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“Yes Sir, I Will” (da Distrozione)

Dalla Taz Selvaggia all’Autogestione Generalizzata. Contributi alla Lotta dei/delle Punx Rivoluzionar*, Destinati Ad Essere Discussi, Corretti e Soprattutto Messi in Pratica Senza Perdere Tempo

Riporto un interessante contributo scritto dai compagni di Distrozione in merito agli ultimi avvenimenti interni alla sedicente “scena punk-hardcore”. E volendo citare un coro giunto alle mie orecchie durante un recente corteo contro la sorveglianza speciale e la repressione: “tenetevi le mode, tenetevi le toppe, l’hardcore è una minaccia e torna nelle lotte.” Che aspettiamo allora? Che i e le punx tornino ad essere una minaccia per l’esistente capitalista. Che presto si torni ad armare le parole che imperterriti continuamo a scrivere, cantare e urlare.

 

“Brevi note per chi si è lasciatx comprare

WHITE MAN IN HAMMERSMITH PALAIS
E’ una tranquilla sera di regime: mentre giunge la notizia dell’assassinio da parte degli sbirri di un recluso nel CPR di Gradisca da qualche parte, in uno centro sociale occupato senza nome, ad un festival HC senza nome, arriva un taxi.
Ne esce un ricco signore, imprenditore proprietario di un franchising del “food” e personaggio televisivo.
Paga l’ingresso, questo ricco signore, ed entra nello spazio.
Corpi sudati, canzoni che inneggiano alla rivoltàrivolta e all’unità della “scena”, e intanto il signore si fa selfie con tante persone in visibilio, offre da bere, si gode un paio di gruppi pubblicando addirittura una storia su instagram (in un posto dove di norma non si dovrebbero fare foto!).
Poi se ne va, sulle sue gambe, senza voltarsi indietro neanche una volta per vedere se qualche malintenzionatx lo segue.
Da questo spunto ecco 6 note per una discussione che non avverrà mai, ma che dovrebbe esserci.

EVER FEEL LIKE KILLING YOUR BOSS?
“Ma non è mica un nazi” Ha risposto qualcunx alle rimostranze di chi giudicava negativo questo evento.
Lo stato di cose che viviamo, quello che determina l’esistenza delle carceri, dei lager per migranti, delle frontiere, della polizia e dei fascisti, ha come parziale causa e motore l’accumulo e il flusso di capitali e merci.
All’interno del sistema capitalista chiunque assume un ruolo spettacolare, che come tale è funzionale al mercato cui è fruitore/fruitrice attivo/a o passivo/a.
I ruoli passivi si sprecano: lavoratore/lavoratrice, punk, attivista pacifista, tutte queste cose dettate dalla sopravvivenza o dalla passione sono ingranaggi del mercato e lo alimentano, ma non sono determinanti per la riproduzione del capitale (no, neanche il lavoratore/lavoratrice ormai).
I ruoli attivi invece non solo lo sono, ma anzi essi stessi generano capitale e ne accumulano altri: fra questi c’è la figura dell’imprenditore.
L’imprenditore di cui sopra e i suoi soci, nella fattispecie, “presiedono più di due dozzine di acclamati ristoranti nel mondo. Dal 2010 inoltre sono diventati partner di Oscar Farinetti per portare Eataly, il più grande mercato del cibo e del vino, a New York, sviluppando da quel momento le filiali nel nord e Sud America con sedi in Chicago, São Paolo, al World Trade Center, Boston e più recentemente Los Angeles” (dalla presentazione del sito).
24 ristoranti significa un’impresa che somministra lavoro salariato- cioè sfruttamento- a centinaia di persone e accumula un patrimonio che nel 2015 veniva stimato da Celebritynetworth a 15 milioni di dollari USA, oggi probabilmente triplicati.
Anche se non ci è dato sapere quanto guadagnano o come sono trattate/i i lavoratori e le lavoratrici dei ristoranti del ricco signore, conosciamo bene la condizione di chi lavora per l’azienda di cui è socio: Eataly.
Quest’azienda multimilionaria dai racconti di alcuni ex lavoratori impone “turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avviene al momento dell’affissione degli orari: solo chi figura in turno può affermare di avere ancora un lavoro!”, insomma una ricetta non poi così dissimile da quella che si sorbiscono i/le rider e tutte le vittime della gig economy.
Eataly, tra l’altro, è sempre stata la testa di ponte con cui le amministrazioni comunali hanno spinto per gentrificare interi quartieri: parliamo dell’area FICO a Bologna, città ormai in preda alla food economy più spinta dove le esperienze degli spazi sociali vengono a più riprese represse, non ultimo lo sgombero dell’ex caserma Sani settimana scorsa; parliamo di Torino, dove Eataly è complice della guerra ai poveri nell’area di Borgo Dora e Aurora, in quanto possiede il 16% delle azioni della Scuola Holden situata in mezzo al Balon, un mercato che sta venendo sgomberato per lasciar posto a studenti di storytelling (cfr. ghostwriters per politici) e turisti ricchi del cibo che fanno ricche spese all’interno del Mercato Centrale di Umberto Montano, grande amico del patron di Eataly Oscar Farinetti; e poi Milano, Firenze, Roma stessa con la gentrificazione aggressiva al quartiere testaccio, Eataly è un brand che porta devastazione e sfruttamento, il ricco signore ne è socio e ne ha aperto uno tutto suo a NY.
Stiamo parlando, insomma, di un manager di livello: ingranaggio importante del capitale sfrutta dipendenti e accumula proprietà.
Fosse stato un fascistello di borgata sarebbe stato meno pericoloso.

SMASH THE MAC
Il ricco signore è famoso anche per essere testimonial di McDonald’s, una multinazionale che da decenni distrugge l’ecosistema, assassina in quantità letteralmente industriale animali non umani, sfrutta lavoratori e lavoratrici.
McDonald’s è come Benetton, non può neanche tentare di pulirsi le mani e far finta di essere una multinazionale “illuminata” come fa Eataly, e infatti malgrado le continue campagne critiche di associazioni come greenpeace (non di “bigotti estremisti della punk police”) continua per la sua strada di fatturato e devastazione.
Fare il testimonial per un’azienda del genere vuol dire essere complici dei CEO di McDonald’s e già solo questo meriterebbe un trattamento ben diverso che chiedere di farsi un selfie.
Oppure, e forse questa è la triste realtà, a chi era contento/a e divertito/a per la presenza del ricco signore non interessa realmente ciò che fa McDonald’s agli esseri viventi e alle foreste.
Forse sono complici pure loro.

MEAT MEANS MURDER
“Essere vegani è una scelta di vita che rispetto tantissimo, ma io, in quanto essere umano, mi godo la mia posizione al vertice della piramide alimentare. E per questo mi piace mangiare tutto quello che ho sotto di me nella piramide. I vegani stanno tre o quattro gradini più in basso, ma sono fortunati, perché anche se stanno sotto non mi viene voglia di mangiarli”.
Così disse il ricco signore intervistato da Wired nel 2016.
Con il tipico disprezzo malcelato da una benevolenza posticcia da persona “open minded”, lo sfruttatore si gonfia di tutto il suo privilegio di animale umano.
E’ davvero molto poco interessante che il signore in questione “rispetti tantissimo” lo “stile di vita” vegano, dato che tutti gli allevamenti intensivi che usa per riempire i suoi piatti di esseri morti gravano ben più sulla sua responsabilità individuale di qualche finta bella parola su un giornale.
Da sempre il punk in tantissime sue forme, dallo SxE all’anarchopunk, è alfiere della critica radicale allo specismo e al consumo di carne, chissà la tristezza che proverebbe un Colin Jerwood nel vedere gente con le toppe dei Conflict sulla felpa farsi i selfie con un macellaio seriale.
Un macellaio pezzo di merda, dato che la sua campagna pubblicitaria per McDonald’s era proprio in favore degli Hamburger.

WORK REST PLAY DIE
Tutto questo a un punk non interessa.
Paga l’ingresso alla serata, si beve le birre, mosha, fa il circle quando il cantante dei Vitamin X glielo chiede e, se capita, si fa una foto col ricco signore da postare su IG.
La scena HC ormai è una sorta di sfogatoio per i cattivi istinti e una rievocazione storica di quello che era un tempo: basta risse in strada coi nazi, basta chaos tag contro gli sbirri, basta occupazioni punx.
Tutto l’illecito non è contemplato, mentre il lecito di questo esistente è permesso in nome della libertà che ci viene somministrata dallo Stato: la liceità di goderci i gruppi sessisti, i concerti negli SPRAR, gli atteggiamenti machisti, e da sabato pure gli imprenditori, salvo poi criticare come macchinette “gli hipster dello Static Shock che commercializzano la scena”, “la band che aveva firmato per l’etichetta” e tante altre ritualità dette per impotenza o per abitudine.
Dite che l’ondata di band raw punk legata al giro Static Shock o K-Town è una merda perchè “hipster”, dite che il Fluff è “fighetto”, ma invece voi cosa offrite? Un lassismo totale nell’affrontare le questioni del sessismo nella ormai quasi defunta scena e addirittura l’apprezzamento “goliardico” di un padrone?
Certo, gli hipster e chiunque mercifica la propria roba fa schifo, ma in fondo al di là delle pose “true” in cosa si differenzaia il tizio o la tizia della scena HC se non usa almeno le armi della critica?
Non gli interessa niente al punk medio, come una persona qualsiasi si gode il divertimento che gli viene somministrato dagli organizzatori e dalle organizzatrici dell’evento.
Non è un caso che ormai i dj-set trash sono una costante dopo i concerti: non pensare, vecchio skinhead, immergiti nella monnezza del divertimento senza via di scampo, provaci male con le tipe, sbronzati, che dopodomani si torna al lavoro.
E senza aver mai voluto approfondire ciò che ci suggerivano nostre band preferite, ci siamo identificatx in un ruolo e non in un’identità, e forse è tutto ciò che ci rimane.

OI! FATTIUNARISATA
Qualcunx lo dice sempre durante questi dibattiti.
Vale per l’imprenditore al centro sociale, ma si è sentito dire di fronte a cose molto più gravi, quali cori o comportamenti sessisti, razzisti e discriminatori in generale.
Sembra che la responsabilità individuale e collettiva venga meno se è detto per scherzare: effettivamente è un metodo in largo uso fra i politici di oggi, come un Salvini che fra una sparata razzista e segregazionista e l’altra si fa selfie mente mangia panini, come un Beppe Sala (sindaco di Milano) che fra uno sgombero e un’asta giudiziaria e l’altra si fa fotografare vestito da trapper o con i calzini arcobaleno. “E’ un tipo simpatico, dice le cose col sorriso, quindi non fa sul serio”.
Ridere di qualcosa di problematico, provocare, “scherzarci su” fa sì parte della storia più ‘camp’ del punk, vedasi il profluvio di svastiche del periodo settantasettino, ma non può essere un alibi.
Quando ridi metti i denti in mostra, devi aspettarti che qualcunx possa venire a romperteli, è un assunzione di responsabilità che è propria nella storia del punk quanto le provocazioni pseudo-naziste: nel 77 i/le punk italianx venivano attaccate da compagne e compagni così come dai fasci per le loro provocazioni senza nascondersi dietro la miseria del “è solo per scherzare”, oggi pare invece che tutto ciò che fa ridere non debba passare sotto le armi della critica.
Questa macchiettizzazione dell’esistente in salsa auto/post ironica è propria di una società assuefatta ai meme, è una sorta di recupero- forse involontario- di alcune prospettive situazioniste e del primo punk: queste due controculture (?) non prendevano sul serio nulla dello stato delle cose presenti perchè tutto doveva essere distrutto, oggi non prendiamo più sul serio nulla perchè tutto rimanga così com’è.
Sorridere è stupido quando si dovrebbe ringhiare.

WHENTHEMUSICSTOPS
Dopo la miseria del ricco signore, dell’imprenditore, dello chef Bastianich, e di tutto ciò che abbiamo visto e vissuto in passato nella cosiddetta “scena punk/HC” cosa resta del punk?
Resta che c’è ancora un sacco di gente che le lotte le vuole fare, gente che non ci mette più di 2 secondi a organizzare una TAZ in solidarietà a 2 compagni che resistono sui tetti di uno squat sotto sgombero, gente che fa i chilometri per sostenere i benefit.
Citando il bel racconto di Disastro Sonoro sulla TAZ in solidarietà alla gente dello squat Brankaleone sotto sgombero “l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile”.
Possibile che lo possa essere ancora e per davvero? Proviamoci.
E la prossima volta a Bastianich rubiamogli il portafoglio, almeno…
“The public opinion industry evolved, establishing all we know and loath.
But when music stops and the action is engaged, your tune will change as the audience take the stage”

Flower Power (Anti)police Punx”

Una risposta a ““Yes Sir, I Will” (da Distrozione)”

  1. Non ci si stupisca più di tanto se si prende in considerazione il festival che era in atto allo Strike…Sarebbe da rimettere in discussione, probabilmente, ‘l’etica ‘ che c’è dietro ai festival in sè. Trattasi, quasi sempre, di carovane di gruppi che sfilano e si esibiscono senza chissà quale scopo se non proprio essere lì ed esibirsi. Forse andrebbe recuperata l’etica del ‘piccolo’ e funzionale dato che anche negli scritti anarchici se ne fa spesso riferimento e soprattutto nella pratica è la cosa più funzionale. Anche per autofinanziarsi è più funzionale fare concerti piccoli (magari anche con uno scopo ulteriore politico o con un tema di controinformazione quantomeno…Che possibilmente non sia ‘Questa è Roma’…Sic) con magari un paio di gruppi ‘grossi’ ed altre 3 o 4 e farli magari più spesso per fare in modo che le giovani ‘leve’ tornino nel posto e lo frequentino. E’ una tristezza unica vedere gruppi di punk che si spostano SOLO per andare a vedere sti festival per poi magari stupirsi che c’è uno stronzo americano che gli paga pure da bere…Fai gli ‘eventi’ grossi per avere il posto pieno? non stupirti poi se è pieno di merda…

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