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Crippled Fox – In the Name of Thrash (2020)

I Crippled Fox suonarono il thrashcore… e fu di nuovo tempo di massacro!

The kings of thrashcore are back in town e son pronti a demolire tutto! L’ultima volta che mi son trovato a parlare dei Crippled Fox su queste pagine era in merito all’uscita dello split con i Satanic Youth, probabilmente come lo definii all’epoca, il miglior split in ambito thrashcore/hc uscito quell’anno. Oggi finalmente mi trovo di nuovo a parlare del gruppo ungherese poiché è stata pubblicata da pochi giorni la loro ultima fatica dall’emblematico titolo In the Name of Thrash, un titolo che prende immediatamente le sembianze di una dichiarazione di intenti inequivocabile su quanto andremo ad ascoltare. Indossate le bandane, let’s thrash!

23 nuove schegge impazzite di thrashcore senza fronzoli e trita ossa, solito marchio dei fabbrica di nostri selvaggi bastardi ungheresi fin dal lontano 2008. Anche questo In the Name of Thrash se ne fotte altamente il cazzo di inventare qualcosa di nuovo e ci ripropone un mix di thrashcore, crossover e fastcore senza tempo e devastante, un sound diretto, furioso e veloce, con i Crippled Fox che dimostrano di non aver mai perso il gusto per il riffing e per l’intensità. Oltre a ciò come si può pensare di resistere o rimanere impassibili dinanzi all’attitudine in your face delle 23 tracce presenti su In the Name of Thrash? Il solito concentrato di mazzate in pieno stomaco, inni spassionati al thrash metal, ma anche ingenti dosi di cazzonaggine (basti pensare all’ultima tracce dal sound power metal che nel testo ricalca tutti i clichè classici del genere) e divertimento, immaginandosi sudati, ubriachi fradici e pieni di lividi tra stagediving e poghi infiniti. Se volessimo descrivere la potenza e l’intensità del thrashcore dei Crippled Fox con una solo immagine, dovremmo pensare ad una skate che ci colpisce in pieno volto frantumandoci i denti e lasciandoci stesi al suolo inermi. Assolutamente impossibile uscire indenni e senza lividi da questa scarica di thrash-mazzate che non lascia nemmeno momenti per riprendere fiato.

We want you to join in and make ’em thrash
don’t leave out anyone
We want you to join in, the Crippled Army
won’t let down anyone
MAKE THEM THRASH!

Ancora una volta i Crippled Fox, nel nome del thrash (core), ci dimostrano di essere un assoluto  punto di riferimento nella scena hardcore e di avere ancora tante cartucce da spararci addosso senza pietà! Cosa cazzo aspettate allora? Tirate fuori le bandane, indossatele con orgoglio, che il circle pit abbia inizio!

Dropdead – S/t (2020)

 

Partiamo con alcuni, superflui, dati empirici. È infatti dal 1998 che i Dropdead non rilasciano un full lenght. Certo nel mezzo il vuoto è stato colmato da una serie di split degni di nota e di assoluto valore con nomi del calibro di Unholy Grave, Converge e Totalitar, ma si sentiva la mancanza di un lavoro dalla durata più sostenuta firmato esclusivamente dai Dropdead. Ed eccolo finalmente arrivato. La ricetta di partenza è sempre la solita: un hardcore punk veloce e furioso che spesso invade territori a volte riconducibili al powerviolence, mentre in altri momenti lambisce sonorità vagamente grind, ma che racchiude sempre dentro di sé tutta quell’attitudine in your face tipica dell’hardcore vecchia scuola e quello spirito battagliero intenzionato a non lasciare prigionieri e a sputarci in faccia tutto l’odio e la rabbia che ancora animano la musica del gruppo di Rhode Island. Forse l’unica nota mezza-stonata questa volta è l’iconica voce di Bob, dai toni sempre rabbiosi ma meno graffianti e urlati rispetto ad un tempo, capace certamente ancora di trasmettere lo spirito riottoso dei Dropdead ma senza essere lancinante come una volta nel prenderci a pugni la testa fino a sbriciolarla. Questo non dev’essere visto per forza come un lato negativo anzi, ma come una naturale “evoluzione” (passatemi il termine) per una band in giro da trent’anni e che, pur avendo ancora tanta rabbia da urlare in un microfono e da sputarci addosso, ora ha deciso di dare una nuova sfumatura al proprio hardcore, non perdendo comunque nulla i termini di attitudine e di sincerità con cui porta avanti le proprie idee. Probabilmente tutto questo è dovuto semplicemente al fatto che i Dropdead del 2020 non sono chiaramente quelli del 1998, il tempo scorre inesorabile per tutti e anche per un gruppo abituato da sempre a tirare velocissima la propria musica, ventidue anni senza rilasciate un disco completo si fanno sentire. Azzarderei inoltre a sostenre che i Dropdead di questo album sono si più anziani ma in senso positivo, ovvero più maturi, riuscendo nonostante il tempo che passa a trasmettere la stessa rabbia per questo mondo di merda e a condensare in ventitré tracce la coscienza politica e lo spirito di rivolta che li anima da sempre, oggi forse con un’irruenza più ragionata.

Già un mese fa i Dropdead avevano iniziato a farci assaporare alcune nuove tracce come “Prelude/Torches” e “Flesh and Blood”, singoli che permettevano di farsi un’idea abbastanza precisa, seppur generale, della qualità e dell’intensità che contraddistinguono anche questo terzo s/t album. Le ventitre tracce in cui ci imbattiamo, musicalmente si rifanno a quel devastante mix di hardcore, fastcore e powerviolence, marchio di fabbrica dei Dropdead dal giorno zero; questa volta però mostrano maggiori sfumature e continui cambi di stile, ma è proprio così che dovrebbe suonare un disco dei Dropdead nel 2020, almeno secondo la mia idea. Ci sono pezzi assolutamente devastanti e che trasudano attitudine hc e in your face da tutti i pori come On Your Knees, Only Victims o The Black Mask, mostrandoci quanto ancora ribolla la rabbia e la passione più sincera per un certo modo di intendere e suonare l’hardcore punk nel sangue dei Dropdead, una passione che nemmeno trent’anni di carriera possono scalfire. Per quanto riguarda invece l’aspetto lirico, questo nuovo self titled album rappresenta un quadro perfetto con cui i Dropdead attaccano, analizzano, prendono posizioni nette e vomitano tutta la rabbia verso questi tempi bui che stiamo vivendo a livello globale, ponendo l’accento e la propria attenzione su questioni di fondamentale importanza sociale come la devastazione climatica in nome del profitto più famelico e cieco del capitale, l’ascesa dell’estrema destra, lo sfruttamento animale (tematica da sempre centrale nelle liriche del gruppo di Rhode Island), gli orrori delle guerre mosse in nome degli interessi del capitalismo e molto altro ancora. La musica dei Dropdead non è solamente il concentrato della rabbia e della frustrazione dovuta a questi tempi bui che stiamo vivendo, ma vuole incarnare una viscerale e istintiva volontà di rivolta e di ribellione dinanzi a tutto questo. E non dovrebbe forse essere questo il più sincero obiettivo dell’hardcore punk?

Al di là di tutte le note positive come il ritorno su disco o la possibilità di godere di queste nuove ventitrè tracce, e delle poche, pochissime, note “negative” (passatemi nuovamente il termine) come le vocals di Bob che potrebbero lasciare l’amaro in bocca a molti affezionati delle urla lancinanti e selvagge di un tempo, avercene di gruppi dall’attitudine, dalla coscienza politica, della sincerità e dalla passione con cui suonano l’hardcore punk ancora oggi nel 2020 i Dropdead. Alla fine, se proprio dobbiamo tirare le somme, per quanto possa suonare per certi versi diverso da tutto ciò che hanno registrato fino ad oggi, questo terzo self titled album è ancora una volta un concentrato di mazzate annichilenti nello stomaco e di rabbia sincera contro tutta la merda che ci circonda, e non si poteva chiedere di meglio al gruppo di Rhode Island che si continua a dimostrare una sicurezza in termini di coerenza e attitudine.

L’hardcore è ancora una minaccia, l’hardcore è ancora un mezzo con cui minare questo esistente e farlo saltare in aria!

 

Yacøpsae – Timeo Ergo Sum (2020)

Powerviolence ist krieg, Fastcore Is Forever!

Timeo Ergo Sumletteralmente “ho paura quindi sono“, è il titolo dell’ultima fatica in studio dei tedeschi Yacøpsae rilasciata nel dicembre 2019, ed è‘ l’ennesima mazzata in pieno volto, l’ennesima scarica di pugni ad altezza stomaco, l’ennesima lezione di terrorismo sonoro e di violenza inaudita concentrate in 21 minuti di turbo-speed-violence!

Ventiquattro schegge di rumore impazzite, frenetiche e devastanti trafiggono le nostre orecchie e ci torturano nel profondo con una violenza brutale, privandoci di ogni forza ed energia vitale e senza lasciarci mezzo secondo per riprendere fiato. Gli Yacøpsae ci scaricano addosso ancora una volta il loro furioso fast-grind-violence in cui gli ingredienti principali sono un estremo e convulso powerviolence e un super-veloce fastcore, dove a farla da padroni assoluti sono sicuramente i blast beats onnipresenti e tritaossa (il tupa tupa di tracce come Kopflos e Vergessen sembra poter demolire qualsiasi cosa), un riffing frenetico ed apparentemente instancabile, stop & go ricorrenti (Niemandsland)  e delle vocals lancinanti  e abrasive che ci vomitano addosso un odio e una rabbia annichilenti. C’è spazio anche per brevi rallentamenti e momenti meno frenetici, come da tradizione per quanto riguarda il powerviolence suonato dai tedeschi, ma la sensazione arrivati alla fine del disco è quella di aver preso tante di quelle mazzate da fare fatica a respirare e non avere nemmeno le forze per reggersi in piedi. Tracce come al solito dalla breve durata e assestate su ritmi velocissimi, scorribande costanti in territori dove a dominare incontrastato è l’estremismo sonoro in tutte le sue forme, dal powerviolence fino a giungere ad echi grind, veri e propri assalti di disastro sonoro oltranzista all’inverosimile che non mostra cedimenti, nonostante i tedeschi siano sulle scene dal 1990. Gli Yacøpsae sono ancora una volta sinonimo di qualità, sincerità e coerenza verso un preciso modo di intendere l’hardcore nelle sue forme più radicali ed estreme. Fanculo tutto, fanculo il punk rock… Con “Timeo Ergo Sum” gli Yacøpsae ci danno un’altra una lezione di turbo speed violence terroristico e senza compromessi! 

“MAKE HARDCORE FAST AGAIN” – INTERVISTA AGLI xINQUISITIONx

Anche questa intervista agli xInquisitionx è stata realizzata mesi fa in vista della prima uscita della fanzine cartacea di Disastro Sonoro che poi non ha mai visto la luce purtroppo. Ci tengo a pubblicarla perchè scambiare quattro chiacchere con Francesco (voce degli xInquisitionx) è sempre estremamente piacevole perchè nelle sue parole trasuda una totale e sincera passione per l’hardcore e un’attitudine da far invidia a molti. Make hardcore fast again, prima di subito!

Classica domanda banale e scontata: come nascono gli Inquisition, quando e perché? Ma soprattutto da dove avete tratto ispirazione per il nome del gruppo?

Gli xINQUISITIONx nascono da una costola degli eccezionali OUR ROOTS unica band Marsigliese di POWERVIOLENCE in seguito al trasferimento in Brasile del cantante Laurent. Abbiamo deciso di fondare questo progetto su una linea meno sincopata e dai toni più hc restando comunque velocissimi,con pezzi brevi e roboanti. Il nome é stato difficile da trovare e abbiamo scelto questo perché risulta d’impatto e poi c’é un senso di DOLORE che ritroviamo molto in ciò che facciamo. Senza contare che é stata un’involontaria citazione a Mel Brooks con il suo film LA PAZZA STORIA DEL MONDO ( …The INQUISITION…what a show…here we go)

C’è uno “slogan” ricorrente che accompagna la vostra musica, ossia “Make Hardcore Fast Again”, slogan azzeccatissimo per il vostro sound. Cosa significa per voi suonare hardcore? Cosa significa per voi suonare veloci? E cosa volete trasmettere con una frase simile?

Lo slogan é ovviamente una parodia di quell’orribile dictat di Trump, ma c’é un motivo sonoro molto importante. Suoniamo rapidi e veloci per scelta,non per etica, il punto é che nessuno di noi ascolta o segue la scena “beatdown” con i suoi codici…non abbiamo nulla contro nessuno intendiamoci,semplicemente non siamo avvezzi a quel mondo e a quel modo di fare musica. HARDCORE per noi é la musica di chi si oppone, di chi non riesce a digerire il mondo nel quale viene inserito a forza…il ritmo che viene dal battito cardiaco,il basso che rimbomba come l’ulcera del disagioe la rabbia espressa nei riff di chitarra…andar veloce é una necessità perché,strano a dirsi,non sappiamo fare altro inoltre, non ci va di rompere le palle a chi ci ascolta con pezzi lunghi e intricati…ci teniamo a restare istintivi.

Chi scrive i testi all’interno del gruppo, da cosa sono ispirati e quali sono le idee che volete far passare attraverso essi?

I testi li scrive Francesco e le tematiche si fondano comunque sull’osservazone del mondo,delle dinamiche sociali che lo compongono e in gran parte raccontano di marginalità, traumi,fobie,gioie e dolori con le quali conviviamo ogni giorno. Per noi fare questa musica é raccontare l’epoca decdente nella quale viviamo attraverso diverse chiavi di lettura,non solo quella politica o sociale. C’é moltissima emotività.

Venite da Marsiglia, cosa potete dirci sulla scena hardcore/diy underground da quelle parti?

Marsiglia é una microgalassia nella quale siamo tutti amici,ma non so se si può parlare di SCENA (termine che purtroppo non comprendiamo.) Diciamo in modo spicciolo che per quanto attive e talentuose,le bands marsigliesi non collaborano molto tra loro,non riusciamo molto a capire come mai. Vorremmo ci fosse davvero più unità e solidarietà tra tutti e per tutti.

Tornando a parlare della vostra musica, su Blast It, ultima vostra fatica in studio dimostrate una carica aggressiva e un’ attitudine da fare invidia a molti, il tutto supportato da un fast-hardcore senza fronzoli che tira dritto per la sua strada. Quali sono i gruppi che influenzano maggiormente il vostro sound?

Premettiamo che aver trovato Tom Powder per registrare e mixare ci ha davvero permesso di arrivare a questo suono. Arriviamo tutti da orizzonti musicali diversi. Matt é un patito di blast beat e HC OLD SCHOOL, Patrick é sicuramente il più eclettico e fantasiosotra noi, Fred non é certo da meno, pensate che suona in un gruppo di CUMBIA (!!!) . Siamo d’accordo su gruppi come SPAZZ, CRIPPLED FOX, MINOR THREAT, RAISED FIST, TERROR, NEGAZIONE… molto del nostro bagaglio comunque lo fanno i gruppi underground che incontriamo durante i tour o quando assistiamo ai concerti.

Quanto pensate sia ancora il potenziale dell’hardcore e del punk oggigiorno? O quale pensate debba tornare ad essere?

Il PUNK HARDCORE non perderà mai il proprio potenziale finché ci saranno esseri umani che si sbatteranno per farlo vivere. Certo c’é stato un rallentamento nel cambio generazionale ma samo sicuri che per quanto cambiano le epoche ed i supporti, ficnhé ci sarà anche un solo motivo per tenere la mente accesa il l’HC ( e affini) avranno una ragione per esistere. Francesco cita i My Own Voice di Milano : ” E lo so che il mondo non cambia con una sola canzone,ma so anche che ogni urlo di vita é una scintilla di rivoluzione”

Vogliamo ringraziarti per questa stupenda opportunità.Sono persone come te che spingono una band come la nostra a continuare,specialmente nei momenti più difficili. Vogliamo ringraziare tutti quelli che stanno leggendo questa intervista perché certamente sono nostri amici e ci hanno aiutato a suonare in giro.Contrariamente a molte bands MAINSTREAM che snobbano le realtà italiane noi adoriamo suonare in giro per lo stivale. Infatti é proprio qui che abbiamo i nostri amici più cari (tra cui certamente tu).

Rumori Veloci – L.UL.U/God’s America e Failure/Ona Snop

PLAY FAST TILL THE DAY YOU DIE!

Failure

Puntata speciale di “Rumori Veloci” dedicata esclusivamente a due split album usciti nelle scorse ore che sono delle vere e proprie bombe! Sto parlando delle ultime fatiche targate L.UL.U e God’s America da una parte e Failure e Ona Snop dall’altra, lavori che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”. Questi due split faranno di sicuro la gioia di tutti gli amanti di sonorità fastcore, powerviolence e grindcore!

I L.UL.U ci avevano lasciati con un super fast Ep di solo due tracce qualche mese fa e sinceramente non si vedeva l’ora che buttassero fuori qualcos’altro, visto che stiamo parlando di una delle migliori realtà italiane in ambito fastcore di cui si sentiva la mancanza! In questo split con i God’s America, interessantissimo gruppo di Las Vegas dedito a sonorità powerviolence/grindcore, i L.UL.U ci regalano quattro nuovissime schegge del loro incazzatissimo fast-hardcore tutto attitudine e passione. Ci troviamo di fronte all’ennesima raffica di pugni nello stomaco a cui ci hanno sempre abituato i milanesi, l’ennesimo calcio in faccia che fa saltare via i denti. A livello di sonorità il fastcore dei L.UL.U, urlato, come sempre, fino a squarciarsi la gola dall’incazzatissima Beret e sorretto da quella vera e propria macchina da guerra che siede dietro le pelli che risponde al nome di Angel, mi ha riportato alla mente ancora una volta gruppi del calibro di Hex e Last Words, nonché lontane influenze più powerviolence riconducibili ai Manhunt o ai Worse. Sul lato dello split occupato dall’hardcore furioso e veloce dei L.UL.U spiccano certamente “Object” e la conclusiva  “Broken Bones” traccia il cui titolo non lascia certo spazio a interpretazioni. Schegge impazzite di fastcore rabbioso trafiggeranno il vostro corpo e le vostre orecchie, vi prenderanno a pugni fino a farvi sputare sangue lasciandovi agonizzanti a terra con le ossa distrutte come dopo un pogo selvaggio. Velocità e rabbia, l’essenza dell’hardcore suonato dai L.UL.U. 

Se non fossero bastate le mazzate targate L.UL.U e God’s America, ci penserà lo split tra Failure e Ona Snop, due delle realtà più interessanti della scena hardcore europea, a darvi l’ennesima scarica di calci in faccia! Questo split è un granitico concentrato di fastcore incazzato e devastante powerviolence che ha come unico dichiarato intento quello di infliggerci il dolore più assoluto sia a livello fisico che a livello psicologico, senza fare prigionieri, senza permettere a nessuno di ripredere fiato.

I Failure ripartono da dove si erano interrotti con il loro primo stupendo lavoro, ovvero un fastcore rabbioso e senza troppi fronzoli, che tira dritto per la sua strada lasciando solo macerie e distruzione al suo passaggio, che, come già scritto per i L.UL.U, non ci pensa due volte a prenderci a pugni nello stomaco e lasciarci senza vita per terra! Tra le sette tracce dei Failure a cui si somma  “Rotisserie Geezer“, cover proprio di un pezzo degli Ona Snop, spiccano senza ombra di dubbio l’iniziale “I Don’t Want to Talk to You”, “Gold-Coated Turd” e “Bleeding Hands”, esempi perfetti dell’attitudine dei nostri e del loro fastcore che ha la capacità di stamparsi immediatamente in testa! Suonare veloci fino alla morte o morire provandoci, ecco l’essenza più pura e sincera del sound dei Failure! Gli Ona Snop, per chi ancora non li conoscesse (e sarebbe un peccato imperdonabile), invece suonano un mix devastante e assolutamente personale di powerviolence e fastcore con evidenti influenze grind e vengono da Leeds, città la cui scena hardcore si sta dimostrando estremamente viva e florida nell’ultimo periodo grazie anche a gruppi come i Gets Worse (ne è un esempio perfetto la loro ultime fatica in studio, “Snubbed”). Sei mazzate di power-fast-violence tra cui spiccano senza ombra di dubbio “Chain Man” posta in chiusura e la  brutale “Melancholic Career“, sei mazzate che picchiano forte in testa come se non ci fosse un domani per gli Ona Snop, gruppo assurdo, irriverente e a cui frega letteralmente un cazzo di prendersi sul serio! Visti live nella cornice di Villa Vegan la scorsa estate in compagnia proprio dei Failure, posso assicurarvi che sono uno spettacolo tutto da godersi e che la loro miscela esplosiva di fastcore e powerviolence suona ancora più devastante dal vivo! 

Credo sinceramente di aver sparato già fin troppe stronzate e quindi ritengo di non avere più niente da aggiungere. Fate vostri il prima possibile questi due split che concentrano il meglio del disastro sonoro e del rumore veloce! E ricordatevi che l’unica cosa che conta, come ci insegnano L.UL.U, God’s America, Failure e Ona Snop è la seguente: PLAY FAST OR DIE TRYING!

 

 

Powerviolence is Forever! – Intervista a Mirco (Double Me, Here and Now! Records)

Il protagonista dell’intervista di oggi è Mirco. Mirco per chi non lo sapesse è la voce dei Double Me, gruppo powerviolence di Padova che ho recensito anche recentemente in una puntata di “Schegge Impazzite di Rumore”, ma anche il braccio e la mente che stanno dietro alla Here and Now! Records, etichetta indipendente da lui fondata più di dieci anni fa e che ha recentemente pubblicato le ultime fatiche di Failure, Cavernicular, Crippled Fox, The Seeker e di molti altri gruppi powerviolence, fastcore e grind (ma non solo), italiani e non, mantenendo sempre fede all’etica DIY! Per il powerviolence, per l’anarchia! Buona lettura e supportate tutto quello che fa!

Bella Mirco! Parlaci un po’ di te, del tuo impegno con i Double Me e di come/quando ti è venuta l’idea di dar vita ad una etichetta indipendente come Here and Now! Sentiti libero di dire tutto quello che ti passa per la mente!

Ciao Stefano! Intanto ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi stai dedicando.
Partiamo con i Double Me. Per quanto mi riguarda sono sempre stato affascinato dal genere, sia dai gruppi che tutti conosciamo, sia dall’andare a scoprirne altri meno famosi; quindi diciamo che è stato naturale cercare persone con cui formare un gruppo che proponesse powerviolence. Sommando le varie influenze, i Double Me sono diventati una sorta di ibrido dei nostri gusti e quindi si può dire che non siamo proprio il classico gruppo pv; se questo da una parte può farci risultare meno interessanti ai più legati al genere canonico, dall’altro è uno stimolo per noi che ci spinge a sfidarci con cose nuove, cosa che adoro.
Here And Now! Invece nasce nel 2007 per la volontà di dare una mano ai miei gruppi e a quelli di amici a far uscire il proprio disco. Anche lei col tempo ha preso una forma sempre più concreta e definita. Col passare degli anni ho preferito gestire le uscite da solo o con poche etichette che possibilmente conosco bene. Mi sono “specializzato” nel produrre solo gruppi di un certo tipo, fast, pv, grind, ma a volte non riesco a dire di no ad altre band come gli Spirits che propongono un Boston HC che io adoro.

Con la tua etichetta pubblichi principalmente lavori che si rifanno ad un sound tipicamente powerviolence, fastcore e grind, sia italiani che stranieri. Posso sapere come mai questa passione per certe sonorità? Qual è stato il tuo primo approccio con questi generi?

A dirla tutta ho avuto la sfortuna di arrivare a certi generi quando già ero grandicello. Abitando a circa 20 km dal centro di Padova non sono entrato in contatto con la “scena” locale se non dopo i 20anni. Internet non era così a portata di mano e conoscevi i gruppi leggendo i ringraziamenti sui dischi o alla Green Records, un negozio che all’epoca vendeva solo dischi hardcore. Fino ad un certo punto avevo consumato CD soprattutto old school e qualcuno un po’ più thrashone, finché venni a conoscenza dei vari WHN? Scholastic Deth e li mi si aprì un mondo che ancora adesso amo.
Credo che il motivo principale per cui mi piacciono queste sonorità sia l’energia che trasmettono. Alcuni la possono scambiare con aggressività con l’accezione negativa del termine, ma io preferisco vederla come qualcuno che ha bisogno di far sentire la propria voce e di esprimere un messaggio, piuttosto che semplici latrati.

Collegata direttamente alla domanda di cui sopra, quali pensi siano stati i gruppi e/o gli album che ti hanno maggiormente influenzato nella tua vita e che hanno influenzato il sound dei Double Me?
E invece quali ritieni siano i nuovi migliori gruppi a suonare pv/fastcore/grind oggi a livello mondiale?
Come dicevo prima è quasi impossibile dire cosa ha influenzato i Double Me. Dentro al gruppi ascoltiamo dal grind all’hiphop, dai Queen ai Beatles. Tutti questi generi hanno una loro piccola parte dentro al nostro sound. Personalmente cito sempre i soliti Cut The Shit, Infest, Spazz, Lack of Interest, Crossed Out, Charles Bronson, ma solo perché grazie a loro ti avvicini ad un certo tipo di musica, non perché non ce ne siano altri di fighi e imprescindibili.
Per quanto riguarda i gruppi odierni non citerò gruppi italiani ma sono per non fare un torno a nessuno. All’estero mi piace molto la scuola di Leeds, poi direi Chest Pain, Boak, Endless Swarm, Twitch, xThroatx, xChokex, Fissure, Gimp, Escuela, Ghetto, Burnout, Cave State, God’s America, Concussive, Sex Prisoner, Chepang, PowerxChuck, Wound Man, Sick Shit… Ce ne sarebbero davvero molti altri da citare ma staremmo qua ore.

La Here and Now! ha pubblicato i lavori di interessanti realtà italiane dedite a grind e powerviolence come i Cavernicular di Palermo o l’ultimo split dei The Seeker. Cosa puoi dirci della scena pv italiana, sempre se pensi ne esista una? Quali gruppi consigli ai lettori di Disastro Sonoro? Ma soprattutto qual è la tua idea in merito al diffuso interesse degli ultimi anni verso certe sonorità che spaziano dal pv al fastcore?
Più che di scena parlerei di gruppi sparsi per l’Italia. Di nomi ce ne sono non tantissimi ma sicuramente diversi e la maggior parte sono validi. Failure, Delorean, L.ul.u, Peep, Crisis Benoit, ANF, Taste The Floor, ma solo per citarne altri rispetto a quelli da te nominati. Ce ne sarebbero altri (non vogliatemi male per non avervi nominato, vi ho nel cuore lo stesso).
Parlare di scena pv mi sembra esagerato. Di sicuro ci sono dei gruppi interessanti e in molti casi legati tra di loro, ma la maggior parte abitano a 2 ore di distanza l’uno dall’altro, se non di più. Risulta difficile avere una “scena”. Un altro gran problema è che ci sono pochissimi spazi dove poter far suonare determinati generi. Se già è difficile far suonare hardcore, immagina generi più estremi. Da questo punto di vista siamo distanti anni luce da altre realtà estere.
E’ vero però come dici che c’è stato un certo interesse per il powerviolence e il fast, soprattutto qualche anno fa. Purtroppo per la maggior parte della gente tale interesse è scemato in un anno o due. Si sa come funzionano certe cose e non sto qua a biasimare nessuno. Spero col tempo anche certi generi di classe “B” abbiano lo spazio che meritano davvero.

Progetti futuri sia con i Double Me che con Here and Now? Prossime uscite, prossime pubblicazioni?
Con i Double Me abbiamo uno split a 4 con Igioia, Lugubrious Children e xThroatx. Non so bene quando uscirà, tutti i gruppi stanno lavorando sulle tracce. Spero verso estate 2019, sto aspettando con impazienza di sentire le tracce di tutti hehehe. Abbiamo poi un progetto per un one side 7” che a breve andremo a registrare. La cosa è un’idea che avevamo in testa da un po’ e alla fine chi siamo imposti di farla. Ma non voglio spiegare di più. Diciamo che sarà sicuramente veloce e con tantissimi cambi di tempo. Per ultimo ma non ultimo, uno split con i Disparo! Da Sidney. Conosco Tommy per via delle relative etichette da anni (Good Times Records) e abbiamo suonato con loro in due occasioni diverse nei due tour che hanno fatto in Europa. Ci sentiamo spesso e la cosa è nata in modo super naturale.
Stiamo pensando pure a come muoverci per i prossimi tour ma tra lavoro e altri impegni il tempo è davvero limitato.
HAN! Invece avrà una pausa più o meno lunga, non so bene per quanto. Ho bisogno di tempo da dedicare ad altre cose, non sto qua ad annoiare nessuno con le mie cose hehehe. Sicuramente usciranno le releases che già avevo programmato, con tempi che purtroppo non dipendono da me, quindi Crippled Fox 7”, Chest Pain / Suffering Luna (versione Europea), Boak / Groak, L.UL.U / God’s America, Sete Star Sept / Jack, Negative Path, un progetto con un’etichetta tedesca che avrà vita l’anno prossimo e ovviamente le uscite dei Double Me. Insomma di cose ce ne sono tantissime comunque.

Domanda secca: qual è il gruppo che sogni di pubblicare per la tua etichetta? E perché?
Quali soddisfazioni ti sei invece già tolto grazie alla tua etichetta?
AAAAAHHH bellissima domanda alla quale onestamente non saprei rispondere. Forse ora come ora ti direi i Sex Prisoner e The Afternoon Gentlemen ma, arrivando diretto alla seconda parte della domanda, ti dirò che anni fa avrei sognato (ma senza troppe false speranze) di produrre i Chest Pain e gli ACxDC. Per vari casi della vita la cosa è accaduta quindi questa soddisfazione me la son già presa. Piccole vittorie ma che ti rendono le giornate molto più piacevoli.
Ovviamente ho parlato solo di gruppi che umanamente io potrei gestire, non a caso non ho nominato gente alla Napalm Death ahahah

Quanto è importante per te continuare a tenere in vita l’etica del Do It Yourself attraverso la tua etichetta? Ma sopratutto, cosa significa esattamente per te oggi nel 2018 DIY?
Credo che l’hc e il DIY siano due cose strettamente legate. La mia etichetta lo è sempre stata, in modi diversi nel tempo ovviamente. Prima dando quei pochi euro che avevo alle band, ora cercando di far uscire i gruppi da solo (o in pochissime etichette) ma sapendo da chi vado a stampare il disco, da chi stampo le copertine, conoscendo meglio chi mi si trova davanti a livello umano ecc. Il sentimento di fondo è lo stesso, ma probabilmente maturato nel tempo. DIY a 16 anni era organizzare un concerto senza sapere effettivamente cosa serviva a tutti i gruppi per suonare, farlo dopo tanti anni ha le stesse dinamiche ma con la consapevolezza che non bastano quattro mura per fare un concerto. DIY ora per me significa conoscere la gente personalmente se fattibile, cooperare il più possibile al di fuori dalle leggi di mercato (anche se è impossibile farlo al 100% in questa società), portare avanti delle idee e messaggi, cercando di connettere sempre più persone.

Quali tematiche volete affrontare attraverso le liriche dei Double Me? Da cosa sono ispirate e di cosa parlano principalmente?
All’inizio erano quasi solo tematiche sociali e personali, l’approccio con l’autorità, lo svilimento del lavoro, descritte da un punto di vista molto negativo e cinico. Mi spiego meglio: io volevo dare quell’idea ma cercando di spronare chi li leggeva a dirsi “no! Non è così che deve andare, devo dare il meglio di me”. Una sorta di incitamento velato. La frenesia della vita però molte volte non ci da il tempo di capire, di soffermarsi più di 5 secondi su un testo, parlare con chi l’ha scritto e chiedergli chiarimenti (cosa che mi è capitata in un paio di occasioni e sono stato piacevolmente colpito dal fatto che i miei interlocutori lo avessero inteso benissimo), quindi ovviamente spesso viene letto per quello che sembra. Ora come ora a volte riprendo questo stile, altre prendo un approccio che può risultare quasi direttamente positivo. Ultimamente scrivo anche altre cose che in alcuni casi risultano ermetiche vista la durata media delle canzoni (dai 5 ai 15 secondi), ma riesco in poche parole ad esprimere concetti, idee, modi di vivere che in altri modi risulterebbero secondo me prolissi e perderebbero di intensità.

Parliamo un po’ dei Double Me: nel 2017 avete affrontato un tour negli USA. Vuoi parlarcene? Hai qualche aneddoto da raccontare? Com’è andata in generale?
Credo sia stata una delle esperienze più belle che abbiamo fatto. Non tanto per gli USA in primis ma per una questione di gruppo. Stare assieme per tanti giorni può risultare stressante ma abbiamo vissuto quest’esperienza molto serenamente e ci ha dato modo di legare ancora di più. E’ stato sicuramente devastante a livello fisico. Ci facevamo anche 24 ore di viaggio in 2 giorni. Scendevamo dal furgone che sembravamo degli zombie. Due secondi dopo però tutto cambiava, diventi super adrenalinico perché vedi gente nuova venuta la per vedere te, tutti super socievoli, gente che ci invitava ad andare a casa loro dopo il concerto o che voleva portarti in giro il giorno dopo per la loro città (cosa capitata in varie occasioni). Suonare con gruppi che magari ti sognavi anche di poter vedere in Europa. Da questo punto di vista tornerei subito. Con quasi tutti mi sento regolarmente, la cosa è meravigliosa. Ma anche questo è hardcore giusto?
Dei lati negativi non serve parlarne, cioè sono soprattutto legati a come è gestito lo stato, dal razzismo dilagante. Ma in realtà questo problema esiste ovunque, solo vissuto in modo diverso (e sempre pessimo).
Aneddoti ne avrei una miriade. Gente che ci sfascia la batteria finché suoniamo, dal concerto in un negozio dell’usato, dall’aspettare un tizio 2 ore in un paese di 4 case in mezzo al nulla dove Twin Peaks sembra il carnevale di Rio. Ma è più bello raccontarle a voce, rendono molto di più. Se vuoi ce ne sarà sicuramente occasione hehehe.

Se uno si fa un giro sulla pagina instagram di Here and Now Records può pensare che tu viva unicamente a pane e powerviolence. Quindi per concludere l’intervista, domanda d’obbligo: cos’altro ascolti quando ti prendi una pausa da certe sonorità?
Ahahahahaha beh metà di quello che ascolto è effettivamente quello. Mi piace moltissimo anche il punk rock anni 90 / 2000 e l’hc sxe, soprattutto stile Boston. Poi ti citerei i Queen, Beatles ecc… Ma come molti amici sanno mi piace tantissimo il pop. Si, il pop. Il pop più becero da MTV. Non posso farci nulla. Quelle melodie mi entrano in testa e non escono più. Poi in realtà mi piacciono molte voci di cantanti del genere. Non è che sia un assiduo ascoltatore ma se c’è di sicuro non sarò io a dirti di cambiare canzone sulla radio, al limite sarò quello che canticchia sorridendo ahahah

Volevo in gran finale ringraziare te Stefano per questa chiacchierata che spero non sia risultata troppo scontata da parte mia e prolissa. E’ stato davvero un gran piacere. Davvero grazie mille!

A mio volta ci tengo nuovamente a ringraziare Mirco per la disponibilità, la passione con cui ha risposto alle mie domande del cazzo e sopratutto per tutto l’impegno e l’attitudine che ci mette in quello che fa, sia con i Double Me sia con la Here and Now! Records! mantenendo viva la fiamma del Do It Yourself! 

POWERVIOLENCE IS FOREVER! Ricordatevelo, stolti!

A Lesson in Violence: Crisis Benoit e Sadako

In questo nuovo articolo vi porterò per la prima volta una doppia recensione, visto che da pochissimi giorni è stato pubblicato sia il nuovo lavoro dei bolognesi Crisis Benoit, sia la prima fatica dei Sadako, nuova creatura direttamente da Sassari. Come se non bastasse i due gruppi saranno impegnati proprio in questi giorni in un mini tour di quattro date che li vedrà suonare in Austria e Svizzera, per poi concludere questo viaggio all’insegna della violenza sonora il 26 di Novembre a Bologna (per sapere dove, come e quando, stay tuned sui profili social dei due gruppi). Il mio consiglio è quello di non farvi scappare questa doppia dose estremismo sonoro per niente al mondo, perché sia i Crisis Benoit che gli emergenti Sadako sanno sul serio cosa significa sbriciolare ossa e conoscono perfettamente il concetto di “violenza, non musica”. E se continuerete a leggere questo articolo, capirete perché con questi due brutti ceffi non si deve scherzare. Volete una lezione di violenza? Prendete appunti.

Amanti dell’hardcore più estremo e furioso e del wrestling in tutte le sue forme, ecco a voi che tornano sulle scene i Crisis Benoit con il nuovissimo “Icon of Violence”, un titolo che non può lasciare spazio all’immaginazione in merito a quanto ci troveremo ad ascoltare. Un concentrato di violenza sonora inaudita che colpisce sui denti come una mazza da baseball e che ti prende a pugni nello stomaco per una quindicina di minuti, senza lasciar tregua o possibilità di riprendere fiato. Qualcuno potrebbe definire la proposta dei nostri cari bolognesi come powerviolence o grindcore, ma sinceramente le etichette a questo punto lasciano il tempo che trovano signori e signore all’ascolto, visto che quello che ci offrono i Crisis Benoit con queste 13 tracce sono solamente violenza e rumore, estremismo sonoro e terrorismo musicale, con l’unico intento di aprirci il cranio a metà e di lasciarci morenti al suolo una volta finito il massacro; o l’incontro visto che come al solito il filo conduttore di tutto il lavoro è la passione incondizionata per il wrestling che anima i nostri fin dal loro primo demo. Come sempre inoltre i Crisis Benoit ci mettono ingenti dosi di sana ignoranza e ironia in quello che fanno, preferendo ad una improbabile attitudine da duri e puri della scena, la strada del “non prendiamoci troppo sul serio” e del divertimento. E questo loro approccio rende la loro proposta, già di per se originale nell’accostare l’hardcore sparato a mille alla tematiche e all’immaginario del wrestling, ancora più interessante ed estremamente godibile. L’album, prodotto da Slaughterhouse Records in formato cassetta, si apre con una veloce intro strumentale seguita dalla prima traccia “The Walking Riot”, pezzo che si apre con un riff thrash metal e che omaggia una leggenda come Wild Bull Curry, riconosciuto storicamente come padrino dell’hardcore style nel wrestling americano. Proseguendo tra gli altri 12 pezzi che compongono questo “Icon of Violence” ci troveremo immersi in un vortice di citazioni a tutto il mondo e all’immaginario del wrestling mondiale, caratteristica questa a cui ci hanno abituato da sempre, lavoro dopo lavoro, i Crisis Benoit. Ed ecco allora che troviamo un pezzo come “Necro Butcher” dedicato all’omonimo ex Wrestler statunitense, “Puroresu” che prende il nome dal termine con cui si indica il wrestling praticato in terra nipponica oppure “Montreal 11/9”, traccia che tratta uno dei casi più controversi nella storia della WWF, conosciuto anche come Montreal Screwjob. L’album poi si conclude con “I Wanna ECW all night”, brano che riprende direttamente e liberamente la famosissima “I Wanna Rock’n’Roll All Night” dei Kiss, reintrerpretandola completamente in chiave grindin’hardcore/pv, pur mantenendo un groove fottutamente rock’n’roll. Per concludere, i Crisis Benoit sanno fare il loro sporco lavoro e lo sanno fare molto bene, riuscendo ad intrattenere e tenere incollati all’ascolto come il più avvincente dei match. Una lezione di violenza inaudita, sangue e sudore sul ring, questo è “Icon of Violence”… 13 mazzate sui denti che arrivano all’improvviso. Un concentrato di violenza, non musica, che non ci lascerà tempo per riprendere fiato. Tutto questo sono i Crisis Benoit, nothing less, nothing more.

Con i Sadaku sarò molto più breve, ma giusto perché trattandosi della loro prima fatica in studio credo che le parole servano a molto poco e che l’ascolto del loro omonimo album possa darvi tutte le risposte che cercate, soprattutto se siete alla ricerca di un fastcore/powerviolence imbastardito con echi di crust e grind qua e la che non lascia scampo e che si propone come unico obiettivo quello di annichilirci a colpi di violenza sonora. Le tematiche affrontate nelle liriche dai sardi sono assolutamente uno dei punti forti della loro proposta in quanto cariche di pulsioni riottose e prese di posizione nette contro questioni come lo sfruttamento animale o il militarismo. Un esempio lampante delle posizioni antimilitariste che animano i Sadako è senza ombra di dubbio la nona traccia “RWM”, che prende il nome dalla fabbrica di bombe stanziata a Domusnovas (nella zona meridionale della Sardegna) e che negli anni ha visto la nascita di un movimento territoriale antimilitarista che ha messo in atto pratiche come il sabotaggio e l’occupazione, in modo da attaccare la presenza e i profitti di tale fabbrica di morte. Le tematiche affrontate negli altri pezzi sono riconducibili alla lezione classica dell’hardcore italiano degli anni 80/90 e di gruppi come Declino, 5°Braccio o Sottopressione, ma anche di gruppi più recenti come i Repressione. Tracce furiose e sbriciola ossa accompagnate da testi riottosi e incazzati, questo è quello che ci offrono i Sadako con la loro prima fatica in studio. Un pezzo come “Distruzione della monotonia: nessuna abitudine all’uguale” condensa, a mio parere, tutto quello che ho appena detto. Un concentrato di rabbia e rumore che non si ferma davanti a niente e nessuno, una lezione di violenza che vi farà pentire di esservi imbattuti nei Sadako. La domanda è sempre la stessa: cazzo volete di più?

 

Sadako + Crisis Benoit + Igioia live in Innsbruck
(Foto rubata dal profilo Fb del buon Pavel)

È solo una piccola lezione di violenza sonora, una questione di terrorismo musicale. Avete preso appunti? Siete pronti per il massacro? Come al solito, so’ cortellate quante ne volete.

Rumori Veloci – A proposito di Ep, Demo & Split Albums #02

Disastro Sonoro is back dopo un estate da latitante, passata tra vacanze e tentativi di sopravvivere a quel mix letale di caldo, sudore, tormentoni estivi e obbligo di divertirsi. Ed eccoci allora nuovamente a parlare di “Rumori Veloci”, ossia la rubrica dedicata esclusivamente alle recenti uscite in formato Ep, demo e splits in ambito punk (in tutte le sue possibili incarnazioni) e metal estremo. Rumori veloci necessitano di recensioni veloci, quindi non perdiamo altro tempo e partiamo.

Stato d’animo dell’estate appena passata

Rumore veloce. Questo è quello a cui ci hanno abituato i milanesi (di Sesto San Giovanni) The Seeker nei loro precedenti tre lavori e sopratutto nell’ultimo e più maturo “Malaya”, disco che da testa di cazzo quale sono non ho ancora avuto modo di recensire come si deve (ma il buon Mike mi perdonerà, ne son certo). Rumore veloce veloce che si traduce in un mix di powerviolence e fastcore tutto pugni in faccia e attitudine da vendere, è quello che Mike, Covaz e compagnia ripropongono su questo nuovo split registrato insieme ai tedeschi ArnoXDuebel, anche loro dediti a sonorità riconducibili al powerviolence più violento che tende a lambire territori grindcore. I The Seeker ci deliziano/stuprano le orecchie con sette vere e proprie schegge di rumore impazzite, velocissime e che non lasciano tempo per riprendere fiato; sette tracce nelle quali tutti i componenti del gruppo risultano impeccabili, come la batteria di Covaz a.k.a macchina da guerra che martella ininterrotta per tutto il tempo. Inutile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico, soprattutto quando ci si trova davanti ad un disco powerviolence che va ascoltato tutto d’un fiato, in apnea, per poi ricominciare ancora e ancora, fino allo sfinimento, fino a quando il sangue non colerà dalle vostre orecchie che invocano pietà. Poweviolence Über Alles e ricordiamoci sempre che il “punk è una merda che non ci fa fare una lira, vaffanculo”!

Mentre state riprendo fiato dopo i velocissimi colpi inflitti dai The Seeker e dal loro rumore-potere-violenza, preparatevi all’ascolto del primo demo di questa nuova misteriosa creatura che si aggira nell’oscurità di Bologna e che si fa chiamare Wisteria. Dietro a questo progetto devoto a sonorità post punk/synthwave dal retrogusto dark troviamo Marzia, già batterista nei Kontatto e chitarrista negli HHorror Vacui, musicista instancabile e piena di idee visto che negli ultimi mesi ha messo in piedi anche una one-woman band chiamata “Marthe” con la quale esplora sonorità doom metal esoteriche, occulte ed estremamente oscure. Ad accompagnarla in questo progetto a nome Wisteria troviamo anche Andrea che si dedica alle parti di chitarra e di synth, lasciando Marzia dietro alle pelli e a occuparsi delle vocals. Ciò che colpisce maggiormente di questo primo demo rilasciato ad agosto sulla loro pagina bandcamp e che presenta solo due brani, l’ottima opener Desperation e la successiva Three Days Rule, è senza ombra di dubbio il carattere estremamente lo-fi della registrazione capace di trasmettere l’attitudine old school che anima l’intero progetto e che avvolge l’intero lavoro. Interessante debutto, soprattutto per chi è amante delle sonorità riconducibili alle frange più oscure del post-punk e della synthwave.

Durante il loro ultimo tour che gli ha visti viaggiare e suonare per tutto il centro-est europa, i romani Sect Mark hanno pensato bene di incidere un “tour album” dedicato a questa esperienza sicuramente segnante e unica. Quattro tracce che non si discostano per nulla da quanto ci hanno abituato fino ad oggi attraverso il precedente demo del 2017 e “Worship” di pochi mesi fa, ossia un concentrato di hardcore punk caotico e raw, grezzo e oscuro che fa sempre la sua porca figura suonato con la rabbia iconoclasta e l’attitudine punk più sincera che contraddistingue da sempre i Sect Mark. Il sound dei romani ha le sue radici sempre ben salde nella tradizione dell’hardcore punk giapponese più caotica e lo-fi e del classico sound grezzo e primordiale dell’hardcore italiano a la Wretched, ma che riesce a suonare allo stesso tempo “moderno”, creando un inferno rumoroso capace di riportare alla mente anche le ultime uscite di S.H.I.T e Warthog. Anche il livello lirico rimane sui soliti livelli a cui ci hanno abituato e tra tutte e quattro le tracce che compongono questo Tour Tape 2018 sicuramente spicca l’iniziale “I’m a Girl”, con un testo antisessista e femminista dal fortissimo impatto e urlato con una rabbia senza eguali dalla voce rabbiosa e abrasiva di Johnny. Un concentrato di rumore nichilista e al contempo annichilente che crea un’atmosfera generale in costante bilico tra deliri paranoici e oscurità opprimente, sensazioni queste che da sempre trasudano dal muro sonoro generato dalle menti disturbate dei Sect Mark e che in cui fa piacere imbattersi nuovamente!

Che il rumore veloce sia con voi! Per il disastro sonoro, per il terrorismo musicale, per l’anarchia!

 

Schegge Impazzite di Rumore #04

Ogni fine mese tutti i punx, sedicenti tali e affini della penisola attendono impazienti che esca il nuovo “episodio” di Schegge Impazzite di Rumore (o almeno io mi illudo sia così), rubrica fondamentale non solo per rimanere aggiornati sulle recenti uscite in ambito hardcore, punk, metal estremo e tutti i generi affini, ma anche per potersi gustare i commenti deliranti spacciati per recensioni del cazzone che li scrive. Ed ecco che allora, nell’estenuante caldo di ormai inizio luglio che preannuncia un’estate terribile, è giunto il momento di dar in pasto a voi canaglie-punx di ogni tipo il quarto appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore in cui si parlerà dei giovani fuoriclasse del powerviolence milanese, così come della new wave of raw punk che risponde al nome di Kobra, passando per il nuovo brevissimo Ep dei fast-bellissimi L.UL.U e dell’ultima fatica in studio di gentaglia bella incazzata del calibro dei Failure (visti recentemente con molto piacere, tra l’altro). Bando alle ciance, lasciamo spazio al rumore e alle molteplici incarnazioni del disastro sonoro.

“Disorganizzati come la merda, però continuiamo a sbatterci”, queste le parole dei L.UL.U che accompagnano l’annuncio dell’uscita di questo fast-Ep, intitolato emblematicamente “This title”, della durata di soli 0.46 secondi, divisi per due pezzi che ci danno un assaggio di quello che sarà il futuro (si spera imminente) dei nostri. Difatti i nostri hanno già annunciato che a breve uscirà un loro split insieme a non si sa ancora chi, sul quale potremmo apprezzare nuovamente il fastcore in your face tutto rabbia e pugni nello stomaco che i nostri ci avevano già fatto assaggiare sulla loro entusiasmante demo lo scorso anno. Inoltre, e non smetterò mai di sottolinearlo, i L.UL.U dimostrano di metterci veramente tanta passione e un’attitudine da fare invidia ai più in quello che fanno, suonando si un qualcosa di non originale (echi di Hex e Last Words tanto per fare due nomi), ma capace sempre e comunque di assestare colpi critici, sbriciolare ossa e timpani e di trasmettere sensazioni di quotidiana rabbia e costante malessere verso il quieto vivere che tende ad inghiottirci. Attendendo impazienti lo split già annunciato e sperando presto di aver tra le mani un disco della durata superiore (ma non troppo) di questo fast fast fast-Ep, godiamoci e abusiamo di queste due nuove tracce dei L.UL.U. e del loro fast-hardcore! Dopotutto il loro intento mai celato di suonare il più veloce possibile non si smentisce nemmeno su questo Ep e non si smentisce nemmeno la foga della Beret nello sputarci in faccia tutta la rabbia di questo mondo bastardo (“Provo a capirvi ma buio e niente”). “Play fast or die trying ‘till the day you die!” questa la lezione che insegnano e ribadiscono ogni volta i L.UL.U. E a noi piacciono così!

Peep – S/t

“Giovani, giovani, giovani fuoriclasse”, questo sono i Peep, direttamente dalla Milano che odia per prendersi tutto! Sono giovani, sono incazzati e anche un po’ dei cazzoni, ma a noi piace così. Dopo mesi di concerti e di sudore su e giù per tutta la Lombardia e non solo, ecco quindi finalmente la prima demo della nuova scuola del powerviolence milanese, una gang di vandali che vivono al di fuori della società e della sua merda che definisce la propria proposta, senza alcuna vergogna mannaggia a loro, come “trapviolence” (vi avevo avvisati che eran dei cazzoni) o come “anti power powerviolence” (titolo dell’ottava traccia presente sulla demo) che forse è di gran lunga meglio. Senza spoilerarvi altro di quanto andrete ad ascoltare su questo incredibile debutto, termino qui di scrivere le mie cazzate. Tanto come direbbero loro: “your fucking words don’t mean nothing to me anymore” (dalla quarta traccia Y.F.W., una delle migliori)Niente da fare, sono davvero dei giovani fuoriclasse e lo sanno dimostrare sia dal vivo (non perdeteveli, vi divertirete) sia su questo loro incredibile debutto! E comunque i Peep si prendono la copertina del quarto episodio di “Schegge Impazzite di Rumore” a mani basse. La gang non si infama, ricordatevelo!

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani che decisero di mettere in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome “Kobra”. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e immaturi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo acerbo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, quasi quarant’anni dopo quella stagione irripetibile ed indimenticabile, Milano è ancora una delle basi nelle quali la cospirazione punk-hardcore e del do it yourself viene tenuta in vita e alimentata con sudore e passione da collettivi, occupazioni, gruppi e singoli individui, anche se certamente non senza fatica e difficoltà. É proprio in questo contesto fertile che si muove la Occult Punk Gang, collettivo di punx dediti anima e corpo alla causa del DIY, tanto attraverso l’organizzazione di concerti quanto tramite progetti di grafica e illustrazione. Come se non bastasse da qualche mese la gang occulta è divenuta pure un’etichetta discografica che può contare già quattro uscite (tra cui, l’ultima è quella di cui parlerò di seguito); quattro uscite che finora hanno toccato ogni possibile incarnazione di quel brodo primordiale cangiante e polimorfo che è il “punk”. Questa premessa ci permette di introdurre il terzo gruppo di cui parleremo oggi e del loro debutto, gruppo di recentissima formazione che vede tra le sue fila punx già impegnati in Kalashnikov Collective e Cerimonia Secreta tra gli altri. Il gruppo in questione si cela dietro il nome di “Kobra”, stesso nome del gruppo di casa Virus che mosse i suoi primi brevissimi passi nei lontani inizi degli anni ’80 e citato poco sopra. Che sia una sorta di voluto richiamo? Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo con certezza è però sicuramente il fatto che i nostri Kobra suonano un punk-hardcore fortemente radicato negli insegnamenti della scuola hardcore italiana degli anni ’80 e di gruppi come i 5°Braccio o i Nerorgasmo ma con un sound più grezzo e rumoroso, quel suono “raw” e speso lo-fi che ultimamente sta facendo proseliti e sfaceli ovunque in Italia (basti pensare ai fenomenali Sect Mark) e oltre oceano. Cinque tracce per questo debutto che faranno la gioia di chi si è già divorato i primi lavori di gentaglia che risponde al nome di Impulso e Potere Negativo, ne sono certo. Niente da aggiungere per quanto riguarda l’approccio lirico (“Vent’anni” è un pezzone) e le vocals ad opera del solito Fra Goats (autore anche dell’ottima copertina al sapore di allucinazione metropolitana) che riportano alla mente tanto i già citati Cerimonia Secreta quanto i Corpse. Devastante debutto! It’s the new wave of raw punk and that’s the way we like it, baby!

Questo quarto episodio si è aperto parlando dei Peep e della loro personale interpretazione di un genere oramai negli ultimi tempi iperinflazionato come il powerviolence. E quindi quale modo migliore per concludere questo articolo se non chiudendo il cerchio e tornando a parlare di sonorità totalmente dedite al powerviolence più intansigente e rabbioso come quello suonato dai Failure? Il lavoro dei Failure è quello più vecchio dei quattro presentati quest’oggi, essendo stato rilasciato ufficialmente nel novembre del 2017. Cosa vi troverete ad ascoltare appena le prime note dell’iniziale “Cross the Border” vi trapanerrano i timpani, lasciandovi inermi a sanguinare? Certamente powerviolence della migliore qualità, suonato con attitudine e rabbia inaudita, accompagnato dalla voce di Los che vi farà venire voglia di prendere a testate le pareti talmente tanta è la carica che mette addosso (ascoltare una traccia a caso, che ne so “Misantropic Youth” per dirne una, per avere una conferma alle mie parole), ma sono quasi sicuro che tutte queste stronzate non riescono a dare nemmeno lontanamente l’idea del suono abrasivo e distruttivo che permea tutte le dieci tracce con le quali i Failure vogliono annichilirci completamente. Probabilmente il modo migliore per farsi un’idea del sound dei nostri ce lo può dare unicamente la copertina dell’album: un treno deragliato che sfonda una parete in cemento. E quindi cosa cazzo vi aspettate che aggiunga? Mi aspetto abbiate già interrotto la lettura di questo articolo saturo di stronzate (e se non l’avete fatto fatelo subito!) per prendere d’assalto la pagina bandcamp dei Failure e ascoltarvi tutto d’un fiato il disco! Ah ed essendomeli visti dal vivo recentemente, vi posso confermare che in sede live sono di una potenza che su disco potete solo immaginare, indi per cui non perdeteveli per nessuna ragione al mondo quando capitano dalle vostre parti!

E anche l’episodio di fine giugno-inizio luglio ha visto la luce, questo mi rende fiero e mi stupisce al contempo per esser riuscito a mandar avanti una rubrica per più di mezzo appuntamento. Ora torno a cercare di sopravvivere nel caldo afoso di un’estate terribile nella periferia di milano, sperando di non venirne del tutto inghiottito. Schegge Impazzite di Rumore: per il Disastro Sonoro, per l’anarchia!

 

Repressione – Col Sangue negli Occhi (2017)

“Coltiva la tua rabbia 
Coltiva la tua ira 
Una vita di stenti 
Costretti a resistere mostrando i denti 
Continua la lotta”

Il disco di cui mi appresto a parlare questa sera è stato rilasciato lo scorso giugno e, devo essere sincero con voi miei amati lettori di Disastro Sonoro, è stato amore a primo ascolto, tanto da essermelo divorato più e più volte nel corso di questi mesi, avendo nei suoi confronti un rapporto a tratti morboso-ossessivo. Rimane tutt’ora uno degli album che ascolto più frequentemente nei miei viaggi da pendolare su metro e pullman, avanti e indietro tra il grigiore opprimente di Milano e della periferia. Questa breve premessa per sottolineare anticipatamente quanto poco sarò imparziale nel parlare di questo “Col Sangue agli Occhi”, terza fatica in studio dei (miei amici) bolognesi Repressione. Un concentrato di hardcore punk rabbioso ed estremamente combattivo, veloce e frenetico senza però mai suonare rumoroso in modo estremamente eccessivo. In poche parole il perfetto proseguimento di quanto fatto intravedere dai nostri nei già ottimi “Rumore e Rabbia” del 2015 e “Fuoco” dell’anno successivo, altri due album che, per la cronaca, mi hanno reso “addicted” e non poco.

Il fast-hardcore dei nostri, profondamente influenzato tanto dall’approccio tutto italiano al genere quanto da mostri sacri come Infest (di cui troviamo appunto una rivisitazione del brano “The Game” in perfetto stile Repressione), è accompagnato da liriche riottose e mai scontate che più di una volta mi hanno ricordato quella sensazione di militanza raccontata con la poetica a là Contrasto o capaci di riportarmi alla mente alcuni testi dei primi Negazione. E i Contrasto non li ho nemmeno troppo citati a caso visto che nel secondo brano (probabilmente uno dei migliori pezzi presenti su quest’album) troviamo la voce inconfondibile di Max. Sono testi sempre impegnati e antagonisti, di militanza vissuta; testi che trasudano esperienze e sensazioni di lotta quotidiana contro questo sistema oppressivo che schiaccia le nostre vite e che ci vorrebbe ogni giorno sempre più obbedienti, silenziosi e rassegnati. Un sistema che vorrebbe condannarci a morte nell’apparente quieto vivere. Un sistema che, nonostante tutto, continueremo a combattere colpo su colpo, con ogni fottuto mezzo possibile per affermare <<contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione>>.

“Ho il cuore fatto strano che soffre la bellezza” canta la buona Silvia a.k.a. Tunonna, ed è proprio per questo motivo che sto facendo estremamente fatica a parlare a cuore aperto di questo “Col Sangue negli Occhi”, un album in cui non riesco a trovare una nota stonata o qualcosa che mi faccia storcere il naso, un album che ancora oggi a distanza di mesi sa come tenermi compagnia e nel quale mi rifugio quando non so cosa ascoltare. Una certezza! Ah e nel caso non l’aveste notato, ve lo butto quì così, il titolo dell’album è direttamente ripreso da un pamphlet scritto dal compagno George Jackson, militante nelle Black Panthers, nel lontano 1971, poco tempo prima di perdere la vita nel carcere di San Quentin per mano di alcuni secondini che gli sparano alla schiena.

Cosa dire poi nello specifico delle 10 incredibili tracce presenti su questo “Col Sangue Agli Occhi” se non che si potrebbero scrivere decine e decine di righe per ogni singolo pezzo? L’album si apre con un pezzaccio che mette fin da subito in chiaro le cose e non lascia dubbi su quanto ci troveremo ad ascoltare nei 13min e 45secondi che seguiranno dopo aver cliccato play: un concentrato di hardcore punk veloce, rabbioso e che sa perfettamente bilanciare momenti più rumorosi e concitati ad altri in cui si può apprezzare appieno tutta la capacità dei Repressione nel riuscire a creare melodie strumentali e linee vocali di immediato impatto che accompagnano pezzi dal gusto anthemico come appunto l’iniziale “Guerra Alla Città”; brano brevissimo ma di un’intensità sconcertante condito con un testo che manifesta tutto il malessere che si prova nell’esser costretti a sopravvivere in ambienti urbani e metropolitani sempre più cementificati, militarizzati ed adibiti a laboratori a cielo aperto per la sperimentazione delle logiche securitarie, del controllo ossessivo e della sorveglianza costante delle nostre esistenze. Se la città dunque muove guerra all’individuo, l’unica risposta possibile è quella che ci urlano nelle orecchie e ci sputano in faccia i Repressione, ossia muovere a nostra volta Guerra alla Città!

Anche la successiva “Huye Hombre” prosegue il percorso dirompente e riottoso iniziato dalla prima traccia mantenendo così alta la tensione e l’atteggiamento combattivo dei nostri, tanto nella musica quanto nelle liriche militanti che si dimostrano sempre incisive e mai scontate! Ho già accennato qualcosina poi in merito alla terza traccia “Cieli di Piombo” che vede la partecipazione alla voce di Max dei Contrasto. Sarà per la presenza di Max, sarà per la capacità dei Repressione di scrivere liriche militanti con un tocco estremamente personale e con una poetica capace di mostrare tutte le sfumature di una esistenza agitata e militante vissuta nel quotidiano, sarà semplicemente che è un brano che racchiude in sè tutto il meglio che ci si può aspettare da un pezzo punk-hardcore, che “Cieli di Piombo” non sfigurerebbe affatto su un album come “Tornare ai Resti” degli stessi Contrasto! Risplenda il fuoco sotto cieli di piombo…che la vita avvolga le fiamme della gioia! 

Non posso poi non spendere due parole su “Macho Free Zone”, una vera e propria mazzata che arriva dritta dritta sui denti senza farsi troppi problemi, la stessa mazzata che si meritano senza troppi indugi tutti coloro che, dentro e fuori la scena hardcore, sedicenti compagni e non, continuano a perpetuare atteggiamenti sessisti e machisti. Il pezzo in questione ha un testo inequivocabile, una presa di posizione netta e rabbiosa nei confronti di coloro che manifestano atteggiamenti oppressivi e discriminatori su base di genere. Questo è un messaggio che noi tutti che viviamo certi spazi, certi contesti e che ci impegniamo quotidianamente nella lotta contro qualsivoglia tipo di discriminazione e oppressione dovremmo sempre tenere presente e agire di conseguenza per emarginare e contrastare attivamente ogni parvenza di atteggiamenti machisti e per allontanare a calcioni nel culo chiunque li tenga!

Potrei e dovrei per correttezza parlare anche delle altre tre tracce (se escludiamo le tre cover di Infest, Vitamin X e xLIEx) ma detto in tutta franchezza non credo serva che io spenda altre inutili parole. Sono infatti ormai convinto che abbiate capito che questo “Col Sangue Agli Occhi” dei Repressione è un album assolutamente imperdibile e che, ne sono certo, terrà in ostaggio per molto tempo le vostre indifese orecchie. I Repressione, come già avevano fatto con i due precedenti lavori, con questa “nuova” (mi pento di non esser riuscito a recensirla prima per questione di coinvolgimento affettivo…) fatica tornano prepotentemente a farvi compagnia e ve la faranno per molto tempo tanto che, fidatevi, a lungo andare vi ritroverete a urlare a squarciagola ogni singola traccia presente sull’ottimo “Col Sangue Agli Occhi”! Ultimo consiglio: appena potete correte a goderveli dal vivo, questi quattro cazzoni bolognesi sanno il fatto loro anche dal vivo!

“Con questa anima inquieta, da sempre in rivolta 
Resisterò ancora, una volta… col sangue agli occhi!” Conclusione migliore non poteva che essere affidata alla ultima strofa di “Col Sangue Agli Occhi”.