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Moratory – The Old Tower Burns (2021)

In nome del metalpunk e del d-beat, cinque barbari senza padroni né dei, conosciuti con il nome di Moratory, sono pronti a scendere dalle fredde terre russe per dare alle fiamme il vecchio mondo e vedere le sue torri bruciare! 

“Non si dovrebbe mai giudicare un disco dalla copertina” quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase. Ma quando ci si trova dinanzi il bellissimo artwork di questo The Old Tower Burns e lo si osserva con attenzione, capiamo che i Moratory hanno volutamente lasciato più di qualche indizio sulle loro influenze musicali, così da fugare quasi ogni dubbio sull’ispirazione e sull passione che anima la loro ricetta metalpunk. Riferimenti ai Driller Killer così come ai Venom o ai Darkthrone (soprattutto del loro periodo più “crust”) appaiono perfettamente azzeccati per farsi una prima idea del contenuto delle dieci tracce che ci troviamo ad ascoltare e che ci travolgono con tutta la furia e lo spirito battagliero del metalpunk più sincero e trascinante. Partendo da una solida base d-beat che emerge soprattutto nelle ritmiche di batteria oltre che nello spettro della scuola svedese di Driller Killer e Anti-Cimex che aleggia costante sull’intera proposta dei Moratory, la musica dei nostri evoca spesso il thrash metal vecchia scuola (primissimi Voivod o Onslaught) così come i primordiali vagiti proto-extreme metal di Bathory e Venom, finendo per condensare tutte queste influenze in un crossover metalpunk che mi ha ricordato per certi versi anche gli English Dogs e i Broken Bones dello spettacolare “F.O.A.D.”.

Dieci tracce che non mostrano segni di cedimento né momenti di noia o incertezza, anzi tirano dritte implacabili e impetuose risultando essere coinvolgenti e riuscendo nell’impresa di alternare momenti più furiosi e dall’attitudine riottosa (Genocide State) ad altri in cui a dominare la scena ci pensano melodie a metà strada tra la scuola d-beat svedese più moderna e lo speed metal che fu (Project Humankind). E mentre mi ritrovo ad ascoltare per l’ennesima volta brani che mi costringono (quasi contro la mia volontà) a fare headbanging come Wagner’s Path o Dances of the Damned, comprendo che altre parole per parlare di questo album sarebbero del tutto superflue. Sia chiaro, non ci troviamo certamente dinanzi a qualcosa di innovativo o originale, ma questa mezz’ora abbondante di metalpunk ha un grande pregio: è estremamente divertente e non annoia praticamente mai, anzi sembra correre via anche troppo velocemente! I Moratory, suonando con una passione per questo genere che trasuda da ogni nota e da ogni riff, ci danno una monolitica prova di forza, maturità e sicurezza nei propri mezzi e con The Old Tower Burns  ribadiscono di essere attualmente uno dei gruppi più validi nell’innalzare al cielo la bandiera del metalpunk più sincero, trascinante e riottoso!

Civicide – A Sign of Times to Come (2021)

Ci ritroviamo a vagare tra città in macerie come ultimi sopravvissuti di un’umanità condannata a morte. Attraversiamo le rovine di scenari urbani abitati solamente da desolazione e morte, calpestando ossa e teschi umani, nascondendoci da creature spaventose di una nuova era preistorica post-apocalittica. Questo è il segno dei bui tempi che ci aspettano, mentre l’acre odore nauseabondo di un futuro che non esiste più invade le nostre narici abbandonandoci ai demoni della disperazione e agli spettri di un passato che vogliamo cancellare. 

Ogni amante dell’hardcore punk che si rispetti ha avuto certamente, in un preciso momento della propria vita, una qualche forma di infatuazione, seppur vaga, per la scena punk finlandese negli anni ’80 e per band assolutamente iconiche come Rattus, Kaaos, Terveet Kadet e Riistetyt. Non ho dubbi su quanto appena affermato e personalmente l’infatuazione per l’hardcore finnico è stata abbastanza importante durante i miei primi approcci a questo genere, tanto che anni fa era presente l’idea di scriverci un articolo a riguardo da pubblicare proprio su queste pagine. Poi si sa, il vizio di procrastinare ha sempre la meglio e ad oggi quell’idea abbozzata di un articolo sulla scena hardcore punk finlandese non ha ancora visto la luce e forse mai la vedrà, chissà. Detto questo, se son qui a parlarvi di punk e finlandia è perchè recentemente mi son imbattuto in A Sign of Times to Come, nuova fatica in studio targata Civicide, un gruppo a me sconosciuto fino a pochissime ore fa. Appena schiaccio play e decido di avventurarmi verso l’ignoto nell’ascolto di questo A Sign of Times to Come, il sound dei finlandesi mi sorprende come un fulmine a ciel sereno e cattura in men che non si dica tutta la mia attenzione. Bastano difatti i primi minuti strumentali dell’iniziale Premonition/Omen per accorgermi di essere al cospetto di una band impegnata a suonare un ibrido convincente seppur non originale di crust punk e thrash metal, un sound che evoca gli spettri di quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore e che non cesserà mai di esercitare fascino su di me.

La proposta di cui si fanno portabandiera i Civicide prende certamente ispirazione dalla seminale lezione dei Sacrilege e degli Axegrinder, ma il gruppo finlandese dimostra di aver fatto suo certe sonorità e di saperle riproporre e ricreare con passione, convinzione e soprattutto con una buona dose di qualità che emerge specialmente nella capacità di costruire quell’atmosfera apocalittica e desolante tipica del genere, un’atmosfera che aleggia minacciosa e opprimente sull’intero lavoro. Sei tracce che ci danno una convincente e godibile prova di metal-stench-crust, una formula quella proposta dai Civicide che riesce a sintetizzare dentro sè tanto le primordiali pulsioni del genere quanto le incarnazioni più moderne, in uno spettro di influenze che saccheggiano senza problemi sia i territori del primitivo thrash metal britannico di Sacrilege e Onslaught che le inospitali lande del crust punk dominate da desolazione, miseria e oscurità, ricordando per certi versi i toni più cupi ed epici di certi Warcollapse e Swordwielder. Se, come già sottolineato, non siamo di certo al cospetto di una proposta estremamente innovativa, c’è da evidenziare il fatto che i nostri punx finlandesi possono contare su una una buonissima qualità tecnica; una qualità che si manifesta in maniera netta nel songwriting e nella capacità di costruire riff veramente ispirati alternati a melodie che sanno come enfatizzare quell’atmosfera apocalittica perfettamente evocata da tracce come Depths od Despair o Final Frontiers. Accanto a tracce caratterizzate da questa natura più oscura che potrebbe chiamare in causa le atmosfere care agli Amebix, spiccano però anche momenti come Already Dreamed, ovvero assalti metal-crust attraversati da una furia selvaggia e bellicosa che si dimostrano assolutamente senza pietà. Per concludere non posso che scrivere queste righe come fossero una sorta di grido liberatorio: A Sign of Times to Come rappresenta finalmente un lavoro di stench-crust marcio e oscuro come piace a me, un album che mi permetterà di dare un attimo di tregua a dischi che ho ormai consumato in maniera famelica come When Daylight Reveals the Torture degli Agnosy e System Overlord degli Swordwielder.

Children of Technology – Written Destiny (2020)

THIS IS METAL ANARCHY!

In un tripudio di caos, velocità e litri di birra scadente, creature notturne con i volti dipinti da pitture di guerra, si aggirano per le wasteland come nuovi barbari assetati di distruzione e pronti a suonare a tutto volume, tra le macerie delle città abbandonate, un perfetto ibrido di furioso e spietato speed metal punk, l’unica colonna sonora possibile per accompagnare i giorni di un futuro che non esiste più. Metal anarchy è l’urlo di battaglia, i Children of Technology son pronti a vendere cara la loro pellaccia in quest’epoca post apocalittica dominata dallo sconforto e dalla desolazione! 

Rompo gli indugi fin da subito così mi tolgo il pensiero: non sono mai stato un grande ascoltatore dei Children of Technology nonostante il genere che suonino rientri pienamente nei miei gusti e nei miei ascolti più assidui. Non ho mai saputo spiegarmi bene il perchè, ma i vecchi lavori della band mi hanno spesso lasciato indifferente. Ecco perchè trovarmi qui a parlare di questo nuovissimo e inaspettato nuovo lavoro intitolato Written Destiny, è per me abbastanza strano ma allo stesso tempo interessante. Strano sopratutto perchè finalmente l’ascolto dello speed-metal-punk dei Children of Technology ha spazzato via la mia indifferenza nei loro confronti, riuscendo a farmi apprezzare appieno la loro proposta!

New wave of speed metal punk! Questa in estrema sintesi è quanto ci troveremo ad ascoltare una volta che ci saremo addentrati in Written Destiny, un concentrato assolutamente devastante di Venom, Warfare, Tank, primi Onslaught, qualcosa dal sapore d-beat/crust a la Anti-Cimex/Driller Killer, riffing thrash metal taglienti sullo stile dei primi Voivod e dei Sacrilege di Within the Prophecy e un sound generale che non può non riportare alla mente il crossover thrash/hardcore punk dei Broken Bones dell’era F.O.A.D. e l’attitudine stradaiola tanto cara agli Inepsy. Un destino, quello dei Children of Technology, dunque inciso indelebilmente nella scena metal/punk underground degli anni ’80, scena a cui i nostri sono sinceramente devoti fedeli e lo dimostrano senza remore ancora una volta con questo nuovo lavoro assolutamente devastante e senza pietà!

L’atmosfera generale di questo Written Destiny alterna momenti capaci di evocare un certo immaginario (a dirla tutta un po’ abusato ma sempre parecchio godibile) post apocalittico a la Mad Max ad altri passaggi dal sapore fortemente anthemico, senza mai perdere d’occhio una certa propensione alla distruzione e alla crudeltà, così come un certo gusto per il riffing sempre ispirato e devastante. In fin dei conti siamo sempre al cospetto di un assalto di speed metal punk che non ha alcuna intenzione di fare prigionieri ma è mosso unicamente dalla voglia di distruggere qualsiasi cosa si trovi sul suo cammino, quindi non ci si stupisca se ascoltando queste nuove otto tracce dei Children of Technology ci si ritrovi immediatamente catapultati in un vortice di distruzione e crudeltà! Tracce di assoluto impatto come The New Barbarians, la stessa titletrack, The Days of Future Past e Creation Trough Destruction sono veri e propri assalti brutali e spietati di speed/heavy metal di scuola Warfare/Tank, uno speed metal imbastardito perfettamente con il thrash di scuola Sacrilege/Onslaught e con l’attitudine punk e stradaiola dei migliori Broken Bone e Inepsy.

Alla fine dei conti questo Written Destiny è esattamente la colonna sonora di un futuro che non esiste più, parafrasando il titolo della canzone con cui ha inizio questo nostro viaggio. Traccia dopo traccia i Children of Technology, distruttori del mondo come l’abbiamo finora conosciuto, sono dunque pronti a scatenare le forze infernali su questa terra senza lasciarci alcuna via di fuga o possibilità di salvezza, innalzando fieramente al cielo la loro bandiera “speedmetalpunk”! Chiudetevi in casa e blindate porte e finestre se non siete dunque pronti ad unirvi alla brigata del caos che porta il nome dei Children of Technology e a seguire i canti di guerra da loro intonati con furia selvaggia. In caso contrario, lasciate ogni speranza di salvezza perchè la tempesta di speed metal punk evocata da questo Written Destiny non conosce pietà verso niente e nessuno! Stappate le vostre birre scadenti e tenetevi pronti a scorrazzare liberi e selvaggi su e giù per le wastelands, mentre le fiamme infernali del metal-punk più ignorante inghiottiranno le rovine delle vostre città e ridurranno questo mondo in macerie! This is metal anarchy, nothing less, nothing more!

“Stench of the Past”// Guided Cradle – You Will Not Survive (2008)

La guerra tra gli invasori umani e gli orchi nelle lande abbandonate in cui regnano solamente morte e distruzione sembra non conoscere alcuna tegua. “Gli umani sono crudeli, senza alcuna pietà e noi dobbiamo imparare a difenderci da loro, a tutti i costi e con ogni mezzo necessario”, dicono gli orchi. I Guided Cradle, un manipolo di guerrieri orchi rinnegati senza più patria a cui far ritorno e senza più niente da perdere, devono fronteggiare la crudeltà degli uomini, mai così feroce, pronti a spazzar via anche le macerie delle loro terre e a cancellarne per sempre il ricordo secolare. Guidati e animati dalla speranza di un mondo in cui ogni creatura possa vivere in pace e libera dalla pestilenziale minaccia dell’uomo, ma allo stesso tempo assetati del sangue degli oppressori umani, i Guided Cradle intonano i loro canti di guerra in estasi sotto ad una tempesta di tuoni e fulmini, consapevoli che in questo scontro barbarico e brutale qualcuno non sopravviverà perché in guerra non c’è nessuna legge. Il cuore degli orchi è pieno di rabbia, la loro vendetta verso gli esseri umani è pronta. I guerrieri orchi appaiono all’improvviso dalla tempesta,  pronti ad assaltare i vostri villaggi e darli alle fiamme senza alcuna pietà. Canteranno, ruggiranno, saccheggeranno ogni cosa al loro passaggio, bruceranno i simboli del nostro dominio e dopo, finita la battaglia, festeggeranno con birra a sazietà, verso i giorni senza fine!

Prima puntata di Stench of the Past, rubrica nata da una costola di Shadows of the Past ma esclusivamente dedicata a vecchie uscite accomunabili sotto l’estremamente eterogenea e controversa etichetta di “stenchcore”, ovvero quel brodo primordiale di proto-metal estremo e hardcore punk emerso nell’underground britannico degli anni ’80. Una rubrica volta alla riscoperta di dischi usciti in un passato più o meno recente e che hanno occupato e continuano ad occupare i miei ascolti, dischi e band spesso o sottovalutati o riposti oggigiorno nei meandri della memoria. I protagonisti di questo primo appuntamento sono i cechi Guided Cradle e il loro ultimo lavoro intitolato You Will Not Survive, pubblicato ormai dodici anni fa.

Bastano pochissimi secondi di Violence is Calling, traccia con cui veniamo immediatamente inghiottiti senza pietà da questo You Will Not Survive, per realizzare di essere finiti nel bel mezzo di un campo di battaglia in cui a farla da padrone assoluto è uno stench-crust-core barbarico e selvaggio, pronto a ridurre in macerie qualsiasi cosa si trovi dinanzi e perfetta colonna sonora per accompagnare la totale distruzione della civiltà. Nel sound dei Guided Cradle convivono e trovano una sintesi coerente e godibile, per quanto tutt’altro che inedita, influenze differenti che sono radicate in profondità tanto nei territori del metal più estremo dei Bolt Thrower di In Battle There’s No Law, quanto nel classico crust punk di gentaglia brutta, sporca e cattiva come Doom o Extreme Noise Terror, con sonorità dal sapore d-beat crust di scuola Anti-Cimex che emergono qua e la durante l’ascolto. Inoltre all’interno di questo mix di influenze si fa strada, in maniera costante, un’atmosfera generale, data non solo dall’immaginario apocalittico, guerresco e barbaro che i Guided Cradle portano con sè, che segna in maniera assolutamente marcata il legame del gruppo ceco con la scena estrema britannica degli anni ’80 e con quelle sonorità primitive che imbastardivano metal e anarcho/hardcore punk tanto care a Hellbastard, Sacrilege e Deviated Instinct. E’ proprio da queste band che i Guided Cradle prendendo in prestito una certa propensione per il riffing di natura thrash metal, cosi come un’irruenza e un marciume di chiara matrice crust/hardcore britannica. Non a caso durante tutto l’ascolto di You Will Not Survive l’odore putrescente e marciulento di quel brodo primordiale che noi tutti conosciamo come stenchcore, non smetterà un secondo di invadervi le narici per trasportarvi direttamente in paesaggi oscuri, su campi di battaglia disseminati di corpi morti in decomposizione e tra brutali urla di guerra e dolore, mentre orde di orchi danno il definitivo assalto a questo mondo.

Il legame tra lo stench-crust suonato dai Guided Cradle e l’immaginario/tematiche che accompagnano il disco, enfatizzato anche dallo splendido artwork di copertina, riesce perfettamente a dipingere e fissare nelle nostre menti un paesaggio dalle tinte apocalittiche dominato da morte, distruzione e desolazione, attraversato da istinti primitivi e da scontri barbarici fino all’ultimo sangue, con un’atmosfera tetra e opprimente a farla da padrona assoluta. Inoltre a livello prettamente lirico e di immaginario una traccia come Revenge of the Orcs (a mani basse uno dei momenti migliori dell’intero disco insieme alla precedente Forced Opinions e Hold the Line), abbinata all’artwork di copertina, mi ha riportato alla mente l’interessante trilogia fantasy intitolata per l’appunto “Orchi scritta da Stan Nicholls. Con l’ottimo You Will not Survive i Guided Cradle ci danno dunque l’ultimo devastante assaggio del loro stench-crust punk apocalittico e barbarico!

La violenza chiama, i venti del caos soffiano sulle rovine delle città degli esser umani; gli orchi ruggiscono intonando urla di guerra primitive e i Guided Cradle si preparano dunque a sferrare il loro ultimo assalto mortale contro l’umanità, condannandola all’estinzione. Nessuno si salverà quando la tempesta di barbarico e selvaggio stench-crust inghiottirà tutto quanto senza lasciare scampo, completamente sordo alle urla di disperazione e terrore. 

Crippled Fox – In the Name of Thrash (2020)

I Crippled Fox suonarono il thrashcore… e fu di nuovo tempo di massacro!

The kings of thrashcore are back in town e son pronti a demolire tutto! L’ultima volta che mi son trovato a parlare dei Crippled Fox su queste pagine era in merito all’uscita dello split con i Satanic Youth, probabilmente come lo definii all’epoca, il miglior split in ambito thrashcore/hc uscito quell’anno. Oggi finalmente mi trovo di nuovo a parlare del gruppo ungherese poiché è stata pubblicata da pochi giorni la loro ultima fatica dall’emblematico titolo In the Name of Thrash, un titolo che prende immediatamente le sembianze di una dichiarazione di intenti inequivocabile su quanto andremo ad ascoltare. Indossate le bandane, let’s thrash!

23 nuove schegge impazzite di thrashcore senza fronzoli e trita ossa, solito marchio dei fabbrica di nostri selvaggi bastardi ungheresi fin dal lontano 2008. Anche questo In the Name of Thrash se ne fotte altamente il cazzo di inventare qualcosa di nuovo e ci ripropone un mix di thrashcore, crossover e fastcore senza tempo e devastante, un sound diretto, furioso e veloce, con i Crippled Fox che dimostrano di non aver mai perso il gusto per il riffing e per l’intensità. Oltre a ciò come si può pensare di resistere o rimanere impassibili dinanzi all’attitudine in your face delle 23 tracce presenti su In the Name of Thrash? Il solito concentrato di mazzate in pieno stomaco, inni spassionati al thrash metal, ma anche ingenti dosi di cazzonaggine (basti pensare all’ultima tracce dal sound power metal che nel testo ricalca tutti i clichè classici del genere) e divertimento, immaginandosi sudati, ubriachi fradici e pieni di lividi tra stagediving e poghi infiniti. Se volessimo descrivere la potenza e l’intensità del thrashcore dei Crippled Fox con una solo immagine, dovremmo pensare ad una skate che ci colpisce in pieno volto frantumandoci i denti e lasciandoci stesi al suolo inermi. Assolutamente impossibile uscire indenni e senza lividi da questa scarica di thrash-mazzate che non lascia nemmeno momenti per riprendere fiato.

We want you to join in and make ’em thrash
don’t leave out anyone
We want you to join in, the Crippled Army
won’t let down anyone
MAKE THEM THRASH!

Ancora una volta i Crippled Fox, nel nome del thrash (core), ci dimostrano di essere un assoluto  punto di riferimento nella scena hardcore e di avere ancora tante cartucce da spararci addosso senza pietà! Cosa cazzo aspettate allora? Tirate fuori le bandane, indossatele con orgoglio, che il circle pit abbia inizio!

Carlos Dunga – Oltre Quella Linea (2019)

Dimmi fin dove andremo, dimmi dove ci fermeremo, dimmi come ci fermeremo quando nessuno riuscirà a fermarci! 

Oltre quella linea che demarca le scene hardcore punk, thrash metal e heavy metal tradizionale, ci stanno i Carlos Dunga, gentaglia di Firenze che prende il meglio di tutti e tre i generi sopra citati per condensarli in una soluzione devastante, convincente e che sembra non avere debolezze. Siete cresciuti sparandovi nelle orecchie contemporaneamente l’hardcore dei Negazione, degli Upset Noise e il thrash metal/crossover ottantiano? Vi fanno venire i brividi ancora oggi le linee melodiche che caratterizzano il riffing tipico della NWOBHM e di gruppi immortali come gli Iron Maiden? Ecco, se così fosse, non esiste miglior gruppo in Italia dei Carlos Dunga, una band in grado sintetizzare ai limiti della perfezione tutte queste influenze in un unica proposta che funziona in tutti i sensi e che fa venire voglia di moshare fin dal primo ascolto. Fedeli ad una impostazione hardcore che ha le sue radici ben piantate nella tradizione italiana del genere, soprattutto nelle linee vocali, nell’attitudine generale e nella scrittura delle liriche (che mi ha riportato alla mente anche lo stile degli ultimissimi Nofu), e assolutamente radicati nella aggressività e nell’immediatezza espressiva, ma soprattutto nel riffing e nelle strutture dei brani, tipiche del thrash metal, facendo costantemente l’occhiolino a linee melodiche che pescano a piene mani dall’heavy metal tradizionale di scuola britannica, i Carlos Dunga con questo “Oltre Quella Linea” ci regalano un disco completo e che non perde mai d’intensità dall’inizio alla fine, dal primo brano “Il Re Caduto” all’ultima traccia “L’Età dell’Ansia“. Le influenze heavy classiche si palesano fin dall’intro strumentale sorretta da un riffing che sembra pescato direttamente da qualche sconosciuto o dimenticato disco NWOBHM dell’underground britannico tra la fine dei ’70 e i primi anni Ottanta. I fiorentini, proprio come il grande mediano-regista brasiliano che da il nome al gruppo, riescono a tenere insieme e a miscelare perfettamente le differenti anime che vivono all’interno della loro proposta thrashpunk, condedola con un’attitudine hc e un’irruenza furiosa che non possono lasciare indifferenti e risultano sempre più coinvolgenti mano a mano che si prosegue nell’ascolto delle dodici tracce presenti su “Oltre Quella Linea“. Una traccia come “Ho Provato a Salvare Tutto” rappresenta per me l’esempio migliore della capacità dei Carlos Dunga di fondere thrash, hardcore punk e echi NWOBHM che esplodono in un’assolo da air guitar selvaggio, accompagnato da un testo il cui stile e “poetica” mi ha ricordato in modo prepotente la tradizione hc italiana degli anni ’80 dei Negazione. La doppietta composta dall’iniziale “Il Re Caduto” e da “Caduta Spettacolare” è invece una mazzata in pieno volto di thrash/crossover in cui spicca un riffing veloce e fulminante che rende impossibile non iniziare a fare headbanging come se non ci fosse un domani. Per concludere, senza spoilerarvi troppo delle altre tracce, credo si possa definire “Oltre Quella Linea” dei Carlos Dunga, semplicemente con un solo aggettivo: inarrestabile. A quanto pare, oltre ogni linea possibile ed immaginabile, lo spirito continua.

 

Schegge Impazzite di Rumore #09

Ma rifiuto una vita di menzogna e paura!
Rifiuto una vita stabilita da loro!
Rifiuto una vita senza futuro!
Finira’ mai? Finira’ mai? Finira’ mai???

Anche in quarantena non si ferma l’appuntamento con le schegge impazzite di rumore, giungendo infatti al tanto atteso nono episodio! Quest’oggi a tenerci compagnia durante la reclusione nella città contaminata e quarantenata ci saranno il thrash metal delirante dei sardi Abduction, il death metal satanico e femminista degli Skulld ed il d-beat metal-punk dei milanesi Kombustion. Chiuso in una citta’ come una tigre nella gabbia. Non c’e’ niente da capire, non c’e’ niente da sperare, non ci rimane che urlare! Non ci rimangono che schegge di rumore impazzite!

Skulld in concerto

Abduction – Killer Holydays on Planet Earth (2020)

Si narra che durante i rapimenti alieni si possano sentire le note di questo “Killer Holydays on Planet Earth“… Thrash metal demenziale e fieramente ignorante per gli Abduction che tornano finalmente sulle scene con questo nuovo devastante “Killer Holydays on Planet Earth”, in cui i nostri sintetizzano quanto fatto nell’ultimo decennio dai Municipal Waste, dai Gama Bomb e dai brasiliani Violator, lasciando intravedere anche influenze più datate riconducibili ai Sacred Reich. Undici tracce accompagnate da testi deliranti e titoli che non celano l’intento palesemente nonsense e goliardico con cui i sardi si approcciano a quel sound thrash metal tipico del nuovo millennio che non sembra ancora aver del tutto perso il suo fascino. Tanto a livello musicale, quanto e soprattutto a livello di approccio lirico e di immaginario generale, gli Abduction mi hanno felicemente ricordato i Gama Bomb; difatti sulla falsa riga degli irlandesi anche il thrash metal dei sardi è infarcito di riferimenti ad una certa cultura cinematografica “nerd”, ben evidenziata da tracce quali “Grandpa Rick” ispirata dalla serie capolavoro “Rick e Morty”, dalla netta quanto assurda presa di posizione di una canzone come “If You Don’t Like Star Wars We Can’t Be Friends” o dall’iniziale “Uranus Attacck”, la cui accoppiata titolo-testo è degna di un filmaccio horror di serie Z. Thrash metal senza alcuna pretesa di risultare originale o tecnico, ma suonato con passione e con la giusta dose di “demenzialità” perfetto per fare headbanging selvaggio o per ritrovarsi a moshare in solitaria e che troverà sicuramente la sua dimensione ideale dal vivo. Non prendendosi troppo sul serio, mostrando una buona capacità nel songwriting che non risulta mai noioso e anzi mostra molta momenti estremamente godibili, gli Abduction sembrano volerci dire una semplice cosa con questo nuovo, assurdo in tutti i sensi, “Killer Holydays on Planet Earth“: It’s only thrash metal and we like it!

Skulld – Reinventing Darkness (2020)

Skuld, facendo riferimento alla mitologia norrena, era il nome di una norna (termine che etimologicamente significa “colei che bisbiglia un segreto“) che sembrerebbe potesse decidere il destino degli uomini. Tralasciando l’affascinante nome scelto dal gruppo e il suo background ricco di riferimenti alla cultura norrena, le tematiche principalmente trattate nelle liriche sono da ricondurre al mondo dell’esoterismo, del paganesimo  e di qualcosa che può essere definito come satanismo femminista, prendendo in prestito il titolo dell’ultimo brano presente su questo “Reinventing Darkness”. Evocando entità demoniache e forze pagane per lasciarle libere di infestare il regno dei mortali, con “Reinventing Darkness” gli Skulld ci trascinano in rituale esoterico che prende forma sulla base di sonorità death metal vecchia scuola che si rifanno tanto alla scena svedese quanto a certe cose fatte dagli Asphyx, ma con una buona dose di influenze black e hardcore (background da cui provengono i nostri) che affiorano spesso in superficie, con il growl urlato e lancinante della sacerdotessa Pam a farci da guida in questa discesa senza ritorno negli inferi più profondi. Un’atmosfera esoterica e infernale fa da sfondo al nostro viaggio tra le sei tappe di questo “Reinventing Darkness”, un viaggio tra rituali occulti (The Priestess), oscurità opprimente e senza fine (The Longest Hour), femminismo satanico (l’omonimo ultimo brano, uno dei migliori tanto per il contenuto lirico quanto per la parte strumentale) e antiche divinità pagane come nella quarta traccia intitolata Beaivi e incentrata sulla figura della dea del sole della cultura Sami. Tra racconti di donne che nella storia, nel passato così come, purtroppo, nel presente, son vittime di violenze, oppressione e morte da parte di una cultura patriarcale che le ha spesso indicate come streghe, pazze o figlie del demonio quando si sono ribellate e riferimenti a mitologie e rituali pagani, il death metal vecchia scuola degli Skulld colpisce nel segno con il suo mix di atmosfera, brutalità e un immaginario occulto ed esoterico. Rebels of the past, your anger shall rise… Slowly we riot!

Kombustion – Cenere (2019)

È un d-beat/metal-punk nichilista ed estremo quello che ci sparano addosso senza pietà alcuna i milanesi Kombustion, una dichiarazione di guerra senza fine decantata su sonorità aggressive che sembrano non aspettare altro che travolgerci come una furia selvaggia per lasciarci a terra inermi e privi di forze. “Cenere“, questo è il titolo del primo disco in casa Kombustion, ci regala nove tracce a cui si sommano un’intro e un breve outro, una roboante tempesta di d-beat/metal punk che pesca a piene mani dalla scena svedese più moderna e recente e principalmente da dischi come “Pray to the World” dei Wolfbrigade, “Allday Hell” dei Wolfpack e “Sekt” dei Martyrdöd, ma che non nasconde l’intimo legame che lo collega alla lezione seminale di Avskum e Anti-Cimex. Certamente non ci troviamo a livello dei gruppi appena citati, ma durante l’ascolto di questa prima fatica targata Kombustion, che inizia con l’assalto di “Rinnegato“, ci imbattiamo in una serie di tracce quali “Lato Sbagliato”, “Tutto si Spegne” o “L’Altra Faccia del Nulla” che danno l’impressione di trovarsi, impotente e rassegnati, nel bel mezzo di una tempesta che spazza via ogni cosa si trovi sul suo cammino. Altra traccia che inghiotte l’ascoltatore senza lasciar lui nessuna via di fuga è la bellissima “I am the Storm”, pezzo non inedito visto che era già stato inciso e rilasciato nel 2017 ma che in questa versione si riveste di una rinnovata brutalità, come se i Kombustion ci tendessero un’agguato che prende all’improvviso prima di scomparire nel fragore della tormenta. “Non avremo demolito tutto se non distruggiamo anche le rovine» sembrano volerci dire proprio questo, prendendo a prestito una frase accreditata al drammaturgo Alfred Jarry, i Kombustion con la loro miscela furiosa ed esplosiva di d-beat/crust e metal-punk. Spreading darkness, screaming the rage… It’s time to destroy appearing from the storm…

p.s. menzione d’onore per l’artwork di copertina che a parer mio merita moltissimo

 

 

Barbarian – To No God Shall I Kneel (2019)

To No God Shall I Kneel”, ultina fatica in studio di quella brutale macchina da guerra che risponde al nome dei Barbarian. Il loro assalto sonoro ancora una volta rappresenta il perfetto punto d’incontro tra il proto black metal di scuola Hellhammer/Celtic Frost, i Venom dei primi lavori e l’heavy metal epico di Manowar, Manilla Road e Running Wild. Il cambiamento (se proprio di cambiamento se vuole parlare) nella proposta profondamente radicata nella tradizione old school dei Barbarian è soprattutto l’evidente influenza dei Cirith Ungol più oscuri ed epici del capolavoro “One Foot in Hell”, richiamati più volte nelle atmosfere generali che accompagnano le sette tracce di questo barbarico “To No God Shall I Kneel”. In certi casi si può inoltre notare l’influenza che ha avuto un certo primordiale speed metal di gentaglia del calibro di Tyrant e Vectom sul sound dei nostri, così come un richiamo generale alla svolta intrapresa da Fenriz e i suoi Darkthrone negli ultimi dischi! Un assalto di speed/proto black metal feroce, epico ed oscuro allo stesso tempo, non si può chiedere di meglio ai Barbari pronti all’attacco per lasciare solo macerie e distruzione al loro passaggio!

“To No God Shall I Knell” si apre con un vero e proprio inno dei nostri brutali barbari intitolato “Obtuse Metal”, ennesimo brano anthemico scritto dal gruppo dopo l’iconica “Absolute Metal” presente sul precedente Cult of the Empty Grave, una cavalcata selvaggia di speed/black vecchia scuola che ci introduce alla battaglia. Si prosegue con la doppietta da brividi formata da “Birth and Death of Rish’Ah” e “Hope Annihlator“, probabilmente due delle migliori canzoni mai scritte dai Barbarian. La prima è un concentrato di speed metal classico accompagnato da assoli e melodie riconducibili tanto alla NWOBHM quanto appunto al metallo epico di Cirith Ungol e Manilla Road, mentre la seconda è un pezzo più orientato verso lidi propriamente speed/thrash di scuola Celtic Frost che però non perde mai quel sapore di heavy metal vecchia scuola, sopratutto in certi riff e nell’assolo. A seguire questa doppietta da brividi che si stampa immediatamente in testa, ci imbattiamo in un altro ottimo pezzo scritto dai nostri barbari senza pietà che non ci lascia nemmeno il tempo di riprendere fiato per continuare il massacro. Sto parlando di “Sheep Shall Obey”, traccia che viene introdotta da un’atmosfera epica e oscura che riporta alla mente immediatamente i Cirith Ungol di “One Foot in Hell” e che prosegue su sonorità che bilanciano perfettamente l’anima più heavy classica e quella speed/proto black dei Barbarian! Ci si avvia alla conclusione di questo devastante disco accompagnati dalla titletrack. I Cirith Ungol che suonano come i Celtic Frost, o viceversa. Epico e oscuro, questo brano è la degna colonna sonora con il quale termina l’assalto brutale e feroce dei Barbarian!

Che i barbari si scatenino. Che affilino le spade, che brandiscano le asce, che colpiscano senza pietà i propri nemici. Che l’odio prenda il posto della tolleranza, che il furore prenda il posto della rassegnazione, che l’oltraggio prenda il posto del rispetto. Che le orde barbariche vadano all’assalto… per non doversi più inginocchiare dinanzi a nessun dio o re, per lasciare solo macerie di ogni regno al loro passaggio!

Obsessed by Cruelty #01

1°luglio 1986. Data scolpita indelebilmente nella storia per tutti gli amanti del metal estremo…. Viene infatti pubblicato “Obsessed by Cruelty”, primo full-lenght dei tedeschi Sodom, album di culto per chi è cresciuto a pane e sonorità a cavallo tra thrash metal scuola tedesca e primordiali pulsioni black metal. Un disco fondamentale per l’evoluzione del metal estremo e delle sonorità più marce e malvagie tipiche della fine degli ’80 e degli inizi dei ’90. Visto che i Sodom e questo album in particolare, così come altre band fondamentali che pescavano a piene mani tanto dallo speed/thrash  proto black metal quanto dal punk più marcio, hanno accompagnato la mia adolescenza da trve metaller, questo articolo (magari diverrà l’ennesima rubrica di questo blog, chissà…) è dedicato a tutti voi ossessionati dalla crudeltà, cresciuti nel segno del male e devoti alla nera fiamma del metallo estremo. Come avrete capito si parlerà di tutte quelle band che ancora oggi tengono viva la nera fiamma del metal estremo attraverso la completa dedizione nei confronti di sonorità a cavallo tra speed/thrash e proto black/death metal in perfetto stile anni ’80 e che mantengono un’attitudine fortemente e sinceramente old school.
Bunker 66 ai tempi di “Inferno Interceptors” (2012)

Bunker 66, Barbarian e Noia, tre delle migliori realtà italiane dedite a sonorità speed/thrash proto black metal e che negli ultimi anni hanno tirato fuori album che avrebbero fatto sfaceli se solo fossero usciti tra il 1982 e il 1988, anni in cui Venom, Hellhammer/Celtic Frost, Bathory e Sodom vomitavano la loro malvagità primordiale e il loro estremismo sonoro barbaro e demoniaco avrebbe segnato per sempre la strada da percorrere all’interno della scena metal mondiale. Benvenuti all’inferno cari miei bastardi ossessionati dall’oscurità. Che il male sia con voi!

Si può suonare ancora marci e satanici come i primi Venom di capolavori immortali come Black Metal Welcome to Hell oggigiorno senza perdere nulla in termini di sincerità e attitudine? Si può prendere quel sound primordiale a cavallo tra speed/thrash metal e proto black metal di scuola Bathory e primissimi Sodom, aggiungerci tutta l’irruenza del punk più sporco e selvaggio, e far suonare il tutto come se ci trovassimo tra le mani un album sconosciuto registrato nei primissimi anni ’80? I fiorentini Noia a queste domande del cazzo rispondono con “Iron Death”, ultima fatica in studio che sottolinea ancora una volta il loro viscerale amore per il metallo estremo degli anni ’80 e per il punk hardcore più selvaggio e bastardo di Discharge, Anti-Cimex e compagnia. Il disco si apre con la brutale “Condemned to Hate“, manifesto di intenti dei Noia che mettono in chiaro fin da subito che non ci sarà tempo di riprendere fiato ascoltando le 10 tracce che compongono questo Iron Death, ma solamente un assalto di black/thrash metal infernale e demoniaco! Se siete cresciuti come me a pane e Bathory, Sodom, Hellhammer, Venom e compagnia estrema e ancora oggi ve li sparate nelle orecchie come se il mondo si fosse fermato nel 1985, beh il thrash/black metal imbastardito con l’irruenza del punk più barbaro e lo-fi sprigionato dai Noia su questo Iron Death è tutto quello di cui avete bisogno! Arriverà la morte e avrà le sembianze dei Noia… Ossessionati dall’oscurità, tenete alta la nera fiamma nel segno del male! It’s a total black thrash attack!

I messinesi Bunker 66 suonano un ottimo speed/black metal vecchia scuola che partendo dalla demoniaca lezione dei Venom, passando per il brutale sound catacombale di scuola Hellhammer/Celtic Frost, giunge al nero marchio infernale di Quorthon e dei suoi Bathory, il tutto suonato con l’attitudine punk/rock’n’roll selvaggia dei Motorhead e il gusto per le melodie della New Wave of British Heavy Metal. Queste le influenze che saltano all’orecchio durante l’ascolto di “Chained Down in Dirt”, ultima fatica in studio per i Bunker 66 uscita nel 2017. L’iniziale “Satan’s Countness” si apre con un riff che sottolinea fin da subito l’influenza della NWOBHM (qualcuno ha detto Satan o Angelwitch?!) e che al contempo ricorda le primissime pulsioni speed metal che portano il marchio indelebile dei Venom, per poi divampare in un thrash/black metal vecchia scuola nello stile degli Hellhammer più marci di “Satanic Rites”. La successiva “Black Steel Fever” è un’altro perfetto esempio di rapido assalto thrash/black brutale e senza fronzoli di scuola Sodom/Bathory con voce a la Quorthon che dona al pezzo un’atmosfera demoniaca e infernale. Lo speed metal satanico dei Venom ritorna prepotente nel riff che apre la quarta traccia “Under the Spell”, sicuramente una delle tracce migliori di questo “Chained Down in Dirt”, mentre l’assolo da brividi ha tutto il sapore dell’heavy metal classico, Angelwitch su tutti. “Power of the Black Torch”, settima traccia del disco, è un omaggio sincero e sentito al primitivo sound di Cronos e soci, tanto nei riff quanto nelle vocals, condito ancora una volta con un assolo che pesca a piene mani dal meglio della NWOBHM risultando perfetto. Questo viaggio verso l’inferno si conclude con “Evil Wings”, probabilmente l’essenza dello speed/black dei Bunker 66, niente più niente meno che il modo migliore per onorare Satana e per tenere alta la (nera) fiamma del metallo estremo old school! In alcuni momenti e passaggi dell’album si può sentire anche una vaga influenza dei Tyrant di “Mean Machine” del 1984 e dei Vectom di “Speed Revolution” del 1985, due vere perle semisconosciute (ma fondamentali) di primordiale speed metal tedesco che però nella ricetta dei Bunker 66 vengono imbastardite con il proto black metal infernale suonato alla maniera dei Poison di “Possessed by Hell” e degli immortali Bathory, il tutto senza perdere mai il gusto per certi riff, assoli, melodie e in alcuni casi anche linee vocali di evidente scuola NWOBHM. Preparatevi a bruciare tra le fiamme dell’inferno, preparatevi all’eterna dannazione! This is the Black Steel Fever! 

Avete mai pensato a come avrebbe potuto suonare l’epico heavy metal dei Manowar se un disco come “Into Glory Ride” fosse stato pubblicato dagli Hellhammer e al posto della squillante voce di Eric Adams ci trovassimo vomitate nelle orecchie le vocals infernali proto black metal dell’immenso Tom G. Warrior? “Cult of the Empty Grave”, ultimo album dei fiorentini Barbarian

Barbarian – Cult of the Empty Grave

pubblicato nel 2016, suona esattamente come appena descritto, aggiungendoci anche tutta la crudeltà del black/thrash dei primi Sodom di “Obsessed by Cruelty” e “In the Sign of Evil” o del brutale e oscuro “Sentenced to Death” dei Destruction! Anche nella proposta dei Barbarian, cosi come nei Bunker 66, si sente tutta l’influenza dell’heavy metal classico di scuola britannica e come già accennato sopra il viscerale amore che i nostri provano verso un certo modo di tendere l’epic metal in salsa Manowar, Running Wild o Virgin Steel. Le vocals ad opera di Boris Crossburn si pongono invece a perfetta metà strada fra i rantoli primitivi e catacombali del Tom Warrior Hellahmmer-era e il proto scream demoniaco e infernale di Tom Angelripper. Il disco si apre con la micidiale doppietta composta da “Bridgeburner” e “Whores of Redemption”, due brani che fugano ogni possibile dubbio sulla qualità della musica suonata dai nostri amati barbari, due mazzate che condensano al meglio le due anime dei Barbarian, quella più black/thrash e quella heavy classico/epic, e che spingono all’headbanging immediato! La titletrack si dimostra essere invece una cavalcata thrash/proto black che mi ha riportato alla mente immediatamente i primissimi Bathory e tutta la malvagità che Quorthon sapeva imprimere alla sua musica. Si giunge quindi ad “Absolute Metal”, vero e proprio brano iconico di questo “Cult of the Empty Grave“, pezzaccio speed/thrash/black di scuola Hellhammer e Sodom che si stampa fin da subito in testa e non se ne va più! Il disco prosegue fino alla conclusiva “Remorserless Fury” seguendo le stesse direttive, assalti speed/thrash/proto black metal che non lasciano nemmeno il tempo di riprendere fiato alternati a momenti, riff e assoli più riconducibili all’heavy classico. “Cult of the Empty Grave” è furia cieca e distruttiva come un’invasione barbarica che lascia solo morte, desolazione e macerie al suo passaggio, è una furia malvagia volta a far piombare le tenebre eterne sulla terra e a far regnare il male in ogni dove! This is Absolute Metal, questa è la sentenza di morte dei Barbarian! Evil Never Dies!

“Obsessed by cruelty, impalement for destroy
Obsessed by cruelty, deadly, cold and grey”. Ossessionati dalla crudeltà, cresciuti nel segno del male e devoti alla nera fiamma del metallo estremo, lasciamo che l’inferno si scateni libero sulla terra!

 

 

Drunkards – “Al Baghdadi and the Desert Worms” – I Guerrieri Post-Apocalittici sfidano Daesh!

 

Tornano i Drunkards con il loro nuovo “La Festa dei Pazzi” (split con un altro nome storico della scena crust, i Disforia) e lo fanno in grande stile con il videoclip dell’ottimo pezzo “Al Baghdadi and the Desert Worms”. Preparate le vostre orecchie a questo nuovo pezzaccio, un concentrato di “post apocalyptic thrash punk rock’nroll” condito con dosi ingenti di marciume e amore spassionato per l’alcool che sta sempre bene in ogni contesto. I Drunkards sono tornati! Quando il drappo nero sventolerà su San Pietro sarà giunta l’ora di brindare! Fino a quel momento, come ci insegna il video, teniamoci pronti ad imbracciare i nostri Ak da bravi guerrieri post-nucleari quali siamo e non perdiamo occasione di sfasciarci a merda tra alcool di sottobanco e concerti punk-hardcore di dubbio gusto.

“Il Bataclan ve lo diamo sulla faccia! Fanculo!” è questo il messaggio diretto a Daesh che hanno avuto più volte modo di dichiarare negli ultimi mesi gli alessandrini. Pronti a questo disastro sonoro di thrash crust punk post apocalittico? Pronti a vedere sventolare la bandiera nera sulla cupola di San Pietro? Si salvi chi può!

Informazione di servizio: questi quattro brutti ceffi suoneranno insieme ad altre strani e marci personaggi venerdì 13 in Villa Vegan a Milano, vedete di non mancare bestie che leggete per sbaglio questa merda di blog!

Sarà questo l’unico drappo nero che vedremo sventolare dall’alto della cupola di San Pietro! E a noi piace così! Fuck Daesh!