui troviamo un feat. addirittura con i Raw Power, come a voler sottolineare ancora più evidentemente un intimo e viscerale legame con l’hardcore punk italiano che fu. Fuoco non è nient’altro che un Ep di semplice hardcore punk vecchia scuola, sincero e appassionato, che non inventa nulla ma che si lascia ascoltare senza troppe pretese. Che il fuoco bruci mentre corriamo nel sangue dei nostri nemici!

Scalpo – E’ la Lotta l’Avvenire (2020)

Voglio lo scalpo di chi ha tradito, prima eri un fratello, ora solo un nemico. Laverò i miei anfibi nel rosso del tuo sangue, in questa nazione che daremo alle fiamme!

Come ben saprete non sono affatto un grande amante dell’Oi! o dello street punk in tutte le sue sfumature per una serie di svariate ragioni che non affronterò certamente ora. Fatta questa doverosa )o forse futile) premessa, negli ultimi anni c’è stato un unico gruppo capace di farmi apprezzare certe sonorità vicine all’Oi! e questo gruppo risponde al nome di Iena, al punto da averli anche recensiti in uno dei primi appuntamenti di Schegge Impazzite di Rumore. Da oggi però gli Iena non saranno più soli in questa difficile impresa di farmi apprezzare l’Oi! e questo grazie a E’ la Lotta l’Avvenire, ultimo Ep firmato dagli Scalpo. Quattro tracce della durata molto breve che si aggira attorno al minuto e mezzo, ma estremamente intense, bellicose, anthemiche e dirette come nella miglior tradizione del genere. Il sound che propongono gli Scalpo è chiaramente riconducibile ad una forte matrice Oi! e a gruppi come Nabat o Rixe, ma condendo il tutto con buone dosi di hardcore punk e qualche melodia ed atmosfera di derivazione post-punk(come nell’iniziale Intro/Combatti). Queste plurime influenze rendono la proposta del gruppo di Sondrio assolutamente personale, non ripetitiva e non banale, qualità che in un genere come l’Oi! sono tutt’altro che scontate. Passando alle tematiche, le pulsioni che attraversano le quattro tracce sono perfettamente condensate nel titolo dell’ep, un titolo che manifesta la necessità della lotta politica, l’odio verso fascisti e sbirri e le tensioni di rivolta contro lo Stato e l’esistente capitalista. C’è poco altro da dire, se non consigliarvi vivamente di correre ad ascoltarvi E’ la Lotta l’Avvenire e supportare gli Scalpo. E se ve lo dice un detrattore dell’Oi! e dello street punk come il sottoscritto, cosa cazzo aspettate?

Odio al Serio – A/R (2020)

Quando non c’è più niente da bruciare, non rimane che darsi fuoco!

Il 9 novembre 2019, nelle cantine dello storico El Paso Occupato di Torino, gli Odio al Serio decidono sia giunta finalmente l’ora di registrare un nuovo disco da dare in pasto a tuttx i/le punx affamati di rumoroso e nichilista hardcore punk attraversato da una forte tensione anarchica e di rivolta. Vede cosi la luce questo A/R, disco direttamente autoprodotto e autostampato dagli Odio al Serio, ultimi baluardi del più sincero DIY! Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una copia di suddetto disco in occasione di una taz organizzata in Corvetto a giugno (taz di cui vi ho parlato proprio su queste pagine virtuali) e da quel momento aspettavo solamente di trovare l’occasione e la cornice giusta per parlarvene. Eccoci qui allora, il contesto migliore non poteva che essere l’undicesimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore! A/R è un concentrato di anarcho/hardcore punk nichilista e oscuro, crudo e selvaggio sulla falsa riga di Wretched, Nerorgasmo, Quinto Braccio e degno della migliore tradizione hardcore italiana degli anni ’80, in particolare modo dei primi anni della scuola torinese. Undici tracce dalla breve durata, mai superiore ai due minuti e mezzo (se escludiamo la conclusiva Sbarco), che rappresentano al meglio il concetto di schegge di rumore: brani brevi, concisi e diretti che trasudano tutta la sporcizia degna dell’hardcore punk vecchia scuola e non si fanno alcun problema a vomitarci addosso tutta la rabbia che nutrono gli Odio al Serio nei confronti di questo mondo. Tracce come Fuoco, Maledetta o Vago forniscono un ottimo esempio del sound e delle atmosfere che dominano l’intero A/R. Un’unica presa di coscienza ci accompagna giunti alla fine dell’ascolto di questa ultima fatica degli Odio al Serio: prima o poi il fuoco si spegnerà, nel frattempo bruciamo tutto!

 

 

Drömspell o Barbarie! – Prossimo arrivo in Distro

Oggi 15 ottobre è stato finalmente pubblicato Barbarie Futura, la prima vera e propria fatica in studio per i romani Drömspell, disco che vede la luce grazie alla Timebomb Records in due versioni differenti: vinile nero oppure vinile marmorizzato viola! Nelle prossime settimane potrete inoltre trovare qualche copia di questo incredibile Barbarie Futura anche da Disastro Sonoro, quindi se ne volete una copia scrivete pure direttamente qui o alla pagina facebook. Se in caso contrario volete contattare direttamente Timebomb Records per info e ordini potete scrivere a: [email protected]

Altre distro in cui potrete trovare alcune copie di “Barbarie Futura” dei Drömspell sono invece seguenti:

– HELLNATION Store
– Inferno Store – Roma
– Calimocho DIY
– Ostia Records
– Agipunk

Cosa aspettarsi da Barbarie Futura e dai Drömspell? In breve una tempesta di d-beat/hardcore punk con le radici ben piantate nei padri fondatori Discharge e nella classica scuola svedese di Anti-Cimex, Driller Killer e Mob 47, una tempesta furiosa che non lascia scampo e non mostra alcuna pietà nei confronti di qualsiasi cosa trovi sulla sua strada, lasciando solo cumuli di macerie al loro passaggio. Nessuna alternativa allora,  Drömspell o Barbarie!

Amphist – Eschaton (2020)

Noi non abbiamo paura delle macerie, perchè portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori.

La colonna sonora della fine del nostro tempo, la colonna sonora della fine dell’umanità. Panorami di desolazione e miseria si aprono dinanzi ai nostri occhi spaventati, odori nauseabondi di morte e putrefazione invadono le nostre narici, mentre enormi nubi nere oscurano il cielo facendoci piombare in una notte eterna e angosciante. Ad ogni passo i nostri piedi calpestano macerie della civiltà che ci stiamo lasciando alle spalle, il nostro sguardo scruta incredulo tra le rovine del mondo di ieri… Improvvisamente un impetuoso tuono squarcia il cielo all’orizzonte, il vento porta con se voci sconosciute, il nostro giorno è finalmente arrivato. Noi, i demoni ingovernabili, senza più padroni nè dei a cui inginocchiarci, danzeremo in tondo nella notte, mentre tutto intorno a noi verrà divorato dalle fiamme della rivolta e dalle fiamme della nostra gioia. All’assalto di questo mondo e del cielo, ancora in direzione ostinata e contraria.

Partiamo a parlare di questo Eschaton, nuova devastante fatica in studio che porta la firma degli Amphist e che segue il già interessante Ep Waking Nightmare del 2017, prendendo a prestito le parole del gruppo stesso:

“Eschaton descrive la fine dei tempi che stiamo vivendo: il virtuale che prevale sul reale, la sterilità della prospettiva di un progresso illimitato, l’illusione di un “villaggio globale” che si è realizzata nell’isolamento individuale e nella spersonalizzazione. Ma, come per il XIII Arcano, ogni fine è l’humus di un nuovo inizio: spetta a noi smembrare l’attuale apparato coercitivo politico ed economico per lasciar germogliare una nuova umanità.”

Ci tengo ad evidenziare che Eschaton inoltre vede la luce grazie ad una vera e propria cospirazione do it yourself che vede impegnate tantissime etichette e distro (UP the PUNX Rec., Bologna Punx, Pirate Crew Records, Passione Nera RecordsL’Home Mort, Calimocho DIY, solamente per citarne alcune), sottolineando quanto ancora oggi il punk e l’hardcore in tutte le sue incarnazioni e forme siano ancora legate ad una pratica fondamentale come quella dell’autoproduzione in un’ottica di lotta ad ogni velleità di mercificazione e profitto, così come di contrasto a dinamiche di competizione a favore della collaborazione più sincera!

Addentrandoci più nello specifico tra i meandri di Eschaton, cosa ci troveremo ad ascoltare? Qual è il sound con cui gli Amphist traducono le loro tensioni di distruzione e rivolta? La risposta è estremamente semplice ma altrettanto entusiasmante: crust/d-beat apocalittico e oscuro influenzato tanto dalla scuola statunitense di From Ashes Rise e Alpinist quanto dalla lezione svedese di Wolfpack/Wolfbrigade e Martyrdod, con quel sapore lontanamente blackned e neo-crust che può ricordare, sopratutto a livello di melodie e atmosfere, quanto fatta da alcuni gruppi spagnoli come Ekkaia e Ictus nei primi anni ’10 e qualcosa che vagamente riporta alla mente addirittura certi Tragedy più atmosferici e tetri. Tante buone idee, tanti passaggi e altrettanti momenti che dimostrano la qualità degli Amphist, nonchè la sincera passione chi li anima e li spinge a suonare un ibrido di (neo) crust/d-beat di assoluto impatto e che ha nella costruzione di atmosfere apocalittiche e nelle vocals capaci di trasmettere una profonda sensazione di desolazione, rabbia e sofferenza i suoi punti più alti ed interessanti. Tracce come “What the Thunder Said”, l’iniziale “Cherish the Flame” (che si pone perfettamente a metà strada tra gli Ekkaia e i From Ashes Rise), “Hierogamy” o la stessa titletrack (con dei riff dal sapore vagamente blackened) giusto per citarne alcune, meritano più di un ascolto e sono sicuro vi si stamperanno immediatamente in testa. Se si volesse essere estremamente sintetici, a livello di atmosfere e sensazioni trasmesse, Escathon è la colonna sonora perfetta per l’apocalisse che verrà e per la conseguente fine della civiltà umana così come la conosciamo noi oggi; una civiltà ormai condannatasi a morte, mentre sui margini di questo eterno oblio si muovono, senza paura delle macerie e tantomeno dell’ignoto, alcune individualità capaci di portare un mondo nuovo nei loro cuori. Con tutta la sincerità possibile ed estrema schiettezza, son convinto che ci troviamo dinanzi ad uno dei migliori dischi di crust/d-beat usciti in Italia negli ultimi anni. E allora, per riprendere la citazione con cui ho aperto questa recensione e per darne una degna conclusione, non mi resta che citare il rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti:

Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.

Echoes of Crust: un’Antologia del Crust Britannico 1985-1995 (da Terminal Sound Nuisance)

Terminal Sound Nuisance. Forse così a primo impatto queste tre parole possono non volere dire nulla per la maggior parte di voi, o forse no. Chi alimenta le proprie giornate con dosi ingenti di crust punk invece si sarà sicuramente almeno una volta imbattuto in questa creatura che porta il nome di Terminal Sound Nuisance, ovvero uno dei progetti punk (in senso più lato possibile) più interessanti che si possono incontrare nel magico mondo dell’internet; un progetto polimorfo che si divide tra un blog super interessante e ricco di articoli scritti con estrema e sincera passione, conoscenza e qualità, e un canale youtube impegnato a caricare playlist inedite riguardanti tante incarnazioni differenti del punk e dell’hardcore. E’ proprio grazie all’ascolto di una delle tante playlist (precisamente si tratta di A Crustmas Carol: a Retrospective Look at 90’s Cavecrust Fury) sul crust punk caricata sul canale youtube di Terminal Sound Nuisance che ho scoperto a sua volta il blog, rimanendo immediatamente catturato e facendo estrema fatica a smettere di leggere la mole di articoli che presenta, scritti sempre con estrema qualità.

Negli scorsi giorni è apparso un nuovo articolo accompagnato da una nuova compilation su Terminal Sound Nuisance e, manco a farlo apposta, il tema è probabilmente quello che sta maggiormente a cuore alla mente dietro al blog, ovvero il crust punk in tutte le sue divagazioni, da quelle più legate al d-beat fino a giungere alle sue forme più metalliche, da quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore fino ad arrivare alle incarnazioni più vicine alle pulsioni di certo primitivo anarcho punk. Chi segue Disastro Sonoro sa perfettamente che spesso mi trovo a parlare di crust punk perchè è il sottogenere del punk che sento più mio e che mi ha da sempre catturato per sonorità, estetica, immaginario e tematiche, ma credo non ci sia nessuno migliore di Terminal Sound Nuisance per trattare tale argomento in modo estremamente approfondito e con una profonda conoscenza della materia. Per questo quello che andrete a leggere di seguito non è altro che la traduzione del suo ultimo articolo intitolato “Echoes of Crust: an Anthology of UK Crust 1985-1995, una vera e propria antologia sulla primordiale scena crust punk britannica, un viaggio nei suoi primi dieci anni di esistenza. Buona lettura!

Se proprio volete sapere la verità, ho trascorso l’ultimo mese in un “crust”- monastero segreto che spiega la mia temporanea assenza da questo rispettabile – senza sostenere sia influente – blog. In modo  non differente da Karate Kid, ma con magliette punk di alto livello e una stempiatura tragicamente molto pronunciata , avevo bisogno di una guida sul passo successivo che avrei dovuto compiere nella mia peronale ricerca sul significato della vita, e con “vita” intendo “crust”, ancora una volta. Nel tempio del crust la disciplina è severa. L’acqua potabile è vietata ed è stata sostituita con il sidro e chiunque venga sorpreso a fare la doccia viene severamente punito, mentre il l’orribile peccato di ascoltare il neocrust si traduce sistematicamente in fustigazioni pubbliche e scomunica per tutta la vita dalla Crust Society (credetemi, non volete sapere cosa succede se siete sorpresi a godervi lo shoegaze). Durante il ritiro, ci si aspetta che si ascolti esclusivamente la musica crust della vecchia scuola – sia di tipo stenchcore o caveman – ed è necessario pregare per lunghe ore ogni giorno nella tradizionale posizione di meditazione del crust: a malapena seduto su un pavimento sporco con la schiena contro un muro mentre si tiene in mano una bottiglia mezza vuota di birra speciale e si borbotta il testo di “Relief” o “Drink and be merry” (“Stormcrow” o “Grind the Enemy” sono alternative perfettamente accettabili ). Solo allora può avvenire la Rivelazione e solo pochi eletti sono in grado di ottenere la vera illuminazione prima di morire prematuramente di cirrosi. Sono tornato a casa esausto ma illuminato, con un alone di mosche intorno alla testa ma determinato a diffondere con zelo la Parola del Crust e a convertire quanti più dubbiosi possibile attraverso compilation di crust punk britannico curate in maniera impeccabile.

L’elaborazione di queste compilation di crust punk britannico è stata la conseguenza logica dopo la nostra intensa sessione di allenamento per padroneggiare il corretto stile di vita del crust. Ten Steps to Make your Life CRUSTIER Starting Today (a proposito, spero che siate diventati tutti fanatici del rumore e della sporcizia) . L’idea alla base della loro creazione è quella di offrire una visione abbastanza completa di un preciso tempo storico e di un luogo specifico al fine di stabilire e definire alcuni criteri descrittivi e avvicinarsi a questo sottogenere punk che è diventato noto come “crust”, partendo da una prospettiva contestualizzata e diacronica che sottolinei significative somiglianze stilistiche e rifletti un’atmosfera e una tensione comuni, illustrando anche una diversità di ritmi, trame e intenti che, tu lettore, non mancherai di notare. Il processo di selezione non è stato facile. In realtà, l’ultima versione delle compilation (oi son stati diversi tentativi falliti, mi dispiace dirlo) è pronta da due settimane ma volevo assicurarmi che, non solo suonassero potenti ed equilibrate, ma anche che raccontassero la storia giusta, e che, attraverso le mie scelte narrative, si possa avere un’idea abbastanza rilevante di cosa sia veramente il crust e cosa esprime, quale momento culturale incarna, ovvero la collisione di anarchopunk, hardcore e metal estremo nel panorama sonoro britannico di metà anni 80. Il compito è stato estremamente divertente ma anche un po ‘ambizioso e sareste sorpresi di sapere quanto tempo abbia speso pensando all’inclusione o all’esclusione di alcune band (Bolt Thrower per fare un esempio).

Alla fine ho creato due compilation di 95 minuti ciascuna, rispettando quindi più o meno il classico formato mixtape, con 58 band in totale (comprese band della Repubblica d’Irlanda) e 62 canzoni, in un decennio che va dal 1985 al 1995. Concentrarsi sulle band degli anni ’80 e ’90 ha avuto senso per diversi motivi. Innanzitutto, illustra come il genere sia sopravvissuto e si sia evoluto dai tempi dei suoi padri fondatori, così come la nuova generazione di band considerasse e rielaborasse il suono originale del crust. In secondo luogo, troppo spesso si tende a erigere un muro tra gli anni ’80 e ’90, glorificando retroattivamente i primi e scartando i secondi, come se ci fossero grandi differenze epistemologiche nella realizzazione del punk dopo il 1989, e credo che la transizione tra la fine degli anni ’80 ei primi anni ’90 fu, in realtà, molto più fluida; il cambiamento principale fu l’ascesa del formato cd a scapito del vinile nell’industria musicale.

Alcune scelte son state estremamente facili e scegliere canzoni dai classici indiscussi del genere è sembrato stranamente gratificante. In Echoes of Crust potrete godervi ovviamente i grandi classici del crust metallico e apocalittico tipico della scena inglese in tutto il loro glorioso potere (Deviated Instinct, Hellbastard, Axegrinder e simili), i quali hanno costruito il genere sulla base del suono dei due padri fondatori, Antisect e Amebix (tuttavia, ho scelto di tralasciare lo stile noise di Bristol, sebbene band come Chaos UK e Disorder abbiano certamente giocato un ruolo importante nell’ascesa del crust). La scuola dei cavemen che impersonifica l’hardcore punk crudo e furioso è invece altrettanto ben rappresentata da Doom, Extreme Noise Terror e dai loro entusiasti seguaci. Troverai anche band che non rientrano perfettamente sotto l’etichetta crust in questa esplorazione celebrativa della musica crust punk come band di veloce hardcore politico come Generic o Electro Hippies, crossover metal-punk come Sacrilege e Concrete Sox o entità di grindcore oscuro come Grunge o Drudge; tutti loro infatti offrono canzoni che comunque esemplificano quell’atmosfera crusty e pesante che ricerco sempre, da qui la loro inclusione in queste compilation. Qualcuno potrebbe anche sostenere che il suono metallico e industriale dei Sonic Violence o il groovy straight-edge hardcore degli Ironside non abbiano senso in questa selezione, ma queste band hanno involontariamente un’atmosfera crusty che permea alcuni dei loro lavori e, in fin dei conti, rappresentano anche una dose interessante di varietà all’interno della compilation.

La qualità del suono varia molto in quanto ci sono registrazioni di prove dal vivo o approssimative, cosi come produzioni piuttosto chiare vicine a quelle professionali e sebbene abbia fatto del mio meglio per equalizzare e persino aumentare i livelli (senza menzionare che molti strappi provengono dalla mia collezione), a volte era quasi impossibile anche per un genio del computer come me. Alcune canzoni sono effettivamente difficili da ascoltare, ma sarebbe incompleto avere una compilation crust senza dover affrontare una vera sfida sonora (sto pensando a Violent Phobia e all’enigmatico Angry Worta Melonz qui), giusto? Ho cercato il più possibile di selezionare canzoni o versioni di canzoni che non fossero troppo ovvie per mantenere le cose interessanti e, forse, anche sorprendenti.

Un enorme ringraziamento va a tutte le band per aver scritto della musica così importante (e, beh, anche oggettivamente non così importante) . Il crust è sempre stata una parte importante della mia vita e spero, attraverso queste umili compilation, di essere riuscito a trasmettere una vera sensazione di crustness e raccontare in modo significativo la storia del genere. Quanto a voi cari ascoltatori, spero che vi divertiate in questo viaggio nei primi dieci anni del genere, agli albori del crust punk.

Volume one: 
01. Intro: Antisect “Instrumental” from Live at Planet X, Liverpool, March, 27th, 1987 (London)
02. Prophecy of Doom “Insanity reigns supreme” from The Peel Sessions 12” Ep, 1990 (Tewkesbury)
03. Bio-Hazard “Society’s rejects” from A Nightmare on Albion Street compilation Lp, 1992 (Bradford?)
04. Rest In Pain “How the mighty have fallen” from A Vile Peace compilation Lp, 1987 (Bath)
05. Coitus “Silo 5” from Failure to Communicate unreleased album, 1994 (London)
06. Pro Patria Mori “The question (chains of guilt)” from Where Shadows Lie… demo tape, 1986 (Wokingham)
07. Embittered “Infected” from And you Ask Why? When you’ve only Got Yourself to Blame tape, 1991 (Middlesbrough)
08. Aural Corpse “Cong” from S/t split Lp with Mortal Terror, 1990 (Middlesbrough)
09. Hellbastard “Death camp #1” from Hate Militia demo tape, 1987 (Newcastle)
10. Depth Charge “Sirens” from Just for a Doss demo tape, 1988 (Birmingham)
11. Generic “The death of an era” from The Spark Inside Ep, 1987 (Newcastle)
12. Sore Throat “Something that never was” from Never Mind the Napalm Here’s Sore Throat Lp, 1989 (Huddersfield)
13. Mortal Terror “Release / Horrible death” from S/t split Lp with Generic, 1988 (Newcastle)
14. Napalm Death “The traitor” from Live at the Mermaid, Birmingham, January, 1st, 1986 (Birmingham)
15. Black Winter “Winter armaggedon” from Live at Queen’s Head, ?, July, 25th, 1987 (Doncaster)
16. Interlude: Axegrinder “Armistice” from Grind the Enemy demo tape, 1987 (London)
17. Debauchery “Ice of another” from The Ice Lp, 1988 (Newcastle)
18. Deviated Instinct “Scarecrow” from Hiatus (The Peaceville Sampler) compilation Lp, 1989 (Norwich)
19. Warfear “Dig your own grave” from Wild & Crazy Noise Merchants… compilation 2xLp, 1990 (Bradford)
20. Raw Noise “Communication breakdown” from Making a Killing split Lp with Chaos UK, 1992 (Ipswich)
21. Sarcasm “Suppression” from Your Funeral My Party Ep, 1991 (Leicester)
22. Electro Hippies “Acid rain” from The Only Good Punk… Lp, 1988 (Wigan)
23. Doom “Same mind” from The Greatest Invention cd, 1993 (Birmingham)
24. Sonic Violence “Crystalization of despair” from Jagd Lp, 1990 (Southend)
25. Filthkick “Mind games” from Peel Sessions, July, 8th, 1990 (Birmingham)
26. Extinction of Mankind “Confusion” from A Scream from the Silence Volume 2, compilation Lp, 1993 (Manchester)
27. Drudge “Sacrilege” from Suppose it was you / Drudge split Lp with Agathocles, 1990 (Wolverhampton)
28. Gutrot “Hypocrites archieve nothing” from Filthy Muck 10”, 2008/1987? (London)
29. Violent Phobia “Animal abuse”, from No Excuse demo tape, early 90’s? (Cork)
30. Bolt Thrower “Concession of pain” from Concession of Pain demo tape, 1987 (Coventry)
31. Antisect “New dark ages” from Leeds 2.4.86 Lp, 2010/1986 (London)
Volume two:
01. Intro: Amebix “The moor” from Live at the Station, 1985 (Bristol)
02. Policebastard “Traumatized” from S/t split cd with Defiance, 1995 (Birmingham)
03. Atavistic “Maelstrom” from A Vile Peace compilation Lp, 1987 (Whitstable)
04. Saw Throat “Inde$troy part 4” from Inde$troy Lp, 1989 (Huddersfield)
05. Blood Sucking Freaks “Raining napalm” from Those Left Behind tape, 1994 (Bradford)
06. Life Cycle “Indifference” from Myth & Ritual Ep, 1988 (Neath, Wales)
07. Domination Factor “Judge not the cover” from Dominated Till Death tape, 1987 (Tewkesbury)
08. Corpus Vile “Waste of life” from I’m Glad I’m not in Danzig & I Bloody Mean that tape, 1991 (Bristol)
09. Anemia “Axe the tax” from Live at the Tyneside Irish Center, August, 14th, 1991 (Newcastle)
10. Extreme Noise Terror “Deceived” from Are you that Desperate? Ep, 1991 (Ipswich)
11. Kulturo “Unknown” from Live at Planet X, Liverpool, April, 13th, 1991 (London)
12. Oi Polloi “Resist the atomic menace” from Outrage Ep, 1988 (Edinburgh)
13. Genital Deformities “Crouterposs / Dark sky” from Shag Nasty Oi! Lp, 1989 (Birmingham)
14. Ironside “Suffocation” from Endless Struggle compilation 2xLp, 1995 (Bradford)
15. Screaming Holocaust “Fanta babies” from Cancer Up Your Bum Ep, 1990 (Ipswich)
16. Interlude: Deviated Instinct “Possession (intro)” from Terminal Filth Stenchcore tape, 1987 (Norwich)
17. Rhetoric “To no one in particular” from Consolidation compilation Ep, 1987 (Norwich)
18. Senile Decay “Isolated (in your private cell)” from S/t split Ep with Canol Caled, 1989 (Gateshead)
19. Killer Crust “Random intimidation, anywhere” from S/t split Ep with Undersiege, 1989 (Dublin)
20. Angry Worta Melonz “Third world” from Rehearsal tape, April, 5th, 1986 (Norwich???)
21. Sludgelord “Rillington sunrise” from Unreleased recordings, September, 1989 (Huddersfield)
22. Axegrinder “Lifechain” from Hiatus (the Peaceville Sampler) compilation Lp, 1989 (London)
23. Hellkrusher “Dark side” from Wasteland Lp, 1990 (Newcastle)
24. Dread Messiah “Mind insurrection” from Mind Insurrection Ep, 1994 (London)
25. Acrasy “Pain” from Deviated Instinct’s Re-Opening Old Wounds cd, 1993/1990? (Birmingham)
26. Sacrilege “Stark reality” from Demo 2, February, 1985 (Birmingham)
27. Excrement of War “The ultimate end” from S/t demo tape, 1992? (Birmingham)
28. Grunge “Lemmings” from Gore Maggots tape, 1989 (?)
29. Concrete Sox “Speak Japanese or die” from Crust and Anguished Life compilation cd, 1993 (Nottingham)
30. Mortified “Dreary” from Drivel (the Grungalogic Beer Theory) tape, 1991 (Honiton)
31. Amebix “Chain reaction” from The Power Remains Lp, 1993/1987 (Bristol) 

Infernal Coil – Within a World Forgotten (2018)

Chi segue Disastro Sonoro con una certa costanza sa perfettamente che il poco tempo che ho a disposizione per dedicarmi a questo blog lo impiego a parlare unicamente di gruppi, dischi e generi che fanno parte dei miei ascolti quotidiani e che dunque mi piacciono. Zero tempo e zero voglia di impegnarmi a parlare di qualcosa che non ascolto volentieri, sopratutto perchè non sono, per mia fortuna, un recensore o un fottuto critico musicale, dunque non ho nessun interesse nel dare giudizi lapidari e negativi su un disco o una band che non cattura il mio interesse o che non ascolto con piacere. Inoltre, legato a quanto detto, è chiaro che io non abbia nessuna scadenza da rispettare per scrivere articoli o “recensioni” (tra infinite virgolette), nè tantomeno son costretto a inseguire una presunta attualità di uscite in ambito punk/hardcore e metal estremo. Fatta questa premessa, ora potrete capire meglio perchè mi ritrovo a parlare di questo Within a World Forgotten degli Infernal Coil solamente ora a distanza di due anni (quasi tre) dalla sua pubblicazione.

Dopo una manciata di ep che hanno visto la luce tra il 2016 e il 2017, gli Infernal Coil giungono alla pubblicazione del loro primo full lenght nel settembre del 2018, un album capace di colpire nel segno sotto tanti punti di vista e fin dal primo ascolto. Questo però non deve far pensare a Within a World Forgotten come ad un album di facile assimilazione e di ascolto indolore, anzi completamente l’opposto visto che siamo al cospetto di un muro di suono estremo, annichilente, devastante e assolutamente selvaggio nella sua furia distruttiva che prende le sembianze di un’ibrido di death/black metal e grind senza compromessi e assolutamente implacabile. Inoltre, se non si può propriamente parlare di war metal per definire la proposta degli Infernal Coil, poco ci manca perchè son tanti gli elementi e i passaggi che li avvicinano alle sfumature più barbare, bestiali e oltranziste di gruppi come Teitanblood e compagnia. “Non avremo distrutto tutto finchè non distruggeremo anche le macerie”, sembra questa la lezione che anima l’irruenza brutale e la furia caotica del death/black suonato dal gruppo dell’Idaho. E’ un disco difficile, volutamente finalizzato a disorientare l’ascoltatore che si avventura tra le sette tracce; un disco che trasmette sensazioni di angoscia e smarrimento, alternando momenti di estrema furia barbara in cui il caos nella sua forma più primitiva sembra regnare sovrano ad alcuni brevi passaggi “atmosferici” (come nella splendida 49 Suns) che illudono l’ascoltatore che esista la possibilità di un momento di quiete o di salvezza. E appena si riesce a prendere un minimo di fiato, è ancora una volta il caos più selvaggio e barbaro ad irrompere e inghiottirci con la sua violenza inaudita e implacabile, facendoci sprofondare in un vortice di impotenza e smarrimento.

Dal punto di vista delle tematiche, Within a World Forgotten si concentra invece sui paradossi che dominano il mondo naturale, il contrasto tra la bellezza ed il caos che dominano in natura, così come l’autodistruzione a cui sembra essersi condannata inevitabilmente l’umanità. Avviandoci alla conclusione, credo sia doveroso inoltre spendere due righe per parlare dello splendido artwork di copertina, che si discosta in maniera disarmante dall’estetica classica di moltissimi gruppi impegnati a suonare death/black o war metal, allontanandosi da quell’immaginario fatto di caproni, satana, blasfemia e occultismo spiccio. In modo altrettanto disarmante si discosta da un’immaginario più tipicamente grindcore. Anche nella scelta dell’artwork, che rappresenta un paesaggio boschivo attraversato da un torrente, dalle tinte fortemente decadenti e malinconiche, gli Infernal Coil sembrano infatti mossi unicamente dalla volontà di disorientare e confondere chiunque si approcci all’ascolto di questo Within a World Forgotten e una volta smarritosi tra i suoi abissi, lasciarlo in balia del caos più selvaggio e della violenza più brutale. Il metal estremo riparta da dischi come questo e da gruppi come gli Infernal Coil.

Black Curse – Endless Wounds (2020)

I Black Curse si abbattono su di noi come tempeste infernali di death metal, con la furia blasfema del black metal più nichilista. In nome del caos primordiale, devoti soltanto alla distruzione.

A metà strada tra il death metal opprimente degli Incantation, le derivazioni più barbare e selvagge di certo war metal a la Bestial Warlust, l’estremismo folle e brutale dei Sadistik Exekution e una forte presenza di influenze black metal primitive che mi ha ricordato per certi versi i Beherit, troviamo questa nuova creatura che risponde al nome di Black Curse e in cui incontriamo gentaglia già attiva in progetti del calibro di Primitive Man, Blood Incantation e Spectral Voice (l’influenza di questi ultimi infatti emerge spesso nel corso delle varie tracce, anche se in maniera labile e lontana). Prima fatica in studio per il gruppo di Denver intitolata Endless Wounds, trentotto minuti di devastante e bestiale death metal attraversato da tensioni di black infernale, un sound granitico e annichilente, che non lascia momenti per prendere fiato o attimi di quiete, né tantomeno mostra segnali di debolezza o pietà; un’assalto sonoro capace di aprire squarci e ferite profonde nella psiche dell’ascoltatore riducendo in frantumi quel che rimane della sua sanità mentale. In tutto questo i Black Curse riescono a suonare molto più groovy nel riffing di certi altri loro colleghi impegnati a suonare death/black che spesso si lasciano andare a muri di suono cacofonici e dissonanti fini a se stessi e spesso inutilmente ripetitivi e noiosi. Certo anche nella proposta dei Black Curse il caos furioso e primordiale ha una sua centralità e trova sempre modo di divampare e manifestarsi in tutta la sua ferocia, ma non risulta mai essere il fine ultimo, anzi viene sempre accompagnato ed enfatizzato da un’atmosfera occulta capace di sottolineare quella dimensione di malvagità primitiva che pervade e avvolge l’intero album. Un sound dunque diretto, devastante e profondamente crudo, sorretto da un’atmosfera generale estremamente maligna e blasfema  evidenziata dall’ottimo utilizzo delle trame di chitarra e dalle melodie sinistre dal sapore fortemente black metal. Inoltre i Black Curse suonano la loro ricetta black/death bestiale come fossero pervasi da una ferocia quasi primitiva e selvaggia, come fossero posseduti da chissà quale forza oscura e maligna, abbattendosi impetuosamente come fossero un’orda barbarica pronta a fare razzia di ogni cosa e a lasciare solo macerie e rovine dopo il loro passaggio. Le stesse vocals, quasi sempre in screaming, risultano praticamente sempre efficaci nel loro essere lancinanti, estremamente sofferte e attraversate da una malvagità quasi primordiale, amplificando questa sensazione di dannazione eterna che ci inghiotte nel corso dell’intera esperienza di Endless Wounds, lasciandoci inermi, impotenti e assolutamente  incapaci di ritrovare una parvenza di quiete.

I Black Curse aprono squarci nel tempo facendo riaffiorare quei momenti in cui il black e il death metal condividevano gli stessi principi, la stessa estetica e la stessa diabolica rabbia. Nessuna pietà dunque nelle note e negli intenti dei Black Curse, solo istintiva e sincera devozione alla distruzione più totale. Giunti ormai alla conclusione di questa discesa tra gli abissi infernali di Endless Wounds, siamo divorati interiormente da una maledizione oscura che ha aperto sui nostri corpi ferite senza fine… Siamo ormai anime costrette alla dannazione eterna, mentre il caos primordiale regna sovrano. Senza inventare nulla, a mani basse siamo al cospetto di uno dei dischi di metal estremo più intenso e interessanti del 2020.