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Drömspell – Barbarie Futura (2020)

Sul terreno martoriato resti umani putrefatti, un destino che ti sei rifiutato di vedere. Crepa soffrendo!

Finalmente possiamo mettere sul piatto questo Barbarie Futura, prima attesissima fatica in studio dei romani Drömspell e lasciarci inghiottire dalla devastante e spietata tempesta di d-beat/crust-hardcore punk (principalmente di scuola svedese) che si abbatte su di noi senza alcuna pietà e con una furia distruttrice implacabile, interessata solamente a lasciare macerie e rovine al suo passaggio. Quando, e se, usciremo da questa tempesta, non ci resterà che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo in compagnia dei Drömspell o abbandonare ogni speranza e soccombere a questi tempi bui?

Se volessimo essere estremamente sintetici sul contenuto di Barbarie Futura e sul sound proposto dai Drömspell, potremmo semplicemente prendere in prestito le parole della sesta traccia del disco intitolata Caos Suburbano: la nuova minaccia fuori controllo, sorda potenza del caos suburbano! Se invece volessimo approfondire il tutto, eccoci allora a dover riconoscere negli Anti-Cimex e nei Discharge le principali influenze che attraversano la proposta dei Drömspell. Ma non finisce qui, nel corso delle dieci tracce affiorano qua e là anche sonorità che riportano alla mente i primi GBH, il tutto accompagnato da quella vena profondamente rock’n’roll e stradaiola degna dei migliori Motorhead. Inoltre le dieci schegge impazzite di d-beat/hardcore che compongono Barbarie Futura ricordano in moltissimi passaggi la scuola kangpunk svedese di Avskum, Driller Killer e Mob 47, tanto per atmosfera generale quanto per sonorità. Per finire, impossibile non notare l’influenza dei seminali Wretched evidenziata prepotentemente non solo nello stile di scrittura dei testi (che ricorda più in generale tutta la tradizione hc italiana degli anni ’80), ma anche e soprattutto nell’attitudine bellicosa e nella furia selvaggia che attraversano l’intero disco e che non ci lasciano momenti per riprendere fiato. E’ estremamente difficile scegliere questa o quell’altra traccia da approfondire nello specifico, perchè si tratta di un disco da ascoltare dall’inizio alla fine e che non mostra il minimo segno di cedimento. Sicuramente brani come la titletrack (che continua a ricordami molto i Wretched soprattutto nel testo e questo è un assoluto pregio dei Drömspell), Caos Suburbano, Strazio della Speranza e Fantasma in Catene incarnano quasi perfettamente il vero spirito e il sincero sound d-beat/hardcore vecchia scuola! Non voglio nascondermi e dunque, dopo la terza volta di fila che mi ritrovo ad appoggiare la puntina sul lato A di questo Barbarie Futura, posso ammettere senza alcun problema che i Drömspell han tirato fuori il miglior lavoro d-beat/hardcore in cui la scena punk italiana si sia imbattuta negli ultimi anni!

Drömspell, i venti del caos continuano a soffiare furiosi su Roma e su tutta Italia! E dunque, prima di morire sulle barricate o all’assalto di questo mondo, l’unica questione che si fa strada nelle nostre teste è la seguente, parafrasando Rosa Luxembourg: Drömspell o barbarie!

Schegge Impazzite di Rumore #11

Assurdo e incredibile come Schegge Impazzite di Rumore sia diventata la rubrica più longeva e costante presente su questo blog. Pensare che il primo appuntamento è datato addirittura 2018 mi lascia incredulo e sconcertato… incredibile. Una rubrica da sempre dedicata alle più recenti (ma non solo) uscite in ambito punk/hardcore, metal estremo e in generale da panorama DIY e underground, un format in parte diverso dal solito per parlarvi di dischi e gruppi che ritengo meritino attenzione e ascolti da parte di voi sfortunati lettori di Disastro Sonoro. Schegge Impazzite di Rumore oggi raggiunge addirittura la sua undicesima puntata, puntata nella quale vi parlerò delle ultime uscite in casa Odio al Serio e Scalpo, così come scriverò due righe su un ep che per troppo tempo ho dimenticato nel cassetto delle “recensioni”, ovvero l’omonimo primo lavoro dei Fuoco pubblicato ormai due anni fa. Saranno tre lavori che, seppur per certi versi differenti tra loro, rappresentano molto bene il concetto di schegge di rumore e che tengono vivo, con rabbia, coscienza, passione e sincerità, l’hardcore punk in tutte le sue sfaccettature. Come al solito ho parlato troppo per introdurvi alle righe che seguiranno, dunque mi taccio e vi auguro una buona lettura. Perchè avremo anche scelto la sconfitta, la vittoria della sconfitta, ma a quanto pare lo spirito continua!

Odio al Serio
Fuoco – Fuoco (2018)

Probabilmente fin dalla copertina qualcuno potrà pensare si tratti di chissà quale demo mai pubblicata di qualche sconosciuto gruppo hardcore italiano degli anni ’80 avvolto nel mistero e nella polvere accumulata dagli anni che passano senza lasciare scampo. Probabilmente ascoltando la prima traccia di questo lavoro le impressioni iniziali sembrerebbero trovare conferma, visto che ci troviamo dinanzi a cinque tracce di punk-hardcore all’italiana in stile Declino, Impact, Upset Noise e gruppi meno conosciuti come i Kobra di casa Virus. E invece no, questi Fuoco sono un gruppo romano di recente formazione che ha un unico obiettivo: tornare a suonare l’hc come si faceva negli anni ’80, senza troppe pretese, con messaggi e testi diretti e impregnati di rabbia. Quattro tracce su questo Ep tra cui troviamo un feat. addirittura con i Raw Power, come a voler sottolineare ancora più evidentemente un intimo e viscerale legame con l’hardcore punk italiano che fu. Fuoco non è nient’altro che un Ep di semplice hardcore punk vecchia scuola, sincero e appassionato, che non inventa nulla ma che si lascia ascoltare senza troppe pretese. Che il fuoco bruci mentre corriamo nel sangue dei nostri nemici!

Scalpo – E’ la Lotta l’Avvenire (2020)

Voglio lo scalpo di chi ha tradito, prima eri un fratello, ora solo un nemico. Laverò i miei anfibi nel rosso del tuo sangue, in questa nazione che daremo alle fiamme!

Come ben saprete non sono affatto un grande amante dell’Oi! o dello street punk in tutte le sue sfumature per una serie di svariate ragioni che non affronterò certamente ora. Fatta questa doverosa )o forse futile) premessa, negli ultimi anni c’è stato un unico gruppo capace di farmi apprezzare certe sonorità vicine all’Oi! e questo gruppo risponde al nome di Iena, al punto da averli anche recensiti in uno dei primi appuntamenti di Schegge Impazzite di Rumore. Da oggi però gli Iena non saranno più soli in questa difficile impresa di farmi apprezzare l’Oi! e questo grazie a E’ la Lotta l’Avvenire, ultimo Ep firmato dagli Scalpo. Quattro tracce della durata molto breve che si aggira attorno al minuto e mezzo, ma estremamente intense, bellicose, anthemiche e dirette come nella miglior tradizione del genere. Il sound che propongono gli Scalpo è chiaramente riconducibile ad una forte matrice Oi! e a gruppi come Nabat o Rixe, ma condendo il tutto con buone dosi di hardcore punk e qualche melodia ed atmosfera di derivazione post-punk(come nell’iniziale Intro/Combatti). Queste plurime influenze rendono la proposta del gruppo di Sondrio assolutamente personale, non ripetitiva e non banale, qualità che in un genere come l’Oi! sono tutt’altro che scontate. Passando alle tematiche, le pulsioni che attraversano le quattro tracce sono perfettamente condensate nel titolo dell’ep, un titolo che manifesta la necessità della lotta politica, l’odio verso fascisti e sbirri e le tensioni di rivolta contro lo Stato e l’esistente capitalista. C’è poco altro da dire, se non consigliarvi vivamente di correre ad ascoltarvi E’ la Lotta l’Avvenire e supportare gli Scalpo. E se ve lo dice un detrattore dell’Oi! e dello street punk come il sottoscritto, cosa cazzo aspettate?

Odio al Serio – A/R (2020)

Quando non c’è più niente da bruciare, non rimane che darsi fuoco!

Il 9 novembre 2019, nelle cantine dello storico El Paso Occupato di Torino, gli Odio al Serio decidono sia giunta finalmente l’ora di registrare un nuovo disco da dare in pasto a tuttx i/le punx affamati di rumoroso e nichilista hardcore punk attraversato da una forte tensione anarchica e di rivolta. Vede cosi la luce questo A/R, disco direttamente autoprodotto e autostampato dagli Odio al Serio, ultimi baluardi del più sincero DIY! Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una copia di suddetto disco in occasione di una taz organizzata in Corvetto a giugno (taz di cui vi ho parlato proprio su queste pagine virtuali) e da quel momento aspettavo solamente di trovare l’occasione e la cornice giusta per parlarvene. Eccoci qui allora, il contesto migliore non poteva che essere l’undicesimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore! A/R è un concentrato di anarcho/hardcore punk nichilista e oscuro, crudo e selvaggio sulla falsa riga di Wretched, Nerorgasmo, Quinto Braccio e degno della migliore tradizione hardcore italiana degli anni ’80, in particolare modo dei primi anni della scuola torinese. Undici tracce dalla breve durata, mai superiore ai due minuti e mezzo (se escludiamo la conclusiva Sbarco), che rappresentano al meglio il concetto di schegge di rumore: brani brevi, concisi e diretti che trasudano tutta la sporcizia degna dell’hardcore punk vecchia scuola e non si fanno alcun problema a vomitarci addosso tutta la rabbia che nutrono gli Odio al Serio nei confronti di questo mondo. Tracce come Fuoco, Maledetta o Vago forniscono un ottimo esempio del sound e delle atmosfere che dominano l’intero A/R. Un’unica presa di coscienza ci accompagna giunti alla fine dell’ascolto di questa ultima fatica degli Odio al Serio: prima o poi il fuoco si spegnerà, nel frattempo bruciamo tutto!

 

 

Drömspell o Barbarie! – Prossimo arrivo in Distro

Oggi 15 ottobre è stato finalmente pubblicato Barbarie Futura, la prima vera e propria fatica in studio per i romani Drömspell, disco che vede la luce grazie alla Timebomb Records in due versioni differenti: vinile nero oppure vinile marmorizzato viola! Nelle prossime settimane potrete inoltre trovare qualche copia di questo incredibile Barbarie Futura anche da Disastro Sonoro, quindi se ne volete una copia scrivete pure direttamente qui o alla pagina facebook. Se in caso contrario volete contattare direttamente Timebomb Records per info e ordini potete scrivere a: [email protected]

Altre distro in cui potrete trovare alcune copie di “Barbarie Futura” dei Drömspell sono invece seguenti:

– HELLNATION Store
– Inferno Store – Roma
– Calimocho DIY
– Ostia Records
– Agipunk

Cosa aspettarsi da Barbarie Futura e dai Drömspell? In breve una tempesta di d-beat/hardcore punk con le radici ben piantate nei padri fondatori Discharge e nella classica scuola svedese di Anti-Cimex, Driller Killer e Mob 47, una tempesta furiosa che non lascia scampo e non mostra alcuna pietà nei confronti di qualsiasi cosa trovi sulla sua strada, lasciando solo cumuli di macerie al loro passaggio. Nessuna alternativa allora,  Drömspell o Barbarie!

Paranoid (偏執症者) – Out Raising Hell (2020)

You see us coming
Then run like hell
With sheer volume
We’ll shoot to kill
This is Metal Anarchy

Un libro non si dovrebbe mai giudicare dalla copertina, questo è assolutamente vero e denota una certa onestà intellettuale. Ma un disco? Vale lo stesso discorso anche quando l’artwork di un disco come questo Out Raising Hell urla “heavy metal” a squarciagola tanto da sentirsi lontano un miglio? A quanto pare no, visto che poi il contenuto musicale di questa ultima nuova fatica in studio per gli svedesi Paranoid trasuda metal (in quasi tutte le sue ottantiane forme) da tutti i suoi pori. Ma andiamo con ordine, o quanto meno proviamoci. Ed è forse proprio partendo dall’artwork di copertina che voglio iniziare questa “recensione”, sottolineando quanto mi abbia riportato immediatamente alla mente certe copertine degli Exumer e in generale quanto mi abbia trasmesso un forte sapore di heavy/speed metal.

La passione e le radici di certo metal old school son sempre state presenti nel sound dei Paranoid e loro stessi non le hanno mai celate, anche se spesso venivano sovrastate dalle influenze d-beat/hardcore/raw punk del gruppo svedese, in molte occasioni più presenti e preponderanti. Per questo motivo questa nuova fatica è assolutamente piacevole e in un certo senso inaspettata, perchè i Paranoid invertono leggermente la propria rotta rispetto al precedente Kind of Noise (un Ep estremamente dedito a sonorità raw punk, noise e d-beat), e si lanciano alla deriva verso territori propriamente riconducibili all’universo metal degli ’80, tra NWOHBM, speed metal e primordiali pulsioni black a la Venom (come sempre) o alla Darkthrone del periodo “Circle the Wagons”. Emergono in più passaggi e più momenti, nel corso delle dieci tracce che vanno a comporre questa nuovo disco, le profonde influenze sia di nomi sacri dell’heavy/speed metal come Grim Reaper, gli stessi Exumer evocati fortemente dalla copertina, Exciter quanto di perle dell’underground quali Warfare, Tyrant, Vectom e compagnia brutta, sporca e borchiata di ottantiana memoria. Per fare un solo esempio di quanto detto finora, il riffing che sorregge una traccia come 機械仕掛けの殺戮者 (Kikaijikake no Satsurikusya) o lo stesso assolo presente in essa, invadono e saccheggiano senza pietà territori metal e danno vita ad un brano che si posiziona esattamente a metà strada tra gli Exciter e i Warfare, sempre però con quel tocco di d-beat imprescindibile che non abbandona mai il sound dei Paranoid.

Probabilmente questa prevalenza di sonorità heavy/speed metal (ma anche vagamente proto black sempre in odore di Venom/Hellhammer) è dovuta al mixing curato da Joel Grind (Toxic Holocaust), uno che di metal se ne intende abbastanza per confezionare un prodotto devastante, brutale, robusto e dal sapore fortemente old school e metal come questo Out Raising Hell. Dopo quanto è stato detto però non illudetevi della mancanza di una forte componente punk in questo disco, cosa che sarebbe impossibile dato che l’attitudine stessa dei Paranoid rimane fortemente legata e radicata in profondità nella scena kangpunk/hardcore svedese degli anni ’80 e sopratutto grazie a sonorità d-beat che fanno capolinea qua e la nel corso delle dieci tracce, insieme a quel sound generale che strizza sempre l’occhio ad un certo raw punk sporco e rumoroso.

In fin dei conti, per quanto sia estremamente più “heavy metal” questo Out Raising Hell rispetto probabilmente a tutto il resto registrato e pubblicato in carriera, la ricetta dei Paranoid è sostanzialmente sempre la stessa e non guarda in faccia niente e nessuno: un vortice devastante di violento vento nordico, caos metalpunk selvaggio e pura furia d-beat! Da qualche parte, a metà strada tra i Venom e i Disclose, con una dose massiccia di heavy metal iniettata nelle vene, si staglia questo Out Rasing Hell e in fin dei conti va bene così. That’s the way we like it baby, new wave of swedish d-beat heavy metal!

Heavy metal maniac
I’m a heavy metal maniac
Stand back heavy metal maniac!

Dropdead – S/t (2020)

 

Partiamo con alcuni, superflui, dati empirici. È infatti dal 1998 che i Dropdead non rilasciano un full lenght. Certo nel mezzo il vuoto è stato colmato da una serie di split degni di nota e di assoluto valore con nomi del calibro di Unholy Grave, Converge e Totalitar, ma si sentiva la mancanza di un lavoro dalla durata più sostenuta firmato esclusivamente dai Dropdead. Ed eccolo finalmente arrivato. La ricetta di partenza è sempre la solita: un hardcore punk veloce e furioso che spesso invade territori a volte riconducibili al powerviolence, mentre in altri momenti lambisce sonorità vagamente grind, ma che racchiude sempre dentro di sé tutta quell’attitudine in your face tipica dell’hardcore vecchia scuola e quello spirito battagliero intenzionato a non lasciare prigionieri e a sputarci in faccia tutto l’odio e la rabbia che ancora animano la musica del gruppo di Rhode Island. Forse l’unica nota mezza-stonata questa volta è l’iconica voce di Bob, dai toni sempre rabbiosi ma meno graffianti e urlati rispetto ad un tempo, capace certamente ancora di trasmettere lo spirito riottoso dei Dropdead ma senza essere lancinante come una volta nel prenderci a pugni la testa fino a sbriciolarla. Questo non dev’essere visto per forza come un lato negativo anzi, ma come una naturale “evoluzione” (passatemi il termine) per una band in giro da trent’anni e che, pur avendo ancora tanta rabbia da urlare in un microfono e da sputarci addosso, ora ha deciso di dare una nuova sfumatura al proprio hardcore, non perdendo comunque nulla i termini di attitudine e di sincerità con cui porta avanti le proprie idee. Probabilmente tutto questo è dovuto semplicemente al fatto che i Dropdead del 2020 non sono chiaramente quelli del 1998, il tempo scorre inesorabile per tutti e anche per un gruppo abituato da sempre a tirare velocissima la propria musica, ventidue anni senza rilasciate un disco completo si fanno sentire. Azzarderei inoltre a sostenre che i Dropdead di questo album sono si più anziani ma in senso positivo, ovvero più maturi, riuscendo nonostante il tempo che passa a trasmettere la stessa rabbia per questo mondo di merda e a condensare in ventitré tracce la coscienza politica e lo spirito di rivolta che li anima da sempre, oggi forse con un’irruenza più ragionata.

Già un mese fa i Dropdead avevano iniziato a farci assaporare alcune nuove tracce come “Prelude/Torches” e “Flesh and Blood”, singoli che permettevano di farsi un’idea abbastanza precisa, seppur generale, della qualità e dell’intensità che contraddistinguono anche questo terzo s/t album. Le ventitre tracce in cui ci imbattiamo, musicalmente si rifanno a quel devastante mix di hardcore, fastcore e powerviolence, marchio di fabbrica dei Dropdead dal giorno zero; questa volta però mostrano maggiori sfumature e continui cambi di stile, ma è proprio così che dovrebbe suonare un disco dei Dropdead nel 2020, almeno secondo la mia idea. Ci sono pezzi assolutamente devastanti e che trasudano attitudine hc e in your face da tutti i pori come On Your Knees, Only Victims o The Black Mask, mostrandoci quanto ancora ribolla la rabbia e la passione più sincera per un certo modo di intendere e suonare l’hardcore punk nel sangue dei Dropdead, una passione che nemmeno trent’anni di carriera possono scalfire. Per quanto riguarda invece l’aspetto lirico, questo nuovo self titled album rappresenta un quadro perfetto con cui i Dropdead attaccano, analizzano, prendono posizioni nette e vomitano tutta la rabbia verso questi tempi bui che stiamo vivendo a livello globale, ponendo l’accento e la propria attenzione su questioni di fondamentale importanza sociale come la devastazione climatica in nome del profitto più famelico e cieco del capitale, l’ascesa dell’estrema destra, lo sfruttamento animale (tematica da sempre centrale nelle liriche del gruppo di Rhode Island), gli orrori delle guerre mosse in nome degli interessi del capitalismo e molto altro ancora. La musica dei Dropdead non è solamente il concentrato della rabbia e della frustrazione dovuta a questi tempi bui che stiamo vivendo, ma vuole incarnare una viscerale e istintiva volontà di rivolta e di ribellione dinanzi a tutto questo. E non dovrebbe forse essere questo il più sincero obiettivo dell’hardcore punk?

Al di là di tutte le note positive come il ritorno su disco o la possibilità di godere di queste nuove ventitrè tracce, e delle poche, pochissime, note “negative” (passatemi nuovamente il termine) come le vocals di Bob che potrebbero lasciare l’amaro in bocca a molti affezionati delle urla lancinanti e selvagge di un tempo, avercene di gruppi dall’attitudine, dalla coscienza politica, della sincerità e dalla passione con cui suonano l’hardcore punk ancora oggi nel 2020 i Dropdead. Alla fine, se proprio dobbiamo tirare le somme, per quanto possa suonare per certi versi diverso da tutto ciò che hanno registrato fino ad oggi, questo terzo self titled album è ancora una volta un concentrato di mazzate annichilenti nello stomaco e di rabbia sincera contro tutta la merda che ci circonda, e non si poteva chiedere di meglio al gruppo di Rhode Island che si continua a dimostrare una sicurezza in termini di coerenza e attitudine.

L’hardcore è ancora una minaccia, l’hardcore è ancora un mezzo con cui minare questo esistente e farlo saltare in aria!

 

Vivere Merda – Noi Non Ci Saremo (2020)

Con un titolo che mi ha immediatamente ricordato un classico brano dei Nomadi (citazione in odore di detournment voluta? Chissà…), partiamo a bomba e senza troppi fronzoli a parlare di questa ultimissima e altrettanto inaspettata nuova fatica in studio firmata Vivere Merda. Inaspettata poichè, come un fulmine che squarcia improvvisamente un cielo limpido, i Vivere Merda irrompono nuovamente sulle scene pubblicando queste 8 schegge di hardcore punk selvaggio e riottoso, contraddistinto come sempre da una profonda e sincera vena anarchica che accompagna fin dagli esordi il gruppo di Udine. Noi non ci saremo vede inoltre la luce grazie alla solita cospirazione di etichette/collettivi diy tra cui troviamo Saetta Autoproduzioni e Kalashnikov Collective.

Uno dei brani più interessanti e affascinanti dell’album è senza ombra di dubbio “Sbirri (Stato di semicoscienza)”, una traccia che azzarderei a definire addirittura sperimentale per quanto riguarda il percorso musicale dei Vivere Merda, anche grazie alla presenza del sax che dona un sapore estremamente diverso e inaspettato all’intero brano ma capace di funzionare veramente bene e non risultare fuori luogo, un brano che si assesta su coordinate care all’anarcho punk italiano che fu, apparendo come la sintesi perfetta tra i Contropotere e i Franti di Luna Nera. A seguire ci si imbatte nella titletrack che fuga ogni dubbio sul fatto che il titolo dell’album sia una citazione voluta al brano dei Nomadi, canzone, la cui melodia e il testo, vengono riprese in questa traccia, come fosse in fondo una cover sulla falsa riga di “Pregherò” rifatta ai tempi dai Piscia Korsakov, progetto embrionale da cui presero vita gli stessi Vivere Merda.

Una traccia invece come “Hai il cazzo grande” è a mani basse una di quelle che ho preferito, soprattutto per quanta riguarda la tematica affrontata nel testo. Un perfetto esempio di hardcore punk selvaggio e in your face con il classico timbro Vivere Merda, che si struttura come un’invettiva rabbiosa contro il machismo e in generale contro il patriarcato, aihmè dinamiche che spesso siamo costretti a vedere perpetuate (o accettate) anche nei nostri spazi, i quali dovrebbero essere il più sicuri per tuttx e certamente liberi da atteggiamenti machisti, sessisti e omo-transfobici. Gran pezzo, altre parole sarebbero superflue.

I Vivere Merda affrontano ancora una volta tematiche classiche dell’hardcore punk, ma lo fanno sempre con il loro peculiare timbro tanto musicale quanto lirico, riuscendo a non scadere mai nella banalità e senza dare quell’impressione di sentire qualcosa di fin troppo “trito e ritrito”, e questo non può che essere un enorme pregio. Questo perché l’attitudine che contraddistingue le individualità che animano il gruppo di Udine è profondamente sincera e assolutamente coerente con un precisa visione della vita e della lotta politica in senso chiaramente anarchico. E quindi testi contro il machismo, a favore delle occupazioni e contro il TSO, oltre ad apparire più attuali e validi che mai, riescono a trasmettere le reali tensioni che muovono ancora, dopo più di vent’anni, i Vivere Merda nel suonare hardcore con tutta la rabbia e la passione che hanno nel cuore. In fin dei conti, per concludere la “recensione”, questo “Noi non ci saremo” non è altro che l’ennesimo disco che i Vivere Merda dedicano, con rabbia e con amore, a tuttx i/le punx!

 

Minneapolis brucia! – Frammenti sparsi sulla scena hardcore di Minneapolis

L’articolo che andrete a leggere è stato pubblicato originariamente con alcuni tagli sul numero zero di Benzine, nuova fanza punx nata per volontà di alcune individualità della scena punk hardcore milanese e pubblicata negli scorsi mesi. Per chi non avesse avuto ancora la (s)fortuna di tenere tra le mani una copia di Benzine, sfogliarne le pagine ed imbattersi in questo articolo, beh ora potrete comunque leggervi questi frammenti sparsi sulla scena hardcore di Minneapolis direttamente su Disastro Sonoro!

BURN THIS RACIST SYSTEM DOWN!

Il 25 maggio, la polizia di Minneapolis uccide George Floyd, uomo afroamericano di 46 anni in modo brutale, tramite soffocamento mentre quest’ultimo ripeteva “i can’t breathe”, una frase oramai divenuta slogan delle lotte antirazziste. Il video dell’omicidio ha fatto il giro del mondo, così come hanno fatto il giro del mondo le immagini e i filmati delle proteste e delle rivolte cominciate quella stessa sera a Minneapolis e nel resto degli USA e che, fortunatamente, continuano ancora oggi senza dare impressione di volersi placare, anzi facendo scoppiare la scintilla anche lontano dal territorio statunitense (vedasi attacchi all’ambasciata USA ad Atene o manifestazioni in Francia degli ultimi giorni). Incendi delle caserme e delle questure, saccheggi dei negozi della grande distribuzione, strade invase dalla comunità nera che ha trovato la solidarietà e il supporto di altre comunità discriminate e oppresse (da quella latina a quella gay) e di altri proletari nella resistenza e nell’attacco ad un sistema economico-politico oppressivo, brutale e profondamente razzista nelle sue fondamenta. Minneapolis però per chi non lo sapesse nel corso dei decenni ha avuto un’importante e profondamente politicizzata scena hardcore/crust punk, con band attive in percorsi di lotta antirazzisti, antifascisti e più in generale apertamente schierati contro la repressione dello Stato e l’oppressione alienante e quotidiana del sistema economico capitalista. In questo periodo in cui Minneapolis e gli Stati Uniti bruciano di rabbia e di gioia, dato che il punk hardcore non è solo musica ma anzi una reale minaccia per questo esistente, mi permetto di affrontare un breve excursus sulla sua scena hardcore e tra alcuni dei gruppi che ritengo essere di maggior importanza. Solidale e complice con i rivoltosi di Minneapolis e di tutte le altre città che sono insorte, che il fuoco risplenda presto ovunque e che di questo mondo, del suo razzismo e della sua repressione poliziesca non rimangano altro che macerie. E conseguentemente, che l’hardcore e il punk tornino ad essere una mezzo per minare questo esistente nelle sue fondamenta.

“Posso solamente vedere un mondo migliore venire costruito sulle macerie di questo”

 

Appena appresi la notizia dell’omicidio di George Floyd mi balenò immediatamente in testa il titolo di un ep datato 1992 dei Destroy, storico gruppo d-beat/hardcore originario proprio di Minneapolis. “Burn this Racist System Down“, un titolo perfetto per descrivere tanto le cause strutturali di un sistema che ha portato e permesso quest’ultimo come centinaia di altri assassini di matrice razzista per mano poliziesca, quanto le motivazioni che hanno spinto migliaia di persone a fare divampare le fiamme della rivolta per le strade della città, probabilmente spinte dal desiderio di una vita radicalmente diversa da questa non-esistenza dominata dalla miseria economica, sociale e umana che il capitalismo impone e difende con la violenza dei suoi apparati repressivi e con la sua legge borghese.

Difatti, come accennato nell’introduzione, nel corso degli anni 80 e 90, fino ad arrivare fino ad oggi, Minneapolis ha visto emergere una fertile e attiva scena punk-hardcore, di cui i Destroy sono certamente una tra le band più importanti, tanto dal punto di vista strettamente musicale quanto a livello politico. Un’altro dei gruppi crust punk probabilmente più noti emerso dall’underground hardcore di Minneapolis alla fine degli anni ’80, nonché uno dei più longevi, son stati sicuramente i Misery. Formatosi nel 1988, nel 1991 pubblicano prima un ep devastante,  preludio di quello che a pochi mesi di distanza sarebbe stato il loro primo album intitolato “Production through Destruction“, un concentrato di crust punk fortemente imbastardito da derive “metalliche” come da tradizione britannica degli anni ’80, ovvero quel brodo primordiale che potremmo definire semplicemente “stenchcore”. Un album che fin dal titolo sottolinea però le posizioni politiche che animano il progetto Misery, visto che a far da filo conduttore alle undici tracce troviamo una serrata critica e un brutale attacco al sistemo economico capitalista che sacrifica tutto e tutti sull’altare del profitto, devastando e saccheggiando territori e risorse, sfruttando e opprimendo esseri umani e animali nell’ottica di una produzione senza fine e fuori controllo.

Non mi dilungherò inutilmente a parlare di questo o quell’altro album firmato dai Misery, perchè credo sia più importante riportare qualche aneddoto legato all’impegno politico che ha sempre caratterizzato l’esistenza stessa della band e tratto da un’intervista rilasciata proprio dal gruppo a Profane Existence qualche anno fa, collettivo ed etichetta diy che nacque proprio a Minneapolis nel 1989 sotto forma di fanzine. Parlando dell’allora nascente scena punk hardcore della città, i Misery dichiararono che fu importante al fine di creare una rete di gruppi e collettivi punk politicamente attivi su posizioni libertarie, anti-gerarchiche e contro lo stato, un raduno di una parte del movimento anarchico avvenuto proprio nel 1985 a Minneapolis. Questo, sempre in accordo con le parole della band, servì a creare un terreno fertile per far divampare e diffondere le idee anarchiche e un certo modo di intendere la lotta politica all’interno della scena punk hardcore locale. Inoltre nel corso dell’intervista i Misery ricordano e rivendicano con gioia il giorno in cui una manciata di punx ubriachi costrinse alla fuga un gruppo di nazis che si erano presentati ad un concerto organizzato in città, distruggendo i finestrini delle loro auto.

Minneapolis è una città che ha sempre avuto problemi con una profonda e radicata questione razzista e razziale e i fatti degli ultimi mesi post omicidio di Floyd non hanno fatto altro che porre sotto l’attenzione mediatica qualcosa che viene vissuta quotidianamente da decenni da parte della popolazione nera e di altri segmenti della popolazione discriminati, emarginati ed oppressi, ma chiaramente non solo in un’ottica passiva. Difatti sempre sul finire degli anni ’80, per contrastare le crescenti violenze razziste perpetuate da gruppi di nazi-skinhead che iniziavano ad aggirarsi per le strade di Minneapolis, si formò una crew denominata Baldies, che rispondeva violentemente colpo su colpo alle azioni di questi suprematisti bianchi, riuscendo in questo modo a non far mai emergere e attecchire in città una scena musicale Nazi-White Power. Fu proprio a partire da questa embrionale realtà che si sviluppò e venne fondato successivamente a Minneapolis l’ARA (Anti-Racist Action), una rete creata all’interno delle sottoculture punk e skinhead per fronteggiare e contrastare attivamente le violenze e le discriminazioni razziali, col fine di organizzare vere e proprie azioni per colpire gruppi o eventi legati al suprematismo bianco e al fascismo. Son gli stessi Misery a parlare del loro coinvolgimento in questa rete antirazzista nella stessa intervista a Profane Existence sopracitata, giusto per sottolineare nuovamente il profondo legame che intercorreva ai tempi tra la scena hardcore punk e la lotta concreta ad ogni forma di discriminazione e fascismo nelle strade di Minneapolis.

Tornando brevemente a parlare dei Destroy!, anch’essi si formano come i Misery nel 1988, ma la loro attività in quanto band durò molto meno, terminando nella primavera del 1994. Questo non influì sull’importanza che ricoprirono tanto all’interno della scena hardcore di Minneapolis quanto nei percorsi di lotta, due dimensioni che per la band erano intrecciate e indissolubili. Come già scritto in precedenza nel 1992 i Destroy! registrano e pubblicano quello che ritengo essere il loro lavoro migliore, più intenso e diretto, ossia il 7″ intitolato “Burn this Racist System Down“, un titolo che era attuale tanto allora quanto lo è oggi che Minneapolis e tutti gli Stati Uniti sono invasi dalle fiamme della rivolta di migliaia di persone pronte a sovvertire un sistema strutturalmente razzista.  La pubblicazione di questo Ep fu possibile grazie ad una label DIY creata da Felix Havoc, cantante degli stessi Destroy!, pochi mesi prima. Una label che successivamente sarebbe diventata un punto di riferimento per la scena crust/hardcore punk underground mondiale, pubblicando sia gruppi di Minneapolis legati ai Destroy come i Code 13 sia gente come Skytsystem o Wolfbrigade. Inutile ancora una volta dilungarmi sul disco in questione, ascoltatevelo e se riuscite leggetevi i testi incentrati su questioni che spaziano dall’antirazzismo alla lotta femminista, testi che ritengo di uno spessore meritevole d’attenzione ancora oggi.

Abbiamo parlato approfonditamente della scena hardcore punk di Minneapolis a cavallo tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ma sarebbe un errore madornale pensare che oggi questa stessa scena non sia altrettanto viva e politicamente attiva. Infatti ritengo fondamentale spendere due righe per parlare dei War//Plague, gruppo attivo dal 2008 e impegnato a suonare un crust punk fortemente bellicoso e profondamente legato all’impegno e alla lotta politica. Trovo infatti sia interessante riportare alcune questioni che la band stessa ha affrontato nel corso di un’intervista datata maggio 2019 rilasciata a DYI Conspiracy, un collettivo-webzine statunitense attivo nella scena hardcore e punk più politicizzata in senso anarchico. Intervista il cui titolo stesso, “Punk is a Way of Protes and Political Movement“, riprende le parole dei War//Plague e sottolinea esplicitamente cosa intende il gruppo di Minneapolis in merito alla natura e a cosa dovrebbe significare ancora oggi suonare hardcore e/o punk in tutte le sue forme e sfumature. Nel corso dell’intervista la band si sofferma a parlare dell’importanza che ha avuto la scena hardcore locale sull’evoluzione del proprio modo di pensare all’impegno e alla lotta politica, così come dell’idea che il punk non dovesse essere solo una mera questione musicale bensì essere un mezzo di protesta e rivolta, oltre uno strumento per diffondere e condividere messaggi di natura politica come l’antirazzismo, l’antifascismo e la lotta contro lo Stato e il Capitale. Andy Lutz, cantante del gruppo, inoltre ci tiene a ricordare con gioia un fatto accaduto quando era solo adolescente durante un concerto in un spazio DIY di Minneapolis chiamato Bomb Shelter, conclutosi con scontri con un gruppo di poliziotti intervenuti per interrompere la serata. Sia Lutz che Lefton (chitarrista della band), evidenziano costantemente nel corso dell’intervista la visione collettiva dei War//Plague a proposito del punk-hardcore (e specialmente di sottogeneri come il crust o l’anarco punk) come sottocultura e movimento intimamente politico e schierato, come mezzo per urlare la propria rabbia nei confronti di questo esistente e questo sistema che sfrutta, opprime e reprime e un modo per connettere persone con tensioni affini.

 

Servirebbero ancora troppe righe e molto spazio per parlare di altri gruppi che ritengo fondamentali (State of Fear e Code 13, su tutti) e altri eventi che hanno attraversato e animato la scena hardcore di Minneapolis nel corso dei decenni, ma probabilmente per l’intento originale con cui è nata la stesura di questo articolo penso sia giusto terminare qui il nostro viaggio, perchè il punto di partenza e di arrivo dovrebbero essere solamente le rivolte e le insurrezioni che hanno incendiato Minneapolis e gli Stati Uniti fino a poche settimane fa e la totale solidarietà che va a tutti e tutte i/le insorti/e.  E sottolineare ancora una volta che la scena hardcore e punk in tutte le sue sfaccettature dovrebbe essere ancora oggi uno strumento per attaccare questo mondo nella sua totalità, sforzandosi di allontanare il rischio troppo spesso concreto e reale di chiudersi nei propri spazi esaurendo la propria rabbia e le proprie tensioni urlando frasi vuote in un microfono. Convertiamo le nostre parole in fuoco, con la speranza che Minneapolis continui a bruciare e l’impegno a rendere l’hardcore ancora una reale minaccia!

 

 

L’hardcore da solo non è rivolta! – Urto Nudo, CD benefit op.Bialystok

All’alba del 12/06, a seguito dell’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok, son state arrestat* 7 compagn*. Gli Urto Nudo, gruppo hardcore punk romano, han quindi deciso di pubblicare un CD benefit, uscito ieri, per i compagni e le compagne colpite dall’infame repressione statale, perché l’hardcore è ancora una minaccia e perché, come dicono loro, l’hardcore da solo non è rivolta! Di seguito potete leggere il comunicato degli Urto Nudo.

“E alla fine ci siamo riusciti.
Cd benefit op.Bialystock.
In questi mesi siamo stati costretti a essere privati delle nostre iniziative, dei nostri concerti e di tutti i momenti di socialità costruiti, spesso, per sostenere chi si trova in difficoltà.
Oggi più che mai, riteniamo che far uscire questo cd per sostenere i detenuti, compagni e compagne, anarchici e anarchiche, sia essenziale.
Comprare questo CD non significa solo avere qualcosa da ascoltare in macchina o in cameretta, significa essere solidali con gente come noi a cui è stata privata la libertà di vivere.
Caricheremo online la registrazione, in modo che possa essere accessibile a tuttx, il disco non avrà un costo specifico ma sarà ad offerta libera, vi chiediamo solamente di mettere una mano sulla coscienza prima di decidere quanto lasciarci.
Sarà disponibile già da stasera, mandateci un messaggio e vi diremo dove potrete trovarlo, o altrimenti ci sbattiamo per portarvelo noi nei prossimi giorni.
Vivere Hardcore non significa (solo) andare ai concerti o farsi un gruppo, significa essere complici e solidali con chi questo sistema marcio lo vuole combattere, con ogni mezzo necessario.
Perché “l’hardcore da solo non è rivolta”.
Rifiutiamo una vita stabilita da loro,
rifiutiamo una vita senza futuro.
URTONUDO-Roma Punx”

Absolut Country of Sweden

 

Nell’ultimo periodo di questa ennesima estate terribile fatta di lavoro e zero vacanze, mi son ritrovato spesso ad ascoltare tre dischi usciti nel corso di questo tragico 2020, accorgendomi solamente in un secondo momento si trattasse di tre lavori provenienti dalle lande svedesi, nonchè tutti e tre prodotti da e pubblicati tramite la Phobia Records, etichetta diy maestra nello scovare, produrre e supportare quanto di meglio ci sia attualmente in giro in ambito d-beat/hardcore e crust. Questa ennesima tormenta di furioso vento scandinavo proveniente dalla Svezia mi ha dunque invogliato a scrivere le righe che state leggendo, per il semplice fatto che l’hardcore/d-beat (qualcuno lo definirebbe kangpunk) svedese ha sempre ricoperto un ruolo importante all’interno dei miei ascolti (Avskum e Anti-Cimex su tutti) e rimane tuttora uno dei sound che maggiormente apprezzo all’interno del vasto panorama hardcore punk. Dunque, per farla breve con questa introduzione tediosa e futile e per lasciare finalmente spazio alle “recensioni” e alla scoperta dei protagonisti di questo articolo, ecco a voi tre nuove uscite che, pur senza inventare nulla di nuovo, vanno a dare nuova linfa alla scena hardcore/d-beat svedese. Tre band e altrettanti dischi che potremmo definire assolutamente rappresentativi delle varie e per certi versi, anche se in minima parte, differenti tensioni che hanno animato nei decenni la scena d-beat/punk svedese, e che, pur mantenendo un’iconico quanto seminale swedish sound,  riescono nell’ardua impresa di non suonare tutte completamente uguali, regalandoci così tre lavori estremamente godibili e pregni di quell’attitudine e quel sapore old school che non stona veramente mai. In poche parole, Absolut Country of Sweden… Niente di più, niente di meno.

Exploatör – Avgrundens Brant

Gli Exploatör sono un “super gruppo” della scena hardcore/d-beat svedese; tra i componenti troviamo infatti gentaglia già attiva in gruppi come Warcollapse, Disfear, Dischange e soprattutto Totalitar. Non a caso i Totalitar appaiono fin dal primo ascolto come la principale e viscerale influenza degli Exploatör, e questo nuovo disco ha il grande pregio di riuscire a trasmettere la stessa attitudine e le stesso sapore di quei due classici della scena hc svedese che rispondono al nome di Ni måste bort e Sin egen motståndare. Un disco che, per via del sound e dell’approccio del gruppo, potrebbe addirrittura sembrare prodotto e registrato tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90, ed è stata probabilmente intenzione del gruppo conferire al disco intero un aurea che richiama fortemente la vecchia scuola kangpunk svedese. Ammetto si faccia davvero fatica ad aggiungere altre parole per descrivere le dieci tracce che compongono un album solido e irruento come Avgrundens Brat, un concentrato rabbioso e appassionato di hardcore punk/d-beat in salsa svedese dal sapore profondamente old school e che, traccia dopo traccia, manifesta un amore sincero verso la fondamentale lezione che hanno lasciato i Totalitar (tra gli altri) sulla scena scandinava e su quella mondiale. In poche parole, se sentite la mancanza dei Totalitar e da anni siete alla ricerca di un gruppo degno di prendere il loro testimone, non ci sono dubbi, gli Exploatör fanno al caso vostro e dovreste correre immediatamente ad ascoltarli senza remore! Absolut T-beat worship!

Socialstyrelsen – Med Rädsla För Livet

Med Rädsla För Livet , è invece il primo full lenght in casa Socialstyrelsen, giovane gruppo con le radici ben salde nella tradizione crust punk svedese dei primi anni duemila. Partendo da sonorità che ricordano certe cose fatte dagli ultimi Avskum, i/le nostr* giungono ad un sound che li avvicina agli immortali Skytsystem e addirittura ai Martyrdod, tanto i più recenti quanto quelli di dischi come in Extremis o Paranoia, ovvero un d-beat/crust punk influenzato profondamente da tendenze che si potrebbero definire “neo crust” (termine che aborro) e da pulsioni dal sapore vagamente black metal. In questo quadro di sfumature e influenze, di tensioni e sonorità, i Socialstyrelsen riescono però a sintetizzare un sound quanto meno personale se non proprio originale, dimostrando una buona capacità compositiva, sopratutto per quanto riguarda alcuni riff veramente azzeccati, e grazie sopratutto alle vocals graffianti della cantante Hanna che rendono la proposto del gruppo svedese estremamente godibile e di assoluto impatto. L’attitudine e la sincerità con cui i/le nostr* suonano e interpretano i quattordici brani (alcuni addirittura anthemici come Alltid Knivfull) presenti su questo Med Rädsla För Livet sottolineano tutta la passione che muove i Socialstyrelsen nel spararci addosso questa tempesta di swedish crust punk che non lascia scampo e che per quasi ventidue minuti ci prende a cazzotti in pieno volto senza tregua, senza mostrare alcuna pietà o segni di cedimento. Crust punk ist krieg!

Parasit – Samhällets Paria

Ci troviamo dinanzi ad un altro gruppo pieno di volti noti della scena svedese (punk e non solo), visto che nei Parasit possiamo trovare brutti ceffi che suonano o hanno sunato in band del calibro di Asocial, Diskonto e addirittura nei death metallers Interment. Il sound dei Parasit, a differenza degli altri due dischi che abbiamo affrontato sopra, parte si da un’hardcore punk chiaramente di matrice svedese ma risulta più marcio, meno melodico e nel complesso dunque più pesante e sporco, come se la lezione seminale di band come gli Asocial o i Mob 47 fosse stata estremizzata al punto giusto, rimanendo su quel confine labile che divide i territori propri dell’hardcore svedese dai lidi dominati da sonorità metal più o meno estreme. Sono principalmente le vocals ad opera di Henke che in alcuni frangenti sembrano oltrepassare questi confini  per dar vita ad un’ibrido a metà strada tra uno scream vagamente black metal e un urlato più tipico del crust. Un suono crudo e rabbioso, dal riffing veloce quanto basta per dar l’impressione di venir travolti improvvisamente senza lasciar possibilità di prendere fiato e da una batteria serrata su ritmi principalmente d-beat che ci martella in testa fino sbriciolare la nostra mente e tutto ciò che la abita. Nessuna inversione di rotta significativa o chissà quale innovativa dose di originalità nel sound proposto dai Parasit, ma ancora una volta, in direzione sempre ostile, rabbiosa e convinta sulla propria strada, il gruppo svedese ci spara nelle orecchie a tutto volume una perfetta sintesi, furiosa e brutale, di tutto ciò che è stato il seminale e primordiale hardcore/kangpunk svedese. Citando proprio gli Asocial, band che al mio orecchio rimane la più viscerale influenza che emerge dal sound dei Parasit: “How Could Hardcore be Any Worse?”.

Extreme Smoke 57 – Stage V: Salvation (2020)

Leggende del grindcore europeo e balcanico on the road dal lontanissimo 1990, lo spirito della vecchia scuola che non si assopisce e viene alimentato ancora da ingenti dosi di rabbia e da viscerale passione, una band che non ha alcuna intenzione di fermarsi o di cedere il passo al tempo che scorre inesorabile, ma anzi sempre pronta ad abusare delle nostre orecchie e a scaricarci nello stomaco mazzate di brutale rumore senza pietà. Questa è, in sintesi, la descrizione migliore per presentare gli Extreme Smoke 57 e introdurre la loro ultima fatica in studio, un’ep intitolato Stage V: Salvation che, per fortuna, non sposta di una virgola la proposta ormai monolitica e devastante che caratterizza da trent’anni il gruppo sloveno. Un concentrato del più sincero e primitivo grindcore che mostra ancora tutti i suoi intimi legami con l’attitudine hardcore punk, una ricetta quella degli Extreme Smoke 57 che appare implacabile, tira dritto tritando ossa e lasciando solamente cumuli di macerie al proprio passaggio. La pubblicazione dell’album è stata anticipata negli scorsi mesi dall’uscita di due brani inediti, “Deceived by Life” e “Human Meat Factory”, a parere di chi scrive due dei momenti migliori dell’intero lavoro, mazzate di furioso grindcore senza compromessi e che non guarda in faccia niente e nessuno, profondamente radicato nella vecchia scuola più underground e marcia, la stessa identica di gruppi spesso dimenticati come i polacchi Hideous Chaos o i colombiani Confusion, l’unica a cui sembrano ancora devoti gli Extreme Smoke 57 facendone parte fin dai primi vagiti. In una scena oramai abbastanza satura come quella grindcore, gli Extreme Smoke 57 dimostrano di avere ancora molto da dire e forse da insegnare a tutti in termini di attitudine e passione con la quale si sbattono per portare avanti la loro visione dell’estremismo musicale condito con ingenti dosi di rabbia viscerale e istintiva e con un’urgenza espressiva contro tutta la merda che viviamo ogni giorno che sembra non placarsi mai, nonostante gli anni per il gruppo sloveno passino inesorabili e siano ormai giunti a trenta tra dischi, registrazioni, tour e palchi calcati in giro per l’Europa . Stage V: Salvation, disco che segna dunque i trentanni di attività degli Extreme Smoke 57, è composto complessivamente da 5 nuovi pezzi e 12 brani vecchi registrati nel 2019 durante la performance della band a Tolosa durante il Crush The Stage Tour, e questo mix di pezzi nuovi in studio e brani dal vivo conferisce quasi un sapore celebrativo a questa pubblicazione da parte dei mostri sacri del grindcore sloveno. Diciassette schegge di rumore impazzito per ribadire, se ce ne fosse bisogno, che gli Extreme Smoke 57 sono ancora oggi quanto di meglio si possa ascoltare in ambito estremo.

Per concludere e tirare inutili somme, Stage V: Salvation rappresenta lennesima lezione di violenza inaudita e l’ennesimo capitolo di terrorismo musicale nella discografia degli Extreme Smoke 57 e davvero non si può chiedere niente di meglio ad un disco di sincero e appassionato di grindcore vecchia scuola come questo, suonato con la mente, con il corpo e sopratutto con il cuore, tanto su disco quanto in sede live. Make grindcore extreme again!