Spectral Wound – Infernal Decadence (2018)

Freddi come la lama di un coltello che apre ferite spettrali sui nostri corpi, squarci da cui usciranno lingue di fuoco che provengono direttamente dalla viscere dell’inferno per inghiottire questo mondo, far regnare il male e veder brillare la nera fiamma nella fredda notte dell’oblio eterno!

Cosa accomuna il Canada alla Finlandia? Probabilmente paesaggi caratterizzati da una natura selvaggia che ancora conserva tutto il suo fascino primordiale e che pone l’essere umano in una posizione di comunione, confronto costante e scontro con i ritmi che dominano l’ambiente naturale e le sue forze. Specialmente gli inverni canadesi e finlandesi non devono poi differire così tanto tra loro e così come gli sguardi abituati a panorami dominati dalla neve e dal gelo. E’ proprio questa atmosfera glaciale ad essere condensata perfettamente in “Infernal Decadence” degli Spectral Wound, probabilmente il disco black metal migliore uscito negli ultimi due-tre anni e sicuramente il mio preferito.

Gli Spectral Wound provengono dai territori canadesi del Quebec ma nella loro proposta si sente veramente poco l’influenza del tipico sound che qualcuno ha definito “Metal Noir Quebecois” (si sto proprio parlando di quegli ambigui e nazionalisti dei Forteresse, bella merda), visto che i nostri sembrano guardare unicamente alla storica scena scandinava di metà anni Novanta. Trentacinque minuti di tagliente black metal vecchia scuola dunque con le radici ben piantate nella tradizone scandinava del genere e che risente profondamente dell’influenze del “metallo nero” suonato in terra finlandese da gentaglia malefica come Sargeist e Behexen, ma riconducibile anche ad un sound tipicamente polacco. Un black metal che guarda al passato suonato con una furia devastatrice e una voracità estrema, riuscendo a creare atmosfere e armonie pur rigettando e tenendosi lontano dalle divagazioni in territoti riconducibili all’atmospheric black metal o all’utilizzo di strumenti come le tastiere. Un black metal quindi che allontana la sperimentazione rifugiandosi in un ritorno ad un sound primitivo e quasi ancestrale, dominato dall’ocurità e dal gelo e caratterizzato da un’efferatezza e un’aggressività esecutiva senza eguali.

Il disco si apre con la mestosa Woods from Which the Spirits Once so Loudly Howle e bastan pochissimi secondi per innamorarsene e capire che ci troviamo davanti ad un disco black metal di altissimo livello. Si tratta di uno dei brani sicuramente migliori del disco che pur nella sua furia devastatrice riesce grazie al tremolo picking a creare un’atmosfera glaciale ed oscura, in cui lo screaming infernale di Jonah sembra evocare forze naturali primitive e spiriti ancestrali che si impossessano del regno dei vivi. La conclusione di “Infernal Decadence” è invece affidata a “Imperial Thanatosis”, traccia in cui gli Spectral Wound rallentano decisamente il tiro lasciando emergere una vena molto più atmosferica che gioca molto sulle armonie e sulle melodie costruite dalle due chitarre, dimostrando di possedere un gusto sopraffino nel songwriting e nel saper controllare perfettamente la nera fiamma che li anima, riuscendo a non perdere nulla in termini di malvagita e oscurità pur quando i ritmi vengono rallentanti.

E’ dunque un muro di suono solido e quasi impenetrabile quello contro cui ci scontreremo ascoltando “Infernal Decadence”, un black metal primitivo brutale come una tempesta di neve in cui svolge un ruolo da padrone assoluto il riffing furioso, serratissimo e glaciale ma sempre melodico che non si fa scrupoli ad abusare del classico tremolo picking, così come furiosi e serrattissimi sono i martellanti blast beats che sorreggono l’infernale screaming del cantante Jonah. “Infernal Decadence” riesce a catturare e condensare nelle sei devastanti tracce che lo compongono quel sound gelido, crudo e infernale tipico del black metal scandinavo e in particolare di quello finlandese, che non scade mai in una caoticità fine a se stessa ma riesce a dosarla, a controllarla e a renderla armoniosa pur mantenendo intatta tutta la sua brutalità.

We The Heatens – Approaching Thunder (2019)

Che i pagani si scatenino. Che affilino le spade, che brandiscano le asce, che colpiscano senza pietà i propri nemici. Che l’odio prenda il posto della tolleranza, che il furore prenda il posto della rassegnazione, che l’oltraggio prenda il posto del rispetto. Che le orde pagane vadano all’assalto per lasciare solo rovine di ogni regno e di ogni impero al proprio passaggio.

Un’orda di pagani che appare dalle foreste e irrompe nelle roccaforti della civiltà come un tuono in avvicinamento per depredare e saccheggiare, per devastare e lasciare solo macerie del vecchio mondo, per appiccare focolai di rivolta in ogni territorio dell’impero, per sconvolgere il quieto vivere che domina l’esistente. Questo sono i (nuovi) We the Heatens e questa è grosso modo l’immagine che porta alla mente l’ascolto di “Approaching Thunder”.

“Approaching Thunder” ultimo album in casa We the Heatens, ha la potenza devastatrice di un’incursione pagana che apre percorsi scoscesi quanto inesplorati, ma sopratutto segna l’inizio di un nuovo percorso sonoro per il gruppo del Wisconsin che non si fa problemi ad abbattere le frontiere della propria musica. Nati come gruppo folk-punk e da un sound caratterizzato dalla presenza di stumenti quali mandolino, violino e violoncello, i We the Heatens decidono di invertire la rotta del loro progetto, spingendolo oltre ogni confine opprimente e qualsiasi possibile etichettamento. Passando dall’essere un progetto interamente acustico, oggi i nostri hanno aggiunto come base della loro musica una struttura sorretta da due chitarre, un basso e una batteria, rendendo irreversibile il processo di indurimento del proprio sound, spostandolo dunque verso territori a metà strada tra il thrash metal e il crust punk, ma con un sapore che può tradire influenze e melodie ricondicibili all’universo (pop) punk rock. La primitiva natura folk del gruppo però emerge costantemente nel corso dell’album, tanto per la presenza del violino e del violoncello quanto per un certo gusto nelle composizioni, nel songwriting ma sopratutto nel riarrangiamento visto che le otto le tracce che compongono questo “Approaching Thunder” non sono inediti, bensi si tratta di vecchi pezzi riregistrati nella nuova veste come le bellissime “Lung of Lies”, “The Order” o “Neurotic Decay” apparse originariamente sullo splendido “The Blood Behind the Dam“, ultimo lavoro interamente folk e acustico pubblicato fino ad oggi dai We The Heatens. Come suonano oggi i We the heatens quindi? Come un caos armonizzato fatto di pezzi anthemici sostenuti da epiche melodie di violino e violoncello, ritmi d-beat martellanti e tutta la brutale ruvidezza e aggressività de metal e del punk, il tutto senza rinnegare per nemmeno un istante l’anima folk da sempre presente nel loro sound. Inni di rivolta come “Crooked Kings” sono da cantare a squarciagola e da mettere in pratica nel momento stesso in cui invitano all’azione: “It’s time to get violent
It’s time to break the silence, we all know the real enemy”. Disco devastante, una tempesta di tuoni e fulmini che non lascia scampo, un’orda di pagani che  distrugge ogni cosa si trovi sul loro cammino.

Noi siamo i barbari calati per saccheggiare l’impero e gozzovigliare sulle sue rovine.
Noi siamo il selvatico che infesta le crepe di questa civiltà. Noi, i pagani che danzano in tondo nella notte e sono divorati dalle fiamme.

 

“Yes Sir, I Will” (da Distrozione)

Dalla Taz Selvaggia all’Autogestione Generalizzata. Contributi alla Lotta dei/delle Punx Rivoluzionar*, Destinati Ad Essere Discussi, Corretti e Soprattutto Messi in Pratica Senza Perdere Tempo

Riporto un interessante contributo scritto dai compagni di Distrozione in merito agli ultimi avvenimenti interni alla sedicente “scena punk-hardcore”. E volendo citare un coro giunto alle mie orecchie durante un recente corteo contro la sorveglianza speciale e la repressione: “tenetevi le mode, tenetevi le toppe, l’hardcore è una minaccia e torna nelle lotte.” Che aspettiamo allora? Che i e le punx tornino ad essere una minaccia per l’esistente capitalista. Che presto si torni ad armare le parole che imperterriti continuamo a scrivere, cantare e urlare.

 

“Brevi note per chi si è lasciatx comprare

WHITE MAN IN HAMMERSMITH PALAIS
E’ una tranquilla sera di regime: mentre giunge la notizia dell’assassinio da parte degli sbirri di un recluso nel CPR di Gradisca da qualche parte, in uno centro sociale occupato senza nome, ad un festival HC senza nome, arriva un taxi.
Ne esce un ricco signore, imprenditore proprietario di un franchising del “food” e personaggio televisivo.
Paga l’ingresso, questo ricco signore, ed entra nello spazio.
Corpi sudati, canzoni che inneggiano alla rivoltàrivolta e all’unità della “scena”, e intanto il signore si fa selfie con tante persone in visibilio, offre da bere, si gode un paio di gruppi pubblicando addirittura una storia su instagram (in un posto dove di norma non si dovrebbero fare foto!).
Poi se ne va, sulle sue gambe, senza voltarsi indietro neanche una volta per vedere se qualche malintenzionatx lo segue.
Da questo spunto ecco 6 note per una discussione che non avverrà mai, ma che dovrebbe esserci.

EVER FEEL LIKE KILLING YOUR BOSS?
“Ma non è mica un nazi” Ha risposto qualcunx alle rimostranze di chi giudicava negativo questo evento.
Lo stato di cose che viviamo, quello che determina l’esistenza delle carceri, dei lager per migranti, delle frontiere, della polizia e dei fascisti, ha come parziale causa e motore l’accumulo e il flusso di capitali e merci.
All’interno del sistema capitalista chiunque assume un ruolo spettacolare, che come tale è funzionale al mercato cui è fruitore/fruitrice attivo/a o passivo/a.
I ruoli passivi si sprecano: lavoratore/lavoratrice, punk, attivista pacifista, tutte queste cose dettate dalla sopravvivenza o dalla passione sono ingranaggi del mercato e lo alimentano, ma non sono determinanti per la riproduzione del capitale (no, neanche il lavoratore/lavoratrice ormai).
I ruoli attivi invece non solo lo sono, ma anzi essi stessi generano capitale e ne accumulano altri: fra questi c’è la figura dell’imprenditore.
L’imprenditore di cui sopra e i suoi soci, nella fattispecie, “presiedono più di due dozzine di acclamati ristoranti nel mondo. Dal 2010 inoltre sono diventati partner di Oscar Farinetti per portare Eataly, il più grande mercato del cibo e del vino, a New York, sviluppando da quel momento le filiali nel nord e Sud America con sedi in Chicago, São Paolo, al World Trade Center, Boston e più recentemente Los Angeles” (dalla presentazione del sito).
24 ristoranti significa un’impresa che somministra lavoro salariato- cioè sfruttamento- a centinaia di persone e accumula un patrimonio che nel 2015 veniva stimato da Celebritynetworth a 15 milioni di dollari USA, oggi probabilmente triplicati.
Anche se non ci è dato sapere quanto guadagnano o come sono trattate/i i lavoratori e le lavoratrici dei ristoranti del ricco signore, conosciamo bene la condizione di chi lavora per l’azienda di cui è socio: Eataly.
Quest’azienda multimilionaria dai racconti di alcuni ex lavoratori impone “turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avviene al momento dell’affissione degli orari: solo chi figura in turno può affermare di avere ancora un lavoro!”, insomma una ricetta non poi così dissimile da quella che si sorbiscono i/le rider e tutte le vittime della gig economy.
Eataly, tra l’altro, è sempre stata la testa di ponte con cui le amministrazioni comunali hanno spinto per gentrificare interi quartieri: parliamo dell’area FICO a Bologna, città ormai in preda alla food economy più spinta dove le esperienze degli spazi sociali vengono a più riprese represse, non ultimo lo sgombero dell’ex caserma Sani settimana scorsa; parliamo di Torino, dove Eataly è complice della guerra ai poveri nell’area di Borgo Dora e Aurora, in quanto possiede il 16% delle azioni della Scuola Holden situata in mezzo al Balon, un mercato che sta venendo sgomberato per lasciar posto a studenti di storytelling (cfr. ghostwriters per politici) e turisti ricchi del cibo che fanno ricche spese all’interno del Mercato Centrale di Umberto Montano, grande amico del patron di Eataly Oscar Farinetti; e poi Milano, Firenze, Roma stessa con la gentrificazione aggressiva al quartiere testaccio, Eataly è un brand che porta devastazione e sfruttamento, il ricco signore ne è socio e ne ha aperto uno tutto suo a NY.
Stiamo parlando, insomma, di un manager di livello: ingranaggio importante del capitale sfrutta dipendenti e accumula proprietà.
Fosse stato un fascistello di borgata sarebbe stato meno pericoloso.

SMASH THE MAC
Il ricco signore è famoso anche per essere testimonial di McDonald’s, una multinazionale che da decenni distrugge l’ecosistema, assassina in quantità letteralmente industriale animali non umani, sfrutta lavoratori e lavoratrici.
McDonald’s è come Benetton, non può neanche tentare di pulirsi le mani e far finta di essere una multinazionale “illuminata” come fa Eataly, e infatti malgrado le continue campagne critiche di associazioni come greenpeace (non di “bigotti estremisti della punk police”) continua per la sua strada di fatturato e devastazione.
Fare il testimonial per un’azienda del genere vuol dire essere complici dei CEO di McDonald’s e già solo questo meriterebbe un trattamento ben diverso che chiedere di farsi un selfie.
Oppure, e forse questa è la triste realtà, a chi era contento/a e divertito/a per la presenza del ricco signore non interessa realmente ciò che fa McDonald’s agli esseri viventi e alle foreste.
Forse sono complici pure loro.

MEAT MEANS MURDER
“Essere vegani è una scelta di vita che rispetto tantissimo, ma io, in quanto essere umano, mi godo la mia posizione al vertice della piramide alimentare. E per questo mi piace mangiare tutto quello che ho sotto di me nella piramide. I vegani stanno tre o quattro gradini più in basso, ma sono fortunati, perché anche se stanno sotto non mi viene voglia di mangiarli”.
Così disse il ricco signore intervistato da Wired nel 2016.
Con il tipico disprezzo malcelato da una benevolenza posticcia da persona “open minded”, lo sfruttatore si gonfia di tutto il suo privilegio di animale umano.
E’ davvero molto poco interessante che il signore in questione “rispetti tantissimo” lo “stile di vita” vegano, dato che tutti gli allevamenti intensivi che usa per riempire i suoi piatti di esseri morti gravano ben più sulla sua responsabilità individuale di qualche finta bella parola su un giornale.
Da sempre il punk in tantissime sue forme, dallo SxE all’anarchopunk, è alfiere della critica radicale allo specismo e al consumo di carne, chissà la tristezza che proverebbe un Colin Jerwood nel vedere gente con le toppe dei Conflict sulla felpa farsi i selfie con un macellaio seriale.
Un macellaio pezzo di merda, dato che la sua campagna pubblicitaria per McDonald’s era proprio in favore degli Hamburger.

WORK REST PLAY DIE
Tutto questo a un punk non interessa.
Paga l’ingresso alla serata, si beve le birre, mosha, fa il circle quando il cantante dei Vitamin X glielo chiede e, se capita, si fa una foto col ricco signore da postare su IG.
La scena HC ormai è una sorta di sfogatoio per i cattivi istinti e una rievocazione storica di quello che era un tempo: basta risse in strada coi nazi, basta chaos tag contro gli sbirri, basta occupazioni punx.
Tutto l’illecito non è contemplato, mentre il lecito di questo esistente è permesso in nome della libertà che ci viene somministrata dallo Stato: la liceità di goderci i gruppi sessisti, i concerti negli SPRAR, gli atteggiamenti machisti, e da sabato pure gli imprenditori, salvo poi criticare come macchinette “gli hipster dello Static Shock che commercializzano la scena”, “la band che aveva firmato per l’etichetta” e tante altre ritualità dette per impotenza o per abitudine.
Dite che l’ondata di band raw punk legata al giro Static Shock o K-Town è una merda perchè “hipster”, dite che il Fluff è “fighetto”, ma invece voi cosa offrite? Un lassismo totale nell’affrontare le questioni del sessismo nella ormai quasi defunta scena e addirittura l’apprezzamento “goliardico” di un padrone?
Certo, gli hipster e chiunque mercifica la propria roba fa schifo, ma in fondo al di là delle pose “true” in cosa si differenzaia il tizio o la tizia della scena HC se non usa almeno le armi della critica?
Non gli interessa niente al punk medio, come una persona qualsiasi si gode il divertimento che gli viene somministrato dagli organizzatori e dalle organizzatrici dell’evento.
Non è un caso che ormai i dj-set trash sono una costante dopo i concerti: non pensare, vecchio skinhead, immergiti nella monnezza del divertimento senza via di scampo, provaci male con le tipe, sbronzati, che dopodomani si torna al lavoro.
E senza aver mai voluto approfondire ciò che ci suggerivano nostre band preferite, ci siamo identificatx in un ruolo e non in un’identità, e forse è tutto ciò che ci rimane.

OI! FATTIUNARISATA
Qualcunx lo dice sempre durante questi dibattiti.
Vale per l’imprenditore al centro sociale, ma si è sentito dire di fronte a cose molto più gravi, quali cori o comportamenti sessisti, razzisti e discriminatori in generale.
Sembra che la responsabilità individuale e collettiva venga meno se è detto per scherzare: effettivamente è un metodo in largo uso fra i politici di oggi, come un Salvini che fra una sparata razzista e segregazionista e l’altra si fa selfie mente mangia panini, come un Beppe Sala (sindaco di Milano) che fra uno sgombero e un’asta giudiziaria e l’altra si fa fotografare vestito da trapper o con i calzini arcobaleno. “E’ un tipo simpatico, dice le cose col sorriso, quindi non fa sul serio”.
Ridere di qualcosa di problematico, provocare, “scherzarci su” fa sì parte della storia più ‘camp’ del punk, vedasi il profluvio di svastiche del periodo settantasettino, ma non può essere un alibi.
Quando ridi metti i denti in mostra, devi aspettarti che qualcunx possa venire a romperteli, è un assunzione di responsabilità che è propria nella storia del punk quanto le provocazioni pseudo-naziste: nel 77 i/le punk italianx venivano attaccate da compagne e compagni così come dai fasci per le loro provocazioni senza nascondersi dietro la miseria del “è solo per scherzare”, oggi pare invece che tutto ciò che fa ridere non debba passare sotto le armi della critica.
Questa macchiettizzazione dell’esistente in salsa auto/post ironica è propria di una società assuefatta ai meme, è una sorta di recupero- forse involontario- di alcune prospettive situazioniste e del primo punk: queste due controculture (?) non prendevano sul serio nulla dello stato delle cose presenti perchè tutto doveva essere distrutto, oggi non prendiamo più sul serio nulla perchè tutto rimanga così com’è.
Sorridere è stupido quando si dovrebbe ringhiare.

WHENTHEMUSICSTOPS
Dopo la miseria del ricco signore, dell’imprenditore, dello chef Bastianich, e di tutto ciò che abbiamo visto e vissuto in passato nella cosiddetta “scena punk/HC” cosa resta del punk?
Resta che c’è ancora un sacco di gente che le lotte le vuole fare, gente che non ci mette più di 2 secondi a organizzare una TAZ in solidarietà a 2 compagni che resistono sui tetti di uno squat sotto sgombero, gente che fa i chilometri per sostenere i benefit.
Citando il bel racconto di Disastro Sonoro sulla TAZ in solidarietà alla gente dello squat Brankaleone sotto sgombero “l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile”.
Possibile che lo possa essere ancora e per davvero? Proviamoci.
E la prossima volta a Bastianich rubiamogli il portafoglio, almeno…
“The public opinion industry evolved, establishing all we know and loath.
But when music stops and the action is engaged, your tune will change as the audience take the stage”

Flower Power (Anti)police Punx”

Exulansis – Sequestered Sympathy (2019)

“Sequestered Sympathy”, ultima fatica in studio rilasciata ad ottobre dagli Exulansis, terzetto proveniente dall’Oregon composto dalla violinista Andrea Morgan, dal chitarrista James Henderson e dal batterista Mark Morgan (tutti e tre impegnati anche nelle parti vocali e in quelle acustiche), è una perla di rara bellezza all’interno del panorama della musica estrema. Quando partono le note della title-track, brano posto in apertura del disco, si viene immediatamente inghiottiti da un’atmosfera malinconica (ma al contempo sognante) che ci avvolge e lascia col fiato sospeso per un bel po’ di minuti, prima di esplodere in uno screaming (ad opera del batterista Mark) carico di disperazione e da un forsennato riffing di natura black metal, il tutto sorretto in modo maestoso dalle leggiadre armonie create dal violino. Una costante tensione tra la quiete costruita da parti acustiche e passaggi atmosferici e una tempesta sorretta da brutali blast beats e riff serratissimi di matrice black metal/neocrust caratterizza la proposta degli Exulansis per tutta la durata del disco e delle sei tracce che lo compongono, una tensione che nei momenti di quiete trasmette un senso di vaga inquietudine, salvo poi deflagrare nella più ruggente delle tempeste dominata da devastanti urla di sofferenza e smarrimento.

Brano dopo brano si rimane costantemente estasiati dinanzi alla magnificienza dei paesaggi costruiti dalle sognanti armonie del violino che si intrecciano alle melodie della chitarra creando atmosfere a volte oscure, altre malinconiche. La brutale ed estrema bellezza di “Sequestered Sympathy” e della musica suonata dagli Exulansis si rivela in modo chiaro e lampante nel loro saper bilanciare e alternare perfettamente questa costante tensione che li anima, tensone che in alcuni momenti tende a spingerli alla ricerca di una quiete tanto agognata quanto sofferta, mentre in altri sembra abbandonarli in un vortice di disperazione come una violenta burrasca che sorprende in mare aperto e che non lascia speranze di salvezza. Questa tensione si manifesta anche, sul lato musicale, nella capacità dei nostri di regalarci momenti inaspettati come la seconda traccia “Barren” o come la conclusiva “A Helpless Witness, To Such Pain”, tracce interamente acustiche e dal sapore profondamente neo-folk. In tracce dalla durata maggiore come “Despondent” o “Dead Can’t Die“, momenti del disco che ho apprezzato maggiormente, gli Exulansis riescono ad amalgamare perfettamente l’ampio spettro di influenze che convivono nella loro proposta musicale e prendendoci per mano ci danno un assaggio di tutte queste loro sfumature.

Possiamo infatti imbatterci in parti più black metal e atmosferiche in cui risultano essere moltissimi i richiami ai Wolves in the Throne Room, agli Addaura e a tutta quella scena denominata “cascadian black metal”, mentre quando veniamo sorpresi dai passaggi più folk ci viene riportato alla mente il Panopticon acustico sia di “Autumn Eternal” sia quello più recente di “The Scars of Men on the Once Nameless Wilderness”. I momenti dal sapore neocrust possono ricordarci tanto i Fall of Efrara quanto gli Ekkaia, accompagnati da una presenza costante e sublime del violino che rievoca gruppi come i Morrow o gli Ashkara. Inoltre la capacità degli Exulansis di costruire un pattern di melodie, armonie e atmosfere di una bellezza e di una sensibilità rarissime  sembrano accumunare molti i gruppi prodotti ultimamente da Alerta Antifascista Records come i Dead to a Dying Word, gli Archivist e i Terra Mater. Un vortice maestoso ed epico quello suonato dagli Exulansis in cui si amalgano alla perfezone tutte le loro influenze che spaziano quindi dal doom al neo crust, dal black metal atmosferico e alla musica folk senza che nessuna di queste influenze sembri fuori posto per nemmeno un secondo o prevalga sulle altre.

Un’immagine, per meglio dire un dipinto, ha occupato la mia mente fin dal primo ascolto di questo disco, ovvero quel capolavoro dell’arte romantica che è “Il Viandante sul Mare di Nebbia” di Caspar Friedrich. Proprio come il personaggio protagonista del dipinto contempla la maestosità del panorama avvolto dalla nebbia, pur essendo sull’orlo di un precipizio, provando una sensazione di totale estasi ed inquietudine dinanzi al paesaggio infinito che si apre dinanzi ai suoi occhi, nella sua solitudine il viandante che si imbatte nelle note di “Sequestered Sympathy” prova lo stesso stato d’animo misto di sgomento e stupore di fronte alla magnificienza e alla sublime atmosfera creata dalla musica degli Exulansis.

 

Saccage – Khaos Mortem (2019)

Tra le macerie di scenari urbani post-apocalittici opera probabilmente di una guerra nucleare, si aggira una strana banda di selvaggi che sembra essere stata rigettata fuori direttamente dalle viscere dell’inferno per portare caos e morte su ciò che rimane del pianeta terra. Un’orda barbarica che si aggira minacciosa tra le lande desolate e abbandonate da ogni forma di vita, pronta ad abbattersi come una ruggente tempesta di fulmini e tuoni su qualsiasi cosa sfuggita alla distruzione totale. Sventolando alto il drappo del male sotto un cielo che preannuncia temporali senza fine e oscurità eterna, i Saccage sono gli emissari del caos che divorerà questo mondo. Il giorno del giudizio si avvicina, non c’è nessun domani certo ma solamente il qui e ora. Non ci resta che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo o abbandonarci alla vile morte?

Una furia cieca e selvaggia che prende il meglio del metal estremo e del crust punk e li unisce in una formula brutale e devastatrice che non placa la sua famelica ira distruttrice dinanzi a niente e nessuno. Questa è in estrema sintesi quello che ci troveremo sparato a tutta velocità nelle orecchie su “Kahos Mortem”, ultima fatica in studio per i Saccage, gruppo canadese proveniente dal Quebec e impegnato a suonare un ibrido bastardo capace di concentrare solo il meglio che la musica estrema ha da offrire, tanto in ambito metal quanto in quello punk. Un muro di suono solido e devastante che non si fa scrupoli a tritare tutto ciò che trova sul suo cammino, mezzora di assalto barbaro ad ogni fortezza e ogni certezza che deflagra come una molotov lanciata con tutto la rabbia che si ha nel cuore. Dieci tracce cantante in francese da una voce a metà strada tra il growl di derivazione death metal e un ruggito pù vicino a sonorità crust-grind a cui si somma “Mort par la Mort“, pezzo che vuole rappresentare un tributo ai Nunslaughter; dieci tracce che tracciano una mappa perfetta e quasi esaustiva capace di toccare tutti i territori della musica estrema, dal death metal più brutale di scuola Bolt Thrower al grindcore dei Terrorizer di “World Downfall”, passando per le radici dei nostri sempre ben piantate nel pantano del più marcio crust punk dei primissimi Extreme Noise Terror o degli Extinction of Mankind, a cui sommano assalti di natura thrash metal, ritmi d-beat martellanti, blast beats tritaossa come se non ci fosse un domani e sferzate di black metal suonato alla maniera dei Darkhtrone di album come “FOAD” e “Circle the Wagons”. I Saccage definiscono il loro sound semplicemente come “Satanic Black Death Crust” e forse per una volta l’etichetta riesce a racchiudere al meglio tutte le svariate influenze presenti nel vortice di caos e distruzione contenuto su questo incredibile e brutale “Kahos Mortem”. Dall’attacco dell’iniziale “Dechirure” fino a giungere alla conclusiva “La Kermesse du Chernier”, ci troviamo inghiotti in una furiosa e violenta tempesta di metal/punk estremo che non ci lascia tregua e in cui ci è impossibile riprendere fiato, rischiando di soccombere sotto i colpi mortali di tracce come “Souillure Spectrale”, “Jugement (le régicide eurythmique), “Ivresse Liberatrice” e “Le Debaucher”. I Saccage sono una vera e propria orda del caos emersa dagli inferi e venuta sulla terra per portare solamente morte e distruzione. E c’è da essere sinceri, sono estremamente bravi nel far quello che fanno. Ora tocca a noi scegliere il nostro destino: partecipare alla devastazione totale di questo mondo o soccombere tra i suoi orrori?

Evil Fragments #02

E’ di marzo dello scorso anno il primo e unico capitolo di questa rubrica che porta il nome di un disco dei giapponesi Effigy, uno dei migliori gruppi a suonare quel magnifico ibrido tra crust punk e thrash metal che ha reso immortali nella storia della musica estrema i nomi di gente come Amebix Axegrinder, Sacrilege e compagnia. Non è difficile perciò capire di cosa tratterò in questa rubrica, ovvero i dischi più interessanti in ambito crust punk, stenchcore e d-beat usciti recentemente e che meritano perciò la mia così come la vostra attenzione. Doomsday hour has come, evil fragments will swallow you!

 

Tapioca – Demo (2020)

Vengono dalla British Columbia, territorio canadese, hanno un nome che riprende un prodotto alimentare derivato dalla lavorazione della Manioca, pianta originaria del Sud America, e buona parte dei loro testi è scritta e cantata in cinese. Questi sono i Tapioca e in questa loro primissima fatica ci regalano venti minuti di ibrido bastardo tra l’anarcho-crust punk e sonorità più orientate verso territori metal che ha le radici piantate in profondità nelle sonorità, così come nell’immaginario e nelle tematiche, riconducibili a gruppi come i Nausea, i Contravene, i grandiosi Appalachian Terror Unite, i Nux Vomica, gli Scatha di “Respect, Protect, Reconnect” e i Sedition di “Earth Beat”. La demo in questione si compone di cinque tracce a cui si somma una cover dei Fear of God posta in chiusura che toccano gli argomenti più classici e cari all’anarcho-crust punk, dalla critica della guerra e del patriottismo fino alla presa di posizione ecologista contro la catastrofe climatica e ambientale causata dal capitalismo che sfrutta l’uomo così come devasta e saccheggia i territori. Il filo conduttore che lega nell’insieme il progetto Tapioca e le cinque tracce della demo è ben delineato dallo “slogan” che accompagno il gruppo canadese: “We went from being, to having, to appearing…”. Una presa di coscienza netta e forte nei confronti del consumismo, della mercificazione e della proprietà, tutti germi che vengono coltivati internamente dall’economia capitalista stessa e che sembrano ormai dominare le esistenze degli esseri umani. Un’ottimo debutto per i Tapioca, autori di un anarcho-crust punk metallizzato se non del tutto originale certamente suonato con passione e attitudine e per questo estremamente godibile per chiunque sia follemente infatuato dei gruppi citati in apertura di recensione, come il sottoscritto del resto.

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Warkrusher – All is Not Lost (2019)

Anche i Warkrusher come i Tapioca provengono dalle terre canadesi, però questa volta dalla parte opposta rispetto alla British Columbia, ovvero dal Quebec e anche loro con questa demo intitolata “All Is Not Lost” e rilasciata nel dicembre del 2019 sono alla loro primissima fatica in studio. In appena venti minuti e cinque tracce i canadesi Warkrusher ci sparano nelle orecchie il loro sound pesantemente influenzato da sonorità riconducibili all’universo stenchcore e ad apocalittici territori crust punk sia di gruppi seminali come i Deviated Istinct o i Misery, sia di gruppi crust della seconda ondata degli anni ’00 come i magnifici Hellshock o i War//Plague. In tracce come “Tyranny of Vengeance/All Is Not Lost” e “Endless Night” si possono sentire infatti tanto le influenze dei Misery di “Children of War” quanto quelle dei War//Plague di “Temperaments of War”, mentre in “Screaming from Hell“, traccia con cui termina questa demo, si possono addirittura sentire lontani richiami agli Effigy di “Grindin Metal Massacre“. Cinque tracce di ottimo stench-crust che se fossero state pubblicate agli inizi degli anni duemila, in pieno revival crust punk, avrebbero sicuramente riscosso maggiori consensi. Ma i Warkrusher se ne fregano di tutto questo, seguono una strada ben precisa, suonano stenchcore e crust punk come piace a loro e ribadiscono un concetto fondamentale: “Non tutto è ancora perduto!”

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Paranoid – Kind of Noise (2019)

A pochissimi giorni dalla fine del 2o19 i Paranaoid hanno vomitato fuori dal nulla questo nuovo ep intitolato “Kind of Noise”, un titolo che più emblematico non si può per definire la proposta ed il sound degli svedesi. Fedeli da sempre al culto di Kawakami e dei Disclose, i Paranoid ci regalano quattro tracce che invertono leggermente la rotta rispetto a “Heavy Mental Fuck Up!” rilasciato ormai due anni fa, disco segnato da uno spostamento molto più netto verso lidi propriamente metal, nel quale le sonorità riconducibili ai Venom erano più accentuate che mai. Su questo “Kind of Noise” i Paranoid sembrano aver fatto un importante ritorno al passato, riuscendo a ricreare perfettamente quella furia di d-beat hardcore rumoroso e distorto influenzato in egual modo dai Disclose e Framtid, onnipresenti nel sound dei nostri, e dal fondamentale kangpunk svedese di Totalitar e Mob47 che caratterizzò i loro primi lavori. Un vortice distruttivo e violento come solamente un temporale tuonante nei cieli scandinavi sa essere, una tempesta di caos che trita e devasta qualsiasi cosa in cui si imbatte sul suo percorso. Con questo “Kind of Noise” il sound dei Paranoid rappresenta ancora il miglior punto di incontro tra due scuole seminali dell’hardcore e del d-beat mondiali, quella giapponese più caotica e distorta e quella svedese più violenta e ruggente, una vera e propria furia devastatrice di rumore assordante di cui si sentiva sinceramente il bisogno in questi tempi bui in cui la scena hardcore mondiale è preda della moda “raw punk”. Fuck off and die, this is just a kind of jawbreaking mangle devastation!

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Dishönor – S/t (2019)

La mancanza pressochè totale di informazioni certe e contatti rende i Dishönor una creatura estremamente affascinante e misteriosa. Si sa veramente poco sul loro conto, se non che vengono da Salonicco in Grecia e che su questo loro primo lavoro ci offrono un ottimo d-beat/crust influenzato in egual misura da gruppi come Doom, Discharge, Hiatus, Visions of War, Disgust e compagnia brutta e cattiva intenta a suonare il più brutale e martellante d-beat possibile. Fin dalla copertina di questo self-titled debutto dei Dishönor si può facilmente comprendere quale sia la tematica centrale attorno alla quale ruotano le dieci tracce, ovvero una feroce presa di coscienza antimilitarista contro la brutalità della guerra, i suoi orrori e il sistema capitalista che nella guerra ha i suoi interessi economico-finanziari e che vede negli esseri umani solamente carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto. Tracce quali l’iniziale “War Victims”, “Savagies of War” e “Neverending Bombraid” sono esempi perfetti tanto della solidità e dell’inaudita violenza del d-beat/crust suonato dai greci quanto delle tematiche appena elencate, a cui si affiancano pezzi e liriche che trattano altri argomenti classici del genere come le visioni post-apocalittiche intimamente legate ad un imminente catastrofe ambientale, l’incertezza del futuro causata da un sistema economico predatorio che inquina, devasta e distrugge l’ecosistema e la critica del potere, della gerarchia e dell’autorità. Niente di nuovo sia sul fronte delle sonorità che sul fronte delle tematiche affrontate, questo è innegabile, ma nonostante ciò questa prima fatica dei Dishönor suona tutt’altro che scontata o noiosa, e anzi, per tutti gli amanti di un certo sound è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato facendosi trafiggere da queste dieci schegge di d-beat/crust violento e indomabile! Inoltre parte dei soldi ricavati dalla vendita di questo self-titled album sono benefit per supportare le spese e le lotte del movimento anarchico greco, quindi cazzo volete di più? Nights without end, reality or nightmare? Will this ever end?

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Swordwielder – System Overlord (2019)

noi danziamo in tondo nella notte e siamo divorati dal fuoco…

Venti di tempesta invadono queste lande desolate dove ci troviamo costretti a vagare senza metà e a sopravvivere. L’inverno è alle porte mentre le orde del caos e della distruzione si aggirano finalmente libere ed incontrastate tra le rovine del vecchio mondo. All’orizzonte si possono ancora scorgere fuochi di rivolta che verranno presto inghiottiti dall’ultimo tramonto preannunciando l’ora più buia. Nessun futuro per il mondo di oggi, solo l’oscurità che non lascia scampo. E allora noi danzeremo in tondo nella notte oscura e cammineremo su strade illuminate dalle fiamme della rivolta che ci divorano, le stesse fiamme che inghiottono (mai sazie) le macerie del mondo dominato dal capitale e dalla gerarchia. Su quale musica dunque danzeremo tra le fiamme e il fuoco quando arriverà l’ultima notte dell’insurrezione?

Probabilmente “System Overlord , ultima creatura partorita nell’oscurità dagli svedesi Swordwielder tramite la Profane Existence records è la miglior risposta e forse l’unica possibile. Se “Howl of Dynamite” degli Storm of Sedition è stato il mio disco preferito del 2019, questa nuova fatica degli Swordwielder rientra certamente tra i miei ascolti più costanti e assidui di tutto l’anno appena terminato. Quarantacinque minuti di epico, apocalittico ed oscuro stenchcore/crust punk profondamente radicato nel fertile terreno britannico di fine anni ottanta e nella seminale lezione che va dagli Amebix ai Deviated Instinsct passando per gli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man”, gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness” e qualcosa pure dei primissimi Bolt Thrower. Uno stenchcore dai toni apocalittici e dalle atmosfere epiche quello suonato dagli Swordwielder e lo si può notare fin da Violent Revolution”, traccia d’apertura di “System Overlord”, un rabbioso inno da urlare a squarciagola sul campo di battaglia per dichiarare guerra aperta e brutale contro questo mondo affinchè tra le macerie della rivolta potremo danzare liberi e veder sorgere un nuovo sole. Traccia dopo traccia, veniamo inghiottiti da una furiosa tempesta di rovinoso stench-crust che alterna devastanti assalti a spada sguainata, ben rappresentati da tracce quali “Second Attack” e “Savage Execution“, a momenti in cui svettano le atmosfere epiche e al contempo oscure costruite sapientemente dagli Swordwielder, gruppo oramai giunto all’apice della propria maturazione artistica. Gli esempi migliori di questa atmosfera epica che aleggia imperiosa su tutto “System Overlord” possono essere ritrovati nell’introduzione acustica e nel riff dominante di “Nuclear Winter“, così come nel rallentamento centrale della quinta traccia “Cyborg” che sottolinea una tensione crescente che potrebbe sfociare nuovamente in tempesta squarciando l’apparente e labile quiete da un momento all’altro. Giungendo al termine di questa furibonda tormenta di stenchcore che lascia solamente corpi senza vita e macerie alle sue spalle, ci imbattiamo in “Northern Lights”, traccia conclusiva del disco, una traccia dominata da un’atmosfera sofferta (sottolineata sopratutto dal cantato) che sembra rappresentare la degna colonna sonora per accompagnare la fine della battaglia, in bilico tra toni di maestosa epicità e gli ultimi assalti con la spada sanguinante stretta in pugno e agitata sotto un cielo tuonante che preannuncia la pioggia. Condensando in nove tracce tutte le sfumature d’immaginario che vanno dalle visioni post-apocalittiche degli Amebix di “Arise” agli scenari guerreschi e barbarici dei Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”, gli Swordwielder ci regalano un disco di epico stenchcore che pare incurante del tempo che passa e proprio da questa incuranza trae tutta la sua magnificenza e la sua bellezza. Nella suo incedere maestoso e battagliero “System Overlord” sembra volerci lasciare un solo messaggio, una sola strada da percorre nella tempesta che avanza: non c’è più nienta da salvare, ma tutto il mondo da distruggere. 

 

Trespasser – Чому не вийшло? (2019)

Che le nere fiamme del black metal divampino e risplendano tra le macerie del capitalismo e di ogni Stato. Per l’insurrezione, per l’anarchia, per la distruzione dell’NSBM.

“Morte a tutti coloro che ostacolano la libertà dei lavoratori”, recitava queste parole la bandiera della Machnovščina, letteralmente armata nera, l’esercito insurrezionale anarchico formato da contadini e operai guidato da Nestor Mahkno che dal 1918 al 1921 tentò di costruire il socialismo libertario in terra Ucraina, combattendo armi in braccio sia l’invasione delle truppe austro-tedesche quanto l’autoritarismo bolscevico post Rivoluzione d’Ottobre. L’esempio rivoluzionario e gli ideali anarco-comunisti che segnano la storia della Machnovščina sono la tematica centrale di “Чому не вийшло?” il nuovo disco dei Trespasser, gruppo svedese impegnato a suonare un black metal fortemente politicizzato in senso anarchico, antifascista e anticapitalista. Anche se stando a quanto sostiene la mente che sta dietro al progetto Trespasser, ovvero XVI, quello che troveremo ad ascoltare su “Чому не вийшло?” non è black metal, bensì “musica politica” e le sette tracce che compongono il disco non sono nient’altro che inni anarchici da intonare sulle barricate mentre le nere fiamme risplenderanno in tutta la loro bellezza tra le rovine del capitalismo e di ogni Stato.

Musicalmente, al di là di quanto sostenuto dal compagno XVI, il disco, della durata che si aggira intorno alla mezzora abbondante, è un’assalto brutale di primordiale metallo nero che riporta alla mente certamente gli Iskra (e anche qualcosa dei Black Kronstadt) ma sopratutto un sound tipicamente scandinavo che richiama la seconda wave del black metal quella più vicina ai Marduk, ai primissimi Satyricon, sopratutto nei passaggi acustici quasi folk di tracce quali “Death to Fight Death” e ai Watain. Questa tempesta di primitivo black metal viene però impreziosita in modo originale da melodie e citazioni riprese direttamente della tradizione dei canti anarchici, come per esempio nella terza traccia che nel titolo, nel testo e musicalmente riprende la famosa “A las Barricadas”, inno anarchico cantato durante la guerra civile spagnola. Il disco si apre con la splendida “Haunted Like Wolves”, probabilmente uno dei momenti migliori dell’album insieme alle già citate “Death to Fight Death” e “To The Barricades!”, una cavalcata di black metal dal riffing serratissimo e dai blast beast martellanti che rappresenta al meglio il sound proposto dai Trespasser, il punto d’incontro perfetto tra gli Iskra, gli ultimi Storm of Sedition e il black metal scandinavo della seconda metà degli anni novanta. Altra traccia che ho apprezzato moltissimo è stata “Tachanka”, il cui titolo indica una tipica mitragliatrice montata su un carro trainato da cavalli la cui diffusione sul campo di battaglia si deve attribuire proprio alla Machnovščina e di cui possiamo vederne una raffigurazione sulla copertina dello stesso “Чому не вийшло?”. Come già detto sopra, ‘ispirazione lirica che accompagna il disco è impregnata di storia del movimento anarchico ucraino e della guerra civile ucraina, e risulta estremamente affascinante imbattersi in tracce come la penultima “The Execution of Grigoriev”, che racconta le vicende e la meritata fine dell’opportunista e infame Nikifor Grigoriev, leader militare conosciuto per esser stato alleato prima dei Bolscevichi e poi della controrivoluzione guidata da Denikin. Infine il disco di conclude con l’ultimo inno anarchico intitolato “Miscreant Dawn”, traccia che è riuscita a portarmi alla memoria anche qualcosa dei primi Darkhtrone e che recitando “have sown the wind now they will reap the storm” suona come un’avvertimento per chiunque proverà ancora ad ostacolare la strada verso la libertà del proletariato.

La motivazione con cui è nato il progetto Trespasser è quella di contrastare attivamente l’avanzata e la diffusione di posizioni nazi-fasciste all’interno della scena black metal mondiale e questo “Чому не вийшло?” è solamente il primo passo per spazzar via la piaga del NSBM per sempre dal metal estremo. Sette inni di black metal anarchico da ascoltare direttamente sulle barricate e che faranno da colonna sonora alla prossima insurrezione. E guai a chi ostacolerà la strada per la libertà della classe lavoratrice…

L’Hardcore è Ancora una Minaccia per l’Esistente

Milano, quartiere Bovisa, una fredda notte di gennaio. Dopo tre giorni di resistenza allo sgombero, davanti alla Casa Brancaleone occupata e con due compagni sul tetto che non hanno nessuna intenzione di cedere nemmeno un metro a celere, digos e pompieri che li vorrebbero tirare giù, nella serata di giovedì 23 si è svolta una taz hardcore organizzata in fretta e furia pochissime ore prima. E non c’è posto migliore in cui suonare hardcore punk se non in una situazione di conflitto reale come quella di uno sgombero e di una tenace resistenza che prosegue da giorni (sta terminando il quarto al momento in cui sto scrivendo queste righe), riprendendoci le strade di una metropoli come quella di Milano sempre delle mani dei padroni della cosidetta “riqualificazione urbana” che altro non è se non l’ennessimo processo di gentrificazione in una città vetrina asservita agli interessi del capitale, una città in preda ad una psicosi securitaria e che sventola alto il drappo del decoro e della legalità contro tutto ciò che la pacificazione sociale impone di considerare “diverso” e “deviante”, ovvero immigrati, chi occupa le case, i punx che suonano nelle strade o nei posti abbandonati, i senzatetto, gli ultimi di ogni sorta e tutti gli sfruttati che cercano di attaccare questo sistema economico-politico che opprime e reprime.

Dalla mattina di martedì 21, data di inizio dello sgombero di Casa Brancaleone, però un presidio di solidali e complici ha occupato stabilmente il piazzale sottostante l’occupazione completamente invaso da agenti della digos, da camionette di polizia e carabinieri, dalla celere e dai pompieri, dimostrando come “solidarietà” e “complicità” non siano solo parole vuote ripetute senza pensarci, bensì si tramutano in azione concreta. E questo tramutarsi in azione della s0lidarietà rende possibile, a distanza di giorni, parlare di uno sgombero che non è avvenuto e che difficilmente verrà portato a termine con facilità visto che i compagni che resistono sul tetto del Branka sono più decisi che mai a non cedere e a riprendersi il cielo grigio che domina sopra la metropoli milanese.

Milano, quartiere Bovisa. A riscaldare la fredda notte di quasi fine gennaio e i corpi (e i cuori) dei presenti al presidio così come dei due compagni che resistono ancora adesso sul tetto del Branka ci hanno pensato alcuni dei migliori gruppi della scena diy e hardcore milanese degli ultimi anni, ovvero Kobra, Peep, The Seeker e Shoki. Una taz organizzata nel tardo pomeriggio, praticamente improvvisata, ha dimostrato dove deve tornare ad essere suonato l’hardcore punk e cosa deve tornare ad essere l’hardcore punk. Il concerto di ieri sera è stata una boccata d’aria fresca nonchè la riprova che l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile. Saremo sempre il degrado che avanza nel vostro quieto vivere fatto di sgomberi, polizia, carceri e controllo totale delle nostre esistenze. Risplenda il nostro fuoco sotto cieli di piombo.

Solidali e complici sempre con Casa Brancaleone e con chi resiste sul tetto così come al presidio.

Ci volete morti, ma siamo noi che vi condanniamo a morte al suono della nostra musica e al suono del nostro rumore, sempre in direzione ostinata e contraria! 

Brucia! – 15 Febbraio, Taz benefit Operazione Prometeo

Il 15 febbraio TAZ hardcore benefit Op Prometeo con Minoranza di Uno/ Crepa/ Qumran/ Ultimo Respiro/ Schifonoia, a seguire DJ Set da qualche parte in zona Modena. 

Di seguito il volantino scritto dai compagni e dalle compagne che hanno chiamate la Taz:

BRUCIA!
Il mondo brucia, il tutto si riduce ad uno spettacolo, dove noi non siamo nient’altro che spettatori e spettatrici, dove il nostro “agire” si basa su reazioni dettate da social nel groviglio di algoritmi sotto l’occhio di un controllo poliziesco che si allarga sempre di più, divenendo base della nostra quotidianità e forma di una vuota socializzazione. E mentre la mano poliziesca opprime, arresta, tortura e uccide, si fa largo un altro mondo fatto di lusso, risa stridule derivanti da pance gonfie di ricchezze, ingurgitate da quelle piccole bocche sporche di merda e coperta da folti baffi arricciati, con i loro nuovi prodotti, i loro nuovi marchi bioveganchilometrozero ecc. e con coscienza smart. Essi son gli agenti del cambiamento nei quartieri, dove piccole botteghe fioriscono accanto a dehors di bar che vendono birre artigianali ad alto costo e locali per chi ha il portafogli gonfio, così da perdersi nell’apparente gioia di un divertimento che ha il sapore di morte. Dunque, giungono le ruspe e con esse la celere, per scacciare gli/le indesiderat e dar spazio ad intraprendenti architetti ed ingegneri, specialisti del rinnovamento economico.
Viviamo in tempi bui, certo, ma il nuovo sta giungendo: ha il colore dell’acciaio, il tepore di luci di svariate forme e colori che decoreranno le strade, ha la certezza della sicurezza dove una rete di controllo poliziesca permanente e ramificata eviterà ogni minaccia all’esistente e il verde di un ecologismo spogliato della propria forza sovversiva che si fa sempre più mercato. Il tutto viene riassorbito dal Capitale e il tutto è economizzabile, tutto è mercato, tutto diviene denaro. E in questo processo si ritrova il punk ormai incastonato in un processo di normalizzazione, tra festival costosi che nulla hanno di politico e/o radicale, scalate nella scena, logiche concorrenziali pur di strappare quella fetta di riconoscimento sociale che ha l’appannaggio e il tanfo del potere. Il diverso diviene parte degli ingranaggi del reale, attira e incuriosisce; fenomeni da baraccone per cui si pagherebbe fior fiori di soldi, l’importante è imparare a stare al proprio posto e recitare il proprio ruolo nel grosso macchinario divertentistico della gentrificazione.
Eppure il mondo brucia, ma spesso quel fuoco che arde non è l’effetto di processi di arricchimento e spoliazione, ma ad appiccarlo è la mano generosa e desiderante di un individuo che ha riscoperto il fascino dell’avventura della rivolta. Nella freddezza di quest’esistente, momenti di calore si fanno sentire ancora e seppur cercano di soffocarci e disperderci, di strapparci alle nostre relazioni ed affetti, crediamo che il momento per leccarci le ferite non sia giunto, ma bisogna continuare a sperimentare nuove forme di rivolta per aprire nuove prospettive di sovversione. Abbiamo deciso di far nostra la pratica della TAZ per tentare di far ritornare il punk alle sue radici insurrezionali, per diffondere una pratica conflittuale che ognun può far propria. Contro sgomberi e gentrificazione, contro il divertimento imposto e i loro meccanismi di relazione, riappropriarsi – momentaneamente – di un posto per ritornare ad essere una minaccia, per incontrarci e cospirare assieme, per ritrovare il piacere della condivisione e della gioia, per riprenderci le nostre vite e continuare ad attaccare l’esistente.”