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Sound of Suffering – Intervista ai Greenthumb

Qualche settimana fa i Greenthumb hanno pubblicato “There Are More Things”, ep di tre tracce che prosegue nel percorso tracciato dal debutto “West”, ovvero un concentrato di sludge/doom opprimente e feroce fedele ai nomi storici del genere ma suonato con tutta la rabbia selvaggia tipica dell’hardcore. Ho avuto la fortuna di far loro alcune domande, quindi godetevi l’intervista! 

Il nome che avete scelto per il vostro gruppo non lascia spazio a dubbi sul genere e sul gruppo a cui vi ispirate maggiormente. Ma oltre ai Bongzilla quali sono state e quali continuano ad essere le vostre influenze?

Per quanto i Bongzilla siano stati uno dei primi gruppi che ci ha fatto avvicinare al genere, non sono una delle nostre principali bands d’ispirazione. Sebbene il nostro nome e l’omonima cover presente nel nostro primo lavoro possano facilmente condurre l’ascoltatore a tale pensiero, questo ha delle radici più profonde. Se noi prendiamo, ad esempio, il nome Greenthumb e il nome del nostro primo lavoro West, concentrandoci soprattutto sul layout del disco, possiamo notare una forte antitesi fra questi termini. Greenthumb esprime fertilità, crescita, forza vitale, mentre West e la carcassa del cane che fa da copertina al CD esprimono invece deserto, aridità, morte. La sintesi di questi due termini messi in forte contrasto rappresentano la difficile realtà in cui personalmente viviamo, in cui il sogno di far crescere la pianta che sta dentro ognuno di noi è fortemente e brutalmente perseguitato dall’aridità morale e musicale che caratterizza la nostra città e che abbiamo sempre avvertito da quando, in adolescenza, abbiamo iniziato a suonare assieme. Per quanto riguarda le nostre influenze possiamo definirci degli ascoltatori musicali a tutto tondo, e per questo nei nostri pezzi si possono trovare varie influenze che nell’arco della nostra vita sono state essenziali. Oltre al nostro genere musicale in se, si possono notare influenze che vanno dal blues al black metal, anche se il genere che più ha influenzato la nostra forma mentis è, paradossalmente, l’hardcore californiano, stile musicale e di vita che in adolescenza, per la sua arroganza e il suo non avere peli sulla lingua, ci ha fortemente deviato.

Venite da Alghero, quindi la domanda è: quanto vi ha influenzati (se vi ha influenzato) il vostro territorio nel comporre e pensare il vostro sound opprimente, annichilente e rabbioso?

La nostra terra sicuramente ha influenzato il nostro modo di suonare in maniera irreversibile. L’isolamento dovuto da una terra bagnata dal mare in ogni direzione non può fare altro che alimentare la nostra voglia di uscire da questa situazione. Esistono molti gruppi sardi veramente validi che non riescono ad emergere a causa di questo isolamento. Nella nostra terra puoi suonare esagerando in tre città, e se non metti tutto te stesso, dando anima, corpo ed energie per i tuoi obbiettivi, difficilmente puoi arrivare alla visibilità che i gruppi della penisola riescono ad avere più facilmente. Se prendiamo l’esempio specifico di Alghero, la situazione appare ancora più critica, dal momento che si tratta di un isolamento nell’isolamento, e ciò si riflette anche nell’ambito musicale, basti considerare che il nostro è l’unico gruppo underground nella nostra città. Come detto prima però, per quanto il nostro percorso sia pieno di sacrifici, frustrazione e solitudine, tutto questo non ci spaventa affatto ma insinua in noi una fame difficile da placare. Per quanto riguarda l’ambito musicale il gruppo sardo che ci ha influenzato maggiormente sono i Black Capricorn, doom da Cagliari, a parer nostro uno dei più validi in Europa, da sempre per noi fonte di ispirazione.

Negli ultimi anni lo sludge (e generi con cui si contamina costantemente come doom e stoner) sembra aver trovato nuova linfa nel nostro paese, basti pensare a gruppi come Evil Cosby, Deadsmoke, Grime o  Sator. A cosa pensate sia dovuto questo ritrovato interesse per tali sonorità, per loro natura ostiche e perciò di nicchia?
Pensate si possa parlare di vera e propria scena italiana? Se si, quali pensate possano essere le sue caratteristiche che la differenziano dalla scena storica e in generale dall’approccio classico del genere?

E’ un genere musicale che esiste da tanto tempo e nella storia della musica c’è sempre stato chi ha provato a sviluppare questo tipo di sonorità. Noi personalmente cerchiamo di sviluppare un sound anacronistico ispirandoci a gruppi di un passato che può sembrar remoto. Non crediamo tuttavia che si possa parlare di vera e propria scena sludge/doom italiana, poiché siamo convinti che l’unica scena che esista è quella hardcore, in cui i gruppi dei generi più disparati suonano senza una divisione musicale. Non abbiamo quasi mai suonato in concerti dedicati a soli determinati generi, la maggior parte dei nostri live sono stati condivisi con gruppi grind, crust, powerviolence e non c’è cosa migliore di creare queste situazioni senza dividerci in compartimenti stagni. Abbiamo avuto il piacere di conoscere e suonare assieme a gruppi come Gufonero e Biggmen, bands che con il proprio sound alimentano questo genere musicale nel nostro paese, e che non potrebbero mai essere dissociati dalla scena hardcore, sia per i loro progetti passati e attuali che per il loro modo di vivere la musica.

Come si sviluppa il percorso che vi porta alla stesura delle liriche? Chi scrive i testi? Da cosa sono ispirati e cosa cercate di trasmettere con essi?

Non c’è tra di noi qualcuno in particolare che scrive i testi. Scriviamo tutti, dandoci a vicenda ispirazioni e correzioni. Tuttavia lo scrivere e il comporre sono due azioni separate. Quasi mai queste si sviluppano contemporaneamente. Prima di trasformarsi in liriche ciò che scriviamo è la concretizzazione di concetti che individualmente estrapoliamo da ciò che ci appassiona e che, in diversi modi e tramite differenti canali ( arte, letteratura, cinema ecc ) studiamo e intimamente assimiliamo. Nel nostro nuovo lavoro “There are more things” i tre pezzi presenti sono accomunati da situazioni che non hanno un tempo specifico, e i luoghi presenti non sono nitidi, bensì sfuocati, che non danno certezze all’ascoltatore ma alimentano l’immaginario individuale. Cerchiamo di sviluppare un ambiente e un’atmosfera tale da catapultare chi ci ascolta in ambienti onirici che lo possano portare oltre il contesto reale che lo circonda.

Esiste una cosiddetta scena underground/diy metal/punk ad Alghero? Avete gruppi da “consigliare” agli sfortunati lettori che si imbattono nelle pagine virtuali di Disastro Sonoro?

Oltre a suonare nei Greenthumb organizziamo concerti sotto il nome di “ L’Home Mort” ,“uomo morto” in Algherese. Siamo attivi da tre anni e cerchiamo di tenere viva una situazione che nella nostra città non è mai esistita sotto quest’ottica. Abbiamo avuto il piacere di far suonare gruppi della penisola come Gufonero, Grumo, Evil Cosby e Mesecina. abbiamo organizzato un minitour isolano ai Link, band belga blackned crust dal 97, e hanno suonato ai nostri concerti quasi tutte i gruppi della Sardegna. Nonostante questo ad Alghero nessuno a parte noi fa queste cose ed essendo soli anche l’organizzare, come il suonare, risulta difficile vivendo in Sardegna, noi abbiamo la fortuna di avere ad Alghero Respubica, centro culturale in cui, oltre a organizzare, proviamo, stampiamo nel laboratorio serigrafico e sviluppiamo nella camera oscura

Domanda doverosa: progetti futuri? Nuovo album previsto? prossimi concerti?

Sebbene il nostro ultimo lavoro “there are more things” sia uscito a Dicembre stiamo già lavorando a un nuovo progetto con la voglia di migliorarci sempre di più. Quest’anno inizieremo con due date sarde a febbraio in compagnia dei nostri amici Mesecina, con il desiderio di ritornare il prima possibile il Italia e cercare di organizzare qualcosa all’estero. Inoltre ci saranno delle aggiunte nella formazione, un azzardo che ci intriga molto e che non vediamo l’ora di svelare.

Ringrazio i Greenthumb per il tempo dedicatomi, aspettate a breve la recensione di “There Are More Things” che potrebbe vedere la luce in una veste differente dalle solite pagine virtuali di questo blog come siete abituati, chi lo sa…

Grind Your Enemies! – Recensione e Intervista agli Stigmatized

La vita fa schifo e poi muori! Questo il messaggio che ci sputano addosso i sardi Stigmatized con il loro ibrido bastardo di grindcore, powerviolence e crust, terreno fertile per veicolare il selvaggio nichilismo e il brutale odio verso l’umanità che anima il loro rumore! “Slavery” è la prima fatica in studio dei cagliaritani, pubblicata nel 2016, e ci regala dieci minuti scarsi di violentissimo e rabbioso grind-violence che travolge tutto ciò che trova sulla sua strada, lasciando al suo passaggio solo macerie e desolazione, morte e distruzione. La proposta degli Stigmatized, che ad un ascolto distratto potrebbe apparire fin troppo canonica e “già sentita troppe volte”, mostra in realtà diverse radici e influenze che, partendo da un sound ben ancorato alla lezione classica del grindcore più marcio in stile primi Napalm Death, Siege o Enemy Soil, spaziando dal powerviolence di casa Hellnation e Yacopsae ad echi crust punk che possono ricordare in più occasioni i Massgrave, arrivano a portare alla mente gente del calibro di Nasum e Rotten Sound. Il rumore annichilente e feroce dei nostri si avvicina inoltre a quanto fatto ultimamente da un altro interessantissimo gruppo della nostra penisola, ossia i palermitani Cavernicular, quindi un concentrato di grind-violence che annienta ogni velleità di sopravvivenza a questo mondo di merda e che vomita odio nichilista e misantropo verso l’umanità costretta a soffrire! Su questo muro di rumore si stagliano le doppie vocals incazzatissime e barbare ad opera di Francesco (più classiche e grind) e del bassista Marco, queste più orientate verso lidi crust che rendono il tutto ancora più interessante e godibile. Con tutto l’odio che hanno nel cuore, gli Stigmatized son pronti a sbriciolarvi il cranio e a distruggervi i timpani a colpi di grind-violence misantropo e annichilente. Cagliari Odia… è tempo di massacro!

Gustatevi l’intervista agli Stigmatized adesso!

Iniziamo con la più banale delle domande: chi siete, da dove venite, quando vi siete formati e perché/come avete deciso il nome Stigmatized? Fatevi conoscere ai lettori di Disastro Sonoro!

Ciao Stefano, è un piacere risentirci! Noi siamo un gruppo grindcore/powerviolence proveniente da Cagliari. Gli Stigmatized vedono la prima luce nell’estate del 2015, quando nella formazione eravamo solo in due (Marco e Leonardo) e già iniziavamo a comporre i primi pezzi. Il nome del gruppo deriva dal titolo di una canzone dei Napalm Death, tratta dal loro primo album “Scum”.

Avete voglia di parlarci un po’ della scena hc/grind/metal e dell’ambiente underground/diy cagliaritana? Quanto è difficile, se lo è, organizzare concerti e situazioni nella vostra città? Più in generale si può parlare di una “scena sarda” secondo voi?

Indubbiamente noi ci troviamo a vivere una realtà, quella isolana, che ha due facce contrapposte. Infatti se da un lato “l’isolamento” e la difficile fruizione di tante cose, soprattutto per colpa della continuità territoriale, ci rende molto difficile non solo l’organizzazione di tour o date fuori ( siamo appena tornati del nostro secondo tour in penisola fatto assieme ai fratelli abruzzesi 217 e l’organizzazione ci ha dato non pochi problemi ) delle band nostrane, ma anche il portare delle band dalla penisola e non a suonare nella nostra terra; dall’altro questa difficoltà ci rende sempre più affamati e desiderosi di abbattere le barriere di qualsivoglia confine. Proprio per questo stanno nascendo, soprattutto negli ultimissimi anni, delle realtà molto solide nell’undeground dell’isola ( il collettivo dei nostri fratelli Algheresi L’HOME MORT e la cricca Sassarese della famigerata sala n°9 su tutti ) che stanno cercando di unire le forze per creare una scena unita e collaborativa, cosa che fino a non troppo tempo fa sembrava impossibile durante un periodo nero dove c’era ben poco contatto e cooperazione tra le varie scene/band locali, in un’insensata guerra fredda di invidia e snobbismo. Penso che ora si possa parlare tranquillamente di una “scena”, perchè il panorama si sta arricchendo di tante nuove band molto valide anche allargando lo spettro dei generi, oltre che dando finalmente vita ad un ricambio generazionale assente oramai da tempo immemore anche se, paradossalmente, i locali stanno chiudendo uno dopo l’altro rendendo così sempre più difficile il sopravvivere della suddetta. Ma comunque teniamo duro e cerchiamo sempre di lottare con tutte le nostre forze perché questo non accada.

Il vostro primo lavoro ci regala un grindcore annichilente e tritaossa, che parte dalla lezione più classica del genere (Siege, Napalm Death) fino a giungere a soluzioni più “moderne” (Nasum, Rotten Sound), senza però mai dimenticare influenze di altri generi quali Powerviolence e crust, su tutti. Come nascono i vostri pezzi? Da cosa è nata l’idea di suonare grindcore? E quali pensate siano i gruppi o i dischi che hanno avuto maggior influenza sul vostro modo di suonare e sul vostro sound?

I pezzi nascono grazie a tutte le nostre influenze musicali più forti. All’interno della band siamo tutti ascoltatori di vari generi, che spaziano dal punk hardcore fino al metal più estremo. I primi pezzi venivano composti nel salotto di casa di Leo. Avevamo solo basso e chitarra per cui ci arrangiavamo. Leo si collegava al suo ampli mentre il basso veniva collegato a un Marshall per chitarra da 20w con la distorsione accesa. Di certo non erano le condizioni migliori per provare, ma così facendo abbiamo dato luce a una decina di pezzi. Appena la formazione venne completata abbiamo sempre composto in sala prove, dove ognuno mette il suo. Non abbiamo un modo di scrivere abitudinario, quando abbiamo un idea che ci piace la buttiamo giù e vediamo che succede. L’idea di suonare grindcore è nata con la voglia di fare un macello dal vivo…abbiamo sempre avuto un certo fascino per i concerti grind e ci siamo cimentati pure noi. Riteniamo anche che sia uno dei generi più violenti e espressivi per buttare giù il giusto mix di musica e ideologie. I dischi che più ci hanno influenzato maggiormente dal punto di vista strumentale e vocale sono sicuramente Scum, Enemy of the Music Business (entrambi dei Napalm Death), S/T dei Magrudergrind, Variante alla Morte e Misantropo dei Cripple, Human 2.0 dei Nasum..ma potremo continuare all’infinito.

Utilizzate la doppia voce, sia in sede live dove spaccate di bestia (vi ho visti al T28 lo scorso anno) sia su disco. È stata una scelta voluta oppure è semplicemente successo? Quanto pensate possa dare di più alla vostra musica l’utilizzo di due timbri, uno più growl e classicamente grind, e l’altro più virato sul crust/metal?

L’utilizzo delle doppie voci è stato del tutto casuale. Un giorno in sala abbiamo detto a Marco di cantare e dopo un paio di prove abbiamo usato le doppie voci sia dal vivo sia in studio. Abbiamo visto che funzionava, rendeva il tutto più compatto e violento. Pensiamo che sia una caratteristica in più per il nostro sound e che ci possa aiutare. Inoltre è un elemento che ci aiuta a mettere in risalto le nostre influenze musicali a 360 gradi.

Una parte fondamentale nella vostra proposta ricoprono certamente i testi, anche perché è bene ricordalo che il grindcore/powerviolence, così come l’hardcore e il punk in generale, non sono solamente musica. Volete illustrarci cosa vi ispira nella stesura delle liriche, chi le scrive e soprattutto cosa volete trasmettere?

I testi degli Stigmatized vengono scritti prevalentemente da Francesco, il cantante, solitamente dopo che la parte strumentale dei pezzi viene definita in sala. Le tematiche sono in buona parte quelle che tradizionalmente vengono trattate in generi come il grind e l’hardcore-punk. La critica sociale, il non riconoscerci e il non sentirci, per così dire, a nostro agio nel mondo che ci circonda sono sicuramente le linee guida generali che sono state seguite nella stesura dei testi. Per quanto nessuno di noi componenti possa essere definito “militante” nel senso stretto del termine, i valori fondamentali che ci sentiamo di esporre e di condividere attraverso i testi sono quelli dell’anticapitalismo, dell’antifascismo, dell’antirazzismo. All’interno di questo grande “calderone” vengono poi trattate, a seconda del caso, delle tematiche più o meno specifiche. Nel pezzo “F1”, ad esempio, parliamo della questione, molto sentita in Sardegna, delle servitù militari e di conseguenza viene affrontata, anche se in maniera indiretta, la tematica più generale delle forme di colonialismo e imperialismo messe in atto sopratutto dall’occidente. In “Hidden Behind a Wall Of Falsness”, parliamo invece del modo in cui queste politiche imperialistiche vengono trattate e in qualche modo giustificate dall’apparato mediatico, ormai abituato a presentarci la guerra vera e propria e l’occupazione militare come una missione umanitaria. Insomma, abbiamo sicuramente dei concetti e dei valori generali a cui facciamo costantemente riferimento, ma la tematica particolare affrontata varia ovviamente da pezzo a pezzo.

“Slavery”, il vostro primo ep, è datato ormai 2016. A quando una nuova fatica marchiata Stigmatized? Altri progetti? Tour e concerti?

Dopo tante difficoltà possiamo finalmente dire che siamo impegnati con le registrazioni del nostro primo full length, che uscirà nei primi mesi del 2019. Il disco si intitolerà “A Wall Of Falsness” e comprenderà i pezzi di Slavery insieme ad altri brani che abbiamo composto durante il periodo successivo. Il nostro obbiettivo è quello di pubblicare un lavoro simile a quello precedente ma con molte migliorie a livello esecutivo e sonoro. Ci sarà il grindcore, il powerviolence e sicuramente sentirete anche le nostre influenze metal, grazie ad una produzione più moderna e compatta. Non vogliamo discostarci troppo dalle nostre origini, ma vogliamo proporre un lavoro migliore sotto ogni punto di vista. Seguirà una lunga campagna pubblicitaria DIY con l’obbiettivo di uscire dai confini italiani e intraprendere un tour europeo per promuovere il disco. Attualmente abbiamo già in programma due date: il 4 Gennaio a Sa Domu (STRIKEDOWN FEST II WARM UP SHOW) in compagnia di Regrowth e Riflesso e il 5 Gennaio a Simaxis per il Gheisi Fest in compagnia di tantissime band della scena hardcore sarda.

Ringrazio gli Stigmatized e la loro disponibilità, spero di rivedervi presto dal vivo miei amati bastardi e spaccarmi le ossa insieme a voi!

 

Olona Death Valley Punx – Intervista ai Motron

“Nelle wastelands del varesotto, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, si aggirano questi cinque guerrieri-zombie post apocalittici e ubriachi marci fino al midollo che portano con sé morte, distruzione e il giusto grado di molestia necessaria per sopravvivere in queste lande desolate dove l’apparente quieto vivere è una vera e propria condanna a morte”. Queste le parole che scrissi a suo tempo quando decisi di recensire il primo LP “Eternal Headache” dei Motron, una vera e propria bomba di crust’n’roll. E oggi le riporto per il semplice fatto che trovo siano perfette per presentarveli e introdurre questa intervista! Dall’Olona Death Valley con furore e rabbia molesta , lascio la parola ai Motron!

Partiamo con la più scontata delle domande: Chi cazzo sono i Motron? Quando si sono formati e perché? Ma soprattutto da dove avete preso l’ispirazione per il nome? Sentitevi liberi di dire tutto quello che vi passa per la testa!

I Motron sono prima di tutti un gruppo di amici (Gra alla voce, Kino alla batteria, Ago e Gaglio alle chitarre, Arca al basso) che hanno condiviso e condividono esperienze, ambienti, concerti, musica, divertimento, problemi ecc. ecc.
L’idea di formare i Motron era stata concepita già un paio di anni prima dell’effettiva nascita della band, praticamente il tempo necessario per dare a Kino la possibilità di poter almeno tenere in mano delle bacchette, dato che era l’unico senza esperienze musicali alle spalle. Nell’estate del 2012, quindi, iniziavamo a fare le prime prove e a scrivere i primi pezzi che daranno vita al demo del 2013. In concomitanza all’uscita del demo sono iniziati i primi sporadici live, che non ci hanno distratto dallo scrivere nuovi pezzi, che hanno poi composto il nostro primo LP “Eternal Headache” del 2015.
Il 2015 è stato anche l’anno del nostro primo minitour e di un piccolo incremento dell’attività live, purtroppo sempre condizionata da problemi lavorativi, familiari e logistici. Nel 2016 Ago si è trasferito a Bologna e abbiamo quindi deciso di far entrare nei Motron Gaglio, in modo da riuscire a provare con più regolarità, pur mantenendo sempre Ago nella band. Con la nuova formazione abbiamo registrato, nel 2017, un promo di 4 pezzi e continuato a fare quello che meglio ci riesce: divertirci, sbronzarci, andare ai concerti e fare i cazzoni!
Il nome Motron deriva da un motorino 50 cc a marce molto in voga negli anni 90, e poi ricorda vagamente i motorhead quindi è una figata! Ahahah

La vostra proposta è un d-beat/crust marcio, veloce, corrosivo e rabbioso che voi stessi definite “Raw’n’roll”. Quindi la mia domanda sorge spontanea, quali sono state e continuano ad essere le influenze principali dei Motron? Quali sono i gruppi che pensate possano emergere ascoltando la vostra musica?

Essendo ovviamente cinque esseri umani pensanti ognuno porta nella band, inconsciamente o volontariamente, le influenze di ciò che ascolta. Ci sono band e generi che fanno da filo conduttore tra noi cinque, per esempio Motorhead, Black Sabbath, certo punk hardcore più grezzo e minimale e in generale un po’ tutto il crust/d-beat. A livello più personale nella band ascoltiamo dal punk 77 al rock ‘n’ roll più classico, dalla seconda ondata punk inglese al grindcore, dallo stoner/doom al death metal, dallo sludge al thrash metal e quindi, con le dovute proporzioni e cautele, alcuni di questi ascolti entrano a far parte del nostro songwriting.
Probabilmente il miglior complimento che vorremmo ricevere sarebbe: ritmiche alla Disgust e Anti Cimex, riffs alla Motorhead e Discharge, voce alla Extreme Noise Terror, il tutto condito da una spruzzata di English Dogs e attitudine alla Poison Idea. Temiamo non succederà mai! Ahahahahah

Quanto pensate sia cambiato il vostro suono, il vostro approccio compositivo e la vostra proposta dalla prima demo del 2013 ad oggi, passando per l’interessantissimo “Eternal Headache”?

A livello di suono non crediamo sia cambiato molto dalla nostra formazione ad oggi, ad eccezione dell’aggiunta della seconda chitarra che, soprattutto dal vivo, a nostro modo di vedere è una spinta in più. Anche a livello compositivo non ci sono mai stati grandi cambiamenti. Generalmente partiamo da un riff e in sala prove costruiamo insieme tutto il pezzo, sul quale poi adattiamo il testo. In base al tipo di riff capiamo anche quale impronta dare al pezzo, se tipicamente d-beat, più “metallusa” o virata verso il rock ‘n’ roll.
Diciamo che forse, dal demo ad oggi, quello che è cambiato è una maggiore pazienza nella composizione dei pezzi e il fatto che parte del nuovo materiale ha una struttura leggermente più complessa rispetto ai primi pezzi che abbiamo scritto

Passando al lato lirico/concettuale, volete parlarci di cose trattano i vostri testi? Sono frutto di un percorso singolo o vengono stesi in maniera collettiva? Ma soprattutto da cosa sono ispirati e cosa volete far passare con essi?

I testi normalmente vengono scritti singolarmente, da chi se la sente in quel momento o ha un idea. Le nostre liriche parlano di ciò che viviamo e di ciò che vediamo attorno a noi: lo schifo della guerra (che non è poi così lontana da come si può essere portati a credere), gli abusi di potere e la violenza degli sbirri infami, i luridi stronzi che muovono i fili dietro le quinte e decidono della nostra vita o della nostra morte, il senso di morte, sconforto, oppressione e delusione che accompagna le nostre esistenze, ma anche i momenti di gioia come ascoltare i dischi, sbronzarsi con gli amici, fare casino e sparare stronzate…anche se poi ha un prezzo da pagare il mattino seguente!

Venite da Varese, dalle wasteland dell’Olona, la valle della morte, ossia dalla provincia che inghiotte ed uccide con il suo nulla, la sua apatia e il suo quieto vivere. Cosa significa sopravvivere in un luogo simile? Quanto vi influenza il contesto che avete attorno nella composizione della vostra musica?

Vivere nella provincia di Varese non è semplice ed è forse più complicato rispetto ad altre realtà. Devi sempre guardarti le spalle e la noia è palpabile e ti taglia le gambe. I posti per portare avanti determinate lotte e certe logiche musicali e DIY non esistono e quindi bisogna inventarseli o scendere a compromessi (cosa che a noi non piace molto fare). In ogni caso ogni iniziativa viene portata a termine attraverso mille problemi e sbattimenti, quando si riesce a portarla a termine, che è già un bel traguardo.
Nonostante tutto ciò le cose, rispetto a quando eravamo ragazzini 15/20 anni fa, sono migliorate parecchio. Sono nati dei collettivi, si sono formate delle band, ci sono molte più persone coinvolte e che supportano il DIY e siamo assolutamente fieri e orgogliosi di poter contribuire a tutto questo!
Non sappiamo quanto il vivere in questa provincia di merda influenzi la nostra musica ma indubbiamente influenza le tematiche dei nostri testi. Diciamo che ci dà materiale fresco di cui parlare ogni cazzo di giorno.

Parlando di Olona e Varese non posso non domandarvi qualcosa in merito all’Olona Wasteland Punx, collettivo di cui fanno parte anche alcuni di voi. Avete voglia di parlarcene più approfonditamente e in modo totalmente spontaneo e libero?

Olona Wasteland Punx è una sorta collettivo nato da meno di un anno intorno alla Valle Olona un po’ per gioco, un po’ per dare un nome e un’identità ad una realtà preesistente formata da punk, metalheads, cani sciolti e bizzarriti della nostra zona. L’obiettivo principale è quello di organizzare concerti e momenti di aggregazione liberi e condivisi, diffondendo in pratica le idee che più ci stanno a cuore: autogestione, antifascismo e antirazzismo.
Uno dei motivi che ci ha spinto a dare vita a OWP è stato il fatto di creare un filo conduttore e dare continuità ai (pochi) concerti che si riescono ad organizzare nel varesotto. Al momento abbiamo organizzato alcuni concerti in circoli o locali che ben si prestavano a situazioni autogestite, ma sicuramente le serate meglio riuscite sono state quelle organizzate nella sala prove che condividiamo con Overcharge, D.O.T., Sore e Stoned Monkey, siamo riusciti a dimostrare come, grazie allo spirito del DIY, si riesca ad organizzare belle serate e coinvolgere numerose persone non solo dal punto di vista del divertimento. In poche parole si vorrebbe creare una “scena”, cercando di unire le forze e senza sentirsi solo individui sperduti nella Wasteland! Stiamo anche portando avanti il laboratorio di serigrafia, un’altra occasione per mettere in pratica il DIY e per supportare le band con cui condividiamo questo percorso. Inoltre è previsto un altro progetto legato alla nostra sala prove che speriamo possa vedere la luce tra qualche mese. Speriamo vada tutto per il verso giusto!

Per terminare domanda obbligata: progetti futuri? A quando un nuovo album in casa Motron che farà tremare le lande desolate della valle dell’Olona popolata da morti viventi asserragliati dietro il loro apparente quieto vivere?

Se tutto andrà secondo i piani vorremmo, nel 2019, andare a registrare il nostro secondo LP. Abbiamo già pronti pezzi nuovi e altri ne stiamo scrivendo (più un paio li riregistreremo dalla prima demo), quindi speriamo di entrare in studio piuttosto a breve. Una volta pubblicato il secondo LP l’idea sarebbe di riuscire a fare un tour europeo un po’ più consistente.
Per le molestie vi invitiamo a raggiungerci al bancone del bar prima e dopo un nostro live, solitamente non lesiniamo in scorrettezze e figuracce! ahahahahahahha
Infine grazie mille a te per questa intervista e complimenti per il tuo progetto Disastro Sonoro!

Grazie a voi, miei cari Motron, per il supporto (che è chiaramente ricambiato) e per il tempo dedicatomi nel rispondere alla domande! Lunga vita al Raw’n’roll, lunga vita all’Olona Wasteland Punx!

Powerviolence is Forever! – Intervista a Mirco (Double Me, Here and Now! Records)

Il protagonista dell’intervista di oggi è Mirco. Mirco per chi non lo sapesse è la voce dei Double Me, gruppo powerviolence di Padova che ho recensito anche recentemente in una puntata di “Schegge Impazzite di Rumore”, ma anche il braccio e la mente che stanno dietro alla Here and Now! Records, etichetta indipendente da lui fondata più di dieci anni fa e che ha recentemente pubblicato le ultime fatiche di Failure, Cavernicular, Crippled Fox, The Seeker e di molti altri gruppi powerviolence, fastcore e grind (ma non solo), italiani e non, mantenendo sempre fede all’etica DIY! Per il powerviolence, per l’anarchia! Buona lettura e supportate tutto quello che fa!

Bella Mirco! Parlaci un po’ di te, del tuo impegno con i Double Me e di come/quando ti è venuta l’idea di dar vita ad una etichetta indipendente come Here and Now! Sentiti libero di dire tutto quello che ti passa per la mente!

Ciao Stefano! Intanto ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi stai dedicando.
Partiamo con i Double Me. Per quanto mi riguarda sono sempre stato affascinato dal genere, sia dai gruppi che tutti conosciamo, sia dall’andare a scoprirne altri meno famosi; quindi diciamo che è stato naturale cercare persone con cui formare un gruppo che proponesse powerviolence. Sommando le varie influenze, i Double Me sono diventati una sorta di ibrido dei nostri gusti e quindi si può dire che non siamo proprio il classico gruppo pv; se questo da una parte può farci risultare meno interessanti ai più legati al genere canonico, dall’altro è uno stimolo per noi che ci spinge a sfidarci con cose nuove, cosa che adoro.
Here And Now! Invece nasce nel 2007 per la volontà di dare una mano ai miei gruppi e a quelli di amici a far uscire il proprio disco. Anche lei col tempo ha preso una forma sempre più concreta e definita. Col passare degli anni ho preferito gestire le uscite da solo o con poche etichette che possibilmente conosco bene. Mi sono “specializzato” nel produrre solo gruppi di un certo tipo, fast, pv, grind, ma a volte non riesco a dire di no ad altre band come gli Spirits che propongono un Boston HC che io adoro.

Con la tua etichetta pubblichi principalmente lavori che si rifanno ad un sound tipicamente powerviolence, fastcore e grind, sia italiani che stranieri. Posso sapere come mai questa passione per certe sonorità? Qual è stato il tuo primo approccio con questi generi?

A dirla tutta ho avuto la sfortuna di arrivare a certi generi quando già ero grandicello. Abitando a circa 20 km dal centro di Padova non sono entrato in contatto con la “scena” locale se non dopo i 20anni. Internet non era così a portata di mano e conoscevi i gruppi leggendo i ringraziamenti sui dischi o alla Green Records, un negozio che all’epoca vendeva solo dischi hardcore. Fino ad un certo punto avevo consumato CD soprattutto old school e qualcuno un po’ più thrashone, finché venni a conoscenza dei vari WHN? Scholastic Deth e li mi si aprì un mondo che ancora adesso amo.
Credo che il motivo principale per cui mi piacciono queste sonorità sia l’energia che trasmettono. Alcuni la possono scambiare con aggressività con l’accezione negativa del termine, ma io preferisco vederla come qualcuno che ha bisogno di far sentire la propria voce e di esprimere un messaggio, piuttosto che semplici latrati.

Collegata direttamente alla domanda di cui sopra, quali pensi siano stati i gruppi e/o gli album che ti hanno maggiormente influenzato nella tua vita e che hanno influenzato il sound dei Double Me?
E invece quali ritieni siano i nuovi migliori gruppi a suonare pv/fastcore/grind oggi a livello mondiale?
Come dicevo prima è quasi impossibile dire cosa ha influenzato i Double Me. Dentro al gruppi ascoltiamo dal grind all’hiphop, dai Queen ai Beatles. Tutti questi generi hanno una loro piccola parte dentro al nostro sound. Personalmente cito sempre i soliti Cut The Shit, Infest, Spazz, Lack of Interest, Crossed Out, Charles Bronson, ma solo perché grazie a loro ti avvicini ad un certo tipo di musica, non perché non ce ne siano altri di fighi e imprescindibili.
Per quanto riguarda i gruppi odierni non citerò gruppi italiani ma sono per non fare un torno a nessuno. All’estero mi piace molto la scuola di Leeds, poi direi Chest Pain, Boak, Endless Swarm, Twitch, xThroatx, xChokex, Fissure, Gimp, Escuela, Ghetto, Burnout, Cave State, God’s America, Concussive, Sex Prisoner, Chepang, PowerxChuck, Wound Man, Sick Shit… Ce ne sarebbero davvero molti altri da citare ma staremmo qua ore.

La Here and Now! ha pubblicato i lavori di interessanti realtà italiane dedite a grind e powerviolence come i Cavernicular di Palermo o l’ultimo split dei The Seeker. Cosa puoi dirci della scena pv italiana, sempre se pensi ne esista una? Quali gruppi consigli ai lettori di Disastro Sonoro? Ma soprattutto qual è la tua idea in merito al diffuso interesse degli ultimi anni verso certe sonorità che spaziano dal pv al fastcore?
Più che di scena parlerei di gruppi sparsi per l’Italia. Di nomi ce ne sono non tantissimi ma sicuramente diversi e la maggior parte sono validi. Failure, Delorean, L.ul.u, Peep, Crisis Benoit, ANF, Taste The Floor, ma solo per citarne altri rispetto a quelli da te nominati. Ce ne sarebbero altri (non vogliatemi male per non avervi nominato, vi ho nel cuore lo stesso).
Parlare di scena pv mi sembra esagerato. Di sicuro ci sono dei gruppi interessanti e in molti casi legati tra di loro, ma la maggior parte abitano a 2 ore di distanza l’uno dall’altro, se non di più. Risulta difficile avere una “scena”. Un altro gran problema è che ci sono pochissimi spazi dove poter far suonare determinati generi. Se già è difficile far suonare hardcore, immagina generi più estremi. Da questo punto di vista siamo distanti anni luce da altre realtà estere.
E’ vero però come dici che c’è stato un certo interesse per il powerviolence e il fast, soprattutto qualche anno fa. Purtroppo per la maggior parte della gente tale interesse è scemato in un anno o due. Si sa come funzionano certe cose e non sto qua a biasimare nessuno. Spero col tempo anche certi generi di classe “B” abbiano lo spazio che meritano davvero.

Progetti futuri sia con i Double Me che con Here and Now? Prossime uscite, prossime pubblicazioni?
Con i Double Me abbiamo uno split a 4 con Igioia, Lugubrious Children e xThroatx. Non so bene quando uscirà, tutti i gruppi stanno lavorando sulle tracce. Spero verso estate 2019, sto aspettando con impazienza di sentire le tracce di tutti hehehe. Abbiamo poi un progetto per un one side 7” che a breve andremo a registrare. La cosa è un’idea che avevamo in testa da un po’ e alla fine chi siamo imposti di farla. Ma non voglio spiegare di più. Diciamo che sarà sicuramente veloce e con tantissimi cambi di tempo. Per ultimo ma non ultimo, uno split con i Disparo! Da Sidney. Conosco Tommy per via delle relative etichette da anni (Good Times Records) e abbiamo suonato con loro in due occasioni diverse nei due tour che hanno fatto in Europa. Ci sentiamo spesso e la cosa è nata in modo super naturale.
Stiamo pensando pure a come muoverci per i prossimi tour ma tra lavoro e altri impegni il tempo è davvero limitato.
HAN! Invece avrà una pausa più o meno lunga, non so bene per quanto. Ho bisogno di tempo da dedicare ad altre cose, non sto qua ad annoiare nessuno con le mie cose hehehe. Sicuramente usciranno le releases che già avevo programmato, con tempi che purtroppo non dipendono da me, quindi Crippled Fox 7”, Chest Pain / Suffering Luna (versione Europea), Boak / Groak, L.UL.U / God’s America, Sete Star Sept / Jack, Negative Path, un progetto con un’etichetta tedesca che avrà vita l’anno prossimo e ovviamente le uscite dei Double Me. Insomma di cose ce ne sono tantissime comunque.

Domanda secca: qual è il gruppo che sogni di pubblicare per la tua etichetta? E perché?
Quali soddisfazioni ti sei invece già tolto grazie alla tua etichetta?
AAAAAHHH bellissima domanda alla quale onestamente non saprei rispondere. Forse ora come ora ti direi i Sex Prisoner e The Afternoon Gentlemen ma, arrivando diretto alla seconda parte della domanda, ti dirò che anni fa avrei sognato (ma senza troppe false speranze) di produrre i Chest Pain e gli ACxDC. Per vari casi della vita la cosa è accaduta quindi questa soddisfazione me la son già presa. Piccole vittorie ma che ti rendono le giornate molto più piacevoli.
Ovviamente ho parlato solo di gruppi che umanamente io potrei gestire, non a caso non ho nominato gente alla Napalm Death ahahah

Quanto è importante per te continuare a tenere in vita l’etica del Do It Yourself attraverso la tua etichetta? Ma sopratutto, cosa significa esattamente per te oggi nel 2018 DIY?
Credo che l’hc e il DIY siano due cose strettamente legate. La mia etichetta lo è sempre stata, in modi diversi nel tempo ovviamente. Prima dando quei pochi euro che avevo alle band, ora cercando di far uscire i gruppi da solo (o in pochissime etichette) ma sapendo da chi vado a stampare il disco, da chi stampo le copertine, conoscendo meglio chi mi si trova davanti a livello umano ecc. Il sentimento di fondo è lo stesso, ma probabilmente maturato nel tempo. DIY a 16 anni era organizzare un concerto senza sapere effettivamente cosa serviva a tutti i gruppi per suonare, farlo dopo tanti anni ha le stesse dinamiche ma con la consapevolezza che non bastano quattro mura per fare un concerto. DIY ora per me significa conoscere la gente personalmente se fattibile, cooperare il più possibile al di fuori dalle leggi di mercato (anche se è impossibile farlo al 100% in questa società), portare avanti delle idee e messaggi, cercando di connettere sempre più persone.

Quali tematiche volete affrontare attraverso le liriche dei Double Me? Da cosa sono ispirate e di cosa parlano principalmente?
All’inizio erano quasi solo tematiche sociali e personali, l’approccio con l’autorità, lo svilimento del lavoro, descritte da un punto di vista molto negativo e cinico. Mi spiego meglio: io volevo dare quell’idea ma cercando di spronare chi li leggeva a dirsi “no! Non è così che deve andare, devo dare il meglio di me”. Una sorta di incitamento velato. La frenesia della vita però molte volte non ci da il tempo di capire, di soffermarsi più di 5 secondi su un testo, parlare con chi l’ha scritto e chiedergli chiarimenti (cosa che mi è capitata in un paio di occasioni e sono stato piacevolmente colpito dal fatto che i miei interlocutori lo avessero inteso benissimo), quindi ovviamente spesso viene letto per quello che sembra. Ora come ora a volte riprendo questo stile, altre prendo un approccio che può risultare quasi direttamente positivo. Ultimamente scrivo anche altre cose che in alcuni casi risultano ermetiche vista la durata media delle canzoni (dai 5 ai 15 secondi), ma riesco in poche parole ad esprimere concetti, idee, modi di vivere che in altri modi risulterebbero secondo me prolissi e perderebbero di intensità.

Parliamo un po’ dei Double Me: nel 2017 avete affrontato un tour negli USA. Vuoi parlarcene? Hai qualche aneddoto da raccontare? Com’è andata in generale?
Credo sia stata una delle esperienze più belle che abbiamo fatto. Non tanto per gli USA in primis ma per una questione di gruppo. Stare assieme per tanti giorni può risultare stressante ma abbiamo vissuto quest’esperienza molto serenamente e ci ha dato modo di legare ancora di più. E’ stato sicuramente devastante a livello fisico. Ci facevamo anche 24 ore di viaggio in 2 giorni. Scendevamo dal furgone che sembravamo degli zombie. Due secondi dopo però tutto cambiava, diventi super adrenalinico perché vedi gente nuova venuta la per vedere te, tutti super socievoli, gente che ci invitava ad andare a casa loro dopo il concerto o che voleva portarti in giro il giorno dopo per la loro città (cosa capitata in varie occasioni). Suonare con gruppi che magari ti sognavi anche di poter vedere in Europa. Da questo punto di vista tornerei subito. Con quasi tutti mi sento regolarmente, la cosa è meravigliosa. Ma anche questo è hardcore giusto?
Dei lati negativi non serve parlarne, cioè sono soprattutto legati a come è gestito lo stato, dal razzismo dilagante. Ma in realtà questo problema esiste ovunque, solo vissuto in modo diverso (e sempre pessimo).
Aneddoti ne avrei una miriade. Gente che ci sfascia la batteria finché suoniamo, dal concerto in un negozio dell’usato, dall’aspettare un tizio 2 ore in un paese di 4 case in mezzo al nulla dove Twin Peaks sembra il carnevale di Rio. Ma è più bello raccontarle a voce, rendono molto di più. Se vuoi ce ne sarà sicuramente occasione hehehe.

Se uno si fa un giro sulla pagina instagram di Here and Now Records può pensare che tu viva unicamente a pane e powerviolence. Quindi per concludere l’intervista, domanda d’obbligo: cos’altro ascolti quando ti prendi una pausa da certe sonorità?
Ahahahahaha beh metà di quello che ascolto è effettivamente quello. Mi piace moltissimo anche il punk rock anni 90 / 2000 e l’hc sxe, soprattutto stile Boston. Poi ti citerei i Queen, Beatles ecc… Ma come molti amici sanno mi piace tantissimo il pop. Si, il pop. Il pop più becero da MTV. Non posso farci nulla. Quelle melodie mi entrano in testa e non escono più. Poi in realtà mi piacciono molte voci di cantanti del genere. Non è che sia un assiduo ascoltatore ma se c’è di sicuro non sarò io a dirti di cambiare canzone sulla radio, al limite sarò quello che canticchia sorridendo ahahah

Volevo in gran finale ringraziare te Stefano per questa chiacchierata che spero non sia risultata troppo scontata da parte mia e prolissa. E’ stato davvero un gran piacere. Davvero grazie mille!

A mio volta ci tengo nuovamente a ringraziare Mirco per la disponibilità, la passione con cui ha risposto alle mie domande del cazzo e sopratutto per tutto l’impegno e l’attitudine che ci mette in quello che fa, sia con i Double Me sia con la Here and Now! Records! mantenendo viva la fiamma del Do It Yourself! 

POWERVIOLENCE IS FOREVER! Ricordatevelo, stolti!

Quelli delle Catacombe – Intervista ai Restos Humanos

Qualche mese fa mi son ritrovato ad ascoltare in modo assiduo l’ultima omonima fatica in studio dei trevigiani Restos Humanos, uno dei migliori esempi di grind/death metal emerso dalle paludose lande venete negli ultimi anni. Quindi dopo averlo recensito sulle pagine di Disastro Sonoro senza pensarci due volte, oggi ho l’onore di riportarvi un’intervista/chiacchierata fatta con Júlian, frontman (se così vogliamo chiamarlo) della band, durante il tour con gli Hameophagus al quale ha partecipato in veste di bassista. Basta con le ciance, lascio la parola ai Restos Humanos a.k.a. quelli delle catacombe per i lettori di Disastro Sonoro.

La prima domanda è quella più difficile e al contempo quella più banale: ti va di raccontare come vi è venuta l’idea di dar vita ai Restos Humanos, come vi siete conosciuti tu, Barney e Sara e soprattutto da dove è stato preso il nome della band o come è stato deciso?

Al tempo suonavo con i Gelo, ancora nel 2012 quando volli comporre materiale se vogliamo più “cattivo”. Al tempo ascoltavo parecchio grind di stampo spagnoli quali: Ras, Machetazo, Looking for an Answer tra gli altri. Successivamente quando avevo già del materiale per un demo ep parlandone con Barney lui si offrì per registrare la batteria, l’anno successivo cioè 2013 quando ci arrivò la richiesta del nostro primo live chiesi a Sara di entrar parte nel gruppo. Noi ci conosciamo da parecchio tempo ancora prima di iniziare a suonare insieme sia perché ci vedevamo a concerti o con Barney in particolare ha registrato materiale dei Gelo in passato.

Nella vostra breve ma intensa carriera, iniziata con la pubblicazione di una demo nel 2013, giocano un ruolo fondamentale gli split album, di cui oggi se ne contano ben 4 e che ci danno l’idea di una band altamente prolifica e che non ama troppo stare con le mani in mano. Vuoi parlarci di cosa significa per voi collaborare con altri gruppi su questo tipo di formato e che importanza ricoprono per voi gli split? Vuoi parlarci dell’ultimo split con i Provocacion, ultima vostra fatica in studio?

Decisamente, sfruttiamo al massimo la possibilità di pubblicare, per ora i nostri split ci hanno dato la possibilità di farci conoscere e conoscere altri gruppi, tra meno di un mese sarà pronto un nuovo split con gli Agathocles, grandi nostri amici. Il formato 7” in particolare è sempre una chicca anche sé molte volte per i produttori rappresenta una perdita. Con i Provocación, diciamo che è uscito in tape, la registrazione è stata fatta a Medellín Colombia nel nostro tour in Colombia/Ecuador l’anno passato, ci hanno ospitato questi ragazzi che ci hanno proposto di registrare nel suo studio di registrazione casalingo fatto nel terrazzo di una casa come le migliori scene del film “Rodrigo D:no futuro”.

Le atmosfere e i riferimenti al Cinema Horror italiano (e non solo) anni ’70/’80 sono una costante sul vostro self-titled album, basti pensare all’introduzione affidata all’ “Incipit della Morte”. La domanda dunque appare scontata: quali sono le opere cinematografiche a tema horror che più ti hanno influenzato nella tua concezione della musica e nella tua composizione di essa per i Restos Humanos? E oltre al cinema horror d’autore, da quali altre forme artistiche trai ispirazione per scrivere i testi e quali tematiche cerchi di affrontare in essi?

Senz’altro, sono molto importanti, già dal nostro primo Ep usammo come intro un pezzo stratto dal grandissimo film “la cavalcata dei morti Cecchi” di Ossorio 1973 ovviamente in lingua originale. Così come il penultimo pezzo di “Restos Humanos” dove abbiamo usato un estratto del film “La Maschera del Demonio” di Mario Bava 1960.
I nostri testi parlano di scene horror ultraterreno ma anche concetti legati alla realtà di nostri giorni nella nostra società come il suicidio, il potere della chiesa e il controllo che essa esercita nella società, ecc.
Recensendo il vostro album son stati due i nomi che immediatamente mi son balzati all’orecchio: Machetazo (e non solo per una affinità linguistica) e Impetigo. Quanto credi ci sia realmente delle loro influenze nella musica dei Restos Humanos? Quali altri gruppi o album in particolare hanno influenzato e ispirato la tua musica e di conseguenza quella dei Restos Humanos?
È vero, son due gruppi molto importanti, ma ce ne sono altri che chissà, forse non sono così evidenti ma ci sono; per fortuna abbiamo ascolti molti vasti quindi le influenze che hanno i Restos sono di conseguenza molto varie. Penso che comporremo materiale midtempo alla Bolt Thrower, ci piace cambiare anche se non lasciamo i blast beat e i d beat. È parte di noi.
Tra le 8 tracce che compongono “Restos Humanos” a quali ti senti maggiormente legato? E quali sono quelle di cui vai più orgoglioso? Io personalmente, come già ho scritto nella recensione, ho trovato “Quelli delle Catacombe” uno dei pezzi migliori che voi abbiate scritto fino ad oggi, insieme alla successiva Black Sunday.
Hai detto bene, quei due pezzi sono molto particolari perché il primo è il primo in lingua Italiana. Il secondo penso sia il primo pezzo “lento” dei Restos. Non c’è un pezzo in particolare siamo più legati, Black Sunday ci piace in particolare per la sua semplicità ma allo stesso tempo anche per l’oscurità che riesce a trasmettere.
Facendo un tuffo nostalgico nel passato, ascoltando “Restos Humanos” ogni tanto ho avuto come l’impressione che i retaggi dei tuoi trascorsi nei Gelo e le loro influenze crust facessero capolinea qua e là nella musica. Cosa mi puoi dire di loro? Torneranno in vita prima o poi o rimarranno per sempre sepolti? Hai dei rimpianti?
Senz’altro, con i Gelo ho imparato molto, ho imparato a fare punk d beat e ho “imparato” ad andare a suonare in giro, i valori di certi discorsi, per ora siamo fermi e non penso per ora faremo altro.

Tu sei colombiano ma impiantato a Treviso, cosa ci puoi dire della scena trevigiana sia in ambito hardcore punk sia in ambito metal estremo? Hai qualche gruppo da consigliare ai lettori di Disastro Sonoro? E della scena (sia punk che metal estremo) a livello nazionale quali sono le tue impressioni?

Si, sono Colombiano di nascita e Italiano di adozione. Treviso anche sé per molti motivi è una città ostile allo stesso tempo ci ha regalato ultimamente degli ultimi gruppi, concerti e iniziative legate alla musica. Ci sono moltissimi gruppi sia punk e hc molto attivi. Hobos, I bentornati Gargantha, Grog, i vecchi Cimex, i doomter Messa, infine basta assistere a qualche concerto a Treviso per rendersi conto della buona salute che gode la provincia e il Veneto in generale. Vi consiglio vivamente il festival “in Veneto There is No Law”.

Per la scena Italiana in generale ci sono ottimi gruppi molto interessanti. Bunker 66, Haemophagus, i Boia, i soliti noti come Noia, Barbarian, Horror Vacui, Cavernicular.
Concludendo l’intervista, l’ultima domanda riguarda il futuro dei Restos Humanos: avete progetti in cantiere per il futuro? Quando sarà possibile gustarsi un vostro prossimo live?
Sentiti liberi di rispondere a quest’ultima domanda come meglio credi e termin l’intervista nel modo più molesto e spontaneo possibile, dicendo il cazzo che ti pare!
Per ora siamo fermi con i concerti, riprendiamo con il 2019 per presentare se tutto va bene il nostro nuovo materiale che dovrebbe essere registrato entro dicembre, tra un mese massimo uscirà il nostro split con gli Agathocles come ti accennavo.
Un saluto a tutti gli lettori. Supporto chi si sbatte a suonare/organizzare concerti.
 

 

Eboli Odia! – Intervista ai One Day in Fukushima

Dopo aver recensito il loro demo qualche mese fa, quest’oggi porto ai lettori di Disastro Sonoro un’intervista ai One Day in Fukushima, gruppo grindcore provenienti dalla Campania che vale assolutamente la pena ascoltare e supportare. Ringrazio moltissimo Valerio e Fabrizio per la loro estrema disponibilità e per aver risposto alle seguenti domande con passione. Stay Grind e buona lettura!

Innanzitutto, come da peggior tradizione di ogni fanzine/blog, una recensione non può che iniziare con una fatidica serie di domande a raffica, utile al lettore per far capire chi si nasconde dietro al monicker “One Day in Fukushima”: chi siete, da dove venite, quando vi siete formati e di conseguenza quando vi è venuta la malsana idea di creare il gruppo?

Salve a tutti, prima di iniziare volevamo ringraziare Stefano di Disastro Sonoro per averci concesso, ancora una volta, spazio e tempo.

Qui alla tastiera sono Valerio e Fabrizio che, in questa uggiosa domenica pomeriggio di fine Ottobre, si sono beccati per fare due chiacchiere. La nostra band nasce nell’estate del 2014 per volere mio (Valerio) e di Fabrizio,  poiché entrambi accomunati dalla passione per le sonorità estreme, in particolare per il grindcore. Veniamo da un piccola cittadina in provincia di Salerno, Eboli.

L’idea di creare questa band è stata partorita, non solo per la nostra voglia di mettere su un progetto estremo, ma anche perché, dopo varie esperienze con altri gruppi, abbiamo trovato una affinità viscerale che ci ha portato a fare ciò.

Agli inizi eravamo in due, ovvero io e Fabrizio: quest’ultimo, essendo principalmente chitarrista, si occupava di tutta la sezione strumentale (chitarra, basso e programming), mentre io mi occupavo delle liriche e delle voci. Poco dopo esserci formati, abbiamo reclutato due amici di vecchia data, ovvero Vincenzo (basso) e Francesco (chitarra ritmica).

Dopo aver registrato con la formazione a due dei brani come promo (tra cui uno presente nella compilation “Italia Violenta”), abbiamo deciso, nella primavera del 2015, di concretizzare il nostro lavoro e quindi abbiamo rilasciato la prima demo (“Demo 2015”), tutto autoprodotto.

Ascoltando il vostro demo, la primissima cosa, ancora prima della musica e dei testi, che mi ha colpito è stata la bellezza del nome che avete scelto. Vi va di raccontare ai lettori di Disastro Sonoro il motivo che vi ha spinto a scegliere un nome come One Day in Fukushima, che riporta alla mente un tristemente noto disastro nucleare? A chi è venuta l’illuminazione per questo splendido monicker dal sapore post-nucleare?

Innanzitutto, grazie mille per i complimenti, siamo contenti che tale monicker sia di vostro gradimento!

L’idea venne da Fabrizio, ma in realtà fu scelto fra varie opzioni ed effettivamente, quello che trovammo più azzeccato fu proprio One Day In Fukushima. Il suddetto nome da un lato rispecchia una sorta di “cliché” alla base del genere, fatto di tematiche inerenti ad eventi catastrofici causati dall’uomo, principalmente bellici e/o atomici. Dall’altra, invece, riflette il nostro pensiero riguardo non solo i succitati eventi, ma anche la realtà che ci circonda.

Tutto ciò si può sintetizzare, appunto, nel nome scelto, che simboleggia l’egocentrismo, la malattia e la mancanza di criterio dell’uomo verso se stesso e verso ciò che ha intorno.

Quando uno ascolta i vostri pezzi si trova catapultato in un vortice rumoroso il cui ingrediente principale è un grindcore brutale che si pone perfettamente a metà strada fra la vecchia storica scuola e le sfumature più moderne del genere. Vi va di parlarci delle vostre influenze principali e del vostro sound in modo più personale ed approfondito?

Varie sono le nostre influenze: per quanto riguarda l’aspetto più strettamente musicale, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare e di conoscere molti generi diversi, arricchendo il nostro background. Le nostre influenze possono essere cercate non solo nei nostri ascolti, ma anche in molti libri e pellicole.

Direttamente collegata alla domanda di cui sopra, domanda a bruciapelo: Elencate e se ne avete voglia commentate brevemente i 5 album che hanno catturato il vostro cuore e che hanno occupato i vostri ascolti per più tempo.

A questa domanda rispondiamo separatamente:

Valerio: sinceramente trovo difficile riassumere in pochi punti gli album che hanno catturato di più il mio cuore, dal momento che ogni album mi ha trasmesso qualcosa. E quindi, ogni disco e ogni band che adoro hanno un posto particolare dentro di me.

Fabrizio: cercare di condensare quasi una vita di musica in uno spazio così ristretto è impresa ardua, ma cercherò di fare una piccola classifica, magari con un disco diverso per ogni genere (non necessariamente d’ambito estremo) che ha contribuito alla mia crescita come musicista: 1- Pantera – Cowboys From Hell; 2- Exodus – Fabolous Disaster; 3 – Manowar – Kings Of Metal; 4 – Muse – Origin Of Symmetry; 5 – Napalm Death – From Enslavement To Obliteration.

Cosa vi ha spinto a suonare proprio questo genere di musica accompagnato da liriche cosi pregne di odio, nichilismo e misantropia? Da cosa prendete spunto per scrivere i vostri testi? Da dove nasce tutto questo odio che travolge l’ascoltatore e non gli lascia nemmeno un secondo per prendere fiato?

Ho scelto il grind come mezzo di espressione semplicemente perché è il genere in cui mi riconosco al 110%. Di conseguenza, le liriche, così cupe e ricche di immagini metaforiche, sono il mio punto di vista riguardo la quotidianità che ho intorno: tutto ciò deriva dalla poca fiducia verso l’essere umano, che ha sempre seminato odio per poi raccogliere disperazione.

Domanda di natura sociale-politica che è conseguenza naturale delle vostre liriche: citando il titolo del vostro album del 2016 (“One More Step to Extinction”), siete convinti che ormai l’uomo abbia intrapreso in modo irreparabile la strada verso una più o meno imminente estinzione? Che considerazioni avete in merito a ciò? (Liberi di dire il cazzo che volete qui)

In virtù di quanto detto precedentemente, sì, pensiamo seriamente che il viaggio dell’uomo abbia un unico e solo esito, ovvero l’estinzione.

Fin da quando l’uomo è nato ha sempre cercato di assoggettare sia i propri simili, sia l’ambiente in cui vive e quindi, questa spasmodica e nevrotica inclinazione a dominare su tutto lo porterà inevitabilmente verso la propria fine

Per un gruppo solitamente la dimensione live, i concerti, sono una parte fondamentale. Vi ricordate ancora il vostro primo concerto? Avete voglia di parlarne ai (pochi ma buoni) lettori di Disastro Sonoro?

– Il nostro primo concerto risale ad aprile del 2015.

L’evento si svolse a Napoli, organizzato da un nostro amico del circuito noise, Mario Gabola,  al 76 A.

Quella sera eravamo in compagnia non solo del progetto di Mario, ma anche di una band Noise-grind israeliana.

Rimanendo sul tema tour e concerti, avete aneddoti interessanti da lasciare ai posteri attraverso questa intervista? Qual è stato il concerto che ricordate con più piacere e quello invece che vorreste cancellare dalla vostra mente?

In linea di massima, non c’è un evento in particolare da citare, poiché, ogni concerto ci ha regalato tante emozioni e quindi abbiamo fatto tesoro di ogni circostanza.Se proprio dobbiamo citare qualche evento in particolare, ci piace sempre ricordare la tappa a Firenze 2016, di spalla ai Venomous Concept, al Cycle. Per quanto riguarda i tour, invece, non possiamo non citare, il breve tour fatto qualche settimana fa con i nostri amici pugliesi Human Slaughterhouse, persone squisite ed ottimi musicisti.

Guardando alla vostra già importante discografia si può notare la presenza di ben due split e di una partecipazione ad una compilation tributo ai Terrorizer con il brano “Infestation”. Questo, oltre le vostre fatiche, ci da l’idea di una band estremamente prolifica e che si dimostra incapace di star ferma un secondo con le mani in mano. Quanto è importante per voi suonare con altre band della scena su split e tributi vari?

I due split a cui abbiamo partecipato sono, il primo con i Genocidal Terror dal Belgio e con Intravenous Poison, band di un nostro amico.

La prima collaborazione è nata grazie all’intercessione di Marco di Zas Autoproduzioni il quale ci propose di far parte del lavoro con questi ragazzi.

Storia a parte, è lo split con Intravenous Poison: il tutto si è svolto in maniera molto semplice e amichevole, dal momento che, eravamo già in buoni rapporti con Vito (la mente dietro questo malsana one man band)

Penultima domanda: Avendo recensito ad agosto il vostro demo del 2015 ho potuto notare la bellezza della copertina, che a tratti mi ha ricordato l’artwork di “World Downfall”, pietra miliare del grindcore dei già citati maestri Terrorizer. Chi è l’autore della copertina? Ci vuoi parlare di come ti è venuta l’idea?

L’autore della copertina è Fabrizio, il quale, preso da un raptus artistico, ha iniziato a fare magheggi e collage in bianco e nero su Photoshop. Il background musicale, per quanto riguarda la tematica, ha fatto il resto.

Ultima domanda, anch’essa banale e scontata quanto la prima, ma che ci volete fare, è questa la triste vita di un giovane punx che scrive su un blog: che progetti avete per l’immediato futuro? Avete già in mente di far uscire qualcosa di nuovo? Concerti in vista?

Attualmente siamo in fase di registrazione del nostro disco, che conterrà non solo i brani della demo, ma anche numerosi inediti.

Dopo l’album abbiamo in cantiere vari lavori, primo fra tutti uno split con i grinders indonesiani Aftersundown.

Per quanto riguarda l’attività live, il prossimo 25 novembre siamo all’A-Bestial Fest#10 che si terrà all’ExCaserma di Bari e, infine, il 2 dicembre allo Spartaco di SMCV (CE) con i deathcorer Despite Exile e tante altre band, e in tal proposito, ci teniamo a ringraziare rispettivamente Stefano e Antonio per averci invitato.

Liberi di concludere l’intervista come meglio credete; sono ben accette dosi distillate di misantropia e nichilismo così da chiudere in bellezza il tutto.

Ciao.

OLTRE LA MUSICA, OLTRE IL RUMORE. DISASTRO SONORO