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Horror Vacui – “Living for Nothing… Or Die for Something” (2020)

Ciò che è morto, non si uccide. L’eternità è lunga, cerca di abituartici (The Addiction – Vampiri a New York)

Horror vacui significa letteralmente terrore del vuoto. Horror Vacui è però da qualche anno anche il nome dietro cui si celano cinque entità vampiresche che stanno in agguato nell’oscurità dell’underground bolognese. A distanza da due anni dall’ottimo “New Wave of Fear”, i nostri “più punk dei dark e più dark dei punk” pubblicano un nuovo esaltante album dal titolo “Living for Nothing…Or Die for Something” che prosegue nell’esplorazione di un sound che prende a piene mani dal post-punk e dal death rock, creando atmosfere decadenti e scenari dai tratti profondamente gotici.

Influenze dei nostri vanno ricercate lungo un percorso che partendo dalle pulsioni anarcho punk britannico tanto di gruppi come gli A Touch of Hysteria quanto di primordiali creature post-punk come i fantastici Vex, passando attraverso gli abissi oscuri ma al contempo rivestiti di un romanticismo decadente di band iconiche e seminali come i Christian Death, i Bauhaus, i Fields of the Nephililm, giunge a toccare territori in cui la proposta degli Horror Vacui si avvicina a quanto fatto recentemente dai Belgrado o dai Crimson Scarlett, riuscendo, in certi passaggi, a far riaffiorare alla memoria anche i fenomenali Screaming Dead di “Night Creatures” pur spogliandoli dall’utilizzo iconoco del sax.

Dopo aver provato a dare un quadro generale delle influenze che vivono e affiorano dentro la proposta degli Horror Vacui, la cosa migliore da fare è lasciarsi inghiottire dalle atmosfere gotiche e angoscianti di questo nuovo “Living for Nothing… Or Die for Something” e lasciarsi sopraffare dall’oscurità che lentamente ci inghiotte durante l’ascolto di queste otto schegge di death rock vampiresco e terrificante. Questa discesa nella decadenza gotica e dalle tinte dark dell’universo sonoro e tematico degli Horror Vacui comincia con “Consolation Prize”, brano che traccia fin da subito le coordinate guida che caratterizzano l’intero lavoro, tra pulsioni new wave sottolineate dall’uso accurato delle melodie di chitarra e una voce sofferta perfetta per disegnare paesaggi tetri e dominati dall’oscurità.

My Funeral My Party” ha il sapore di una ballata dannata ed è attraversata da  venature di romanticismo decadente che fanno emergere nell’ascoltatore sensazioni contrastanti, tanto di amara dolcezza quanto di angoscia. A parer mio uno degli episodi migliori di tutto il disco. Anche la quinta traccia intitolata “Frustration” risulta essere un ottimo esempio di death rock targato Horror Vacui, con la sua melodia decadente e la voce sofferente di Koppa che si fanno strada nella testa dando l’impressione di non volersene andare mai più, trasmettendo un senso di angoscia misto ad impotenza e frustrazione, appunto. Un atmosfera ipnotica domina invece la successiva “Living in Tension”, traccia che ci fa piombare in una trance dai tratti addirittura paranoici, o almeno questo è quello che ha evocato in me il suo ascolto. 

Mentre l’ascolto di questa ultima fatica in casa Horror Vacui volge al termine, si risvegliano paure e mostri apparentemente sopiti nei meandri più impenetrabili della nostra mente; mentre vampiri ci mordono il collo e il nostro sangue sazia la loro sete, veniamo divorati interiormente dalla scelta di vivere per niente o morire per qualcosa. “Living for Nothing… Or Die for Something” è in fin dei conti niente più che l’ennesima perla oscura di vampire punx che ci regalano gli Horror Vacui, che riesce nell’intento di migliorare quanto già fatto sul precedente “New Wave of Fear”

Horror Vacui, vampiri a Bologna

Anno 1985, Suoni Oscuri della Libertà

Anno 1985, due gruppi si affacciano sulla fervente scena hardcore punk italiana regalandoci due lavori acerbi e grezzi ma che ancora oggi mantengono tutto il loro fascino e tutta la rabbia tipica di quegli anni incredibili! Due lavori e due gruppi che hanno avuto vita breve rispetto ad altri ben più noti ma che hanno saputo scrivere ugualmente in modo indelebile il loro nome nella scena hardcore italiana degli anni ’80. “Lo Sguardo dei Morti” degli Stigmathe e l’ “Untitled” album dei Soglia del Dolore, due lavori che si tende troppo spesso a lasciare marcire sotto metri e metri di polvere e senza conferire loro il riconoscimento che meritano per il fatto di rappresentare due piccole perle di punk allo stesso tempo oscuro e sperimentale orientato alla ricerca di soluzioni in buona parte originali, certamente personali e che differenziavano pesantemente il sound di questi due gruppi dalla maggior parte dei grandi nomi che negli Ottanta mietevano vittime e lasciavano macerie al loro passaggio in giro per l’Italia e per l’Europa come i Negazione o i Raw Power.

Stigmathe dal vivo al Virus di Milano

Negli anni 80 in Italia, se tralasciamo gli immortali Wretched, non erano moltissimi i gruppi che avevano le loro radici musicali ben piantate nel sound dei Crass e di tutte quelle band anarcho punk legata alla stupefacente Crass Records come Mob, Poison Girls, Dirt e moltissimi altri. Ed erano ancora meno le band della scena hardcore italiana che avevano nel loro bagaglio musicale pulsioni tendenti alla new wave e alle sue soluzioni più gelide e oscure. Tra questi pochissimi esponenti del classico sound a la Crass imbastardito con sonorità new wave, probabilmente i Soglia del Dolore sono uno degli esemplari migliori e più originali su differenti livelli, anche contando la brevissima durata che ha avuto la loro esistenza.

La creatura che prende il nome di Soglia del Dolore si forma nel 1982 nella città di Udine, che sembra la città dei morti viventi…anzi dei vivi morenti come mi ricordo la definí qualche vecchio punk friulano. Udine nonostante abbia saputo partorire coloro che possono fregiarsi a mani basse del titolo di “Discharge italiani”, ossia i mitici Eu’s Arse autori di veri e propri marci capolavori del punk anarchico italiano come il seminale “Lo Stato ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!”, e altri gruppi praticamente sconosciuti come i Pravda del buon Punkrazio (figura importante del punk italiano per essere l’ideatore della storica Nuova Farenheit punkzine) o i Toxical, non è certamente ricordato come un centro nevralgico e centrale della scena hardcore italiana degli anni ’80. Udine è una città di provincia come moltissime altre che inghiottono noi tutti e che tentano di annullarci a colpi di quieto vivere e labile pace sociale, e come ogni terra di provincia che si rispetti alimenta inconsapevolmente una rabbia e una voglia di rivolta che attendono solamente il momento più adatto per esplodere e attaccare tutte quelle piccole certezze e valori da borghesi a cui il bravo cittadino medio, alienato, atrofizzato, annichilito si aggrappa per apparire vivo, un perfetto cadavere vivo che si muove immobile in una città di merda. Ed è stato proprio questo contesto che puzza di morte e di merda a far emergere il punk riottoso e incazzato dei Soglia del Dolore, non poteva essere altrimenti; o ti lasci risucchiare, annullare e muori, oppure urli tutta la tua rabbia e ti rivolti! I Soglia del Dolore scelsero questa seconda strada e decisero che il mezzo che avrebbero usato per sputare la loro rabbia, per esprimere la loro insofferenza e per concretizzare la loro volontà di rivolta doveva essere il primitivo sound anarcho punk ben radicato nella lezione dei Crass più combattivi e immediati, alternato a vibrazioni e influenze post-punk/new wave che resero la loro proposta originale e distante dalle classiche sonorità hardcore all’italiana dell’epoca.

I Soglia del Dolore però non ebbero vita lunga e di fortuna ne ebbero ancora meno. Si sciolsero infatti nel giro di un paio di anni e il disco protagonista di questo articolo, volutamente non intitolato uscì postumo nel 1985 anche se le cinque tracce presenti su questo 7″ eran già state registrare dai nostri punx anarchici from Udine precedentemente. Cosa dovrebbe aspettarsi un incauto ascoltatore che non si è mai imbattuto in questa primordiale incarnazione dei Soglia del Dolore? Ho già fatto più di un riferimento all’influenza esercitata dall’anarcho punk di scuola Crass/Crass Records sul sound dei nostri (basti pensare a brani come “Non Sopporto” e “Non Voglio”), così come delle pulsioni post-punk/new wave che emergono nel corso delle cinque tracce, a volte ricoprendo il ruolo di protagoniste come nella terza “Veste i Tuoi Sogni”, altre di semplici sprazzi che permettono di apprezzare ancora di più il punk anarchico rabbioso e grezzo che anima l’intero lavoro, perfetto esempio la conclusiva “Ipocrisia di Pace – Maschere di Guerra“. L’unico gruppo italiano degli anni Ottanta che penso possa essere accostabile per approccio, tematiche trattate e modo di trattarle, nonché per sonorità a quanto fatto dai Soglia del Dolore su questo loro 7” sono i messinesi Uart Punk, vera e propria primitiva creatura anarcho punk italiana autore di un unico acerbo ma riottoso disco nel lontano 1981. Ecco se proprio dovessi descrivere il sound dei nostri, penserei all’anarcho punk dei Crass suonato alla maniera grezza e imprecisa, a tratti fastidiosa, degli Uart Punk, il tutto come già ribadito più e più volte fin qui senza mettere in secondo piano le influenze post-punk/new wave. Tra l’altro, breve digressione, chi tra voi incauti lettori è più attento avrà notato certamente che gli Uart Punk non sono stati tirati in ballo a caso. Difatti Giovanni, storica voce dei messinesi, fu tra i fondatori dei Soglia del Dolore continuando quindi il suo percorso lirico e musicale fedele al punk anarchico crassiano anche in terra friulana.

 

“Modena muore di noia”. La sintesi migliore di cosa significa vivere in una città di provincia assuefatta alla passività, all’apatia e fedele all’unico dogma possibile per il bravo cittadino-consumatore, ossia il quieto vivere conquistato a colpi di repressione, sorveglianza e noia. Questa descrizione della città di Modena ce l’hanno data nel 2008 gli Infamia, gruppo punk che prova ancora oggi a sferrare attacchi decisivi al quieto vivere di una città morta e ai suoi abitanti-zombie. A cavallo tra la fine dei Settanta e gli inizi degli anni 80 fu proprio Modena e la sua noia a vomitare sulla fervente scena hardcore nazionale uno dei gruppi più interessanti, oscuri ed originali. Rabbia e insofferenza, furono queste sensazioni nel 1979 che spinsero Fabrizio, Chiara, Daniele, Lucia e Tamburo (con un nome così non poteva che star seduto dietro le pelli) a mettere in piedi il primissimo embrione di quella creatura che oggi conosciamo con il nome di Stigmathe. Le sonorità di questa prima incarnazione e formazione erano orientate al sound post-punk di Killing Joke e Joy Division che proprio in quel periodo stavano spopolando negli ambienti underground europei. Un sound che però avrebbe presto lasciato il posto ad una sperimentazione musicale molto più personale, seppur ben ancorata alla scena hardcore punk italiana degli anni ’80.

Difatti intorno al biennio 1982/83, Fabrizio, voce e mente del progetto Stigmathe, spostò radicalmente la sua attenzione verso sonorità molto più veloci e nervose affini alla tradizione hardcore punk italiana e britannica dell’epoca. L’influenza esercitata da questo estremismo sonoro venne riversata sul gruppo, cambiando in modo inesorabile il percorso e l’approccio lirico-musicale degli Stigmathe. Iniziò così un periodo di crisi-pausa all’interno del gruppo, dovuto al fatto che la formazione originale non sembrava affatto convinta a proseguire in direzione delle sonorità più grezze dell’hardcore punk che avevano completamente rapito Fabri e che rappresentavano ai suoi occhi il mezzo migliore per sputare in faccia a tutti la sua rabbia e l’insofferenza della vita ingabbiata in un contesto urbano-sociale-politico opprimente come la Modena di inizio anni 80.

In una notte di dicembre del 1982 (cosi narra la leggenda…), Fabri decise di rinnovare completamente la “sua” creatura e di proseguire su sonorità hardcore più spinte e oscure. Ad accompagnarlo in questa seconda fase di vita degli Stigmathe troviamo Gianluca (alla chitarra), Luca (al basso) ed Enrico (alla batteria), formazione con la quale venne inciso e registrato “Suoni Puri dalla Libertà“, il primo Ep autoprodotto del gruppo modenese nel 1983. Un lavoro diviso in due parti: la side A del disco presentava due tracce di furioso e oscuro hardcore punk ben radicato nella tradizione britannica e statunitense del genere, quanto nelle sonorità più sporche e rumorose della nascente scena italiana, la side B invece conteneva un solo brano, Italia Brucia, probabilmente il più intenso e rabbioso (soprattutto a livello lirico) pezzo mai scritto dagli Stigmathe che faceva già intravedere in parte quella vena sperimentale presente nel dna musicale dei nostri. Per quanto sia affascinante e in un certo senso seminale Suoni Puri dalla Libertà, questo articolo si vuole concentrare sul secondo Ep Lo Sguardo dei Morti, datato 1985, in cui gli Stigmathe son riusciti a concentrare tutte le diverse anime presenti nel loro sound, riuscendo ad amalgamare in modo coerente l’influenza della tradizione hardcore punk con le pulsioni sperimentali che strizzavano l’occhio a sonorità riconducibili a territori reggae/dub.

Lo Sguardo dei Morti ha le sue radici ben piantate in profondità nell’hardcore punk più oscuro che ha tratti preferisce lasciare spazio a linee melodiche sinistre piuttosto che esplodere nella rabbia e nel rumore più grezzo tipiche del primo Ep. Mentre “Suoni Puri della Libertà” era attraversato da una pulsine riottosa e da un’irruenza selvaggia, su “Lo Sguardo dei Morti” sembra invece dominare un’atmosfera totalmente nichilista e melodie più oscure e a tratti opprimenti. La traccia che però rende questo Lo Sguardo dei Morti una piccola perla dell’underground e della scena punk italiana degli anni 80 e che sottolinea la sperimentazione e l’originalità della proposta degli Stigmathe è senza ombra di dubbio Volando Stanotte, unica traccia presente sulla side B del disco. Volando Stanotte è costruita su sonorità che risentono pesantemente dell’influenza dei Clash che strizzano l’occhio a sonorità reggae, alle uscite dub di casa Trojan, così come degli esperimenti reggae che i Bad Brains inserirono nella loro personalissima interpretazione dell’hardcore. Si tratta di un brano costruito su una struttura principalmente dub che riesce a creare un’atmosfera estremamente ipnotica che avvolge l’ascoltatore.

Senza raggiungere i fasti di mostri sacri della scena hardcore italiana degli anni 80 come Negazione, Raw Power, Wretched o Indigesti e lontani dall’aver potuto incidere in modo indelebile i loro nomi nella storia dell’ hardcore punk mondiale, i Soglia del Dolore e gli Stigmathe, rimanendo nelle retrovie dell’underground, in quel lontano 1985 ci hanno regalato due lavori a mio parere imperdibili e fondamentali, sia perché differenti da tutto il resto che veniva suonato e pubblicato in Italia in quel periodo, sia per l’estrema vena sperimentale e l’originalità della loro proposta musicale-lirica-concettuale . 1985, “Suoni Oscuri della Libertà”, ovvero quando suonare hardcore voleva ancora dire aprire squarci insanabili nell’esistente, rappresentare una reale minaccia e portare una seria critica radicale al sistema economico e politico in cui viviamo tuttora.

 

Stigmathe

Rumori Veloci – A proposito di Ep, Demo & Split Albums #02

Disastro Sonoro is back dopo un estate da latitante, passata tra vacanze e tentativi di sopravvivere a quel mix letale di caldo, sudore, tormentoni estivi e obbligo di divertirsi. Ed eccoci allora nuovamente a parlare di “Rumori Veloci”, ossia la rubrica dedicata esclusivamente alle recenti uscite in formato Ep, demo e splits in ambito punk (in tutte le sue possibili incarnazioni) e metal estremo. Rumori veloci necessitano di recensioni veloci, quindi non perdiamo altro tempo e partiamo.

Stato d’animo dell’estate appena passata

Rumore veloce. Questo è quello a cui ci hanno abituato i milanesi (di Sesto San Giovanni) The Seeker nei loro precedenti tre lavori e sopratutto nell’ultimo e più maturo “Malaya”, disco che da testa di cazzo quale sono non ho ancora avuto modo di recensire come si deve (ma il buon Mike mi perdonerà, ne son certo). Rumore veloce veloce che si traduce in un mix di powerviolence e fastcore tutto pugni in faccia e attitudine da vendere, è quello che Mike, Covaz e compagnia ripropongono su questo nuovo split registrato insieme ai tedeschi ArnoXDuebel, anche loro dediti a sonorità riconducibili al powerviolence più violento che tende a lambire territori grindcore. I The Seeker ci deliziano/stuprano le orecchie con sette vere e proprie schegge di rumore impazzite, velocissime e che non lasciano tempo per riprendere fiato; sette tracce nelle quali tutti i componenti del gruppo risultano impeccabili, come la batteria di Covaz a.k.a macchina da guerra che martella ininterrotta per tutto il tempo. Inutile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico, soprattutto quando ci si trova davanti ad un disco powerviolence che va ascoltato tutto d’un fiato, in apnea, per poi ricominciare ancora e ancora, fino allo sfinimento, fino a quando il sangue non colerà dalle vostre orecchie che invocano pietà. Poweviolence Über Alles e ricordiamoci sempre che il “punk è una merda che non ci fa fare una lira, vaffanculo”!

Mentre state riprendo fiato dopo i velocissimi colpi inflitti dai The Seeker e dal loro rumore-potere-violenza, preparatevi all’ascolto del primo demo di questa nuova misteriosa creatura che si aggira nell’oscurità di Bologna e che si fa chiamare Wisteria. Dietro a questo progetto devoto a sonorità post punk/synthwave dal retrogusto dark troviamo Marzia, già batterista nei Kontatto e chitarrista negli HHorror Vacui, musicista instancabile e piena di idee visto che negli ultimi mesi ha messo in piedi anche una one-woman band chiamata “Marthe” con la quale esplora sonorità doom metal esoteriche, occulte ed estremamente oscure. Ad accompagnarla in questo progetto a nome Wisteria troviamo anche Andrea che si dedica alle parti di chitarra e di synth, lasciando Marzia dietro alle pelli e a occuparsi delle vocals. Ciò che colpisce maggiormente di questo primo demo rilasciato ad agosto sulla loro pagina bandcamp e che presenta solo due brani, l’ottima opener Desperation e la successiva Three Days Rule, è senza ombra di dubbio il carattere estremamente lo-fi della registrazione capace di trasmettere l’attitudine old school che anima l’intero progetto e che avvolge l’intero lavoro. Interessante debutto, soprattutto per chi è amante delle sonorità riconducibili alle frange più oscure del post-punk e della synthwave.

Durante il loro ultimo tour che gli ha visti viaggiare e suonare per tutto il centro-est europa, i romani Sect Mark hanno pensato bene di incidere un “tour album” dedicato a questa esperienza sicuramente segnante e unica. Quattro tracce che non si discostano per nulla da quanto ci hanno abituato fino ad oggi attraverso il precedente demo del 2017 e “Worship” di pochi mesi fa, ossia un concentrato di hardcore punk caotico e raw, grezzo e oscuro che fa sempre la sua porca figura suonato con la rabbia iconoclasta e l’attitudine punk più sincera che contraddistingue da sempre i Sect Mark. Il sound dei romani ha le sue radici sempre ben salde nella tradizione dell’hardcore punk giapponese più caotica e lo-fi e del classico sound grezzo e primordiale dell’hardcore italiano a la Wretched, ma che riesce a suonare allo stesso tempo “moderno”, creando un inferno rumoroso capace di riportare alla mente anche le ultime uscite di S.H.I.T e Warthog. Anche il livello lirico rimane sui soliti livelli a cui ci hanno abituato e tra tutte e quattro le tracce che compongono questo Tour Tape 2018 sicuramente spicca l’iniziale “I’m a Girl”, con un testo antisessista e femminista dal fortissimo impatto e urlato con una rabbia senza eguali dalla voce rabbiosa e abrasiva di Johnny. Un concentrato di rumore nichilista e al contempo annichilente che crea un’atmosfera generale in costante bilico tra deliri paranoici e oscurità opprimente, sensazioni queste che da sempre trasudano dal muro sonoro generato dalle menti disturbate dei Sect Mark e che in cui fa piacere imbattersi nuovamente!

Che il rumore veloce sia con voi! Per il disastro sonoro, per il terrorismo musicale, per l’anarchia!

 

Schegge Impazzite di Rumore #03

Schegge Impazzite di Rumore, ovvero quattro album usciti recentemente o che hanno occupato spesso i miei ascolti nell’ultimo mese. Questa è l’essenza di suddetta rubrica, niente più, niente meno. E allora le parole a questo punto risultano superflue, vi lascio dunque alle “recensioni”.

Da chi partire se non da uno dei lavori che aspettavo di più ultimamente, da quando mi era giunta all’orecchio l’esistenza di questa strana entità che si muoveva nell’underground milanese e che definiva la propria musica “Anarcho Pop/Synth Punk”. E io da amante folle delle forme più strane e particolari che può assumere la musica, non stavo più nella pelle. Sto parlando dei Nevskij, un nome tanto affascinante quanto misterioso nel suo significato, e del loro debutto “Introspekt”. E chi poteva essere, se non la solita Occult Punk Gang, a rendere possibile tutto questo? Una garanzia. Ma tornando a “Introspekt”, cosa ci troveremo ad ascoltare? 6 tracce di puro e semplice “Anarcho Pop/Synth Punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire tale definizione. So che sembra arduo ma proverò a darvi un’idea del sound dei Nevskij. Prendete i Belgrado, i Brigade Bardot (un pezzo come “Manifesto” non sfigurerebbe affatto su “Avviso ai Civilizzati”, per dire), gli A Touch of Hysteria, un po’ di anarcho punk in salsa Zounds, il synthpop anni ’80 suonato alla maniera degli OMD, dei Simple Minds o degli A-Ha e, a tutto questo calderone di nomi e influenze che sono giunte al mio orecchio, aggiungetevi un comparto lirico introspettivo che si pone perfettamente a metà strada tra pulsioni “romantiche” (in senso lato) e pulsioni riottose. Liriche al sapore di “Romantic Punk” in salsa Kalashnikov Collective. Ah e i Brigade Bardot non li ho citati a caso, visto che il Gringo lo ritroviamo anche tra le fila di questi Nevskij. Un debutto fuori dal tempo, pervaso da una vaga sensazione di malinconia costante che rende il tutto ancora più affascinante. Questo “Introspket” it’s just like venom per le nostre orecchie, per le nostre braccia, per la nostra labile sanità mentale. Angst, Amore, Rivolta. Per il Synthpop, per l’Anarchia!

 

A Culture of Killing, one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, come si può vedere anche dallo stile grafico della copertina stessa di questo debutto S/t che omaggia palesemente l’etichetta discografica indipendente fondata da Penny Rimbaud. Ma anche nel sound proposto si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante A Culture of Killing suoni più vicino a The Mob e Zounds piuttosto che ai Crass o ai Conflict. Inoltre il buon Luca, colui che sta dietro a questo progetto, non si fa mancare nemmeno divagazioni post-punk in stile Vex o A Touch of Hysteria. Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato nel dicembre del 2017, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” dal 1979 al 1984. Ah e non perdetevi il primo (e unico forse) concerto di A Culture of Killing in occasione della quarta edizione de “In Veneto There Is No Law” a settembre!

 

Cambiando totalmente genere e sonorità, eccoci dinanzi allo split album tra i palermitani Always Never Fun (meglio conosciuti come ANF) e i tedeschi Sickmark, un concentrato di powerviolence/fastcore abrasivo e tritaossa. Echi di Infest, Spazz, Exit Unit e Neanderthal si sentono per tutta la durata del disco, da entrambi i lati dello split. Cambi di tempo, velocità, rumore sparatoci in faccia senza mezze misure, una voce che riesce ad essere particolare e a distinguersi (cosa per nulla facile in un genere come il powerviolence) e un’attitudine che fa impallidire colleghi più o meno noti, sono queste gli ingredienti principali che ripropongono gli ANF su questa loro nuova fatica; i nostri ci mostrano anche una crescita in termini di qualità e una passione onesta e viscerale alla causa del powerviolence più fast e in your face che non può lasciare indifferenti. Violenza sonora inaudita che non lascia scampo, questo quello che vi ritroverete ad ascoltare appena partirà l’iniziale “Failure”. Bentornati ANF! P.s. Ottima prova anche dei tedeschi Sickmark, anche loro dediti alla causa del powerviolence più rabbioso e violento condito con schizofreniche divagazioni di sax sparse qua e la nel corso delle 6 tracce che compongono il loro lato dello split.

 

Concludiamo questa terza puntata di “Schegge Impazzite di Rumore” con quello che di sicuro rientrerà tra i migliori dieci album usciti in Italia nel 2018 e che personalmente è già uno dei lavori più interessanti e coinvolgenti ascoltati fino ad oggi. Sto parlando di “New Wave of Fear”, ultima fatica in studio dei death rockers bolognesi celati dietro il monicker “Horror Vacui”, band legata intimamente ai ben più noti Kontatto con i quali condividono due membri, Marzia (qui alla chitarra e non dietro le pelli) e Koppa alla voce. Il death rock a cui ci hanno abituato negli anni questi vampire punx puzza in egual maniera di post punk, di quello più venato da pulsioni gothic, e delle derive più glaciali della new wave. Già dal titolo questo nuovo album in casa Horror Vacui ci mette in guardia sull’orrore che penetrerà strisciante nelle nostre vene e che risveglierà i mostri sopiti nel nostro inconscio. Probabilmente il lavoro più, melodico, malinconico e “dark” prodotto fino ad oggi dai nostri, con pezzi a tratti ballabili come il singolo “Don’t Dance With Me”, ma che lascia sempre addosso una sensazione di strana angoscia che ti prende e stringe alla gola. Probabilmente è solo una mia allucinazione sonora, ma su questo “New Wave of Fear” ci ho sentito una certa influenza, tra le altre, dei troppo spesso dimenticati Screaming Dead e di quel capolavoro che risponde al nome di “Night Creatures”. Maturità raggiunta dagli Horror Vacui, difficile fare meglio di “New Wave of Fear”. It’s only dark music baby, and we like it! Più dark dei punk, più punk dei dark; lasciatevi annegare negli abissi di questo fantastico “New Wave of Fear”! 

Siamo schegge, solo schegge di rumore impazzite! Per il rumore, per il Disastro Sonoro!

Horror Vacui – “Don’t Dance With Me” – New Wave of Vampire Punk & Fear

Finalmente tornano gli Horror Vacui insieme al loro personalissimo e gustosissimo death rock che puzza in egual maniera di post punk e delle derive più glaciali della new wave. Tornano con il video di “Don’t Dance With Me”, brano che anticipa l’imminente uscita, prevista per la primavera che è alle porte, del loro nuovissimo EP dal titolo “New Wave of Fear”, un titolo che ci mette subito in guardia su quanto andremo ad ascoltare, sull’orrore che penetrerà strisciante nelle nostre vene e che risveglierà i mostri sopiti nel nostro inconscio. Il brano scelto per il videoclip è l’ennesimo ottimo pezzaccio scritto da Marzia, Koppa e compagnia “vampiresca” ed il loro “Vampire Punk” si dimostra nuovamente una spanna superiore alle recenti uscite del genere. Se questo è solo un assaggio del nuovo “New Wave of Fear” ne vedremo delle belle cari i miei vampire punx. Aspettando la primavera per assaporare nel complesso il nuovo lavoro degli Horror Vacui, nell’attesa iniziamo a riempire queste ultime notti di gelido inverno danzando in mezzo alle ultime nebbie di febbraio sulle note di “Don’t Dance With Me”!

It’s only dark music baby, and we like it!

 

Cerimonia Secreta – Da Sempre (2017)

Le atmosfere create dalla musica contenuta nel demotape che andrò a recensire quest’oggi collidono fortemente con l’immagine di un caldo e afoso pomeriggio di fine luglio nella periferia milanese. E tra poco capirete perchè. Iniziamo col dire che nella recensione di oggi proverò a parlare di “Da Sempre” prima fatica musicale di una oscura creatura che ha preso forma nei bassifondi della scena punk DIY di Milano e che si è nutrita di paranoia e rumore per più di un anno prima di rilasciare il suddetto demotape di debutto. Sto parlando dei Cerimonia Secreta se qualcuno non lo avesse ancora capito, gruppo (anche se sarebbe più opportuno parlare di entità misteriosa…) che ha preso vita a partire dalla volontà di alcuni loschi individui facenti parte dell’Occult Punk Gang (collettivo DIY della metropoli milanese) e di Stiopa (già bassista dei romantic punx Kalashnikov Collective, amori della mia vita…), di dar libero sfogo alla propria schizofrenia musical e alla propria passione per un certo tipo di sonorità punk.

Facciamo un piccolissimo passo indietro. Colui che sta scrivendo questa recensione vide per la prima volta in concerto i Cerimonia Secreta il 26 febbraio scorso al laboratorio anarchico “La Zona” di Bergamo, rimanendone immediatamente colpito; non solo per quanto riguarda il lato musicale, ma anche per la parte scenica e visiva del loro live, capace di trasmettere un senso di paranoica distorsione percettiva e di costruire un’atmosfera pesantemente oscura, claustrofobica, occulta, il tutto supportato logicamente da sonorità che amplificavano questa sensazione tenebrosa e distorta alla perfezione. Alla fine del concerto dei Cerimonia Secreta ho quindi capito il perchè questi loschi individui tendono a definire il loro suono “Occult Punk”.

Ma quindi cosa suonano questi loschi individui che si celano dietro il nome di Cerimonia Secreta? Non è facile rispondere a questa domanda, ma ci si prova nonostante non sia un amante dell’etichettamento musicale. Partendo dal fatto che loro stessi si definiscono Occult punk, e conscio che questa definizione è tanto affascinante quanto misteriosa, personalmente definirei il suono dei nostri come un oscuro post-punk ibridato con sonorità noise, acide e tendente a creare atmosfere allucinate, tenebrose e claustrofobiche, costruendo in questo modo il perfetto tappeto sonoro che fa precipitare, fin dal primo ascolto, l’ascoltatore in un rituale arcano (non è un caso che si chiamino Cerimonia Secreta dopotutto…). In questo rituale misterioso e allucinato, oltre alle sonorità distorte della chitarra, ai suoni del theremin, al muro di suono caotico e asfissiante create da batteria e basso, risalta la voce di Francesco, una voce sporca, marcia, ribassata, perfetto accompagnamento per amplificare la sensazione di totale immersione in una cerimonia occulta durante l’ascolto delle 9 tracce che compongono “Da Sempre”.

Cos’altro da dire sui Cerimonia Secreta e su questa loro prima fatica? Niente. Silenzio più assoluto, solo rumore. Calino le tenebre, si aprino le danze e che il rituale occulto abbia inizio.