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Roma a Mano Armata – Drömspell e IRA

Drömspell, il vento scandinavo che soffia su Roma! Ascoltando la prima fatica del gruppo romano si ha immediatamente l’impressione di trovarsi dinanzi ad un lavoro proveniente direttamente dalla scena d-beat/hardcore scandinava della prima metà degli anni ’80. Difatti in questa demo si può sentire tutta l’influenza che la scuola d-beat/hardcore svedese (ma in parte anche quella finlandese) ha avuto sulla proposta e sul sound dei Drömspell. Per farla estremamente breve ci troviamo ad ascoltare 5 schegge impazzite di d-beat/crust che ha le proprie radici ben salde in capolavori come “Scandinavian Jawbreaker” degli Anti-Cimex, “Kärnvapen Attack” dei Mob47, “Crucified by the System” degli Avskum e i primi demo degli indimenticabili Svart Parad. “Fantasmi in Catene” e “Scia di Morte”, giusto per citare un paio di pezzi, racchiudono al loro interno tutti gli ingredienti per del sano e sincero hardcore/d-beat che fa muovere la testa come si deve e fa salire la impellente necessità di fracassare le proprie e altrui ossa pogando come anime dannate divorate dalle fiamme. Drömspell o barbarie!

Gli IRA suonano invece un hardcore classico totalmente debitore alla vecchia scuola del genere, tanto italiana quanto statunitense. Infatti tra le influenze che emergono dal sound dei nostri possiamo annoverare sia Declino e Indigesti, così come Negative Approach, Faith e i primissimi Black Flag. Pochi fronzoli, fondamentalismo hardcore come unica ragione di vita, mazzate sui denti e calci nello stomaco senza fermarsi un attimo. Tracce come “Gabbie di Cemento”, “Senso di Impotenza” o la conclusiva “Buio Impenetrabile” sono vere e proprio schegge di hardcore impazzite che sfondano i timpani, trafiggendo il cervello. Se pensate che l’hardcore, quello più politico, sincero e vissuto/suonato con l’attitudine che non si tratti solamente di musica, sia morto, gli Ira vi sputano in faccia un concetto semplice ma forse troppo spesso dimenticato: lo spirito continua e non morirà mai!

NOFU – Interruzione (2017)

L’hardcore è quello che siamo, il rumore, attraverso cui respiriamo
L’hardcore è quello che siamo, il dolore, le grida, l’amore                                                      (NOFU – Stanze, dall’album Mito Ciclicità del 2015)

 

I romani Nofu son tornati sulle scene ormai due anni fa con questo splendido “Interruzione”, senza dubbio uno dei migliori lavori in ambito hardcore punk italiano di tutto il 2017 che finalmente ho trovato la voglia, l’ispirazione, le parole ed il tempo per recensire come si deve. Perchè si sono uno stronzo e per parlare dei dischi belli ci metto il mio tempo. Ribadito questo punto fondamentale che spero mai dimentichiate, proseguiamo. La proposta dei Nofu non è cambiata poi molto da quando registrarono la loro prima tape nel 2012; ci troviamo difatti sparato nelle orecchie un hardcore punk fortemente radicato nella lezione dei gruppi storici italiani degli anni ’80/90 ma dal suono moderno riconducibile ai grandi nomi della scena trentina degli anni duemila come Attrito o Grandine, tanto per sonorità quanto per approccio lirico. Senza ombra di dubbio l’influenza maggiore dei nostri è però da ricercare nei lavori immortali come “Lo Spirito Continua” dei Negazione o “100%” e dei Sottopressione. Dieci le schegge impazzite di hardcore rabbioso che compongono questa ultima fatica in casa Nofu tra le quali spiccano sicuramente la title-track, “Noi”, “Cenere” (con un assolo appena accennato che ci sta da dio), “Fragile Incompiutezza” e la perfetta “Interruzione pt.2” posta a chiusura del disco con un testo-manifesto che viene recitato invece di urlarlo nervosamente come nelle altre tracce, rendendolo ancora più intenso e sentito.

I Nofu possono infatti contare su un comparto lirico che mette i brividi riuscendo a sottolineare quanto sia profondo il legame tra la dimensione politica e quella personale, due dimensioni che spesso si tende o si vorrebbe vedere separate, erroneamente. Testi e musica difatti vanno di pari passo e come già detto ci regalano quasi 40 minuti di hardcore in costante bilico tra vecchia scuola e modernità che non può lasciare indifferenti. Una traccia come la titletrack ci offre l’esempio migliore di quanto appena scritto: il testo è un manifesto di rabbia, un monito alla rivolta, alla sovversione di questa realtà e del suo quieto vivere che ci incatena tutti e ci condanna a morte lenta. L’interruzione di questo marcio sistema e del suo (mal)funzionamento come unica forma di opposizione e lotta possibile può avvenire solamente tramite il momento insurrezionale che apre ad infinite sperimentazioni di nuovi mondi. Uno dei momenti più intensi e belli di tutto il disco è sicuramente la sesta traccia “Fragile Incompiutezza”, una mazzata di hardcore in bilico sul confine tra modernità e vecchia scuola accompagnato da un testo che da sfogo alle tensioni verso l’esistente che ci opprime in questo tempo, aprendo fratture che fanno intravedere la possibilità di una vita radicalmente diversa (La luna mi parla dell’altro, del possibile oltre questo tempo, del germoglio anche in un ramo in inverno, dell’oltre in questo sogno d’eterno). Il livello lirico generale dell’album come avrete capito dalle mie parole è altissimo e in alcuni momenti tocca vette di poeticità veramente intense, come nel caso della traccia appena citata. Potrei tirarvi fuori altri passaggi lirici che mi si sono stampati in testa, ma probabilmente non finiremmo più

Una rabbia genuina e spontanea trasuda da ogni brano di questo Interruzione, una rabbia che prima ti prende a pugni nello stomaco fino a farti vomitare sangue per ricordarti che questa vita è una merda e che poi ti entra dentro dando sfogo alle nostre pulsioni di rivolta e di sovversione di questa esistenza che ci opprime e condanna a morte ogni giorno! Tensione sovversiva dell’esistenza che ci condanna a morte, interruzione dell’abitudine e dell’oppressione quotidiana, rivolta diffusa che apre infiniti mondi possibili in cui perdersi alla deriva. Siamo i sassi lanciati, siamo le fiamme della gioia, siamo le macchine e le piazze che bruciano. Essere l’inquietudine che attraversa l’esistente, come ci ricorda la conclusione del testo che accompagna la seconda traccia “Noi”. Essere l’interruzione è quindi la nostra unica possibilità. Essere interruzione come necessità per sentirci vivi. “Interruzione”, un disco che trasuda passione, attitudine, sincerità, sudore, tensioni di rivolta. In una parola, signore e signori, compagne e compagni: Hardcore.

 

Oltraggio – Distruggere per Costruire (1999)

Metto le mani avanti, in questa recensione parlerò degli Oltraggio (gruppo credo sconosciuto ai più anche a causa della loro brevissima esistenza) manifestando tutto il mio amore verso di loro, essendo stati uno dei primi gruppi hardcore punk italiani che ho conosciuto e che ha accompagnato la mia adolescenza. Se ho approfondito la scena musicale hardcore italiana degli anni 80-90 tanto da interiorizzarla e rimanerne pesantemente “addicted”, un grazie devo dirlo anche agli Oltraggio, scoperti per puro caso su Youtube in un pomeriggio di completa noia adolescenziale passato tra un ascolto dei Maiden (compagni fedele dell’epoca metallara) e uno dei Ramones. Pensate voi quale possa esser stato l’impatto di un ragazzino abituato a “Fear of the Dark” e “Blitzkrieg Bop”, quando ha ascoltato per la prima volta un sound fortemente hardcore ed incazzato.

Ma chi sono questi Oltraggio che fin dalla copertina del loro demo “Distruggere per Costruire” sottolineano la loro influenza, a livello ideologico e lirico, anarchica? E sopratutto, cosa suonano? Immaginatevi il perfetto mix tra l’Oi-core rabbioso dei Nabat, l’hardcore unico dei Plakkaggio e l’influenza del punk più Old School di gruppi come i Bloody Riot e avrete dinanzi ai vostri occhi gli Oltraggio e dentro le vostre orecchie il sound del loro primo demo (unica fatica del gruppo romano) “Distruggere per Costruire”, autoprodotto e pubblicato in perfetto stile DIY nel lontano 1999. Il demo in questione si compone di 5 pezzi che vanno a toccare le tematiche classiche dell’hardcore/oi-core punk italiano, ovvero l’invettiva contro la religione cattolica e la chiesa (Maledetto Giubileo), l’antimilitarismo cantato in dissacrante romanesco di “Te Ce Vo’ Na Guerra” (un esperimento di stornello Oi-core? Può esse’…) e altri argomenti classici del genere come si può ascoltare nella conclusiva “Terrore e Violenza”.

Probabilmente il pezzo migliore, più complesso e originale, capace di stamparsi immediatamente nella mente dell’ascoltatore, è senza ombra di dubbio la titletrack, un vero e proprio inno anarchico che si apre con una indimenticabile intro melodica davvero poco punk e anzi maggiormente riconducibile ad alcune cose fatte dai Metallica (ahia) in quel “capolavoro” commerciale che è il Black Album; oppure accostabile all’introduzione di “Granito” dei Plakkaggio, ben più simili agli Oltraggio nel sound. Tralasciando il riferimento ai Metallica (a ridaje…) che con le sonorità Oi-Hardcore punk dei nostri hanno ben poco a che fare, ma tenendo ben fisso in mente il paragone con i Plakkaggio, il resto della canzone è un crescendo di emozioni perfettamente sintetizzate dal rabbioso e riottoso testo che culmina nel ritornello: “Con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re/ dalle macerie della rivolta vedremo sorgere un nuovo sole”, verso ripreso direttamente da una vecchia canzone della tradizione anarchica italiana. A differenza di gruppi come Crass, Conflict o Flux o Pink Indians, l’essere riconducibile alla scena anarcho punk degli Oltraggio si riscontra maggiormente nelle liriche e nell’attitudine, piuttosto che in un preciso sound di chiara scuola britannica.

Un demo e un gruppo da riscoprire assolutamente per tutti gli amanti delle sonorità Oi/Hardcore di gruppi come i Plakkaggio o per le cose più rumorose suonate dai Nabat, soprattutto per la qualità della registrazione dei 5 pezzi, per le emozioni trasmesse dalla voce graffiante e rauca del cantante, per i testi militanti e incazzati e per la bellezza delle melodie e dei riff suonati dagli Oltraggio. Unico rimpianto il fatto che abbiano avuto vita breve; una vita breve che ha saputo però regalarci questa piccola perla dell’underground hardcore romano nascosta sotto metri e metri di polvere.