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Civicide – A Sign of Times to Come (2021)

Ci ritroviamo a vagare tra città in macerie come ultimi sopravvissuti di un’umanità condannata a morte. Attraversiamo le rovine di scenari urbani abitati solamente da desolazione e morte, calpestando ossa e teschi umani, nascondendoci da creature spaventose di una nuova era preistorica post-apocalittica. Questo è il segno dei bui tempi che ci aspettano, mentre l’acre odore nauseabondo di un futuro che non esiste più invade le nostre narici abbandonandoci ai demoni della disperazione e agli spettri di un passato che vogliamo cancellare. 

Ogni amante dell’hardcore punk che si rispetti ha avuto certamente, in un preciso momento della propria vita, una qualche forma di infatuazione, seppur vaga, per la scena punk finlandese negli anni ’80 e per band assolutamente iconiche come Rattus, Kaaos, Terveet Kadet e Riistetyt. Non ho dubbi su quanto appena affermato e personalmente l’infatuazione per l’hardcore finnico è stata abbastanza importante durante i miei primi approcci a questo genere, tanto che anni fa era presente l’idea di scriverci un articolo a riguardo da pubblicare proprio su queste pagine. Poi si sa, il vizio di procrastinare ha sempre la meglio e ad oggi quell’idea abbozzata di un articolo sulla scena hardcore punk finlandese non ha ancora visto la luce e forse mai la vedrà, chissà. Detto questo, se son qui a parlarvi di punk e finlandia è perchè recentemente mi son imbattuto in A Sign of Times to Come, nuova fatica in studio targata Civicide, un gruppo a me sconosciuto fino a pochissime ore fa. Appena schiaccio play e decido di avventurarmi verso l’ignoto nell’ascolto di questo A Sign of Times to Come, il sound dei finlandesi mi sorprende come un fulmine a ciel sereno e cattura in men che non si dica tutta la mia attenzione. Bastano difatti i primi minuti strumentali dell’iniziale Premonition/Omen per accorgermi di essere al cospetto di una band impegnata a suonare un ibrido convincente seppur non originale di crust punk e thrash metal, un sound che evoca gli spettri di quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore e che non cesserà mai di esercitare fascino su di me.

La proposta di cui si fanno portabandiera i Civicide prende certamente ispirazione dalla seminale lezione dei Sacrilege e degli Axegrinder, ma il gruppo finlandese dimostra di aver fatto suo certe sonorità e di saperle riproporre e ricreare con passione, convinzione e soprattutto con una buona dose di qualità che emerge specialmente nella capacità di costruire quell’atmosfera apocalittica e desolante tipica del genere, un’atmosfera che aleggia minacciosa e opprimente sull’intero lavoro. Sei tracce che ci danno una convincente e godibile prova di metal-stench-crust, una formula quella proposta dai Civicide che riesce a sintetizzare dentro sè tanto le primordiali pulsioni del genere quanto le incarnazioni più moderne, in uno spettro di influenze che saccheggiano senza problemi sia i territori del primitivo thrash metal britannico di Sacrilege e Onslaught che le inospitali lande del crust punk dominate da desolazione, miseria e oscurità, ricordando per certi versi i toni più cupi ed epici di certi Warcollapse e Swordwielder. Se, come già sottolineato, non siamo di certo al cospetto di una proposta estremamente innovativa, c’è da evidenziare il fatto che i nostri punx finlandesi possono contare su una una buonissima qualità tecnica; una qualità che si manifesta in maniera netta nel songwriting e nella capacità di costruire riff veramente ispirati alternati a melodie che sanno come enfatizzare quell’atmosfera apocalittica perfettamente evocata da tracce come Depths od Despair o Final Frontiers. Accanto a tracce caratterizzate da questa natura più oscura che potrebbe chiamare in causa le atmosfere care agli Amebix, spiccano però anche momenti come Already Dreamed, ovvero assalti metal-crust attraversati da una furia selvaggia e bellicosa che si dimostrano assolutamente senza pietà. Per concludere non posso che scrivere queste righe come fossero una sorta di grido liberatorio: A Sign of Times to Come rappresenta finalmente un lavoro di stench-crust marcio e oscuro come piace a me, un album che mi permetterà di dare un attimo di tregua a dischi che ho ormai consumato in maniera famelica come When Daylight Reveals the Torture degli Agnosy e System Overlord degli Swordwielder.

“Stench of the Past”// Guided Cradle – You Will Not Survive (2008)

La guerra tra gli invasori umani e gli orchi nelle lande abbandonate in cui regnano solamente morte e distruzione sembra non conoscere alcuna tegua. “Gli umani sono crudeli, senza alcuna pietà e noi dobbiamo imparare a difenderci da loro, a tutti i costi e con ogni mezzo necessario”, dicono gli orchi. I Guided Cradle, un manipolo di guerrieri orchi rinnegati senza più patria a cui far ritorno e senza più niente da perdere, devono fronteggiare la crudeltà degli uomini, mai così feroce, pronti a spazzar via anche le macerie delle loro terre e a cancellarne per sempre il ricordo secolare. Guidati e animati dalla speranza di un mondo in cui ogni creatura possa vivere in pace e libera dalla pestilenziale minaccia dell’uomo, ma allo stesso tempo assetati del sangue degli oppressori umani, i Guided Cradle intonano i loro canti di guerra in estasi sotto ad una tempesta di tuoni e fulmini, consapevoli che in questo scontro barbarico e brutale qualcuno non sopravviverà perché in guerra non c’è nessuna legge. Il cuore degli orchi è pieno di rabbia, la loro vendetta verso gli esseri umani è pronta. I guerrieri orchi appaiono all’improvviso dalla tempesta,  pronti ad assaltare i vostri villaggi e darli alle fiamme senza alcuna pietà. Canteranno, ruggiranno, saccheggeranno ogni cosa al loro passaggio, bruceranno i simboli del nostro dominio e dopo, finita la battaglia, festeggeranno con birra a sazietà, verso i giorni senza fine!

Prima puntata di Stench of the Past, rubrica nata da una costola di Shadows of the Past ma esclusivamente dedicata a vecchie uscite accomunabili sotto l’estremamente eterogenea e controversa etichetta di “stenchcore”, ovvero quel brodo primordiale di proto-metal estremo e hardcore punk emerso nell’underground britannico degli anni ’80. Una rubrica volta alla riscoperta di dischi usciti in un passato più o meno recente e che hanno occupato e continuano ad occupare i miei ascolti, dischi e band spesso o sottovalutati o riposti oggigiorno nei meandri della memoria. I protagonisti di questo primo appuntamento sono i cechi Guided Cradle e il loro ultimo lavoro intitolato You Will Not Survive, pubblicato ormai dodici anni fa.

Bastano pochissimi secondi di Violence is Calling, traccia con cui veniamo immediatamente inghiottiti senza pietà da questo You Will Not Survive, per realizzare di essere finiti nel bel mezzo di un campo di battaglia in cui a farla da padrone assoluto è uno stench-crust-core barbarico e selvaggio, pronto a ridurre in macerie qualsiasi cosa si trovi dinanzi e perfetta colonna sonora per accompagnare la totale distruzione della civiltà. Nel sound dei Guided Cradle convivono e trovano una sintesi coerente e godibile, per quanto tutt’altro che inedita, influenze differenti che sono radicate in profondità tanto nei territori del metal più estremo dei Bolt Thrower di In Battle There’s No Law, quanto nel classico crust punk di gentaglia brutta, sporca e cattiva come Doom o Extreme Noise Terror, con sonorità dal sapore d-beat crust di scuola Anti-Cimex che emergono qua e la durante l’ascolto. Inoltre all’interno di questo mix di influenze si fa strada, in maniera costante, un’atmosfera generale, data non solo dall’immaginario apocalittico, guerresco e barbaro che i Guided Cradle portano con sè, che segna in maniera assolutamente marcata il legame del gruppo ceco con la scena estrema britannica degli anni ’80 e con quelle sonorità primitive che imbastardivano metal e anarcho/hardcore punk tanto care a Hellbastard, Sacrilege e Deviated Instinct. E’ proprio da queste band che i Guided Cradle prendendo in prestito una certa propensione per il riffing di natura thrash metal, cosi come un’irruenza e un marciume di chiara matrice crust/hardcore britannica. Non a caso durante tutto l’ascolto di You Will Not Survive l’odore putrescente e marciulento di quel brodo primordiale che noi tutti conosciamo come stenchcore, non smetterà un secondo di invadervi le narici per trasportarvi direttamente in paesaggi oscuri, su campi di battaglia disseminati di corpi morti in decomposizione e tra brutali urla di guerra e dolore, mentre orde di orchi danno il definitivo assalto a questo mondo.

Il legame tra lo stench-crust suonato dai Guided Cradle e l’immaginario/tematiche che accompagnano il disco, enfatizzato anche dallo splendido artwork di copertina, riesce perfettamente a dipingere e fissare nelle nostre menti un paesaggio dalle tinte apocalittiche dominato da morte, distruzione e desolazione, attraversato da istinti primitivi e da scontri barbarici fino all’ultimo sangue, con un’atmosfera tetra e opprimente a farla da padrona assoluta. Inoltre a livello prettamente lirico e di immaginario una traccia come Revenge of the Orcs (a mani basse uno dei momenti migliori dell’intero disco insieme alla precedente Forced Opinions e Hold the Line), abbinata all’artwork di copertina, mi ha riportato alla mente l’interessante trilogia fantasy intitolata per l’appunto “Orchi scritta da Stan Nicholls. Con l’ottimo You Will not Survive i Guided Cradle ci danno dunque l’ultimo devastante assaggio del loro stench-crust punk apocalittico e barbarico!

La violenza chiama, i venti del caos soffiano sulle rovine delle città degli esser umani; gli orchi ruggiscono intonando urla di guerra primitive e i Guided Cradle si preparano dunque a sferrare il loro ultimo assalto mortale contro l’umanità, condannandola all’estinzione. Nessuno si salverà quando la tempesta di barbarico e selvaggio stench-crust inghiottirà tutto quanto senza lasciare scampo, completamente sordo alle urla di disperazione e terrore. 

“Stench of the Past”// Repression Attack – Altar of Destruction (2013)

Nella Russia occidentale, dove l’autorità dello Stato era completamente disgregata, la violenza anarchica trovò il più fertile terreno. Bande di predoni armati, che operavano con nomi quali “Uragano”, “Tormenta” e “Morte”, sorsero ovunque, pronte a gettarsi su città e villaggi ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. Questi barbari selvaggi senza dio ne padroni cantavano di una nuova “età della dinamite” che avrebbe accolto gli oppressori d’ogni tendenza. E a Ryazan un gruppo di stench-crusters furiosi e assetati del sangue dei padroni proclamò “morte alla civiltà mondiale!” e incitò le masse di metalpunx ad impugnare le scuri e a distruggere ogni cosa intorno a loro. All’orizzonte appaiono così i Repression Attack pronti ad innalzare le nere bandiere tra il sibilare dei venti, pronti a spazzar via anche le macerie del mondo di ieri, pronti a morire per la libertà sull’altare della distruzione!

“Ombre del passato”. Non esiste definizione migliore per descrivere Altar of Destruction, primo album dei russi Repression Attack pubblicato dal gruppo nel lontano 2013, un disco che, a parer mio, è stato parecchio sottovalutato anche in un periodo caratterizzato da un forte revival di certe sonorità crust punk imbastardite con influenze metalliche. Come i loro conterranei Fatum, ben più noti a tutti gli amanti del crust punk, anche il sound dei Repression Attack infatti affonda le sue putrescenti radici nella scena anarcho-crust/metal underground britannica degli anni ’80 e precisamente in quel brodo primordiale estremamente polimorfo conosciuto all’epoca semplicemente come stenchcore. Le influenze principali che emergono durante l’ascolto di questo Altar of Destruction rispondono chiaramente al nome di Sacrilege, Amebix, Hellbastard e Deviated Instinct, tanto sul lato strettamente musicale quanto dal punto di vista delle atmosfere che avvolgono l’intero lavoro e accompagnano la nostra discesa negli abissi nauseabondi del crust punk suonato dai Repression Attack. Siamo al cospetto di un ottimo esempio di stench-crust nella sua forma più tradizionale, sporca e metallica quindi, caratterizzato da un marcato riffing thrash e da una profonda attitudine anarcho punk, con le atmosfere che oscillano costantemente tra la creazione di un’immaginario apocalittico e toni caratterizzati da una sorta di epicità oscura capace di creare la giusta tensione. La profonda influenza dei Sacrilege e degli Hellbastard irrompe in maniera furiosa nel riffing di chiara scuola thrash metal e negli assoli (come nella titletrack posta in apertura del disco), così come la pesantezza metallica, la sporcizia del sound e una certa attitudine barbara e selvaggia, che appare implacabile e spietata, ricorda a più riprese i padri fondatori dello stenchcore Deviated Instinct. In alcuni passaggi in cui i Repression Attack decidono di rallentare il tiro concedendoci di riprendere fiato, come in tracce quali Cold Death o Dead Silence, dominano invece  incontrastate le atmosfere apocalittiche, epiche ed oscure che riportano alla mente quanto fatto dagli Amebix e dagli Axegrinder.

In fin dei conti, tirando le somme, Altar of Destruction è un ottimo lavoro di stench-crust apocalittico, oscuro e barbaro che sa bilanciare in maniera estremamente valida i momenti in cui andare all’assalto all’arma bianca e altri in cui rallentare per lasciare emergere i momenti più atmosferici. Un disco sottovalutato e passato abbastanza sotto traccia, ma che ritengo valga assolutamente la pena rispolverare e riscoprire se, come me, siete dei fottuti inguaribili amanti di certe sonorità e delle loro incarnazioni più metalliche e marce! Shadows of the past, shadows of Russisch Totalitaren Stenchcore!

Zatrata – Zatrata (2020)

Scoperti personalmente lo scorso anno in occasione della pubblicazione di uno split insieme agli How Long, i polacchi Zatrata avevano fin da subito catturato il mio interesse per via del loro sound, un crust punk imbastardito con dosi di death metal vecchia scuola che tritava ossa e tirava dritto senza preoccuparsi di nulla. A giugno di quest’anno i nostri giungono finalmente alla pubblicazione di questo loro primo full lenght intitolato semplicemente Zatrata e ci danno in pasto un sound ancora più maturo in cui l’anima crust e quella death metal convivono in maniera convincente e ben bilanciata, dando vita ad una formula devastante e assolutamente solida che prende il meglio dai due generi, strizzando l’occhio in certi momenti ad un approccio e ad una furia espressiva riconducibile a territori grindcore. Il riffing appare davvero ispirato e funziona praticamente sempre, così come per le parti di batteria alternate tra blast beat serratissimi e classici ritmi d-beat, mentre il groove rende certe tracce assolutamente in grado di stamparsi in testa al primo ascolto (Śrut leśnej ciszy). In questo furioso mix tra il death metal old school (in cui ci sento personalmente echi di scuola britannica e scandinava) e il crust punk di gentaglia come gli Skitsystem, con le radici che affondano in profondità in quel putrido brodo primordiale che fu lo stenchcore e che emergono soprattutto nelle atmosfere oscure e labilmente apocalittiche che aleggiano minacciose sull’intero lavoro, gli Zatrata si avvicinano a quanto fatto negli anni recenti band come i Cruz, gli Ahna e gli Acephalix, colmando inoltre il vuoto lasciato da un altro interessante gruppo polacco, ovvero gli Icon of Evil. Tutto questo viene arricchito con passaggi dalle tonalità maggiormente riconducibili a territori blackened a la Storm of Sedition/Iskra e un’intensità brutale che tradisce vaghe influenze grind.  Per fare degli esempi di quanto appena descritto a livello di sonorità, la seconda traccia Oślepiony chciwością si apre come un classico riff death metal di chiara derivazione old school scandinava, prima di lasciare la strada ad una intensa tempesta dominata da sonorità crust punk che, in alcuni momenti, mi ha ricordato certe cose fatte dagli svedesi Skitsystem. Nella nona traccia intitolata Symbioza si sentono invece echi degli ultimi Storm of Sedition soprattutto nei passaggi più vicini a certo blackened crust punk, alternati a sfuriate tumultuose e assalti privi di pietà come solo i migliori Iskra sapevano fare.

Tirando le somme, agli Zatrata bastano dieci tracce per irrompere prepotentemente sulle scene, con un’irruenza barbara e selvaggia che non può lasciare indifferenti, e per incidere in maniera profonda il proprio nome sull’attuale mappa del crust punk europeo e mondiale con questa loro prima omonima fatica in studio che, ascolto dopo ascolta risulta sempre più solida, devastante e convincente. Un’ottimo disco di death-crust moderno che non dovreste lasciarvi sfuggire!

 

Evil Fragments #04

Quarto appuntamento con Evil Fragments, un appuntamento però per certi versi diverso dai precedenti tre. Questa volta saranno solamente due i protagonisti di questa ennesima discesa tra i frammenti del male e rispondono al nome di Corrupted Human Behavior e Mace Head. Sara diverso sopratutto il mood generale che accompagnerà la lettura delle seguenti recensioni, perchè le atmosfere, le ambientazioni e i paesaggi evocati dalla musica dei due gruppi sono in grado (o quanto meno lo spero) di portarvi a vagare con la mente e l’immaginazione per campi di battaglia dominati dalla distruzione e lande desolate invase da odori nauseabondi di morte, in rotta verso l’ignoto tra toni apocalittici, oscurità senza fine e lamenti lancinanti di eterna dannazione. Verso un sole che non sorge mai, che le orde barbariche vadano all’assalto di questo mondo e delle sue macerie. E allora quale colonna sonora migliore per tutto questo, se non quel brodo primordiale marciulento e oscuro conosciuto come stenchcore?

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Evil Fragments #03

 

Terzo attesissimo appuntamento con Evil Fragments, come dovreste ormai sapere rubrica interamente dedicata a sonorità crust punk e d-beat. Mai come questa volta ci troveremo ad affrontare quasi esclusivamente lavori usciti recentemente in ambito d-beat e raw punk che affondano le proprie radici in profondità tanto nel sound svedese quanto nella affascinante scena giapponese, grazie alle ultime devastanti uscite di Fragment, Languid e Scarecrow. Ci sarà spazio però anche per parlare dell’ultimo ep targato Alement, gruppo a quanto pare cresciuto a pane e stench-crust di matrice britannica, perchè, ed è bene ricordarlo, i “frammenti del male” sono tanti, diversificati e pronti ad inghiottirci senza lasciarci vie di fuga o attimi per riprendere fiato, trascinandoci giù con loro in un abisso dominato solo dall’oscurità!

Alement – Onward (2019)

Onward, ultima fatica in casa Alement, è un perfetto esempio di apocalittico stench-crust punk dal sapore ottantiano che pesca a piene mani dall’underground britannico dell’epoca e dalla lezione primordiale di gentaglia brutta, sporca e cattiva del calibro di Axegrinder, Deviated Instinct ed Hellbastard. Niente di nuovo sotto al sole, ma vi assicuro che questo ep di sole tre tracce è quanto di meglio si possa ascoltare ultimamente se si è amanti viscerali di quel brodo primordiale a metà strada tra il metal e il punk conosciuto a suo tempo come stenchcore. I toni epici e le atmosfere oscure che avvolgono i tre brani disegnano paesaggi guerreschi e lande desolate post-apocalittiche in cui solo la desolazione regna sovrana e ciò che resta degli esseri umani è divorato dalla rassegnazione più totale. Sedici minuti abbondanti per immergersi completamente in questa tempesta oscura di stench-crust in cui emergono prepotenti le influenze più doom e thrash metal degli Alement, influenze che rendono ancora più affascinante l’ascolto dell’intero lavoro. Non c’è molto altro da aggiungere dinanzi ad un ep così interessante, se non forse soffermarsi e sprecare fiato e parole per parlare del gusto che i nostri dimostrano per la creazione di aperture melodiche dalle tinte scure e per la costruzione di atmosfere terrificanti che accompagnano la nostra discesa nelle viscere di Onward, un disco che potrebbe benissimo esser stato partorito dalla scena crust britannica di fine anni 80. E mentre la conclusiva titletrack ci accompagna fuori dalla tormenta stench-crust scatenata dagli Alement, gli ululanti venti del caos spirano preannunciando l’apocalisse che verrà…

Languid – Submission is the Only Freedom

Con questo nuovissimo Submission is the Only Freedom, i Languid tornano all’assalto con la loro devastante miscela di crudo hardcore punk/d-beat condensata in otto feroci tracce che non lasciano scampo e sembrano non aver la minima pietà per le nostre orecchie. Se mai ce ne fosse stato bisogno (e la risposta è ovviamente affermativa) i nostri punx canadesi riescono ad incarnare con questa ultima fatica in studio il perfetto punto di incontro e di sintesi tra lo swedish d-beat sound degli Anti Cimex di “Absolute Country of Sweden” e il rumoroso raw punk dei  Disclose di “Once War Started”, mantenendo sempre le radici ben salde nella primigenia lezione d-beat dei maestri Discharge, regalandoci così otto tracce devastanti e pronte a distruggere qualsiasi cosa si trovi per errore sul loro cammino. La doppietta che ci introduce a questo Submission is the Only Freedom rappresentata da “Stench of Death” e “No Peace“, mostra fin da subito l’irruenza battagliera del sound proposto dai Languid che, come un tornado ci inghiotte, ci trascina con sè e non ci lascia un secondo per riprendere fiato. “Path of Devastation”, così come la penultima “In Darkness“, è invece una di quelle tracce che riescono ad imprimersi nella memoria fin dal primo ascolto grazie sopratutto ad un riffing preciso, ad un assolo accennato ma quanto mai azzeccato e delle vocals abrasive che richiamano sia i primi Discharge sia gli Anti-Cimex. In generale gli otto brani, avvolti in una patina dai tratti vagamente crust, presenti su questa ultima fatica dei canadesi Languid non superano praticamente mai i due minuti di durata e proprio per questo riescono a colpire nel segno sotto forma di brevi quanto devastanti assalti di d-beat/hardcore punk che lacerano la carne e lasciano solo macerie al loro passaggio. Infine, nota di merito per l’artwork di copertina che accompagna Submission is the Only Freedom, un’artwork in grado fin da subito di rendere chiari gli intenti bellicosi e privi di pietà espressi dal sound crudo e irruento dei Languid. Absolute country of Canada… nient’altro che questo.

Fragment – Serial Mass Destruction (2020)

Serial Mass Destruction, ultimo lavoro targato Fragment, è una assoluta mazzata in pieno volto di raw d-beat punk che non lascia spazio ai compromessi e che sembra non provare alcuna pietà nei nostri confronti. Affondando le radici tanto nella scena d-beat svedese quanto in quella raw punk giapponese, i nostri punx canadesi di Halifax celati dietro il nome Fragment, ci regalano solo otto minuti di intensità e rabbia che non guardano in faccia niente e nessuno, tirando dritti per la loro strada come una tempesta che inghiotte e distrugge tutto ciò che si trova dinanzi. Un disco purtroppo di sole cinque tracce che si conficcano nella nostra carne facendo deflagrare in tutta la sua potenza questo concentrato di rumoroso e crudo d-beat/hardcore che riesce perfettamente ad insinuarsi nella nostra testa. I Fragment non inventano nulla di nuovo, certo, ma sanno maneggiare e modellare la materia d-beat in modo del tutto personale e godibile, al punto che ci si troverà più volte di fila ad ascoltare questo devastante “Serial Mass Destruction”, un lavoro che difetta solamente nella durata, davvero troppo esigua per un lavoro così intenso e che sa come colpire nel segno ed imprimersi nella memoria. Discharge, Disclose, Framtid, Mob 47 e primissimi Anti-Cimex sono le principali influenze condensate nella proposta e nel sound dei Fragment, ma i nostri riescono ad aggiungere a tutto questo una minima dose di personalità che ci permette di godere a fondo dell’ascolto di questo Serial Mass Destruction senza aver l’impressione di “fin troppo già sentito”, rischio che spesso si corre in ambito d-beat/hardcore, scena estremamente satura negli ultimi tempi, ad essere sinceri. It’s only a mass of Scandi-japanese raw sound attack and that’s the way i like it baby!

Scarecrow – Revenge (2020)

Un vortice di violento e roboante vento scandinavo accompagna una tempesta furiosa di d-beat punk… ecco da cosa veniamo inghiottiti quando iniziamo l’ascolto di questo devastante Revenge ultima fatica in studio per gli Scarecrow. Un d-beat hardcore/kångpunk radicato in profondità nella scena svedese degli anni 80/90 e che si inserisce in quel solco scavato a suo tempo da dischi fondamentali come “Karnvapen Attack” dei Mob 47, “Crucified by the System” degli Avskum ma soprattutto “Sin Egen Motståndare” dei Totalitar! Un hardcore punk furioso e senza cedimenti, sorretto in modo estremamente godibile da ritmi d-beat vecchia scuola che riportano alla mente un modo tutto svedese di suonare questo genere, tanto che si avrà spesso la sensazioni di essere all’ascolto di qualche lavoro sconosciuto della scena kangpunk degli ’80. Rabbia viscerale e irruenza espressiva che sembra non conoscere compromessi o soste sono le sensazioni che trasudano da questo Revenge, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia storditi , in cui gli otto brani (tutti molto brevi) prendono le sembianze di schegge di d-beat/hardcore impazzite che vanno a conficcarsi nelle nostre orecchie senza alcuna pietà. Ne sono esempi perfetti la seconda traccia intitolata “This Misery“, in cui si sente profondamente l’influenza dei Totalitar, “Ourorobos” e “Zero Tolerance”, ottimi momenti di rabbioso d-beat/hardcore pronto a distruggere qualsiasi cosa e che lascia addosso una voglia indescrivibile di pogare selvaggiamente, incuranti dei lividi e delle ossa rotte. Scandi…ehm no, North Carolina Jawbreaker!

 

 

Extinction of Mankind – Storm of Resentment (2018)

Dopo che cessano le urla più strazianti, dopo che la tempesta si avvia a placarsi, irrompe il silenzio più assordante e la quiete appare come un’incubo da cui è impossibile svegliarsi…

Due anni fa ormai usciva questo “Storm of Resentment, ultima fatica in studio per i veterani del crust punk britannico che rispondono al nome di Extinction of Mankind, gentaglia brutta, sporca e cattiva sulle scene dal 1992. La proposta degli Extinction of Mankind affonda le sue marciulente radici in quel brodo primordiale in cui confluiscono influenze derivate dall’anarco-punk e pulsioni di metal proto-estremo tipico dell’underground inglese degli anni ’80, quel sound primitivo e selvaggio passato poi alla storia come crust punk o come stenchcore, termine praticamente coniato dai Deviated Instinct per descrivere il proprio selvaggio e brutale sound . Ancora una volta il gruppo britannico sintetizza nella propria musica la fondamentale lezione di gruppi seminali come gli Amebix, gli Antisect, gli Hellbastard e gli Axegrinder, portando avanti un sound volutamente old school e che non ha alcun interesse ad abbandonare quel crust punk apocalittico che ha segnato i passati lavori della band. È infatti nuovamente una tempesta di apocalittico stench-crust di tradizione britannica ad inghiottirci senza pietà in un voragine di rassegnazione, miseria e nichilismo estremo, come a volerci dire che l’incubo continua e che dall’oscurità non si può più fuggire. Atmosfere apocalittiche e oscure avvolgono le varie tracce, con un riffing dalla natura profondamente thrash metal (il riff iniziale della prima traccia Cash Cow, per fare un esempio) che ricorda tanto gli Axegrinder quanto gli Hellbastard ad evocare i momenti più robusti e sostenuti, nonostante la proposta degli Extinction of Mankind preferisca sempre giocare con i rallentamenti e le atmosfere piuttosto che lasciarsi andare ad assalti furiosi fini a se stessi. “Storm of Resentment” nel complesso è un disco solido e che non mostra cedimenti tirando dritto per la sua strada e con alcune tracce che sembrano non lasciare alcuna speranza di sopravvivenza come Engage the Enemy, After the Screams is the Loudest Silence e la stessa titletrack, tuonanti assalti che lasciano impotenti dinanzi all’orrore di paesaggi desolati evocati dai toni apocalittici che permeano l’intero lavoro.  Certamente non troviamo nulla di nuovo sotto al sole, ma gli Extinction of Mankind dimostrano che nonostante gli anni passino, loro sono ancora in grado governare con maestria il genere regalandoci l’ennesimo ottimo disco di crust punk che ci riporta indietro nel tempo grazie al suo sapore fortemente vecchia scuola. Un’altra tempesta di risentimento per ricordarci che l’umanità, per troppo tempo felice o colpevolmente inconsapevole di sguazzare in un mare di merda, si è autocondannata all’estinzione.

Evil Fragments #02

E’ di marzo dello scorso anno il primo e unico capitolo di questa rubrica che porta il nome di un disco dei giapponesi Effigy, uno dei migliori gruppi a suonare quel magnifico ibrido tra crust punk e thrash metal che ha reso immortali nella storia della musica estrema i nomi di gente come Amebix Axegrinder, Sacrilege e compagnia. Non è difficile perciò capire di cosa tratterò in questa rubrica, ovvero i dischi più interessanti in ambito crust punk, stenchcore e d-beat usciti recentemente e che meritano perciò la mia così come la vostra attenzione. Doomsday hour has come, evil fragments will swallow you!

 

Tapioca – Demo (2020)

Vengono dalla British Columbia, territorio canadese, hanno un nome che riprende un prodotto alimentare derivato dalla lavorazione della Manioca, pianta originaria del Sud America, e buona parte dei loro testi è scritta e cantata in cinese. Questi sono i Tapioca e in questa loro primissima fatica ci regalano venti minuti di ibrido bastardo tra l’anarcho-crust punk e sonorità più orientate verso territori metal che ha le radici piantate in profondità nelle sonorità, così come nell’immaginario e nelle tematiche, riconducibili a gruppi come i Nausea, i Contravene, i grandiosi Appalachian Terror Unite, i Nux Vomica, gli Scatha di “Respect, Protect, Reconnect” e i Sedition di “Earth Beat”. La demo in questione si compone di cinque tracce a cui si somma una cover dei Fear of God posta in chiusura che toccano gli argomenti più classici e cari all’anarcho-crust punk, dalla critica della guerra e del patriottismo fino alla presa di posizione ecologista contro la catastrofe climatica e ambientale causata dal capitalismo che sfrutta l’uomo così come devasta e saccheggia i territori. Il filo conduttore che lega nell’insieme il progetto Tapioca e le cinque tracce della demo è ben delineato dallo “slogan” che accompagno il gruppo canadese: “We went from being, to having, to appearing…”. Una presa di coscienza netta e forte nei confronti del consumismo, della mercificazione e della proprietà, tutti germi che vengono coltivati internamente dall’economia capitalista stessa e che sembrano ormai dominare le esistenze degli esseri umani. Un’ottimo debutto per i Tapioca, autori di un anarcho-crust punk metallizzato se non del tutto originale certamente suonato con passione e attitudine e per questo estremamente godibile per chiunque sia follemente infatuato dei gruppi citati in apertura di recensione, come il sottoscritto del resto.

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Warkrusher – All is Not Lost (2019)

Anche i Warkrusher come i Tapioca provengono dalle terre canadesi, però questa volta dalla parte opposta rispetto alla British Columbia, ovvero dal Quebec e anche loro con questa demo intitolata “All Is Not Lost” e rilasciata nel dicembre del 2019 sono alla loro primissima fatica in studio. In appena venti minuti e cinque tracce i canadesi Warkrusher ci sparano nelle orecchie il loro sound pesantemente influenzato da sonorità riconducibili all’universo stenchcore e ad apocalittici territori crust punk sia di gruppi seminali come i Deviated Istinct o i Misery, sia di gruppi crust della seconda ondata degli anni ’00 come i magnifici Hellshock o i War//Plague. In tracce come “Tyranny of Vengeance/All Is Not Lost” e “Endless Night” si possono sentire infatti tanto le influenze dei Misery di “Children of War” quanto quelle dei War//Plague di “Temperaments of War”, mentre in “Screaming from Hell“, traccia con cui termina questa demo, si possono addirittura sentire lontani richiami agli Effigy di “Grindin Metal Massacre“. Cinque tracce di ottimo stench-crust che se fossero state pubblicate agli inizi degli anni duemila, in pieno revival crust punk, avrebbero sicuramente riscosso maggiori consensi. Ma i Warkrusher se ne fregano di tutto questo, seguono una strada ben precisa, suonano stenchcore e crust punk come piace a loro e ribadiscono un concetto fondamentale: “Non tutto è ancora perduto!”

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Paranoid – Kind of Noise (2019)

A pochissimi giorni dalla fine del 2o19 i Paranaoid hanno vomitato fuori dal nulla questo nuovo ep intitolato “Kind of Noise”, un titolo che più emblematico non si può per definire la proposta ed il sound degli svedesi. Fedeli da sempre al culto di Kawakami e dei Disclose, i Paranoid ci regalano quattro tracce che invertono leggermente la rotta rispetto a “Heavy Mental Fuck Up!” rilasciato ormai due anni fa, disco segnato da uno spostamento molto più netto verso lidi propriamente metal, nel quale le sonorità riconducibili ai Venom erano più accentuate che mai. Su questo “Kind of Noise” i Paranoid sembrano aver fatto un importante ritorno al passato, riuscendo a ricreare perfettamente quella furia di d-beat hardcore rumoroso e distorto influenzato in egual modo dai Disclose e Framtid, onnipresenti nel sound dei nostri, e dal fondamentale kangpunk svedese di Totalitar e Mob47 che caratterizzò i loro primi lavori. Un vortice distruttivo e violento come solamente un temporale tuonante nei cieli scandinavi sa essere, una tempesta di caos che trita e devasta qualsiasi cosa in cui si imbatte sul suo percorso. Con questo “Kind of Noise” il sound dei Paranoid rappresenta ancora il miglior punto di incontro tra due scuole seminali dell’hardcore e del d-beat mondiali, quella giapponese più caotica e distorta e quella svedese più violenta e ruggente, una vera e propria furia devastatrice di rumore assordante di cui si sentiva sinceramente il bisogno in questi tempi bui in cui la scena hardcore mondiale è preda della moda “raw punk”. Fuck off and die, this is just a kind of jawbreaking mangle devastation!

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Dishönor – S/t (2019)

La mancanza pressochè totale di informazioni certe e contatti rende i Dishönor una creatura estremamente affascinante e misteriosa. Si sa veramente poco sul loro conto, se non che vengono da Salonicco in Grecia e che su questo loro primo lavoro ci offrono un ottimo d-beat/crust influenzato in egual misura da gruppi come Doom, Discharge, Hiatus, Visions of War, Disgust e compagnia brutta e cattiva intenta a suonare il più brutale e martellante d-beat possibile. Fin dalla copertina di questo self-titled debutto dei Dishönor si può facilmente comprendere quale sia la tematica centrale attorno alla quale ruotano le dieci tracce, ovvero una feroce presa di coscienza antimilitarista contro la brutalità della guerra, i suoi orrori e il sistema capitalista che nella guerra ha i suoi interessi economico-finanziari e che vede negli esseri umani solamente carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto. Tracce quali l’iniziale “War Victims”, “Savagies of War” e “Neverending Bombraid” sono esempi perfetti tanto della solidità e dell’inaudita violenza del d-beat/crust suonato dai greci quanto delle tematiche appena elencate, a cui si affiancano pezzi e liriche che trattano altri argomenti classici del genere come le visioni post-apocalittiche intimamente legate ad un imminente catastrofe ambientale, l’incertezza del futuro causata da un sistema economico predatorio che inquina, devasta e distrugge l’ecosistema e la critica del potere, della gerarchia e dell’autorità. Niente di nuovo sia sul fronte delle sonorità che sul fronte delle tematiche affrontate, questo è innegabile, ma nonostante ciò questa prima fatica dei Dishönor suona tutt’altro che scontata o noiosa, e anzi, per tutti gli amanti di un certo sound è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato facendosi trafiggere da queste dieci schegge di d-beat/crust violento e indomabile! Inoltre parte dei soldi ricavati dalla vendita di questo self-titled album sono benefit per supportare le spese e le lotte del movimento anarchico greco, quindi cazzo volete di più? Nights without end, reality or nightmare? Will this ever end?

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Swordwielder – System Overlord (2019)

noi danziamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco…

Venti di tempesta invadono queste lande desolate dove ci troviamo costretti a vagare senza metà e a sopravvivere. L’inverno è alle porte mentre le orde del caos e della distruzione si aggirano finalmente libere ed incontrastate tra le rovine del vecchio mondo. All’orizzonte si possono ancora scorgere fuochi di rivolta che verranno presto inghiottiti dall’ultimo tramonto preannunciando l’ora più buia. Nessun futuro per il mondo di oggi, solo l’oscurità che non lascia scampo. E allora noi danzeremo in tondo nella notte oscura e cammineremo su strade illuminate dalle fiamme della rivolta che ci divorano, le stesse fiamme che inghiottono (mai sazie) le macerie del mondo dominato dal capitale e dalla gerarchia. Su quale musica dunque danzeremo tra le fiamme e il fuoco quando arriverà l’ultima notte dell’insurrezione?

Probabilmente “System Overlord , ultima creatura partorita nell’oscurità dagli svedesi Swordwielder tramite la Profane Existence records è la miglior risposta e forse l’unica possibile. Se “Howl of Dynamite” degli Storm of Sedition è stato il mio disco preferito del 2019, questa nuova fatica degli Swordwielder rientra certamente tra i miei ascolti più costanti e assidui di tutto l’anno appena terminato. Quarantacinque minuti di epico, apocalittico ed oscuro stenchcore/crust punk profondamente radicato nel fertile terreno britannico di fine anni ottanta e nella seminale lezione che va dagli Amebix ai Deviated Instinsct passando per gli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man”, gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness” e qualcosa pure dei primissimi Bolt Thrower. Uno stenchcore dai toni apocalittici e dalle atmosfere epiche quello suonato dagli Swordwielder e lo si può notare fin da Violent Revolution”, traccia d’apertura di “System Overlord”, un rabbioso inno da urlare a squarciagola sul campo di battaglia per dichiarare guerra aperta e brutale contro questo mondo affinchè tra le macerie della rivolta potremo danzare liberi e veder sorgere un nuovo sole. Traccia dopo traccia, veniamo inghiottiti da una furiosa tempesta di rovinoso stench-crust che alterna devastanti assalti a spada sguainata, ben rappresentati da tracce quali “Second Attack” e “Savage Execution“, a momenti in cui svettano le atmosfere epiche e al contempo oscure costruite sapientemente dagli Swordwielder, gruppo oramai giunto all’apice della propria maturazione artistica. Gli esempi migliori di questa atmosfera epica che aleggia imperiosa su tutto “System Overlord” possono essere ritrovati nell’introduzione acustica e nel riff dominante di “Nuclear Winter“, così come nel rallentamento centrale della quinta traccia “Cyborg” che sottolinea una tensione crescente che potrebbe sfociare nuovamente in tempesta squarciando l’apparente e labile quiete da un momento all’altro. Giungendo al termine di questa furibonda tormenta di stenchcore che lascia solamente corpi senza vita e macerie alle sue spalle, ci imbattiamo in “Northern Lights”, traccia conclusiva del disco, una traccia dominata da un’atmosfera sofferta (sottolineata sopratutto dal cantato) che sembra rappresentare la degna colonna sonora per accompagnare la fine della battaglia, in bilico tra toni di maestosa epicità e gli ultimi assalti con la spada sanguinante stretta in pugno e agitata sotto un cielo tuonante che preannuncia la pioggia. Condensando in nove tracce tutte le sfumature d’immaginario che vanno dalle visioni post-apocalittiche degli Amebix di “Arise” agli scenari guerreschi e barbarici dei Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”, gli Swordwielder ci regalano un disco di epico stenchcore che pare incurante del tempo che passa e proprio da questa incuranza trae tutta la sua magnificenza e la sua bellezza. Nella suo incedere maestoso e battagliero “System Overlord” sembra volerci lasciare un solo messaggio, una sola strada da percorre nella tempesta che avanza: non c’è più nienta da salvare, ma tutto il mondo da distruggere.