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Kobra – Confusione (2020)

Il fallimento è libertà, il successo ti annienta.

The album tells the story of young broke punks in Milan, always looking for a grift in the system, angry but also full of self-doubt, torn between activism and nihilism.

Queste le parole che accompagnano la pubblicazione di Confusione, nuova fatica in studio per i milanesi Kobra firmata dalla Iron Lung Records. Ancora ai ferri corti con l’esistente, l’hardcore punk come mezzo per minare la pacificata quotidianità capitalista e disertare il futuro.

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani punx che decisero di dar sfogo alla loro rabbia, mettendo in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome Kobra. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e acerbi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, nel 2020, nell’underground della metropoli milanese e nella sua polverosa scena hardcore e diy, un’altro gruppo di punx mossi da tensioni anarchiche e pulsioni nichiliste. noto anch’esso con il nome di Kobra, si aggira senza meta in preda alla rabbia e alla disperazione, divorati interiormente da una profonda sensazione di disillusione e sfiducia nei confronti di un futuro nemmeno troppo lontano che si preannuncia angosciante.

Disillusione, nichilismo, rabbia, ansia, alienazione, ma anche voglia istintiva di lottare, ribellarsi e resistere… è questo il vortice di emozioni e sensazioni che ci inghiotte immediatamente appena ci imbattiamo nelle note dell’iniziale Combatti, stesso vortice che ci divorerà e ci accompagnerà durante l’ascolto dell’intero Confusione, un concentrato di primo anarcho punk e primordiale hardcore punk italiano che ha le radici ben piantate nel sound e nell’esperienza di gruppi come Quinto Braccio e Contrazione, senza scordarsi dell’influenza dei Wretched più selvaggi e caotici che aleggia come uno spettro su tutto il disco. Concedendomi una breve digressione per parlare della copertina di questa ultima fatica dei Kobra, l’artwork in bianco e nero ad opera di Fra Goats (voce del gruppo) ricorda profondamente un’immaginario caro all’anarcho punk anni ’80, tanto quanto un’atmosfera, intrisa di nichilismo, che può riportare alla memoria addirittura i Nerorgasmo.

Combatti ogni giorno, combatti per non cadere, combatti per non morire.

Ancora una volta il raw punk hardcore suonato dai Kobra, in cui la dimensione politica e quella personale si intrecciano in maniera inscindibile, è animato da un’attitudine riottosa e da una rabbia istintiva e viscerale, ma su questa nuova fatica in studio si può notare una vena maggiormente sperimentale e personale nel loro sound. Difatti i Kobra non si sono limitati a seguire le coordinate sonore che avevano contraddistinto le cinque tracce della precedente tape, prima fatica dei nostri quattro punx milanesi datata 2018, anzi hanno aggiunto una buona dose di sperimentazione che viene sintetizzata in maniera estremamente godibile nel punk grezzo e caotico, base di partenza e arrivo dell’intero Confusione. Esempio di questa inaspettata dimensione sperimentale è la presenza addirittura di inserti di sassofono in tracce come la titletrack o C.P.D.M, probabilmente alcuni dei momenti più interessanti dell’intero lavoro con i loro echi che possono ricordare certe cose fatte dai Franti. Il legame intimo dei Kobra con la vecchia scuola dell’hardcore punk italiano è però evidente ed emerge tanto nell’immaginario generale che avvolge Confusione quanto nell’irruenta necessità espressiva e nelle liriche che accompagnano le undici tracce, tra le quali troviamo “Nessuna Fiducia” (altra traccia che ho apprezzato specialmente) che, almeno nel titolo, sembra voler omaggiare l’omonimo brano firmato dai Declino. Ventidue minuti intensi segnano il ritorno dei Kobra e sinceramente non si poteva chiedere di meglio che un disco di grezzo hardcore punk dalle interessanti pulsioni “sperimentali” del calibro di questo Confusione. Questa non è la fine, questo è l’inizio… Ancora una volta uniti nel dolore e uniti nell’abbraccio, come urla la voce di Fra all’inizio della nona traccia intitolata “Sogni Illusioni”.

Per trasformare l’angoscia e l’alienazione che ci incatenano in questi tempi bui dell’esistente capitalista e dell’epoca spettacolare della merce in un mezzo per sovvertire e disertare collettivamente la pacificazione sociale e il quieto vivere in cui ci vogliono condannati a morte. Nessuna speranza, nessun futuro, nessuno spazio, nessuna fiducia… Il futuro semplicemente non esiste, dunque tramutiamo la nostra rabbia e la nostra disperazione in fuoco, qui e ora, e distruggiamo ciò che ci distrugge tutti i giorni.

 

 

Greve – Allo Specchio (2019)

Il motivo principale per cui mi trovo a recensire solamente ora questo Allo Specchio, primo ep in casa Greve datato 2019, è di natura politica ancor prima che legato al solo lato musicale. Infatti a seguito degli arresti dovuti all’operazione repressiva anti-anarchica rinominata Bialystok del 12 giugno, Claudio, compagno e voce dei romani Greve, si trova in carcere a Siracusa. Come hanno già espresso gli altri membri del gruppo, non mi interessa sapere se le accuse mosse a lui e agli/alle altri/e compagn* siano vere o false, perchè se sono “innocenti” hanno tutta la mia solidarietà, se sono “colpevoli“, ancora di più (come recitava un volantino per i/le compas arrestati/e nel corso dell’Operazione Renata). E sopratutto perchè le categorie di “colpevolezza” e “innocenza” della giustizia borghese servono solamente a difendere questo esistente fatto di sfruttamento e oppressione quotidiana. Fatta questa premessa ed esprimendo ancora una volta in maniera netta la piena solidarietà e complicità con Claudio e tutt* gli/le altr* arrestat*, trovo sia importante sottolineare e notare un filo conduttore che unisce la lotta diretta contro questo sistema e questo mondo e la musica punk-hardcore, come a voler sottolineare che si l’hardcore è, può e dev’essere ancora una minaccia!

Passando a parlare nello specifico di questo Allo Specchio, ci troviamo dinanzi ad un ottimo e fresco lavoro di hardcore punk old school che risente profondamente dell’influenza della tradizionale scuola hc italiana degli anni ’80, senza nascondere un certo gusto per la melodia in grado di dare quel tocco personale all’intero lavoro. Un disco breve (sei brani per otto minuti scarsi) quanto intenso che non scende a compromessi nè conosce cedimenti, un concentrato di hardcore punk diretto pieno di attitudine e suonato con passione che trasuda da ogni singola nota e ogni singolo urlo vomitato dalla voce di Claudio. La proposta dei Greve è percorsa costantemente da un’urgenza espressiva e da una rabbia viscerale che rendono il sound dei romani estremamente energico e furioso, riuscendo a bilanciare perfettamente tanto le parti più veloci quanto quelle più melodiche. Il legame intimo con l’hardcore italiano vecchia scuola è palese e costante e a mio parere è riscontrabile nella qualità delle liriche e nello stile del cantato, entrambi elementi che sottolineano l’irruenza espressiva che anima interamente le sei tracce e l’intero lavoro. Un ep intenso e veloce che tira dritto per la sua strada senza inutili fronzoli, sei schegge impazzite di hardcore punk tutto sudore, passione e attitudine che colpiscono nel segno e in grado, grazie anche ad una certa vena anthemica, di stamparsi facilmente in testa, come l’iniziale “Realtà“, “Nei Tuoi Occhi” o la titletrack. Cosa si può chiedere di più ad un disco hardcore della durata di otto minuti scarsi?

Guardiamoci allo specchio, lo spirito continua!

Per chi volesse scrivere a Claudio:

Claudio Zaccone
C.C Siracusa Via Monasteri, 20C.
Contrada Cavadonna
Siracusa 96100

Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

Hyle – Weapons I’ve Earned (2020)

Se il precedente “Malakia” mi fece innamorare immediatamente del sound delle Hyle, questo “Weapons I’ve Earned” ha cementato in modo assoluto il mio amore per loro e per la loro musica. Ma andiamo con ordine…

L’ impatto che si ha con questo nuovo album intitolato “Weapons I’ve Earned” e targato Hyle è visivo prima ancora che sonoro. Ed è devastante, grazie ad una copertina dai colori accesi raffigurante il sempre caro compagno Satana, un artwork affascinante e dai tratti esoterico-psichedelici enfatizzati dalla scelta di utilizzare colori molto netti e accesi. Quando poi si inizia ad addentrarsi nell’ascolto, si viene travolti senza pietà dalla robustezza e dall’urto brutale e monolitico del sound proposto dalle bolognesi, un sound che con questa ultima fatica sembra aver ormai virato in modo quasi definitivo verso territori stench-crust punk, senza disdegnare interessanti incursioni nel death metal britannico di scuola Bolt Thrower (sopratutto nel riffing). Senza mai completamente abbandonare l’influenza d-beat/hardcore che ha caratterizzato i precedenti lavori e soprattutto quella perla che era ed è tuttora “Malakia“, le Hyle hanno irrobustito la propria proposta, hanno aumentato la componente “metallica” e hanno saputo rileggere la tradizione britannica degli anni ’80 di Sacrilege, Axegrinder e Deviated Instinct in una chiave attuale e abbastanza personale, riuscendo nell’arduo compito di non suonare come qualcosa di fin troppo scontato e “già sentito”. Il riff che apre e successivamente sorregge l’intera “Holding my Breath” (una delle tracce che ho maggiormente apprezzato) penso possa essere preso ad esempio perfetto della compattezza e di un certo gusto per il groove presente nel suono che caratterizza tutte e otto le tracce di questo Weapons I’ve Earned, mentre la melodia che accompagna l’inizio di “I’m a Slob” mostra apertamente quanto le radici delle Hyle siano ben piantate in profondità in quel brodo primordiale tra metal estremo e hardcore punk conosciuto come stenchcore. Certamente le Hyle non inventano nulla e forse non è nemmeno nei loro intenti suonare originali, ma la loro formula ormai matura che oggi potremmo definire senza troppi problemi come “death’n’crust” sa dove e come colpire per lasciare squarci profondi e insanabili, soprattutto grazie ad un comparto lirico profondamente bellicoso e schierato nettamente su argomenti quali il femminismo, le tematiche queer, la lotta anticapitalista e in generale riconducibili ad un rifiuto totale di ogni forma di gerarchia, autoritá e discriminazione. Nel complesso siamo al cospetto di un disco monolitico e devastante che non mostra segni di cedimento o passi falsi, in cui è davvero difficile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico visto che il livello generale del songwriting è molto alto. Questo è senza dubbio dovuto ai tanti pregi delle bolognesi, dalla batteria martellante e tritaossa ad una voce lancinante che si insinua nel cervello e sembra poter divorarci dall’interno, passando per un riffing praticamente sempre azzeccato che strizza spesso l’occhio ad un certo groove propriamente death metal. E mentre la brutale doppietta finale composta da “Ancestors” e “Flesh” ci accompagna al termine di questa discesa negli abissi di Weapons I’ve Earned, prendiamo definitivamente coscienza del fatto che le Hyle abbiano probabilmente pubblicato il loro disco più maturo e devastante, riuscendo a trovare la formula perfetta per radere al suolo qualsiasi cosa si ponga ad intralciare il loro cammino. Terminal filth death’n’crust… nient’altro che questo.

 

 

Lo Spirito Continua – Prossime coproduzioni

Annuncio con grande gioia e orgoglio che la schiera di coproduzioni targate Disastro Sonoro aumenterà in qualità e quantità nei prossimi mesi con la pubblicazione fisica di due dischi assurdi in ambito hardcore punk e d-beat/crust che rispondono al nome di “In Bilico nel Reale dei Destinazione Finale e di “Eschaton“, nuovissimo lavoro in casa Amphist. Perché il punk è supporto e collaborazione prima di tutto e perché lo spirito continua!

Due settimane fa i campani Amphist hanno finalmente annunciato l’uscita del loro nuovo album “Eschaton” attraverso la pubblicazione di un nuovo brano dal titolo What The Thunder Said”.

Il disco vedrà la luce grazie ad una vera e propria cospirazione DIY che vede la collaborazione delle seguente etichette e distro : UP the PUNX Rec.D.I.Y Koło RecordsBologna PunxFresh Outbreak RecordsSeaside Suicide RecordsPirate Crew RecordsMastice ProduzioniPassione Nera RecordsL’Home MortQuebranta RecordsCalimocho DIYToxic Sele Crew100£ AutoprodSiro Recs. Il disco, piccolo spoiler, sarà una vera e propria mazzata di d-beat crust punk/death metal che continua il discorso musicale intrapreso con il precedente “Waking Nightmare” ma ne innalza il livello qualitativo, risultando essere uno dei migliori dischi crust punk usciti nella scena italiana negli ultimi anni. Fatelo vostro appena uscirà, non ve ne pentirete!

Ho già recensito a fondo il nuovo disco dei Destinazione Finale in questo articolo , quindi non serve che sprechi troppe altre parole per dirvi quanto mi sia piaciuto l’hardcore punk vecchia scuola suonato dal gruppo fiorentino.

Oggi posso annunciare finalmente con estrema felicità che “In Bilico nel Reale” vedrà la luce in forma fisica anche grazie alla collaborazione di Disastro Sonoro tra le varie distro/etichette DIY impegnate in questa bomba di coproduzione. Come già detto mesi fa, i Destinazione Finale ci danno un’ottimo esempio di come sia possibile riproporre un certo tipo di hardcore fortemente radicato nella tradizione classica senza suonare banali e scontati, ma anzi facendo emergere una buona dose di personalità e di attitudine sincera. Lo spirito continua pur rimanendo in bilico nel reale che ci opprime!

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

Carlos Dunga – Oltre Quella Linea (2019)

Dimmi fin dove andremo, dimmi dove ci fermeremo, dimmi come ci fermeremo quando nessuno riuscirà a fermarci! 

Oltre quella linea che demarca le scene hardcore punk, thrash metal e heavy metal tradizionale, ci stanno i Carlos Dunga, gentaglia di Firenze che prende il meglio di tutti e tre i generi sopra citati per condensarli in una soluzione devastante, convincente e che sembra non avere debolezze. Siete cresciuti sparandovi nelle orecchie contemporaneamente l’hardcore dei Negazione, degli Upset Noise e il thrash metal/crossover ottantiano? Vi fanno venire i brividi ancora oggi le linee melodiche che caratterizzano il riffing tipico della NWOBHM e di gruppi immortali come gli Iron Maiden? Ecco, se così fosse, non esiste miglior gruppo in Italia dei Carlos Dunga, una band in grado sintetizzare ai limiti della perfezione tutte queste influenze in un unica proposta che funziona in tutti i sensi e che fa venire voglia di moshare fin dal primo ascolto. Fedeli ad una impostazione hardcore che ha le sue radici ben piantate nella tradizione italiana del genere, soprattutto nelle linee vocali, nell’attitudine generale e nella scrittura delle liriche (che mi ha riportato alla mente anche lo stile degli ultimissimi Nofu), e assolutamente radicati nella aggressività e nell’immediatezza espressiva, ma soprattutto nel riffing e nelle strutture dei brani, tipiche del thrash metal, facendo costantemente l’occhiolino a linee melodiche che pescano a piene mani dall’heavy metal tradizionale di scuola britannica, i Carlos Dunga con questo “Oltre Quella Linea” ci regalano un disco completo e che non perde mai d’intensità dall’inizio alla fine, dal primo brano “Il Re Caduto” all’ultima traccia “L’Età dell’Ansia“. Le influenze heavy classiche si palesano fin dall’intro strumentale sorretta da un riffing che sembra pescato direttamente da qualche sconosciuto o dimenticato disco NWOBHM dell’underground britannico tra la fine dei ’70 e i primi anni Ottanta. I fiorentini, proprio come il grande mediano-regista brasiliano che da il nome al gruppo, riescono a tenere insieme e a miscelare perfettamente le differenti anime che vivono all’interno della loro proposta thrashpunk, condedola con un’attitudine hc e un’irruenza furiosa che non possono lasciare indifferenti e risultano sempre più coinvolgenti mano a mano che si prosegue nell’ascolto delle dodici tracce presenti su “Oltre Quella Linea“. Una traccia come “Ho Provato a Salvare Tutto” rappresenta per me l’esempio migliore della capacità dei Carlos Dunga di fondere thrash, hardcore punk e echi NWOBHM che esplodono in un’assolo da air guitar selvaggio, accompagnato da un testo il cui stile e “poetica” mi ha ricordato in modo prepotente la tradizione hc italiana degli anni ’80 dei Negazione. La doppietta composta dall’iniziale “Il Re Caduto” e da “Caduta Spettacolare” è invece una mazzata in pieno volto di thrash/crossover in cui spicca un riffing veloce e fulminante che rende impossibile non iniziare a fare headbanging come se non ci fosse un domani. Per concludere, senza spoilerarvi troppo delle altre tracce, credo si possa definire “Oltre Quella Linea” dei Carlos Dunga, semplicemente con un solo aggettivo: inarrestabile. A quanto pare, oltre ogni linea possibile ed immaginabile, lo spirito continua.

 

Zona D’Ombra – Tensioni e Distanze (2020)

La critica e la rabbia dell’hardcore
quando suoni e parole servono per capirci
quando i microfoni a più mani servono per unirci

Tredici canzoni per mezz’ora di durata, tredici istantanea di vita vissuta, di tensioni personali che trovano complici e affini su strade inesplorate, di passioni che scottano, di sofferenze e di rabbia nei confronti di questa vita che annichilisce e condanna a morte nell’apatia, nella routine e nelle certezze del quieto vivere. Tredici racconti di tensioni e di distanze, reali o percepite. “Tensioni e Distanze” come il titolo del nuovo album in casa Zona d’Ombra. Un disco che non abbandona la poetica introspettiva e intima che contraddistingue da sempre la dimensione lirica del gruppo comasco e che ha caratterizzato i precedenti quali “Guerra all’Apatia” e “Unica Dimensione di Vuoto” , ma che su questo nuovo disco riesce ad essere bilanciata perfettamente con fotografie del reale e del vissuto, personale quanto collettivo, evidenziando tensioni che divorano gran parte di noi e pulsioni che animano il nostro tumultuoso agire quotidiano.

Sonorità che si rifanno alla vecchia scuola hardcore dei Negazione e dei Sottopressione, ma rivisitate in chiave moderne dagli Zona d’Ombra che si tengono lontani da un nostalgico ripetere sterile di un certo sound. L’hardcore dei comaschi bilancia perfettamente le parti più aggressive e pestate (Pelle si dimostra ancora una volta una macchina da guerra alla batteria) con quelle più melodiche e per certi versi emotive, riuscendo, durante l’ascolto di “Tensioni e Distanze” a far riaffiorare alla memoria anche il sound della scuola trentina dei primi anni duemila. Inoltre, come sui precedenti lavori, la parte lirica è curata nei minimi dettagli, ricoprendo un ruolo di fondamentale importanza e di intensa bellezza nell’hardcore proposto dagli Zona d’Ombra. La poetica emerge prepotentemente dalle liriche intime e personali di queste tredici tracce, una poetica che mi ha più volte ricordato un certo modo di scrivere e trasmettere tensioni, emozioni, pulsioni ed immagini riconducibile a gruppi come Affranti, CGB e Frammenti.

Questo “Tensioni e Distanze” è il tipo di disco che adoro di più, di quelli che son solito ascoltare tutto d’un fiato, vedendo le tredici tracce come fossero un quadro completo difficilmente scomponibile. Ma proverò a fare uno sforzo nel parlarvi di una manciata di canzoni che, secondo me, racchiudono perfettamente tutta l’intensità di un lavoro come questo. Il primo brano in cui mi sono imbattuto prima ancora che uscisse l’intero disco è stato “Orizzonte Vanessa” e ad oggi penso che gli Zona d’Ombra non potessero scegliere traccia migliore per presentare il nuovo album. Si tratta difatti di un ottimo pezzo di hardcore punk tirato ma melodico, accompagnato da un testo che sa di ricercata complicità ma anche di sconforto e sensazione di annichilimento racchiusa nell’immagine della metropoli che opprime ogni avventura dell’ignoto, ogni pratica della libertà.  Riprendendo le parole stesse del gruppo comasco, noi “alla metropoli rispondiamo con un perdersi e un trovarsi in nuove isole liberate dai nostri cuori di balena”. Una traccia come l’iniziale “Nel Fango” invece affronta, in modo tutt’altro che banale, l’orrore della guerra in luoghi che percepiamo come lontani da noi come Baghdad o a Gaza, un’orrore che obbliga a sognare azioni che siamo soliti considerare scontate e quotidiane come passeggiare per la città. In un’altro bellissimo pezzo del calibro di “Naufraghi del Mondo” gli Zona d’Ombra trattano la delicata questione delle migrazioni, della libertà di movimento, della fuga e di un’Europa che costruisce muri, lascia affogare in mare aperto uomini, donne e bambini, rinchiude esseri umani in moderni lager, un’Europa chiusa nella sua fortezza che si riempie la bocca con la retorica della difesa dei confini, alimentando un discorso razzista e di criminalizzazione delle persone migranti. Potrei continuare a riversare fiumi di parole parlandovi delle due tracce che riprendono il titolo del disco o dell’intensa “A Filo di Voce”, il cui testo mi ha ricordato il brano “La Lingua dei Numeri” presente su “Unica Dimensione di Vuoto”, ma sarebbe tutto inutile visto che, come ho già detto, “Tensioni e Distanze” è un disco che va ascoltato dall’inizio alla fine, tutto d’un fiato, per poi ricominciare una, due, dieci volte e così all’infinito. Solamente così si può comprendere affondo l’intenso vortice di emozioni, pulsioni e tensioni che travolge appena ci si addentra nell’ascolto di questo bellissimo lavoro.

Gli Zona d’Ombra dichiarano ancora una volta guerra all’apatia che sembra dominare questi tempi e anche le nostre esistenze spesso divorate dalla disillusione e da tensioni a cui forse non siamo in grado nemmeno di dare un nome. Tensioni e distanze che ci portiamo dentro, che portiamo con noi, rimanendo ancora tesi verso l’ignoto che soffoca l’esistente e le sue certezze. Disertiamo il quieto vivere, dichiariamo guerra ad una quotidianità alienante, torniamo ad essere l’avventura che sopprime la società. Senza mai più domandarsi perchè vogliamo continuare ad esserci, a soffrire e gioire insieme, sopra e sotto i palchi scricchiolanti e polverosi, per minare la società che sopprime ogni nostra possibile nuova avventura, ancora una volta sognando la rivolta e l’imperfezione. Che sia davvero questo il punk hardcore? Probabilmente esiste una sola risposta ed è affermativa.

Make Rho Extreme Again – Extreme Smoke 57, SOS Fornace, Rho

Breve report del concerto degli Extreme Smoke 57 del 10 maggio 2019, in compagnia di Suicide by Cop, Kontrau e Roor Explo nella cornice del centro sociale Fornace di Rho. Esce solamente ora, con un “leggerissimo” ritardo di quasi un anno, perché avevo scritto queste righe in vista di pubblicare il seguente report sul primo numero della fanzine previsto per la scorsa estate. Purtroppo la suddetta fanzine, ad oggi, non ha mai preso vita, in futuro si vedrà. Il motivo principale che mi ha convinto a pubblicarlo adesso dopo così tanto tempo è legato al momento che stiamo attraversando, un’emergenza sanitaria, sociale, politica ed economica come quella attuale che ci costringe, tra tantissime difficoltà materiali, in quarantena e ci tiene lontani dai momenti dei poghi selvaggi ai concerti. E così, un po’ per ricordare un bella serata con un tocco di nostalgia e un po’ per colmare, anche solo a parole scritte, quel vuoto lasciato dall’assenza e impossibilità di organizzare concerti, credo sia importante ricordare momenti simili. Buona lettura.

Suicide by Cop

Il 10 maggio del 2019, dopo parecchio tempo, il centro sociale Fornace di Rho torna ad ospitare sonorità estreme in occasione del concerto di uno dei gruppi che ha impresso il proprio nome in modo indelebile nella storia del grindcore balcanico ed europeo ed il merito non può che andare ad un certo Gian, conosciuto per essere il batterista dei Cocaine Slave nonché voce dei Suicide By Cop, e ad un certo Pierpaolo. Sto parlando degli sloveni Extreme Smoke 57 che con il loro grindcore vecchia scuola, che ancora trasuda tuta l’influenza dell’hardcore punk, hanno rischiato seriamente di radere al suolo l’intera struttura occupata nella desolata provincia milanese! Poche le persone accorse in quel di Rho per questo concerto imperdibile per tutti gli amanti dell’estremismo sonoro e del terrorismo musicale, e questa è sinceramente l’unica nota stonata della serata che per il resto è stata estremamente godibile! Merito non solo degli Extreme Smoke 57 ma anche dei gruppi che gli hanno accompagnati in questa avventura nell’anonima periferia di Milano. Ad aprire il concerto ci hanno pensato i bergamaschi Roor Explo e ammetto diessermi perso la loro esibizione a base di classico hardcore punk (da quello che mi pare di aver sentito mentre ero fuori a bere). A seguire ci hanno pensato i Suicide By Cop di Gian, del buon Sada e della cara Rika ad infiammare la serata che da questo momento è diventata veramente intensa. Tornano a suonare live dopo un po’ che mancavano in giro e si può notare una decisa inversione di rotta rispetto al sound che proponevano fino a poco tempo prima di questo concerto. Niente thrash -core, la proposta dei nostri oggi presenta una fortissima influenza death metal a la Incantation o in stile Deicide, il tutto imbastardito da momenti che lambiscono territori grind (merito sicuramente anche del batterista, ‘na macchina da guerra assurda). Un sound robusto e devastante, un’esibizione a tratti perfetta e assolutamente coinvolgente quella dei Suicide By Cop! Siamo giunti ora al momento tanto atteso, gli Extreme Smoke 57 attaccano a suonare e il loro grindcore non ha nessuna intenzione di fermarsi davanti a nulla, tira dritto e trita ossa dall’inizio alla fine. Gli sloveni sono in giro dagli anni ’90, di esperienza ne hanno da vendere e si vede perfettamente come dell’esiguo numero dei presenti, pronti comunque a pogare come dannati sotto il palco, non gliene freghi assolutamente un cazzo di niente. Suonano il loro grindcore con tutta la passione, l’attitudine e la rabbia che hanno nel cuore e se ne fregano di tutto il resto, come se essere in Fornace a Rho nella sperduta e desolata periferia di Milano o essere all’Obscene Extreme a loro non cambiasse assolutamente un cazzo. In una parola: devastanti! A chiudere la serata ci hanno pensato i Kontrau del buon Filippo alla voce. Un sound che è un miscuglio di tutto quello che c’è di rumoroso e bello in ambito metal e punk, perfetto per far pogare i presenti ormai definitivamente in preda ai fumi dell’alcol e che non chiedono altro che sentire un po’ di “chaos non musica” per concludere in bellezza la serata. Rho, un giorno di inizio maggio dello scorso anno, è tornata ad essere casa del grindcore più sincero ed estremo. In fin dei conti, è andata bene così. MAKE RHO EXTREME AGAIN!

Schifonoia & Papal Discount House- Il Declino della Società del Pianto

Questo esistente, solo schifo e noia. Di questo esistente, e del suo spettacolo annichilente e mortifero, solo polvere e macerie. Che il punk e l’hardcore tornino ad essere una minaccia.

Per fortuna esistono ancora individualità e gruppi come Schifonoia e Papal Discount House con cui mi sento intimamente affine e con cui condivido una precisa visone di ciò che dovrebbero essere l’hardcore ed il punk: una minaccia per questo esistente annichilente, al fine di sovvertirlo e distruggerlo, al fine di lasciarne solo polvere e macerie. L’hardcore e il punk come bombe pronte a deflagrare per risvegliarci dal torpore della pacificazione sociale, per sovvertire il quieto vivere che ci condanna a morte, per distruggere la società dello spettacolo, per far risplendere le fiamme della nostra gioia tra le macerie dell’esistente.

Il declino della società del pianto, nasce dall’idea degli Schifonoia e dei Papal Discount House nel costruire un immaginario che vada a scardinare l’esistente. Un rovesciamento di prospettiva arricchita da elementi grotteschi e arazionali, dove la lotta tra un’esistente mortifero – e i suoi adepti – e il richiamo ad una vita radicale prende piede sottoforma di una narrazione tesa a distruggere la società spettacolare e i ruoli sociali che esso detta.

Questo disco introdotto dallo splendido titolo “Il Declino della Società del Pianto” (i cui artwork delle due copertine mi hanno riportato alla mente certi dischi dei Rudimentary Peni) rappresenta a mio parere uno degli split più interessanti e intensi di tutto il 2019, prima di tutto per quanto riguarda il lato lirico e d’immaginario. In estrema sintesi, ci troveremo ad ascoltare quaranta minuti abbondanti (sei tracce per i Papal Discount House e cinque per gli Schifonoia) di anarcho/hardcore punk con echi crust, ma il lato musicale, per quanto estremamente interessante e godibile, è quello su cui voglio soffermarmi meno. Proprio come dicono gli Schifonoia questo split nasce dall’idea di intendere la musica punk come mutuo appoggio, supporto e solidarietà tra individui affini, come mezzo per diffondere un messaggio insurrezionale ed incontrare individualità affini con cui intraprendere l’avventura della rivolta contro questo mondo, contro questa società dello spettacolo e dello sfruttamento, contro questo esistente sempre uguale che opprime e annichilisce. Perchè è bene ricordare che da un lato c’è l’esistente, con le sue abitudini e le sue certezze. E di certezze, questo veleno sociale, si muore. Dall’altro c’è l’insurrezione, l’ignoto che irrompe nella vita di tutti. L’inizio possibile di una pratica esagerata della libertà. Ed è proprio in questo tentativo di negazione e distruzione dell’esistente che anima “Il Declino della Società del Pianto” che vedo riflesse le mie tensioni sovversive e che mi fa sentire profondamente affine e complice con le individualità che fan parte degli Schifonoia e dei Papal Discount House.

Lo split si apre con un’intro lenta e dalle sonorità decadenti recitata dai Papal Discount House, un crescendo di tensione che esplode a livello lirico nel momento in cui la voce recita le seguenti parole: “Fuoco e macerie. Una bomba all’esistente. Una bomba all’esistente.” Veniamo così introdotti alla prima traccia intitolata in modo semplice quanto esplicito “Sbirri”, dalle sonorità pesantemente anarcho-hardcore punk che mi hanno ricordato certi Wretched, il cui testo è un attacco aggressivo ai servi dello Stato che difendono unicamente gli interessi dei padroni e la giustizia borghese. Un testo e un brano che sono belli quanto le caserme e le divise che bruciano. Proseguendo nell’ascolto del lato dello split occupato dai Papal Discount House, musicalmente rimaniamo ancorati ad un anarcho-hardcore punk crudo, primitivo e rabbioso che riesce perfettamente nel compito di mettere in risalto la componente lirica, a mio parere, vero punto di forza dei modenesi. Trovo inutile soffermarmi su questo o quell’altro brano, tanto quanto sviscerare il contenuto dei testi. Credo anzi, per citare, rivisitandolo, un certo Vaneigem, che le liriche dei Papal Discount House, debbano essere prese come dei contributi alla lotta dei/delle punx anarchic* rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. E lo stesso concetto vale anche per i testi dei cinque brani proposti dagli Schifonoia.

Sul lato occupato dagli Schifonoia trovo sia interessante una traccia come “Sento Puzza di Lacca”, una netta presa di posizione nei confronti dei cosidetti fashion punk e più in generale nei confronti di tutti coloro che vedono nel punk solamente una merce alternativa asservita alle logiche del profitto e recuperata dalla società dello spettacolo. Un brano che, nel contenuto, mi ha riportato alla mente un bellissimo testo scritto dagli stessi compagni degli Schifonoia tempo fa e che si concludeva con la seguente frase: “alle creste colorate preferiamo il passamontagna”. Tra le cinque tracce degli Schifonoia c’è spazio anche per una catilinaria alla città di Bologna (ma potrebbe essere qualsiasi altra grande città) e alle sue mille sfaccettature, dalla militanza innocua e fatta unicamente di autoriproduzione del proprio immaginario (qualcuno ha detto disobba?) all’attacco violento nei confronti dei processi di gentrificazione e della città-vetrina in cui tutto è sacrificato sull’altare del profitto. A tutto questo, come suggeriscono gli stessi Schifonoia, si potrebbe rispondere con un gran botto, una veloce esplosione. Un’altra bomba per scuotere il quieto vivere in cui ci vorrebbero condannare a morte lenta.

Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere della società dello spettacolo o insorgere, attaccare e tentare di sovvertirla? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie? Disastro Sonoro, Schifonoia e Papal Discount House hanno già deciso da che lato della barricata stare. Ora a voi la scelta, ma ricordatevi che il punk o l’hardcore dovrebbero essere il mezzo con cui minare l’esistente e farlo saltare, mai divenire un fine innocuo o un contenitore di parole ripetute allo sfinimento al punto da essere disarmate.

“Il Declino della Società del Pianto” è un disco impregnato di rabbia sovversiva e gioia insurrezionale, un disco personale e politico, perché la prossima rivoluzione ha dentro il personale in modo esplicito, ricordiamocelo. Ci troveremo presto sulle barricate mie cari Papal Discount House e miei cari Schifonoia, ci ritroveremo a danzare nella notte e a mettere bombe con cui minare e far saltare in aria l’esistente. Per farla finita con la rassegnazione, per l’insurrezione, per la vita.