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Drömspell – Barbarie Futura (2020)

Sul terreno martoriato resti umani putrefatti, un destino che ti sei rifiutato di vedere. Crepa soffrendo!

Finalmente possiamo mettere sul piatto questo Barbarie Futura, prima attesissima fatica in studio dei romani Drömspell e lasciarci inghiottire dalla devastante e spietata tempesta di d-beat/crust-hardcore punk (principalmente di scuola svedese) che si abbatte su di noi senza alcuna pietà e con una furia distruttrice implacabile, interessata solamente a lasciare macerie e rovine al suo passaggio. Quando, e se, usciremo da questa tempesta, non ci resterà che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo in compagnia dei Drömspell o abbandonare ogni speranza e soccombere a questi tempi bui?

Se volessimo essere estremamente sintetici sul contenuto di Barbarie Futura e sul sound proposto dai Drömspell, potremmo semplicemente prendere in prestito le parole della sesta traccia del disco intitolata Caos Suburbano: la nuova minaccia fuori controllo, sorda potenza del caos suburbano! Se invece volessimo approfondire il tutto, eccoci allora a dover riconoscere negli Anti-Cimex e nei Discharge le principali influenze che attraversano la proposta dei Drömspell. Ma non finisce qui, nel corso delle dieci tracce affiorano qua e là anche sonorità che riportano alla mente i primi GBH, il tutto accompagnato da quella vena profondamente rock’n’roll e stradaiola degna dei migliori Motorhead. Inoltre le dieci schegge impazzite di d-beat/hardcore che compongono Barbarie Futura ricordano in moltissimi passaggi la scuola kangpunk svedese di Avskum, Driller Killer e Mob 47, tanto per atmosfera generale quanto per sonorità. Per finire, impossibile non notare l’influenza dei seminali Wretched evidenziata prepotentemente non solo nello stile di scrittura dei testi (che ricorda più in generale tutta la tradizione hc italiana degli anni ’80), ma anche e soprattutto nell’attitudine bellicosa e nella furia selvaggia che attraversano l’intero disco e che non ci lasciano momenti per riprendere fiato. E’ estremamente difficile scegliere questa o quell’altra traccia da approfondire nello specifico, perchè si tratta di un disco da ascoltare dall’inizio alla fine e che non mostra il minimo segno di cedimento. Sicuramente brani come la titletrack (che continua a ricordami molto i Wretched soprattutto nel testo e questo è un assoluto pregio dei Drömspell), Caos Suburbano, Strazio della Speranza e Fantasma in Catene incarnano quasi perfettamente il vero spirito e il sincero sound d-beat/hardcore vecchia scuola! Non voglio nascondermi e dunque, dopo la terza volta di fila che mi ritrovo ad appoggiare la puntina sul lato A di questo Barbarie Futura, posso ammettere senza alcun problema che i Drömspell han tirato fuori il miglior lavoro d-beat/hardcore in cui la scena punk italiana si sia imbattuta negli ultimi anni!

Drömspell, i venti del caos continuano a soffiare furiosi su Roma e su tutta Italia! E dunque, prima di morire sulle barricate o all’assalto di questo mondo, l’unica questione che si fa strada nelle nostre teste è la seguente, parafrasando Rosa Luxembourg: Drömspell o barbarie!

Schegge Impazzite di Rumore #11

Assurdo e incredibile come Schegge Impazzite di Rumore sia diventata la rubrica più longeva e costante presente su questo blog. Pensare che il primo appuntamento è datato addirittura 2018 mi lascia incredulo e sconcertato… incredibile. Una rubrica da sempre dedicata alle più recenti (ma non solo) uscite in ambito punk/hardcore, metal estremo e in generale da panorama DIY e underground, un format in parte diverso dal solito per parlarvi di dischi e gruppi che ritengo meritino attenzione e ascolti da parte di voi sfortunati lettori di Disastro Sonoro. Schegge Impazzite di Rumore oggi raggiunge addirittura la sua undicesima puntata, puntata nella quale vi parlerò delle ultime uscite in casa Odio al Serio e Scalpo, così come scriverò due righe su un ep che per troppo tempo ho dimenticato nel cassetto delle “recensioni”, ovvero l’omonimo primo lavoro dei Fuoco pubblicato ormai due anni fa. Saranno tre lavori che, seppur per certi versi differenti tra loro, rappresentano molto bene il concetto di schegge di rumore e che tengono vivo, con rabbia, coscienza, passione e sincerità, l’hardcore punk in tutte le sue sfaccettature. Come al solito ho parlato troppo per introdurvi alle righe che seguiranno, dunque mi taccio e vi auguro una buona lettura. Perchè avremo anche scelto la sconfitta, la vittoria della sconfitta, ma a quanto pare lo spirito continua!

Odio al Serio
Fuoco – Fuoco (2018)

Probabilmente fin dalla copertina qualcuno potrà pensare si tratti di chissà quale demo mai pubblicata di qualche sconosciuto gruppo hardcore italiano degli anni ’80 avvolto nel mistero e nella polvere accumulata dagli anni che passano senza lasciare scampo. Probabilmente ascoltando la prima traccia di questo lavoro le impressioni iniziali sembrerebbero trovare conferma, visto che ci troviamo dinanzi a cinque tracce di punk-hardcore all’italiana in stile Declino, Impact, Upset Noise e gruppi meno conosciuti come i Kobra di casa Virus. E invece no, questi Fuoco sono un gruppo romano di recente formazione che ha un unico obiettivo: tornare a suonare l’hc come si faceva negli anni ’80, senza troppe pretese, con messaggi e testi diretti e impregnati di rabbia. Quattro tracce su questo Ep tra cui troviamo un feat. addirittura con i Raw Power, come a voler sottolineare ancora più evidentemente un intimo e viscerale legame con l’hardcore punk italiano che fu. Fuoco non è nient’altro che un Ep di semplice hardcore punk vecchia scuola, sincero e appassionato, che non inventa nulla ma che si lascia ascoltare senza troppe pretese. Che il fuoco bruci mentre corriamo nel sangue dei nostri nemici!

Scalpo – E’ la Lotta l’Avvenire (2020)

Voglio lo scalpo di chi ha tradito, prima eri un fratello, ora solo un nemico. Laverò i miei anfibi nel rosso del tuo sangue, in questa nazione che daremo alle fiamme!

Come ben saprete non sono affatto un grande amante dell’Oi! o dello street punk in tutte le sue sfumature per una serie di svariate ragioni che non affronterò certamente ora. Fatta questa doverosa )o forse futile) premessa, negli ultimi anni c’è stato un unico gruppo capace di farmi apprezzare certe sonorità vicine all’Oi! e questo gruppo risponde al nome di Iena, al punto da averli anche recensiti in uno dei primi appuntamenti di Schegge Impazzite di Rumore. Da oggi però gli Iena non saranno più soli in questa difficile impresa di farmi apprezzare l’Oi! e questo grazie a E’ la Lotta l’Avvenire, ultimo Ep firmato dagli Scalpo. Quattro tracce della durata molto breve che si aggira attorno al minuto e mezzo, ma estremamente intense, bellicose, anthemiche e dirette come nella miglior tradizione del genere. Il sound che propongono gli Scalpo è chiaramente riconducibile ad una forte matrice Oi! e a gruppi come Nabat o Rixe, ma condendo il tutto con buone dosi di hardcore punk e qualche melodia ed atmosfera di derivazione post-punk(come nell’iniziale Intro/Combatti). Queste plurime influenze rendono la proposta del gruppo di Sondrio assolutamente personale, non ripetitiva e non banale, qualità che in un genere come l’Oi! sono tutt’altro che scontate. Passando alle tematiche, le pulsioni che attraversano le quattro tracce sono perfettamente condensate nel titolo dell’ep, un titolo che manifesta la necessità della lotta politica, l’odio verso fascisti e sbirri e le tensioni di rivolta contro lo Stato e l’esistente capitalista. C’è poco altro da dire, se non consigliarvi vivamente di correre ad ascoltarvi E’ la Lotta l’Avvenire e supportare gli Scalpo. E se ve lo dice un detrattore dell’Oi! e dello street punk come il sottoscritto, cosa cazzo aspettate?

Odio al Serio – A/R (2020)

Quando non c’è più niente da bruciare, non rimane che darsi fuoco!

Il 9 novembre 2019, nelle cantine dello storico El Paso Occupato di Torino, gli Odio al Serio decidono sia giunta finalmente l’ora di registrare un nuovo disco da dare in pasto a tuttx i/le punx affamati di rumoroso e nichilista hardcore punk attraversato da una forte tensione anarchica e di rivolta. Vede cosi la luce questo A/R, disco direttamente autoprodotto e autostampato dagli Odio al Serio, ultimi baluardi del più sincero DIY! Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una copia di suddetto disco in occasione di una taz organizzata in Corvetto a giugno (taz di cui vi ho parlato proprio su queste pagine virtuali) e da quel momento aspettavo solamente di trovare l’occasione e la cornice giusta per parlarvene. Eccoci qui allora, il contesto migliore non poteva che essere l’undicesimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore! A/R è un concentrato di anarcho/hardcore punk nichilista e oscuro, crudo e selvaggio sulla falsa riga di Wretched, Nerorgasmo, Quinto Braccio e degno della migliore tradizione hardcore italiana degli anni ’80, in particolare modo dei primi anni della scuola torinese. Undici tracce dalla breve durata, mai superiore ai due minuti e mezzo (se escludiamo la conclusiva Sbarco), che rappresentano al meglio il concetto di schegge di rumore: brani brevi, concisi e diretti che trasudano tutta la sporcizia degna dell’hardcore punk vecchia scuola e non si fanno alcun problema a vomitarci addosso tutta la rabbia che nutrono gli Odio al Serio nei confronti di questo mondo. Tracce come Fuoco, Maledetta o Vago forniscono un ottimo esempio del sound e delle atmosfere che dominano l’intero A/R. Un’unica presa di coscienza ci accompagna giunti alla fine dell’ascolto di questa ultima fatica degli Odio al Serio: prima o poi il fuoco si spegnerà, nel frattempo bruciamo tutto!

 

 

Bedsore – Hypnagogic Hallucinations (2020)

Sembrava che quelle imponenti vette da incubo fossero i piloni di una porta spaventosa che conducesse nella sfera proibita del sogno e nel vortice del tempo, dello spazio e delle altri dimensioni… (Le Montagne della Follia, H.P.Lovecraft)

A gennaio, redigendo l’articolo in merito alle migliori uscite del 2019 in ambito death metal, mi sono accorto di quanto fosse stata presente e attenta la 20 Buck Spin Records nell’individuare e pubblicare lavori di elevata qualità e gruppi di assoluto valore che fino a poco tempo prima sguazzavano felicemente nell’underground del metallo della morte. Oggi noto con estremo piacere che la stessa etichetta con sede a Pittsburgh ha dato alla luce il primo full lenght dei romani Bedsore intitolato Hypnagogig Hallucinations, disco che segue il precedente The Mountains of Madness, ep d’esordio dal titolo che è un chiaro omaggio all’omonima opera e in generale alla figura di Lovecraft. Ma cosa suoneranno mai i nostri Bedsore? Quale sarà il contenuto musicale e concettuale di suddetta opera introdotta da un titolo così tanto affascinante quanto enigmatico? I romani sono autori di un death metal parecchio disturbante e angosciante che affonda le proprie radici nella vecchia scuola, un sound però tutt’altro che scontato e anzi capace di stupire senza dare quella sensazione di fin troppo già sentito. Difatti su questa base di partenza i nostri ci aggiungono un’ottima dose di personalità e originalità, riuscendo a costruire divagazioni che sfociano spesso in territori cari a certo progressive rock e momenti atmosferici dai toni allucinati e psichedelici, il tutto accompagnato da un’ottima tecnica mai fine a se stessa al punto da divenir boriosa e annoiare l’ascoltatore. La tecnica sfoderata dai Bedsore infatti si dimostra sempre ben controllata e intelligentemente piegata al servizio dell’atmosfera generale dell’intero lavoro cosi come dei singoli brani che, come in un viaggio onirico e allucinato nell’ignoto più profondo e impenetrabile, si diramano assumendo le sembianze di sentieri sempre nuovi ed inesplorati, lasciando l’ascoltatore in balia del proprio subconscio e di una sensazione di estasi mista angoscia dinanzi allo sconosciuto che si prospetta dinanzi ai suoi occhi.  Le principali influenze del gruppo romano sono essere evidenti, ben sottolineate nel corso di tutto il disco e vanno ricercate nei Death più tecnici, nei primi lavori degli svedesi Morbus Chron e negli Execration di “Morbid Dimensions“.

Addentrarsi negli abissi di questo Hypnagogic Hallucinations è come piombare in un’incubo senza fine in cui ci sentiamo sotto costante minaccia di qualcosa che non conosciamo, a cui non sappiamo dare né un nome tanto meno una forma, sempre in bilico tra un sogno lucido e psichedeliche visioni di terrore primigenio. Inoltre ad amplificare questa generale sensazione di terrore e inquietudine ci pensano poi le lancinanti vocals ad opera di Jacopo e Stefano, i due chitarristi che si alternano dietro il microfono. A livello di sensazioni e atmosfere si torna spesso alla letterature lovecraftiana, una delle influenze principali che anima la proposta dei Bedsore. Difatti durante l’ascolto di queste sette tappe (tra cui a mio parere spiccano Cauliflower Growth e la conclusiva Brains On The Tarmac) che ci accompagnano ad indagare i nostri abissi più reconditi e spaventosi, verremo assaliti spesso da una profonda sensazione di sconforto e di orrore cosmico, il tutto sempre filtrato da una lente dalle tonalità oniriche. È un death metal ricco di sfumature e digressioni allucinate, che vive di un’alternanza costante e ben bilanciata tra sfuriate furiose e aperture atmosferiche dagli accentuati toni psichedelici che ingannano l’ascoltatore con illusori quanto labili momenti di quiete, momenti che però lasciano presagire la presenza di qualcosa di spaventoso che se ne sta in agguato aspettando il nostro totale smarrimento tra i meandri e i labirinti di Hypnagogic Hallucinations. Non credo servano altre parole per raccontarvi l’esperienza che vi troverete ad affrontare appena partiranno le prime note dell’iniziale “The Gate, Disclosure”, un’intro strumentale dai toni progressive e onirici che lascia spiazzati e senza fiato. I Bedsore, con maturità e qualità, hanno costruito e dipinto un trip allucinato, estatico e angosciante che ci inghiotte fin dal principio senza lasciarci speranza di salvezza, ma solo illusioni e inquietanti incubi.

In quel momento il dominio della ragione sembrava irrefutabilmente scosso perchè quei labirinti avevano delle configurazioni che escludevano ogni tipo di rifugio confortevole del razionale. (Le Montagne della Follia, H.P.Lovecraft)

 

 

Greve – Allo Specchio (2019)

Il motivo principale per cui mi trovo a recensire solamente ora questo Allo Specchio, primo ep in casa Greve datato 2019, è di natura politica ancor prima che legato al solo lato musicale. Infatti a seguito degli arresti dovuti all’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok del 12 giugno, Claudio, compagno e voce dei romani Greve, si trova in carcere a Siracusa. Come hanno già espresso gli altri membri del gruppo, non mi interessa sapere se le accuse mosse a lui e agli/alle altri/e compagn* siano vere o false, perchè se sono “innocenti” hanno tutta la mia solidarietà, se sono “colpevoli“, ancora di più (come recitava un volantino per i/le compas arrestati/e nel corso dell’Operazione Renata). E sopratutto perchè le categorie di “colpevolezza” e “innocenza” della giustizia borghese servono solamente a difendere questo esistente fatto di sfruttamento e oppressione quotidiana. Fatta questa premessa ed esprimendo ancora una volta in maniera netta la piena solidarietà e complicità con Claudio e tutt* gli/le altr* arrestat*, trovo sia importante sottolineare e notare un filo conduttore che unisce la lotta diretta contro questo sistema e questo mondo e la musica punk-hardcore, come a voler sottolineare che si l’hardcore è, può e dev’essere ancora una minaccia!

Passando a parlare nello specifico di questo Allo Specchio, ci troviamo dinanzi ad un ottimo e fresco lavoro di hardcore punk old school che risente profondamente dell’influenza della tradizionale scuola hc italiana degli anni ’80, senza nascondere un certo gusto per la melodia in grado di dare quel tocco personale all’intero lavoro. Un disco breve (sei brani per otto minuti scarsi) quanto intenso che non scende a compromessi nè conosce cedimenti, un concentrato di hardcore punk diretto pieno di attitudine e suonato con passione che trasuda da ogni singola nota e ogni singolo urlo vomitato dalla voce di Claudio. La proposta dei Greve è percorsa costantemente da un’urgenza espressiva e da una rabbia viscerale che rendono il sound dei romani estremamente energico e furioso, riuscendo a bilanciare perfettamente tanto le parti più veloci quanto quelle più melodiche. Il legame intimo con l’hardcore italiano vecchia scuola è palese e costante e a mio parere è riscontrabile nella qualità delle liriche e nello stile del cantato, entrambi elementi che sottolineano l’irruenza espressiva che anima interamente le sei tracce e l’intero lavoro. Un ep intenso e veloce che tira dritto per la sua strada senza inutili fronzoli, sei schegge impazzite di hardcore punk tutto sudore, passione e attitudine che colpiscono nel segno e in grado, grazie anche ad una certa vena anthemica, di stamparsi facilmente in testa, come l’iniziale “Realtà“, “Nei Tuoi Occhi” o la titletrack. Cosa si può chiedere di più ad un disco hardcore della durata di otto minuti scarsi?

Guardiamoci allo specchio, lo spirito continua!

Per chi volesse scrivere a Claudio:

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

“Delle galere solo macerie” – Solidarietà ai/alle compagni/e arrestati/e in seguito all’operazione Bialystok

All’alba del 12/06, a seguito dell’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok, son state arrestat* 7 compagn*.

Negli ultimi tempi si può notare un aumento delle operazioni repressive nei confronti di compagne e compagni che ogni giorno attaccano direttamente lo Stato e il Capitale, dagli arresti seguiti all’operazione Ritrovo per chi lotta contro carceri e cpr, fino ai divieti di dimora a chi lotta contro le frontiere ad Oulx. In alcuni casi come successo a Bologna, questa ondata repressiva mostra un netto e per nulla celato intento preventivo che denota il timore dello Stato per eventuali tumulti o insurrezioni che potrebbero scoppiare a seguito di una situazione socio-economica che andrà peggiorando sempre più. Per questo oggi più che mai bisogna ribadire la nostra solidarietà e complicità con tutti coloro che mettono a repentaglio la propria libertà affinché di questo mondo, delle sue frontiere, delle sue carceri non rimangano altro che macerie!

Infine, visto che “l’hardcore è una minaccia” non è un mero slogan, ci tengo a sottolineare che a seguito dell’operazione Bialystok è stato arrestato Claudio, attualmente cantante dei romani Greve, e attivo da anni all’interno della scena punk-hardcore italiana.

Liberi tutti, libere tutte! Fuoco alle galere!

COMUNICATO DEI E DELLE COMPAGNI/E DEL BENCIVENGA OCCUPATO:

Sull’operazione Bialystock

Aridaje.
L’ennesima operazione repressiva anti-anarchica è iniziata all’alba del 12/06/20 nei territori dominati dallo stato italiano, francese e spagnolo. In grande stile, quindi passamontagna e armi spianate, le guardie hanno perquisito diverse abitazione sequestrato il solito materiale e arrestate 7 persone, 5 di loro sono in carcere e 2 agli arresti domiciliari.
Nulla di nuovo sotto il cielo stellato.
Le accuse che lo stato muove contro di loro sono varie, tra cui la solita associazione sovversiva con finalità di terrorismo oltre ad incendio, istigazione a delinquere ecc ecc.
Ora, non è importante stare dietro ai loro cavilli giudiziari, ma è necessario ribadire che l’azione diretta, il mutuo appoggio, il rifiuto di ogni gerarchia e di tutte le autorità e che la pratica della solidarietà sono espressione della nostra tensione anarchica.
Non ci interessa entrare nella logica colpevol*/innocent*, le individualità colpite sono le nostre compagne e avranno la nostra vicinanza, solidarietà e complicità.

Ros merde
Ad ognuno il suo.

Alcun* occupant* del Bencivenga Occupato

Per il momento, gli indirizzi conosciuti dei e delle compagne arrestate sono:

Nico Aurigemma
C.C Rieti
Viale Maestri Del Lavoro, 2 – 02100 Vazia (RI)

Flavia Di Giannantonio
C.C Femminile Rebibbia
Via Bartolo Longo 92. Roma 00156

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

Per concludere riporto anche un comunicato scritto dai e dalle compagni/e del Kavarna di Cremona dal titolo “Smascherare il Nemico – Note sul’operazione Bialystok”:https://roundrobin.info/2020/06/15191/

Roma a Mano Armata – Drömspell e IRA

Drömspell, il vento scandinavo che soffia su Roma! Ascoltando la prima fatica del gruppo romano si ha immediatamente l’impressione di trovarsi dinanzi ad un lavoro proveniente direttamente dalla scena d-beat/hardcore scandinava della prima metà degli anni ’80. Difatti in questa demo si può sentire tutta l’influenza che la scuola d-beat/hardcore svedese (ma in parte anche quella finlandese) ha avuto sulla proposta e sul sound dei Drömspell. Per farla estremamente breve ci troviamo ad ascoltare 5 schegge impazzite di d-beat/crust che ha le proprie radici ben salde in capolavori come “Scandinavian Jawbreaker” degli Anti-Cimex, “Kärnvapen Attack” dei Mob47, “Crucified by the System” degli Avskum e i primi demo degli indimenticabili Svart Parad. “Fantasmi in Catene” e “Scia di Morte”, giusto per citare un paio di pezzi, racchiudono al loro interno tutti gli ingredienti per del sano e sincero hardcore/d-beat che fa muovere la testa come si deve e fa salire la impellente necessità di fracassare le proprie e altrui ossa pogando come anime dannate divorate dalle fiamme. Drömspell o barbarie!

Gli IRA suonano invece un hardcore classico totalmente debitore alla vecchia scuola del genere, tanto italiana quanto statunitense. Infatti tra le influenze che emergono dal sound dei nostri possiamo annoverare sia Declino e Indigesti, così come Negative Approach, Faith e i primissimi Black Flag. Pochi fronzoli, fondamentalismo hardcore come unica ragione di vita, mazzate sui denti e calci nello stomaco senza fermarsi un attimo. Tracce come “Gabbie di Cemento”, “Senso di Impotenza” o la conclusiva “Buio Impenetrabile” sono vere e proprio schegge di hardcore impazzite che sfondano i timpani, trafiggendo il cervello. Se pensate che l’hardcore, quello più politico, sincero e vissuto/suonato con l’attitudine che non si tratti solamente di musica, sia morto, gli Ira vi sputano in faccia un concetto semplice ma forse troppo spesso dimenticato: lo spirito continua e non morirà mai!

NOFU – Interruzione (2017)

L’hardcore è quello che siamo, il rumore, attraverso cui respiriamo
L’hardcore è quello che siamo, il dolore, le grida, l’amore                                                      (NOFU – Stanze, dall’album Mito Ciclicità del 2015)

 

I romani Nofu son tornati sulle scene ormai due anni fa con questo splendido “Interruzione”, senza dubbio uno dei migliori lavori in ambito hardcore punk italiano di tutto il 2017 che finalmente ho trovato la voglia, l’ispirazione, le parole ed il tempo per recensire come si deve. Perchè si sono uno stronzo e per parlare dei dischi belli ci metto il mio tempo. Ribadito questo punto fondamentale che spero mai dimentichiate, proseguiamo. La proposta dei Nofu non è cambiata poi molto da quando registrarono la loro prima tape nel 2012; ci troviamo difatti sparato nelle orecchie un hardcore punk fortemente radicato nella lezione dei gruppi storici italiani degli anni ’80/90 ma dal suono moderno riconducibile ai grandi nomi della scena trentina degli anni duemila come Attrito o Grandine, tanto per sonorità quanto per approccio lirico. Senza ombra di dubbio l’influenza maggiore dei nostri è però da ricercare nei lavori immortali come “Lo Spirito Continua” dei Negazione o “100%” e dei Sottopressione. Dieci le schegge impazzite di hardcore rabbioso che compongono questa ultima fatica in casa Nofu tra le quali spiccano sicuramente la title-track, “Noi”, “Cenere” (con un assolo appena accennato che ci sta da dio), “Fragile Incompiutezza” e la perfetta “Interruzione pt.2” posta a chiusura del disco con un testo-manifesto che viene recitato invece di urlarlo nervosamente come nelle altre tracce, rendendolo ancora più intenso e sentito.

I Nofu possono infatti contare su un comparto lirico che mette i brividi riuscendo a sottolineare quanto sia profondo il legame tra la dimensione politica e quella personale, due dimensioni che spesso si tende o si vorrebbe vedere separate, erroneamente. Testi e musica difatti vanno di pari passo e come già detto ci regalano quasi 40 minuti di hardcore in costante bilico tra vecchia scuola e modernità che non può lasciare indifferenti. Una traccia come la titletrack ci offre l’esempio migliore di quanto appena scritto: il testo è un manifesto di rabbia, un monito alla rivolta, alla sovversione di questa realtà e del suo quieto vivere che ci incatena tutti e ci condanna a morte lenta. L’interruzione di questo marcio sistema e del suo (mal)funzionamento come unica forma di opposizione e lotta possibile può avvenire solamente tramite il momento insurrezionale che apre ad infinite sperimentazioni di nuovi mondi. Uno dei momenti più intensi e belli di tutto il disco è sicuramente la sesta traccia “Fragile Incompiutezza”, una mazzata di hardcore in bilico sul confine tra modernità e vecchia scuola accompagnato da un testo che da sfogo alle tensioni verso l’esistente che ci opprime in questo tempo, aprendo fratture che fanno intravedere la possibilità di una vita radicalmente diversa (La luna mi parla dell’altro, del possibile oltre questo tempo, del germoglio anche in un ramo in inverno, dell’oltre in questo sogno d’eterno). Il livello lirico generale dell’album come avrete capito dalle mie parole è altissimo e in alcuni momenti tocca vette di poeticità veramente intense, come nel caso della traccia appena citata. Potrei tirarvi fuori altri passaggi lirici che mi si sono stampati in testa, ma probabilmente non finiremmo più

Una rabbia genuina e spontanea trasuda da ogni brano di questo Interruzione, una rabbia che prima ti prende a pugni nello stomaco fino a farti vomitare sangue per ricordarti che questa vita è una merda e che poi ti entra dentro dando sfogo alle nostre pulsioni di rivolta e di sovversione di questa esistenza che ci opprime e condanna a morte ogni giorno! Tensione sovversiva dell’esistenza che ci condanna a morte, interruzione dell’abitudine e dell’oppressione quotidiana, rivolta diffusa che apre infiniti mondi possibili in cui perdersi alla deriva. Siamo i sassi lanciati, siamo le fiamme della gioia, siamo le macchine e le piazze che bruciano. Essere l’inquietudine che attraversa l’esistente, come ci ricorda la conclusione del testo che accompagna la seconda traccia “Noi”. Essere l’interruzione è quindi la nostra unica possibilità. Essere interruzione come necessità per sentirci vivi. “Interruzione”, un disco che trasuda passione, attitudine, sincerità, sudore, tensioni di rivolta. In una parola, signore e signori, compagne e compagni: Hardcore.

 

Oltraggio – Distruggere per Costruire (1999)

Metto le mani avanti, in questa recensione parlerò degli Oltraggio (gruppo credo sconosciuto ai più anche a causa della loro brevissima esistenza) manifestando tutto il mio amore verso di loro, essendo stati uno dei primi gruppi hardcore punk italiani che ho conosciuto e che ha accompagnato la mia adolescenza. Se ho approfondito la scena musicale hardcore italiana degli anni 80-90 tanto da interiorizzarla e rimanerne pesantemente “addicted”, un grazie devo dirlo anche agli Oltraggio, scoperti per puro caso su Youtube in un pomeriggio di completa noia adolescenziale passato tra un ascolto dei Maiden (compagni fedele dell’epoca metallara) e uno dei Ramones. Pensate voi quale possa esser stato l’impatto di un ragazzino abituato a “Fear of the Dark” e “Blitzkrieg Bop”, quando ha ascoltato per la prima volta un sound fortemente hardcore ed incazzato.

Ma chi sono questi Oltraggio che fin dalla copertina del loro demo “Distruggere per Costruire” sottolineano la loro influenza, a livello ideologico e lirico, anarchica? E sopratutto, cosa suonano? Immaginatevi il perfetto mix tra l’Oi-core rabbioso dei Nabat, l’hardcore unico dei Plakkaggio e l’influenza del punk più Old School di gruppi come i Bloody Riot e avrete dinanzi ai vostri occhi gli Oltraggio e dentro le vostre orecchie il sound del loro primo demo (unica fatica del gruppo romano) “Distruggere per Costruire”, autoprodotto e pubblicato in perfetto stile DIY nel lontano 1999. Il demo in questione si compone di 5 pezzi che vanno a toccare le tematiche classiche dell’hardcore/oi-core punk italiano, ovvero l’invettiva contro la religione cattolica e la chiesa (Maledetto Giubileo), l’antimilitarismo cantato in dissacrante romanesco di “Te Ce Vo’ Na Guerra” (un esperimento di stornello Oi-core? Può esse’…) e altri argomenti classici del genere come si può ascoltare nella conclusiva “Terrore e Violenza”.

Probabilmente il pezzo migliore, più complesso e originale, capace di stamparsi immediatamente nella mente dell’ascoltatore, è senza ombra di dubbio la titletrack, un vero e proprio inno anarchico che si apre con una indimenticabile intro melodica davvero poco punk e anzi maggiormente riconducibile ad alcune cose fatte dai Metallica (ahia) in quel “capolavoro” commerciale che è il Black Album; oppure accostabile all’introduzione di “Granito” dei Plakkaggio, ben più simili agli Oltraggio nel sound. Tralasciando il riferimento ai Metallica (a ridaje…) che con le sonorità Oi-Hardcore punk dei nostri hanno ben poco a che fare, ma tenendo ben fisso in mente il paragone con i Plakkaggio, il resto della canzone è un crescendo di emozioni perfettamente sintetizzate dal rabbioso e riottoso testo che culmina nel ritornello: “Con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re/ dalle macerie della rivolta vedremo sorgere un nuovo sole”, verso ripreso direttamente da una vecchia canzone della tradizione anarchica italiana. A differenza di gruppi come Crass, Conflict o Flux o Pink Indians, l’essere riconducibile alla scena anarcho punk degli Oltraggio si riscontra maggiormente nelle liriche e nell’attitudine, piuttosto che in un preciso sound di chiara scuola britannica.

Un demo e un gruppo da riscoprire assolutamente per tutti gli amanti delle sonorità Oi/Hardcore di gruppi come i Plakkaggio o per le cose più rumorose suonate dai Nabat, soprattutto per la qualità della registrazione dei 5 pezzi, per le emozioni trasmesse dalla voce graffiante e rauca del cantante, per i testi militanti e incazzati e per la bellezza delle melodie e dei riff suonati dagli Oltraggio. Unico rimpianto il fatto che abbiano avuto vita breve; una vita breve che ha saputo però regalarci questa piccola perla dell’underground hardcore romano nascosta sotto metri e metri di polvere.