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A Lesson in Violence: Stimulant & Ona Snop

Sarà che negli ultimi giorni sono tornato in fissa potente con Hellnation, Crossed Out e soprattutto Capitalist Casualties, tutti gruppi che amo alla follia e che hanno influenzato parecchio i miei gusti in ambito hardcore ed estremo, ma eccomi pronto a parlavi di due dei migliori dischi powerviolence/fastcore usciti nel 2020 e che meritano sicuramente la vostra attenzione! Se pensiamo per un attimo a cos’è stata la scena powerviolence/fastcore di qualche anno fa, tanto a livello mondiale quanto a livello italiano, e a quante band sono nate al suo interno per poi sciogliersi nel giro di poco tempo, e poi spostassimo lo sguardo ad oggi, ci renderemmo conto come sia effettivamente esistita una sorta di “moda powerviolence” e che sia ormai passata, lasciando spazio a quell’entità che a moltissimi piace definire “raw punk” e che non si ancora capito bene cosa cazzo voglia dire. Al di là di questi cenni storici assolutamente inutili ma che forse potrebbero intercettare lo spirito dei tempi soprattutto all’interno della scena hardcore e punk, ad oggi le band rimaste attive a suonare con passione sincera, convinzione e attitudine powerviolence o fastcore sono molto poche rispetto al periodo di massimo splendore del revival del genere. Tra queste troviamo certamente gli inglesi Ona Snop e gli Stimulant da Brooklyn, senza troppi dubbi due delle migliori espressioni del PV/fastcore degli ultimi 5-10 anni, due band che hanno sempre sfornato dischi di una qualità altissima e di un’intensità invidiabile. Negli scorsi mesi entrambe le band hanno dato alla luce un nuovo album ed è per tale ragione che in questo nuovo appuntamento con A Lesson in Violence vi parlerò proprio di Intermittent Damnation degli Ona Snop e Sensory Deprivation degli Stimulant, dischi che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”.

E’ cosa nota a tutti che la scena hardcore di Leeds degli ultimi dieci anni ha dato i natali ad alcune delle migliori band contemporanee in ambito fastcore e powerviolence come Gets Worse e Afternoon Gentlemen. Difatti non stupisce che gli Ona Snop, forse il gruppo più interessante e originale appartenente a quella scena, abbiano pubblicato qualche mese fa l’ennesimo devastante capitolo della loro discografia, un semplice e sincero disco di fastcore in your face intitolato Intermittent Damnation, a mani basse quello che si può definire senza troppi problemi uno dei dischi migliori dell’intero 2020. Un disco che, dall’iniziale Everybody in the World is Fucked alla conclusiva Drunk and Rich, non lascia mezzo secondo per riprendere fiato e che impatta sull’ascoltatore come una scarica di pugni nello stomaco, diciassette tracce che non mostrano mai segni di cedimento e un sound generale che dimostra ancora una volta come gli Ona Snop conoscano perfettamente la materia fast-hardcore e sappiano suonarla in maniera assolutamente devastante e convincente. Un concentrato di fastcore, con qualche vaga incursione in territori powerviolence, suonato con passione e attitudine e che ha dalla sua un’ottima tecnica strumentale e la qualità di imprimersi in maniera indelebile già dopo pochissimi ascolti. Non che servissero ulteriori prove o conferme sulla qualità degli Ona Snop e del loro fast-hardcore, senza dubbio uno di quei gruppi che difficilmente deludono le aspettative, ma ancora una volta sono riusciti a superare quanto già di ottimo e devastante avevano offerto con il precedente Geezer del 2018, pubblicando un disco come Intermittent Damnation capace di creare dipendenza e non stancare mai. Tempo fa in merito allo splendido Snubbed dei Gets Worse concludevo la recensione con un breve quanto valido “Leeds odia ancora” e arrivato per l’ennesima volta (ormai ho perso il conto e poco importa) a dover mettere questo Intermittent Damnation da capo, mi tocca ribadirlo con gioia: Leeds continua ad odiare, fastcore a mano armata!

 

Nati dallo scioglimento dei magnifici Water Torture e già autori nel 2017 di uno splendido self titled album di debutto, disco che incise in maniera indelebile il loro nome sulla mappa del powerviolence mondiale, gli Stimulant tornano finalmente sulle scene con questo Sensory Deprivation, un lavoro monolitico che a partire dal titolo non lascia spazio a troppi dubbi e può dare subito una chiara idea dell’impatto che avranno queste nuove 27 tracce su di noi. La formula vincente della band di Brooklyn è sempre la stessa: un mix assolutamente devastante di grindcore e powerviolence, in cui a farla da padroni assoluti sono i costanti quanto improvvisi cambi di tempo e una forte componente noise, oggi forse più protagonista nel sound degli Stimulant rispetto al passato e capace di rendere la proposta dei nostri ancora più violenta, rumorosa e interessante. Come sempre siamo di fronte ad un muro di suono che appare riduttivo definire granitico e brutale, un sound implacabile e impossibile da scalfire e che nei momenti più furiosi e distruttivi, in cui a prendersi la scena sono senza dubbi i blast beats tritaossa, sembra realmente di essere in mezzo ad un agguato a mano armata da cui è impossibile uscire indenni. Come da tradizione del gruppo statunitense, anche questo Sensory Deprivation ha un durata abbastanza sostenuta che si aggira sulla mezzora abbondante, in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle uscite powerviolence. Se da una parte, a primo impatto, il minutaggio generale può sembrare eccessivo, dall’altra, appena si decide di premere play e si viene trafitti senza pietà dalla tripletta iniziale formata da Apathetic, Trashed e Myopic Voided, si capisce immediatamente che il powerviolence degli Stimulant non ci lascerà mezzo secondo per riprendere fiato, continuando a colpirci con violenza fino all’ultimo secondo disponibile, lasciandoci di fatto impotenti, inermi e sfiniti una volta giunti alla fine. Inoltre la forte componente noise è capace di rendere l’esperienza dell’ascolto di Sensory Deprivation una vera e propria discesa in un vortice di confusione, angoscia, estraniamento e totale impotenza dinanzi all’impossibilità di trovare una via di fuga, mentre il powerviolence degli Stimulant continuerà a scagliarci addosso schegge impazzite di rumore e violenza senza alcuna pietà. In fin dei conti vale lo stesso discorso fatto per gli Ona Snop; se infatti non serviva un disco come Sensory Deprivation per darci la conferma della qualità e della brutalità del potere-violenza suonato dagli Stimulant, dischi come questo ci ricordano cosa significhi suonare questo genere con passione, ispirazione e sincera quanto viscerale rabbia, dandoci una vera e propria lezione di violenza e di estremismo sonoro. E forse qualche volta si ha solo bisogno di spararsi nelle orecchie un disco come questo, semplicemente quanto di meglio la scena powerviolence ha da offrirci ancora oggi! Play fast till the day you die, this is another lesson in (noise-power)violence!

 

Antisexy – E Ti Reincarni (2020)

Padova a mano armata, ancora una volta!

Così de botto, ma non senza senso, riappaiono sulle scene i padovani Antisexy con questo nuovo E Ti Reincarni, logico successore, anche nella scelta del titolo, di quello splendido lavoro di fast-hardcore che fu nel 2006 La Vita fa Schifo e poi Muori. Pochissimi minuti nel complesso bastano per ricordarci quanto cazzo si aveva bisogno oggi di un bel disco di hardcore veloce e furioso suonato con una passione e un’attitudine invidiabile, una passione per certe sonorità che ancora non si è spenta e probabilmente mai si spegnerà per gli Antisexy! Sei tracce, praticamente tutte attente a non sforare il minuto di durata, che condensano al meglio il sound dei nostri fatto di classico hardcore punk, sfuriate fastcore e addirittura echi thrashcore appena accennati ma da sempre presenti nel DNA del gruppo padovano.

Un ep che scorre velocissimo, anche se il sound degli Antisexy riesce ad alternare in maniera sapiente i cambi di tempo che sono in grado di conferire alle varie tracce una loro identità ben precisa e la capacità di rimanere in testa fin dal primo ascolto, come la titletrack, Il Limbo del Bardo e la conclusiva Tuppy, che, tra l’altro termina con brevi ghostracks alternate a secondi di silenzio. Ormai dieci anni fa gli Antisexy cantavano che “il punk è morto e tu sei il prossimo”, e probabilmente non ci erano andati così lontani anche se dischi come questo E Ti Reincarni sembrano voler affermare con rabbia che lo spirito continua e che in fondo l’hardcore più sincero non morirà mai! Oltre a riconfermare il fatto che gli Antisexy non si son dimenticati come si suona del fastcore/hardcore punk incazzato e in your face, nonostante fossero anni che non pubblicavano un nuovo lavoro, non c’è moltissimo altro da aggiungere dinanzi ad un lavoro così breve ma fottutamente intenso, se non ribadire semplicemente che la vita fa schifo e poi muori… e ti reincarni!

Sfottex – Demo (2020)

Questa recensione è solamente una ridicola scusa per ricordare Samu e ricordare a tuttx che la depressione è una merda! Stay safe, fuck depression and fuck society!

Mi ricordo di te, Samu. Non ci conoscevamo affatto bene ma ho questo ricordo di te che ti fermi davanti alla mia distro in occasione della taz in Corvetto del 12 luglio scorso dove hai suonato col tuo gruppo. Ricordo perfettamente che abbiamo scambiato due parole sulla scena hardcore, niente di più. Non posso capire il dolore che stan provando le persone che ti volevano bene, ma comprendo pienamente il dolore che ti ha divorato e ti ha portato a compiere questo gesto. La depressione è una fottuta merda, la società che stigmatizza e abbandona chi ne soffre è una merda, ogni altra parola sarebbe superflua. Ciao Samu, un mega abbraccio in mega ritardo.

Se oggi sono qui a parlarvi di questa prima demo degli Sfottex, in colpevole ritardo perchè si fa una fatica enorme in una situazione del genere a pensare alla musica, è perché, in accordo con i membri del gruppo, credo e crediamo sia un modo estremamente valido per tenere vivo il ricordo di Samu e per far si che un progetto a cui lui ha dato tanto si prenda l’attenzione che merita. Oltre che per tornare a sottolineare, con il cuore pieno di rabbia e tristezza, quanto cazzo la depressione sia una merda e quanto sia importante prendersi cura di chi abbiamo accanto in tutte le situazioni che attraversiamo. Anche e soprattutto nella nostra scena hardcore. Prendendo a prestito le parole di un amico: “Onore a tutti quelli che hanno combattuto questa guerra. Onore ai morti e ai vivi, che ancora combattono.”
Sembra assurdo mettersi a parlare di questa demo degli Sfottex date le circostanze in cui gli altri membri del gruppo si son trovati, perdendo un amico ancora prima che un compagno con cui condividere una band, un percorso e un’idea di musica. Ma se sono qui a sforzarmi di scrivere due righe su questa prima fatica in studio del gruppo è perchè il powerviolence/fastcore suonato dagli Sfottex merita al di là di tutto e questo merito è da attribuire anche all’apporto di Samu alla batteria. Nove tracce caratterizzate da un hardcore/pv veloce e furioso, un sound solido che tira dritto per la sua strada senza pietà e senza cedimenti, suonato con passione e attitudine, ma anche con quella vena scanzonata e ignorante che rende ancor più godibile e divertente la proposta dei nostri. Tra una traccia che manifesta il sincero e viscerale odio per la città di appartenenza del gruppo (CNmerda) e un’altra dal testo più politico in senso anarchico come “Falsa Sicurezza“, siamo davanti ad una demo che può contare su un ottimo bilanciamento tra la buona qualità della parte strumentale e la parte lirica che non manca di momenti davvero intensi e toccanti di tracce come “Mamma” e la conclusiva “Goccia“. In fin dei conti, dieci minuti scarsi di buonissimo fastcore/powerviolence (o meglio brutal speedcore, come lo chiamano loro) che, pur non inventando nulla, risulta estremamente godibile e che ha nell’intensità il suo più grande pregio. Lascio alle parole degli stessi Sfottex il difficile compito di concludere questa “recensione”, una delle più difficile dal punto di vista emotivo che mi sia mai ritrovato a scrivere:
“In certi momenti non sai bene cosa dire, non sai bene se sia reale o meno e non sai bene come comportarti a volte… ricevetti la chiamata ieri mattina di un mio amico che mi diede la brutta notizia, la prima cosa che pensai fu:”Sto coglione!”
E non nego che vorrei alzargli le mani per il gesto che si è sparato.
Ma questo è solo uno stupido modo per sdrammatizzare una situazione che non è nient’altro che tragica e orribile per questo vi lascio al messaggio preimpostato, non sappiamo se ci sarà un continuo alla storia degli Sfottex ma sicuramente non smetteremo mai di suonare, anzi, suoneremo più forte per chi non c’è più; Ci mancherai Sammy, sempre nei nostri feedback e nei nostri suoni per sempre.
Just a first demo published to commemorate our beloved friend and Bandmate who committed Suicide, our hearts are full of pain for the loss, and we want to show all our support and love to family and friends!
Thank’s guys love you all and stay safe keep friends close as long as you can!
And Fuck Depression and society!
Rest in Power Sammy! ❤
Lo abbiamo pubblicato per te zì, Tenetevi stretti sempre gli amici!”

Crippled Fox – In the Name of Thrash (2020)

I Crippled Fox suonarono il thrashcore… e fu di nuovo tempo di massacro!

The kings of thrashcore are back in town e son pronti a demolire tutto! L’ultima volta che mi son trovato a parlare dei Crippled Fox su queste pagine era in merito all’uscita dello split con i Satanic Youth, probabilmente come lo definii all’epoca, il miglior split in ambito thrashcore/hc uscito quell’anno. Oggi finalmente mi trovo di nuovo a parlare del gruppo ungherese poiché è stata pubblicata da pochi giorni la loro ultima fatica dall’emblematico titolo In the Name of Thrash, un titolo che prende immediatamente le sembianze di una dichiarazione di intenti inequivocabile su quanto andremo ad ascoltare. Indossate le bandane, let’s thrash!

23 nuove schegge impazzite di thrashcore senza fronzoli e trita ossa, solito marchio dei fabbrica di nostri selvaggi bastardi ungheresi fin dal lontano 2008. Anche questo In the Name of Thrash se ne fotte altamente il cazzo di inventare qualcosa di nuovo e ci ripropone un mix di thrashcore, crossover e fastcore senza tempo e devastante, un sound diretto, furioso e veloce, con i Crippled Fox che dimostrano di non aver mai perso il gusto per il riffing e per l’intensità. Oltre a ciò come si può pensare di resistere o rimanere impassibili dinanzi all’attitudine in your face delle 23 tracce presenti su In the Name of Thrash? Il solito concentrato di mazzate in pieno stomaco, inni spassionati al thrash metal, ma anche ingenti dosi di cazzonaggine (basti pensare all’ultima tracce dal sound power metal che nel testo ricalca tutti i clichè classici del genere) e divertimento, immaginandosi sudati, ubriachi fradici e pieni di lividi tra stagediving e poghi infiniti. Se volessimo descrivere la potenza e l’intensità del thrashcore dei Crippled Fox con una solo immagine, dovremmo pensare ad una skate che ci colpisce in pieno volto frantumandoci i denti e lasciandoci stesi al suolo inermi. Assolutamente impossibile uscire indenni e senza lividi da questa scarica di thrash-mazzate che non lascia nemmeno momenti per riprendere fiato.

We want you to join in and make ’em thrash
don’t leave out anyone
We want you to join in, the Crippled Army
won’t let down anyone
MAKE THEM THRASH!

Ancora una volta i Crippled Fox, nel nome del thrash (core), ci dimostrano di essere un assoluto  punto di riferimento nella scena hardcore e di avere ancora tante cartucce da spararci addosso senza pietà! Cosa cazzo aspettate allora? Tirate fuori le bandane, indossatele con orgoglio, che il circle pit abbia inizio!

Dropdead – S/t (2020)

 

Partiamo con alcuni, superflui, dati empirici. È infatti dal 1998 che i Dropdead non rilasciano un full lenght. Certo nel mezzo il vuoto è stato colmato da una serie di split degni di nota e di assoluto valore con nomi del calibro di Unholy Grave, Converge e Totalitar, ma si sentiva la mancanza di un lavoro dalla durata più sostenuta firmato esclusivamente dai Dropdead. Ed eccolo finalmente arrivato. La ricetta di partenza è sempre la solita: un hardcore punk veloce e furioso che spesso invade territori a volte riconducibili al powerviolence, mentre in altri momenti lambisce sonorità vagamente grind, ma che racchiude sempre dentro di sé tutta quell’attitudine in your face tipica dell’hardcore vecchia scuola e quello spirito battagliero intenzionato a non lasciare prigionieri e a sputarci in faccia tutto l’odio e la rabbia che ancora animano la musica del gruppo di Rhode Island. Forse l’unica nota mezza-stonata questa volta è l’iconica voce di Bob, dai toni sempre rabbiosi ma meno graffianti e urlati rispetto ad un tempo, capace certamente ancora di trasmettere lo spirito riottoso dei Dropdead ma senza essere lancinante come una volta nel prenderci a pugni la testa fino a sbriciolarla. Questo non dev’essere visto per forza come un lato negativo anzi, ma come una naturale “evoluzione” (passatemi il termine) per una band in giro da trent’anni e che, pur avendo ancora tanta rabbia da urlare in un microfono e da sputarci addosso, ora ha deciso di dare una nuova sfumatura al proprio hardcore, non perdendo comunque nulla i termini di attitudine e di sincerità con cui porta avanti le proprie idee. Probabilmente tutto questo è dovuto semplicemente al fatto che i Dropdead del 2020 non sono chiaramente quelli del 1998, il tempo scorre inesorabile per tutti e anche per un gruppo abituato da sempre a tirare velocissima la propria musica, ventidue anni senza rilasciate un disco completo si fanno sentire. Azzarderei inoltre a sostenre che i Dropdead di questo album sono si più anziani ma in senso positivo, ovvero più maturi, riuscendo nonostante il tempo che passa a trasmettere la stessa rabbia per questo mondo di merda e a condensare in ventitré tracce la coscienza politica e lo spirito di rivolta che li anima da sempre, oggi forse con un’irruenza più ragionata.

Già un mese fa i Dropdead avevano iniziato a farci assaporare alcune nuove tracce come “Prelude/Torches” e “Flesh and Blood”, singoli che permettevano di farsi un’idea abbastanza precisa, seppur generale, della qualità e dell’intensità che contraddistinguono anche questo terzo s/t album. Le ventitre tracce in cui ci imbattiamo, musicalmente si rifanno a quel devastante mix di hardcore, fastcore e powerviolence, marchio di fabbrica dei Dropdead dal giorno zero; questa volta però mostrano maggiori sfumature e continui cambi di stile, ma è proprio così che dovrebbe suonare un disco dei Dropdead nel 2020, almeno secondo la mia idea. Ci sono pezzi assolutamente devastanti e che trasudano attitudine hc e in your face da tutti i pori come On Your Knees, Only Victims o The Black Mask, mostrandoci quanto ancora ribolla la rabbia e la passione più sincera per un certo modo di intendere e suonare l’hardcore punk nel sangue dei Dropdead, una passione che nemmeno trent’anni di carriera possono scalfire. Per quanto riguarda invece l’aspetto lirico, questo nuovo self titled album rappresenta un quadro perfetto con cui i Dropdead attaccano, analizzano, prendono posizioni nette e vomitano tutta la rabbia verso questi tempi bui che stiamo vivendo a livello globale, ponendo l’accento e la propria attenzione su questioni di fondamentale importanza sociale come la devastazione climatica in nome del profitto più famelico e cieco del capitale, l’ascesa dell’estrema destra, lo sfruttamento animale (tematica da sempre centrale nelle liriche del gruppo di Rhode Island), gli orrori delle guerre mosse in nome degli interessi del capitalismo e molto altro ancora. La musica dei Dropdead non è solamente il concentrato della rabbia e della frustrazione dovuta a questi tempi bui che stiamo vivendo, ma vuole incarnare una viscerale e istintiva volontà di rivolta e di ribellione dinanzi a tutto questo. E non dovrebbe forse essere questo il più sincero obiettivo dell’hardcore punk?

Al di là di tutte le note positive come il ritorno su disco o la possibilità di godere di queste nuove ventitrè tracce, e delle poche, pochissime, note “negative” (passatemi nuovamente il termine) come le vocals di Bob che potrebbero lasciare l’amaro in bocca a molti affezionati delle urla lancinanti e selvagge di un tempo, avercene di gruppi dall’attitudine, dalla coscienza politica, della sincerità e dalla passione con cui suonano l’hardcore punk ancora oggi nel 2020 i Dropdead. Alla fine, se proprio dobbiamo tirare le somme, per quanto possa suonare per certi versi diverso da tutto ciò che hanno registrato fino ad oggi, questo terzo self titled album è ancora una volta un concentrato di mazzate annichilenti nello stomaco e di rabbia sincera contro tutta la merda che ci circonda, e non si poteva chiedere di meglio al gruppo di Rhode Island che si continua a dimostrare una sicurezza in termini di coerenza e attitudine.

L’hardcore è ancora una minaccia, l’hardcore è ancora un mezzo con cui minare questo esistente e farlo saltare in aria!

 

Yacøpsae – Timeo Ergo Sum (2020)

Powerviolence ist krieg, Fastcore Is Forever!

Timeo Ergo Sumletteralmente “ho paura quindi sono“, è il titolo dell’ultima fatica in studio dei tedeschi Yacøpsae rilasciata nel dicembre 2019, ed è‘ l’ennesima mazzata in pieno volto, l’ennesima scarica di pugni ad altezza stomaco, l’ennesima lezione di terrorismo sonoro e di violenza inaudita concentrate in 21 minuti di turbo-speed-violence!

Ventiquattro schegge di rumore impazzite, frenetiche e devastanti trafiggono le nostre orecchie e ci torturano nel profondo con una violenza brutale, privandoci di ogni forza ed energia vitale e senza lasciarci mezzo secondo per riprendere fiato. Gli Yacøpsae ci scaricano addosso ancora una volta il loro furioso fast-grind-violence in cui gli ingredienti principali sono un estremo e convulso powerviolence e un super-veloce fastcore, dove a farla da padroni assoluti sono sicuramente i blast beats onnipresenti e tritaossa (il tupa tupa di tracce come Kopflos e Vergessen sembra poter demolire qualsiasi cosa), un riffing frenetico ed apparentemente instancabile, stop & go ricorrenti (Niemandsland)  e delle vocals lancinanti  e abrasive che ci vomitano addosso un odio e una rabbia annichilenti. C’è spazio anche per brevi rallentamenti e momenti meno frenetici, come da tradizione per quanto riguarda il powerviolence suonato dai tedeschi, ma la sensazione arrivati alla fine del disco è quella di aver preso tante di quelle mazzate da fare fatica a respirare e non avere nemmeno le forze per reggersi in piedi. Tracce come al solito dalla breve durata e assestate su ritmi velocissimi, scorribande costanti in territori dove a dominare incontrastato è l’estremismo sonoro in tutte le sue forme, dal powerviolence fino a giungere ad echi grind, veri e propri assalti di disastro sonoro oltranzista all’inverosimile che non mostra cedimenti, nonostante i tedeschi siano sulle scene dal 1990. Gli Yacøpsae sono ancora una volta sinonimo di qualità, sincerità e coerenza verso un preciso modo di intendere l’hardcore nelle sue forme più radicali ed estreme. Fanculo tutto, fanculo il punk rock… Con “Timeo Ergo Sum” gli Yacøpsae ci danno un’altra una lezione di turbo speed violence terroristico e senza compromessi! 

“MAKE HARDCORE FAST AGAIN” – INTERVISTA AGLI xINQUISITIONx

Anche questa intervista agli xInquisitionx è stata realizzata mesi fa in vista della prima uscita della fanzine cartacea di Disastro Sonoro che poi non ha mai visto la luce purtroppo. Ci tengo a pubblicarla perchè scambiare quattro chiacchere con Francesco (voce degli xInquisitionx) è sempre estremamente piacevole perchè nelle sue parole trasuda una totale e sincera passione per l’hardcore e un’attitudine da far invidia a molti. Make hardcore fast again, prima di subito!

Classica domanda banale e scontata: come nascono gli Inquisition, quando e perché? Ma soprattutto da dove avete tratto ispirazione per il nome del gruppo?

Gli xINQUISITIONx nascono da una costola degli eccezionali OUR ROOTS unica band Marsigliese di POWERVIOLENCE in seguito al trasferimento in Brasile del cantante Laurent. Abbiamo deciso di fondare questo progetto su una linea meno sincopata e dai toni più hc restando comunque velocissimi,con pezzi brevi e roboanti. Il nome é stato difficile da trovare e abbiamo scelto questo perché risulta d’impatto e poi c’é un senso di DOLORE che ritroviamo molto in ciò che facciamo. Senza contare che é stata un’involontaria citazione a Mel Brooks con il suo film LA PAZZA STORIA DEL MONDO ( …The INQUISITION…what a show…here we go)

C’è uno “slogan” ricorrente che accompagna la vostra musica, ossia “Make Hardcore Fast Again”, slogan azzeccatissimo per il vostro sound. Cosa significa per voi suonare hardcore? Cosa significa per voi suonare veloci? E cosa volete trasmettere con una frase simile?

Lo slogan é ovviamente una parodia di quell’orribile dictat di Trump, ma c’é un motivo sonoro molto importante. Suoniamo rapidi e veloci per scelta,non per etica, il punto é che nessuno di noi ascolta o segue la scena “beatdown” con i suoi codici…non abbiamo nulla contro nessuno intendiamoci,semplicemente non siamo avvezzi a quel mondo e a quel modo di fare musica. HARDCORE per noi é la musica di chi si oppone, di chi non riesce a digerire il mondo nel quale viene inserito a forza…il ritmo che viene dal battito cardiaco,il basso che rimbomba come l’ulcera del disagioe la rabbia espressa nei riff di chitarra…andar veloce é una necessità perché,strano a dirsi,non sappiamo fare altro inoltre, non ci va di rompere le palle a chi ci ascolta con pezzi lunghi e intricati…ci teniamo a restare istintivi.

Chi scrive i testi all’interno del gruppo, da cosa sono ispirati e quali sono le idee che volete far passare attraverso essi?

I testi li scrive Francesco e le tematiche si fondano comunque sull’osservazone del mondo,delle dinamiche sociali che lo compongono e in gran parte raccontano di marginalità, traumi,fobie,gioie e dolori con le quali conviviamo ogni giorno. Per noi fare questa musica é raccontare l’epoca decdente nella quale viviamo attraverso diverse chiavi di lettura,non solo quella politica o sociale. C’é moltissima emotività.

Venite da Marsiglia, cosa potete dirci sulla scena hardcore/diy underground da quelle parti?

Marsiglia é una microgalassia nella quale siamo tutti amici,ma non so se si può parlare di SCENA (termine che purtroppo non comprendiamo.) Diciamo in modo spicciolo che per quanto attive e talentuose,le bands marsigliesi non collaborano molto tra loro,non riusciamo molto a capire come mai. Vorremmo ci fosse davvero più unità e solidarietà tra tutti e per tutti.

Tornando a parlare della vostra musica, su Blast It, ultima vostra fatica in studio dimostrate una carica aggressiva e un’ attitudine da fare invidia a molti, il tutto supportato da un fast-hardcore senza fronzoli che tira dritto per la sua strada. Quali sono i gruppi che influenzano maggiormente il vostro sound?

Premettiamo che aver trovato Tom Powder per registrare e mixare ci ha davvero permesso di arrivare a questo suono. Arriviamo tutti da orizzonti musicali diversi. Matt é un patito di blast beat e HC OLD SCHOOL, Patrick é sicuramente il più eclettico e fantasiosotra noi, Fred non é certo da meno, pensate che suona in un gruppo di CUMBIA (!!!) . Siamo d’accordo su gruppi come SPAZZ, CRIPPLED FOX, MINOR THREAT, RAISED FIST, TERROR, NEGAZIONE… molto del nostro bagaglio comunque lo fanno i gruppi underground che incontriamo durante i tour o quando assistiamo ai concerti.

Quanto pensate sia ancora il potenziale dell’hardcore e del punk oggigiorno? O quale pensate debba tornare ad essere?

Il PUNK HARDCORE non perderà mai il proprio potenziale finché ci saranno esseri umani che si sbatteranno per farlo vivere. Certo c’é stato un rallentamento nel cambio generazionale ma samo sicuri che per quanto cambiano le epoche ed i supporti, ficnhé ci sarà anche un solo motivo per tenere la mente accesa il l’HC ( e affini) avranno una ragione per esistere. Francesco cita i My Own Voice di Milano : ” E lo so che il mondo non cambia con una sola canzone,ma so anche che ogni urlo di vita é una scintilla di rivoluzione”

Vogliamo ringraziarti per questa stupenda opportunità.Sono persone come te che spingono una band come la nostra a continuare,specialmente nei momenti più difficili. Vogliamo ringraziare tutti quelli che stanno leggendo questa intervista perché certamente sono nostri amici e ci hanno aiutato a suonare in giro.Contrariamente a molte bands MAINSTREAM che snobbano le realtà italiane noi adoriamo suonare in giro per lo stivale. Infatti é proprio qui che abbiamo i nostri amici più cari (tra cui certamente tu).

Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!

 

 

Powerviolence is Forever! – Intervista a Mirco (Double Me, Here and Now! Records)

Il protagonista dell’intervista di oggi è Mirco. Mirco per chi non lo sapesse è la voce dei Double Me, gruppo powerviolence di Padova che ho recensito anche recentemente in una puntata di “Schegge Impazzite di Rumore”, ma anche il braccio e la mente che stanno dietro alla Here and Now! Records, etichetta indipendente da lui fondata più di dieci anni fa e che ha recentemente pubblicato le ultime fatiche di Failure, Cavernicular, Crippled Fox, The Seeker e di molti altri gruppi powerviolence, fastcore e grind (ma non solo), italiani e non, mantenendo sempre fede all’etica DIY! Per il powerviolence, per l’anarchia! Buona lettura e supportate tutto quello che fa!

Bella Mirco! Parlaci un po’ di te, del tuo impegno con i Double Me e di come/quando ti è venuta l’idea di dar vita ad una etichetta indipendente come Here and Now! Sentiti libero di dire tutto quello che ti passa per la mente!

Ciao Stefano! Intanto ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi stai dedicando.
Partiamo con i Double Me. Per quanto mi riguarda sono sempre stato affascinato dal genere, sia dai gruppi che tutti conosciamo, sia dall’andare a scoprirne altri meno famosi; quindi diciamo che è stato naturale cercare persone con cui formare un gruppo che proponesse powerviolence. Sommando le varie influenze, i Double Me sono diventati una sorta di ibrido dei nostri gusti e quindi si può dire che non siamo proprio il classico gruppo pv; se questo da una parte può farci risultare meno interessanti ai più legati al genere canonico, dall’altro è uno stimolo per noi che ci spinge a sfidarci con cose nuove, cosa che adoro.
Here And Now! Invece nasce nel 2007 per la volontà di dare una mano ai miei gruppi e a quelli di amici a far uscire il proprio disco. Anche lei col tempo ha preso una forma sempre più concreta e definita. Col passare degli anni ho preferito gestire le uscite da solo o con poche etichette che possibilmente conosco bene. Mi sono “specializzato” nel produrre solo gruppi di un certo tipo, fast, pv, grind, ma a volte non riesco a dire di no ad altre band come gli Spirits che propongono un Boston HC che io adoro.

Con la tua etichetta pubblichi principalmente lavori che si rifanno ad un sound tipicamente powerviolence, fastcore e grind, sia italiani che stranieri. Posso sapere come mai questa passione per certe sonorità? Qual è stato il tuo primo approccio con questi generi?

A dirla tutta ho avuto la sfortuna di arrivare a certi generi quando già ero grandicello. Abitando a circa 20 km dal centro di Padova non sono entrato in contatto con la “scena” locale se non dopo i 20anni. Internet non era così a portata di mano e conoscevi i gruppi leggendo i ringraziamenti sui dischi o alla Green Records, un negozio che all’epoca vendeva solo dischi hardcore. Fino ad un certo punto avevo consumato CD soprattutto old school e qualcuno un po’ più thrashone, finché venni a conoscenza dei vari WHN? Scholastic Deth e li mi si aprì un mondo che ancora adesso amo.
Credo che il motivo principale per cui mi piacciono queste sonorità sia l’energia che trasmettono. Alcuni la possono scambiare con aggressività con l’accezione negativa del termine, ma io preferisco vederla come qualcuno che ha bisogno di far sentire la propria voce e di esprimere un messaggio, piuttosto che semplici latrati.

Collegata direttamente alla domanda di cui sopra, quali pensi siano stati i gruppi e/o gli album che ti hanno maggiormente influenzato nella tua vita e che hanno influenzato il sound dei Double Me?
E invece quali ritieni siano i nuovi migliori gruppi a suonare pv/fastcore/grind oggi a livello mondiale?
Come dicevo prima è quasi impossibile dire cosa ha influenzato i Double Me. Dentro al gruppi ascoltiamo dal grind all’hiphop, dai Queen ai Beatles. Tutti questi generi hanno una loro piccola parte dentro al nostro sound. Personalmente cito sempre i soliti Cut The Shit, Infest, Spazz, Lack of Interest, Crossed Out, Charles Bronson, ma solo perché grazie a loro ti avvicini ad un certo tipo di musica, non perché non ce ne siano altri di fighi e imprescindibili.
Per quanto riguarda i gruppi odierni non citerò gruppi italiani ma sono per non fare un torno a nessuno. All’estero mi piace molto la scuola di Leeds, poi direi Chest Pain, Boak, Endless Swarm, Twitch, xThroatx, xChokex, Fissure, Gimp, Escuela, Ghetto, Burnout, Cave State, God’s America, Concussive, Sex Prisoner, Chepang, PowerxChuck, Wound Man, Sick Shit… Ce ne sarebbero davvero molti altri da citare ma staremmo qua ore.

La Here and Now! ha pubblicato i lavori di interessanti realtà italiane dedite a grind e powerviolence come i Cavernicular di Palermo o l’ultimo split dei The Seeker. Cosa puoi dirci della scena pv italiana, sempre se pensi ne esista una? Quali gruppi consigli ai lettori di Disastro Sonoro? Ma soprattutto qual è la tua idea in merito al diffuso interesse degli ultimi anni verso certe sonorità che spaziano dal pv al fastcore?
Più che di scena parlerei di gruppi sparsi per l’Italia. Di nomi ce ne sono non tantissimi ma sicuramente diversi e la maggior parte sono validi. Failure, Delorean, L.ul.u, Peep, Crisis Benoit, ANF, Taste The Floor, ma solo per citarne altri rispetto a quelli da te nominati. Ce ne sarebbero altri (non vogliatemi male per non avervi nominato, vi ho nel cuore lo stesso).
Parlare di scena pv mi sembra esagerato. Di sicuro ci sono dei gruppi interessanti e in molti casi legati tra di loro, ma la maggior parte abitano a 2 ore di distanza l’uno dall’altro, se non di più. Risulta difficile avere una “scena”. Un altro gran problema è che ci sono pochissimi spazi dove poter far suonare determinati generi. Se già è difficile far suonare hardcore, immagina generi più estremi. Da questo punto di vista siamo distanti anni luce da altre realtà estere.
E’ vero però come dici che c’è stato un certo interesse per il powerviolence e il fast, soprattutto qualche anno fa. Purtroppo per la maggior parte della gente tale interesse è scemato in un anno o due. Si sa come funzionano certe cose e non sto qua a biasimare nessuno. Spero col tempo anche certi generi di classe “B” abbiano lo spazio che meritano davvero.

Progetti futuri sia con i Double Me che con Here and Now? Prossime uscite, prossime pubblicazioni?
Con i Double Me abbiamo uno split a 4 con Igioia, Lugubrious Children e xThroatx. Non so bene quando uscirà, tutti i gruppi stanno lavorando sulle tracce. Spero verso estate 2019, sto aspettando con impazienza di sentire le tracce di tutti hehehe. Abbiamo poi un progetto per un one side 7” che a breve andremo a registrare. La cosa è un’idea che avevamo in testa da un po’ e alla fine chi siamo imposti di farla. Ma non voglio spiegare di più. Diciamo che sarà sicuramente veloce e con tantissimi cambi di tempo. Per ultimo ma non ultimo, uno split con i Disparo! Da Sidney. Conosco Tommy per via delle relative etichette da anni (Good Times Records) e abbiamo suonato con loro in due occasioni diverse nei due tour che hanno fatto in Europa. Ci sentiamo spesso e la cosa è nata in modo super naturale.
Stiamo pensando pure a come muoverci per i prossimi tour ma tra lavoro e altri impegni il tempo è davvero limitato.
HAN! Invece avrà una pausa più o meno lunga, non so bene per quanto. Ho bisogno di tempo da dedicare ad altre cose, non sto qua ad annoiare nessuno con le mie cose hehehe. Sicuramente usciranno le releases che già avevo programmato, con tempi che purtroppo non dipendono da me, quindi Crippled Fox 7”, Chest Pain / Suffering Luna (versione Europea), Boak / Groak, L.UL.U / God’s America, Sete Star Sept / Jack, Negative Path, un progetto con un’etichetta tedesca che avrà vita l’anno prossimo e ovviamente le uscite dei Double Me. Insomma di cose ce ne sono tantissime comunque.

Domanda secca: qual è il gruppo che sogni di pubblicare per la tua etichetta? E perché?
Quali soddisfazioni ti sei invece già tolto grazie alla tua etichetta?
AAAAAHHH bellissima domanda alla quale onestamente non saprei rispondere. Forse ora come ora ti direi i Sex Prisoner e The Afternoon Gentlemen ma, arrivando diretto alla seconda parte della domanda, ti dirò che anni fa avrei sognato (ma senza troppe false speranze) di produrre i Chest Pain e gli ACxDC. Per vari casi della vita la cosa è accaduta quindi questa soddisfazione me la son già presa. Piccole vittorie ma che ti rendono le giornate molto più piacevoli.
Ovviamente ho parlato solo di gruppi che umanamente io potrei gestire, non a caso non ho nominato gente alla Napalm Death ahahah

Quanto è importante per te continuare a tenere in vita l’etica del Do It Yourself attraverso la tua etichetta? Ma sopratutto, cosa significa esattamente per te oggi nel 2018 DIY?
Credo che l’hc e il DIY siano due cose strettamente legate. La mia etichetta lo è sempre stata, in modi diversi nel tempo ovviamente. Prima dando quei pochi euro che avevo alle band, ora cercando di far uscire i gruppi da solo (o in pochissime etichette) ma sapendo da chi vado a stampare il disco, da chi stampo le copertine, conoscendo meglio chi mi si trova davanti a livello umano ecc. Il sentimento di fondo è lo stesso, ma probabilmente maturato nel tempo. DIY a 16 anni era organizzare un concerto senza sapere effettivamente cosa serviva a tutti i gruppi per suonare, farlo dopo tanti anni ha le stesse dinamiche ma con la consapevolezza che non bastano quattro mura per fare un concerto. DIY ora per me significa conoscere la gente personalmente se fattibile, cooperare il più possibile al di fuori dalle leggi di mercato (anche se è impossibile farlo al 100% in questa società), portare avanti delle idee e messaggi, cercando di connettere sempre più persone.

Quali tematiche volete affrontare attraverso le liriche dei Double Me? Da cosa sono ispirate e di cosa parlano principalmente?
All’inizio erano quasi solo tematiche sociali e personali, l’approccio con l’autorità, lo svilimento del lavoro, descritte da un punto di vista molto negativo e cinico. Mi spiego meglio: io volevo dare quell’idea ma cercando di spronare chi li leggeva a dirsi “no! Non è così che deve andare, devo dare il meglio di me”. Una sorta di incitamento velato. La frenesia della vita però molte volte non ci da il tempo di capire, di soffermarsi più di 5 secondi su un testo, parlare con chi l’ha scritto e chiedergli chiarimenti (cosa che mi è capitata in un paio di occasioni e sono stato piacevolmente colpito dal fatto che i miei interlocutori lo avessero inteso benissimo), quindi ovviamente spesso viene letto per quello che sembra. Ora come ora a volte riprendo questo stile, altre prendo un approccio che può risultare quasi direttamente positivo. Ultimamente scrivo anche altre cose che in alcuni casi risultano ermetiche vista la durata media delle canzoni (dai 5 ai 15 secondi), ma riesco in poche parole ad esprimere concetti, idee, modi di vivere che in altri modi risulterebbero secondo me prolissi e perderebbero di intensità.

Parliamo un po’ dei Double Me: nel 2017 avete affrontato un tour negli USA. Vuoi parlarcene? Hai qualche aneddoto da raccontare? Com’è andata in generale?
Credo sia stata una delle esperienze più belle che abbiamo fatto. Non tanto per gli USA in primis ma per una questione di gruppo. Stare assieme per tanti giorni può risultare stressante ma abbiamo vissuto quest’esperienza molto serenamente e ci ha dato modo di legare ancora di più. E’ stato sicuramente devastante a livello fisico. Ci facevamo anche 24 ore di viaggio in 2 giorni. Scendevamo dal furgone che sembravamo degli zombie. Due secondi dopo però tutto cambiava, diventi super adrenalinico perché vedi gente nuova venuta la per vedere te, tutti super socievoli, gente che ci invitava ad andare a casa loro dopo il concerto o che voleva portarti in giro il giorno dopo per la loro città (cosa capitata in varie occasioni). Suonare con gruppi che magari ti sognavi anche di poter vedere in Europa. Da questo punto di vista tornerei subito. Con quasi tutti mi sento regolarmente, la cosa è meravigliosa. Ma anche questo è hardcore giusto?
Dei lati negativi non serve parlarne, cioè sono soprattutto legati a come è gestito lo stato, dal razzismo dilagante. Ma in realtà questo problema esiste ovunque, solo vissuto in modo diverso (e sempre pessimo).
Aneddoti ne avrei una miriade. Gente che ci sfascia la batteria finché suoniamo, dal concerto in un negozio dell’usato, dall’aspettare un tizio 2 ore in un paese di 4 case in mezzo al nulla dove Twin Peaks sembra il carnevale di Rio. Ma è più bello raccontarle a voce, rendono molto di più. Se vuoi ce ne sarà sicuramente occasione hehehe.

Se uno si fa un giro sulla pagina instagram di Here and Now Records può pensare che tu viva unicamente a pane e powerviolence. Quindi per concludere l’intervista, domanda d’obbligo: cos’altro ascolti quando ti prendi una pausa da certe sonorità?
Ahahahahaha beh metà di quello che ascolto è effettivamente quello. Mi piace moltissimo anche il punk rock anni 90 / 2000 e l’hc sxe, soprattutto stile Boston. Poi ti citerei i Queen, Beatles ecc… Ma come molti amici sanno mi piace tantissimo il pop. Si, il pop. Il pop più becero da MTV. Non posso farci nulla. Quelle melodie mi entrano in testa e non escono più. Poi in realtà mi piacciono molte voci di cantanti del genere. Non è che sia un assiduo ascoltatore ma se c’è di sicuro non sarò io a dirti di cambiare canzone sulla radio, al limite sarò quello che canticchia sorridendo ahahah

Volevo in gran finale ringraziare te Stefano per questa chiacchierata che spero non sia risultata troppo scontata da parte mia e prolissa. E’ stato davvero un gran piacere. Davvero grazie mille!

A mio volta ci tengo nuovamente a ringraziare Mirco per la disponibilità, la passione con cui ha risposto alle mie domande del cazzo e sopratutto per tutto l’impegno e l’attitudine che ci mette in quello che fa, sia con i Double Me sia con la Here and Now! Records! mantenendo viva la fiamma del Do It Yourself! 

POWERVIOLENCE IS FOREVER! Ricordatevelo, stolti!

A Lesson in Violence: Crisis Benoit e Sadako

In questo nuovo articolo vi porterò per la prima volta una doppia recensione, visto che da pochissimi giorni è stato pubblicato sia il nuovo lavoro dei bolognesi Crisis Benoit, sia la prima fatica dei Sadako, nuova creatura direttamente da Sassari. Come se non bastasse i due gruppi saranno impegnati proprio in questi giorni in un mini tour di quattro date che li vedrà suonare in Austria e Svizzera, per poi concludere questo viaggio all’insegna della violenza sonora il 26 di Novembre a Bologna (per sapere dove, come e quando, stay tuned sui profili social dei due gruppi). Il mio consiglio è quello di non farvi scappare questa doppia dose estremismo sonoro per niente al mondo, perché sia i Crisis Benoit che gli emergenti Sadako sanno sul serio cosa significa sbriciolare ossa e conoscono perfettamente il concetto di “violenza, non musica”. E se continuerete a leggere questo articolo, capirete perché con questi due brutti ceffi non si deve scherzare. Volete una lezione di violenza? Prendete appunti.

Amanti dell’hardcore più estremo e furioso e del wrestling in tutte le sue forme, ecco a voi che tornano sulle scene i Crisis Benoit con il nuovissimo “Icon of Violence”, un titolo che non può lasciare spazio all’immaginazione in merito a quanto ci troveremo ad ascoltare. Un concentrato di violenza sonora inaudita che colpisce sui denti come una mazza da baseball e che ti prende a pugni nello stomaco per una quindicina di minuti, senza lasciar tregua o possibilità di riprendere fiato. Qualcuno potrebbe definire la proposta dei nostri cari bolognesi come powerviolence o grindcore, ma sinceramente le etichette a questo punto lasciano il tempo che trovano signori e signore all’ascolto, visto che quello che ci offrono i Crisis Benoit con queste 13 tracce sono solamente violenza e rumore, estremismo sonoro e terrorismo musicale, con l’unico intento di aprirci il cranio a metà e di lasciarci morenti al suolo una volta finito il massacro; o l’incontro visto che come al solito il filo conduttore di tutto il lavoro è la passione incondizionata per il wrestling che anima i nostri fin dal loro primo demo. Come sempre inoltre i Crisis Benoit ci mettono ingenti dosi di sana ignoranza e ironia in quello che fanno, preferendo ad una improbabile attitudine da duri e puri della scena, la strada del “non prendiamoci troppo sul serio” e del divertimento. E questo loro approccio rende la loro proposta, già di per se originale nell’accostare l’hardcore sparato a mille alla tematiche e all’immaginario del wrestling, ancora più interessante ed estremamente godibile. L’album, prodotto da Slaughterhouse Records in formato cassetta, si apre con una veloce intro strumentale seguita dalla prima traccia “The Walking Riot”, pezzo che si apre con un riff thrash metal e che omaggia una leggenda come Wild Bull Curry, riconosciuto storicamente come padrino dell’hardcore style nel wrestling americano. Proseguendo tra gli altri 12 pezzi che compongono questo “Icon of Violence” ci troveremo immersi in un vortice di citazioni a tutto il mondo e all’immaginario del wrestling mondiale, caratteristica questa a cui ci hanno abituato da sempre, lavoro dopo lavoro, i Crisis Benoit. Ed ecco allora che troviamo un pezzo come “Necro Butcher” dedicato all’omonimo ex Wrestler statunitense, “Puroresu” che prende il nome dal termine con cui si indica il wrestling praticato in terra nipponica oppure “Montreal 11/9”, traccia che tratta uno dei casi più controversi nella storia della WWF, conosciuto anche come Montreal Screwjob. L’album poi si conclude con “I Wanna ECW all night”, brano che riprende direttamente e liberamente la famosissima “I Wanna Rock’n’Roll All Night” dei Kiss, reintrerpretandola completamente in chiave grindin’hardcore/pv, pur mantenendo un groove fottutamente rock’n’roll. Per concludere, i Crisis Benoit sanno fare il loro sporco lavoro e lo sanno fare molto bene, riuscendo ad intrattenere e tenere incollati all’ascolto come il più avvincente dei match. Una lezione di violenza inaudita, sangue e sudore sul ring, questo è “Icon of Violence”… 13 mazzate sui denti che arrivano all’improvviso. Un concentrato di violenza, non musica, che non ci lascerà tempo per riprendere fiato. Tutto questo sono i Crisis Benoit, nothing less, nothing more.

Con i Sadaku sarò molto più breve, ma giusto perché trattandosi della loro prima fatica in studio credo che le parole servano a molto poco e che l’ascolto del loro omonimo album possa darvi tutte le risposte che cercate, soprattutto se siete alla ricerca di un fastcore/powerviolence imbastardito con echi di crust e grind qua e la che non lascia scampo e che si propone come unico obiettivo quello di annichilirci a colpi di violenza sonora. Le tematiche affrontate nelle liriche dai sardi sono assolutamente uno dei punti forti della loro proposta in quanto cariche di pulsioni riottose e prese di posizione nette contro questioni come lo sfruttamento animale o il militarismo. Un esempio lampante delle posizioni antimilitariste che animano i Sadako è senza ombra di dubbio la nona traccia “RWM”, che prende il nome dalla fabbrica di bombe stanziata a Domusnovas (nella zona meridionale della Sardegna) e che negli anni ha visto la nascita di un movimento territoriale antimilitarista che ha messo in atto pratiche come il sabotaggio e l’occupazione, in modo da attaccare la presenza e i profitti di tale fabbrica di morte. Le tematiche affrontate negli altri pezzi sono riconducibili alla lezione classica dell’hardcore italiano degli anni 80/90 e di gruppi come Declino, 5°Braccio o Sottopressione, ma anche di gruppi più recenti come i Repressione. Tracce furiose e sbriciola ossa accompagnate da testi riottosi e incazzati, questo è quello che ci offrono i Sadako con la loro prima fatica in studio. Un pezzo come “Distruzione della monotonia: nessuna abitudine all’uguale” condensa, a mio parere, tutto quello che ho appena detto. Un concentrato di rabbia e rumore che non si ferma davanti a niente e nessuno, una lezione di violenza che vi farà pentire di esservi imbattuti nei Sadako. La domanda è sempre la stessa: cazzo volete di più?

 

Sadako + Crisis Benoit + Igioia live in Innsbruck
(Foto rubata dal profilo Fb del buon Pavel)

È solo una piccola lezione di violenza sonora, una questione di terrorismo musicale. Avete preso appunti? Siete pronti per il massacro? Come al solito, so’ cortellate quante ne volete.