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Caged – “Freedom for All, Solidarity for the Comrades”

Riporto il breve comunicato con cui i Caged, gruppo metalcore bolognese, accompagnano la pubblicazione di una loro nuova traccia (The Death Upon the Sea) per sostenere le compagne e i compagni arrestate/i nelle scorse ore nel corso dell’operazione “Ritrovo”.

“Questa traccia la pubblichiamo per sostenere compagn* arrestat* durante l’operazione repressiva “Ritrovo”.
Siccome non è possibile in questo momento fare concerti benefit abbiamo pensato a contribuire con questa raccolta.
Abbiamo per questo deciso di mettere un’offerta minima per il download della traccia. Link: https://cagedxvx.bandcamp.com/

Tutto il ricavato verrà devoluto a sostenere le spese legali de* compagn* anarchic* indagat* e incarcerat* a causa dell’operazione repressiva “Ritrovo”, del 13 maggio 2020.
Per chi fosse interessat* ad approfondire la questione e volesse scrivere a prigionier*, vi indirizziamo a questo link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Tutt* Liber*
Per un mondo senza gabbie ne frontiere!

We publish this track to support the comrades arrested during the “Ritrovo” repressive operation.
Since it is not possible at this time to do benefit concerts, we thought to contribute with this fundraising.
We have therefore decided to put a minimum offer to download the track.

All proceeds will be donated to support the legal costs of the anarchist comrades investigated and imprisoned due to the “Ritrovo” repressive operation, of 13 May 2020.
For those interested in investigating the matter and wanting to write to prisoners, we direct you to this link:
oltreilcarcere.noblogs.org/post/2020/05/14/chi-lotta-non-e-mai-solx/

Freedom for all!
For a world without cages or borders!”

 

“Delle Galere Solo Macerie” – Solidarietà ai/alle compagni/e arrestati/e a Bologna

Disastro Sonoro, lo sapete benissimo, è un progetto anzitutto politico che vede nel punk hardcore in tutte le sue forme uno dei tanti mezzi per diffondere reali minacce contro questo esistente capitalista che si fonda sull’oppressione, sullo sfruttamento e sulla repressione delle nostre vite. È per questo che come Disastro Sonoro ho sempre preso posizione netta quando compagne e compagni, che lottano per una vita radicalmente diversa, vengono colpiti dalla repressione dello Stato. E lo faccio anche adesso visto che questa notte a Bologna sono stati arrestati 7 compagni e compagne nell’operazione “Ritrovo” coordinata dai ROS.

OPERAZIONE RITROVO

Nella notte tra il 12 e il 13 maggio 2020 in esecuzione di un’ordinanza del GIP di Bologna scatta l’operazione Ritrovo coordinata dai ROS.

I/le compagnx arrestatx sono sette: Elena, Leo, Zipeppe, Stefi, Nicole, Guido e Duccio. Ad altrx cinque compagnx, Martino, Otta, Angelo, Emma e Tommi, è stato dato l’obbligo di dimora a Bologna con le firme quotidiane.

L’accusa è di associazione con finalità di terrorismo (270bis) per chi ha la misura cautelare in carcere.
Gli altri reati contestati sono istigazione a delinquere (414cp), deturpamento e danneggiamento(639 e 635 cp), e per una sola persona incendio (423cp), con aggravante di finalità eversiva. L’inchiesta a carico della Procura di Bologna è partita in seguito ad un attacco incendiario contro ripetitori di reti televisive, ponti radio degli sbirri, e antenne di ditte che forniscono sistemi di intercettazioni e sorveglianza audio-video. “Spegnere le antenne, risvegliare le coscienze solidali con gli anarchici detenuti e sorvegliati” la scritta ritrovata vicino al luogo dell’incendio.

Di seguito gli indirizzi per scirvere a i.le compagnx arrestatx:

ELENA RIVA
NICOLE SAVOIA
Strada delle Novate, 65
29122 Piacenza

DUCCIO CENNI
GUIDO PAOLETTI
via Arginone, 327
44122, Ferrara

GIUSEPPE CAPRIOLI
LEONARDO NERI
Strada Alessandria, 50/A
15121 San Michele, Alessandria

STEFANIA CAROLEI
via Gravellona, 240
27029, Vigevano (PV)

LIBERTÀ SUBITO PER TUTTI E TUTTE!

Solidarietà e complicità sempre e comunque con chi lotta contro l’esistente, i suoi difensori e contro questo quieto vivere e questa alienante pacificazione sociale imposte a colpi di repressione, sgomberi, sorveglianza, controlli, sbirri, telecamere, carceri e oppressione quotidiana. Risplenda presto il nostro fuoco sotto cieli di piombo, affinché delle galere non rimangano che macerie!

 

 

“Shadows of the Past” // Ablach – Aon (2009)

Nel lontano 2009 gli scozzesi Ablach irrompevano sulle scene pubblicando “Aon”,  praticamente un perla dimenticata di grindcore old school che non sarebbe affatto sfigurato su qualche compilation della Earache negli anni ’90. Il concentrato di questa prima fatica in studio è per l’appunto un grindcore vecchia scuola che ancora mostra tutta l’influenza primitiva dell’hardcore punk più politicizzato, riottoso e  aggressivo, i cui passi si muovono sulle coordinate tracciate da mostri sacri quali Extreme Noise Terror (influenza che emerge prepotentemente dall’utilizzo di due voci, una più grind e l’altra a tratti più crust-hc), Napalm Death e Terrorizer, ma che strizza l’occhio anche ai primi lavori dei Nasum. Non è un caso infatti che, tra le tredici schegge di grindcore impazzito che ci sparano addosso gli Ablach con questo “Aon“, troviamo una cover dei Napalm Death (Unchallenged Hate) e una dei Terrorizer (Corporation Pull In), oltre a tracce assolutamente senza pietà e devastanti come  Confessit & Declait Furth o Obar Dheathain. Uno degli aspetti più interessanti però di questo primo lavoro in casa Ablach è senza ombra di dubbio l’influenza lirica e linguistica che hanno avuto la mitologia, il folklore e la storia scozzese e irlandese sul loro personale modo di intendere e suonare grindcore incazzato e politicamente schierato. A partire dal nome scelto dal gruppo che richiama Emain Ablach, un mitico paradiso insulare della mitologia irlandese, fino a giungere al titolo dell’album (che significa letteralmente “uno” o “primo”) e a buona parte dei testi scritti e urlati in lingua gaelica, passando per l’artwork di copertina che richiama l’immaginario celtico caro a gruppi come gli Oi Polloi!, il grindcore degli scozzesi, pur rimanendo ancorato ai mostri sacri del genere, palesa fin da subito la volontà di ricercare una sua propria identità, mostrando già una buona dose di personalità. Questo retaggio storico-culturale di matrice scozzese e gaelica evoca inoltre un’atmosfera generale, tanto nell’immaginario quanto nei momenti che tradiscono il retaggio hardcore del grind suonato dagli Ablach, che mi ha spesso riportato alla mente le stesse sensazioni che mi trasmettono dischi come “Respect, Protect, Reconnect” degli Scatha o “Earthbeat” dei Sedition, storici e fondamentali gruppi crust/hardcore emersi dalla scena scozzese tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Le tematiche affrontate nelle liriche sono quelle più classiche e tipiche del primo grindcore e dell’hardcore, passando dai toni apocalittici di una possibile fine del mondo a problematiche sociali come la violenza domestica e l’alcolismo, il tutto con una forte impronta politica e una tensione riottosa e belligerante che emerge dall’intensità con cui gli Ablach ci sputano addosso tutta la rabbia e l’odio che hanno nel cuore.

Se siete cresciuti con i gruppi sopracitati e ancora oggi non potete fare a meno di ascoltarvi capolavori immortali del calibro di “A Holocaust in Your Head” o “World Downfall“, il gaelic grindcore concentrato nelle tredici devastanti tracce di questo “Aon”  è quello che fa per voi. Ancora una volta, grindcore o barbarie.

 

 

 

 

Dead to a Dying World – Elegy (2019)

 

Stando alle parole stesse degli A Dead to a Dying World questo terzo lavoro in studio intitolato “Elegy vuole essere una sorta di premonizione di un mondo post-umano attraverso l’esplorazione di sensazioni come la perdita, lo smarrimento e il dolore. Avventurarsi nell’ascolto delle sei composizioni che compongono “Elegy” assume presto le sembianze di un’esperienza di un viaggiatore solitario che vaga in un mondo sopravvissuto alla catastrofe ambientale e che all’orizzonte vede sorgere l’alba di una nuova era ecologica. Un po’ come il famoso viandante sul mare di nebbia, la sensazione di estasi dinanzi alla magnificenza e al sublime della natura ci travolgerà nel corso dei sei brani e ci troveremo a contemplare la maestosità dei paesaggi dipinti ed evocati dalla polimorfa musica suonata dai Dead to a Dying World, una musica in costante tensione tra la quiete e la tempesta, nonchè un disco che vive di contrasti e sfumature, di atmosfere malinconiche e di disperati e tumultuosi assalti dal sapore black metal. “Elegy” dei Dead to a Dying World, in qualsiasi modo lo si voglia leggere o interpretare, è una perla di rara bellezza all’interno del panorama musicale estremo odierno. Ma cerchiamo di andare con ordine e di orientarci in questo turbinio di emozioni e suoni cangianti.

L’intero lavoro prende dunque la forma di una riflessione profonda della relazione tra l’uomo e la natura, esplorando tale rapporto nel passato, nel presente e sopratutto nell’imminente futuro. Inoltre “Elegy” è connotato da una forte impronta ecologista, trattando la questione della devastazione ambientale e dell’antropocene che ha già segnato l’inizio della sesta estinzione attraverso un’ottica che vede come responsabile della catastrofe ecologica che stiamo attraversando e che si annuncia ancora più terribile nel futuro più prossimo, la fame di profitto e di risorse naturali dell’economica capitalista.

Il sound dei texani Dead to a Dying World (che loro stessi definiscono elemental dark metal) è come un dipinto ad acquerello, in cui le varie tonalità e sfumature di colore si mescolano e contaminano senza però mai perdere completamente la loro identità. Così accade per le differenti anime che attraversano le sei composizioni sontuose di questo “Elegy”, costantemente in tensione verso burrascosi momenti black metal e passaggi in cui vengono dipinti in maniera epica momenti di calma apparente o di quiete sognante grazie a intermezzi ambientali e atmosferici, il tutto comunque dominato da una profonda e intima venatura malinconica sempre presente nel sound dei nostri. Nel corso dell’album ci imbattiamo anche in melodie e arpeggi di natura post-rock che conferiscono un’ulteriore e personale sfumatura all’insieme, così come passaggi ambient o altri ancora contraddistinti da sonorità folk tese verso paesaggi a metà strada tra toni sublimi ed epici e tensioni apocalittiche. Infine impossibile non venire ammaliati dalle melodie malinconiche ma al tempo stesso sognanti create con maestria dalla viola (suonata da Eva Vonne) che tolgono letteralmente il fiato per quanto riescono ad essere evocative, trasmettendo sensazioni di labile calma e di nostalgica rassegnazione dinanzi alla presa di coscienza della maestosità della natura e della finitezza dell’essere umano.

Le vocals che principalmente si alternano tra una femminile (Heidi Moore) e una maschile (Mike Yeager), che vengono supportate su questo album dalla presenza di ospiti del calibro di Jarboe o Thor Harris (entrambi ex Swans) tra gli altri, enfatizzano tutto quello che abbiamo detto finora sul sound dei Dead to a Dying World grazie alla loro interpretazione profondamente evocativa nei momenti di quiete, così come prontamente lancinanti quando si lasciano andare ad uno screaming sofferente per accompagnare gli assalti black metal.

Le sei composizioni sono ben bilanciate, alternandosi tra tracce dalla lunga durata (tutte superiori ai dieci minuti) e monolitiche nella loro evoluzione e intensi quanto brevi intermezzi finalizzati a smorzare la tensione generale dell’album e a concedere oscuri momenti di quiete. Il primo di questi intermezzi è rappresentato da “Syzygy“, brano posto ad introduzione del disco, una litania dalle tinte scure e in cui fa subito capolinea la vena malinconica che contraddistingue la proposta dei Dead to a Dying World, enfatizzata dall’interpretazione evocativa delle vocals ad opera di Mike. La successiva “The Seer’s Embrace” irrompe improvvisamente come una tuonante tempesta in cui la voce di Mike si alterna tra growl cavernosi e un sofferto screaming black metal e con le melodie della viola a sottolineare nuovamente l’atmosfera malinconica. L’intero lavoro si dirama, come già detto, su queste due strade, una tesa verso l’esplosione di burrasche e tormente che sembrano non aver fine e l’altra che cede al richiamo intimo di una tranquillità effimera quanto sognante.

In modo simile all’esperienza avuta con lo splendido “Sequestered Sympathy “ degli Exulansis, l’ascolto di questo “Elegy” trasmette sensazioni degne del romanticismo artistico e letterario, evocando quella reazione di inquietudine e stupore dell’uomo che si trova a contemplare estasiato la sublime maestosità (tanto affascinante quanto brutale) della natura,  prendendo consapevolezza del suo essere finito e insignificante di fronte alla magnificenza dei paesaggi naturali che si distendono infiniti davanti ai suoi occhi increduli. È infatti un disco che a partire dal bellissimo artwork di copertina permette di viaggiare con la mente, facendoci immaginare di star percorrendo paesaggi montani che svettano imperiosi avvolti dalle nuvole, foreste primigenie dominate da forze ed entità naturali o sulla cima di scogliere a strapiombo su un oceano agitato che ruggisce riecheggiando nel vento, preannunciando una tempesta senza fine e che non lascerà scampo.

Gli stessi colori e sfumature che dominano l’artwork di copertina richiamano, a mio avviso, le differenti pulsioni e le molteplici tensioni che attraversano e animano la musica dei Dead to a Dying World, dalle melodie degli archi che sottolineano i momenti più malinconici e decadenti, alle sfuriate di chitarra con il riffing sempre serratissimo ad enfatizzare le brevi quanto letali incursioni in territori (post) black metal accomunabili ai Wolves In The Throne Room o agli ultimi Downfall of Gaia , il tutto ritornando sempre a quel porto sicuro rappresentato da un muro sonoro che si dirama lungo cordinate doom-sludge e in cui i rallentamenti, le atmosfere, i momenti ambientali e le divagazioni folk la fanno da padroni assoluti.

Giunti ormai alla conclusione di questa “recensione”-viaggio, Il solitario viandante che si imbatte nella musica di“Elegy” sarà dunque improvvisamente assalito da uno stato d’animo di completa estasi e di vaga inquietudine dinanzi  alla magnificenza e ai sublimi paesaggi dipinti dalla musica dei Dead to a Dying World. Un album di una bellezza e di una sensibilità rarissime e certamente tra i migliori pubblicati lo scorso anno, un’esperienza intensa in costante tensione tra momenti di quiete effimera e improvvise quanto ruggenti tempeste che travolgono senza pietà.

Agnosy – When Daylight Reveals the Torture (2019)

Quando l’ennesimo temporale sopraggiunge all’improvviso coprendo di nuvole un cielo artificiale, quando l’ora più buia sembra ormai giunta,  quando l’ultima luce del giorno rivela visioni orribili di tortura, morte, distruzione e illumina paesaggi desolati e privi ormai di ogni forma di vita… Incubo o realtà? 

Un sound temprato dalle frequenti piogge e dai cieli plumbei che dominano i paesaggi e le città britanniche ci travolge appena ci addentriamo nell’ascolto di questo affascinante “When Daylight Reveals the Torture”, terza fatica in studio dei londinesi Agnosy e per quanto mi riguarda, uno dei dischi migliori dello scorso anno.

Quelle sonorità che si rifanno in egual misura agli Axegrinder, agli Amebix, ai Sacrilege e in generale a tutto quel brodo primordiale rappresentato dalla seminale scena estrema (punk e metal) underground britannica a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, sembrano non avere mai cessato di esercitare il loro fascino sulle generazioni successive. Tra i tanti gruppi che si rifanno a quel sound primitivo di crust punk apocalittico e oscuro che incorpora dentro se tanto ingredienti thrash metal (e primitive pulsioni di metal più estremo) quanto tensioni che richiamano l’aggressività e lo spirito riottoso dell’anarcho punk della prima ora, non nascondendo il gusto per la costruzione di momenti atmosferici e passaggi in cui le melodie disegnano momenti di quiete e paesaggi epici ed al contempo angoscianti, troviamo senza ombra di dubbio da anni i londinesi Agnosy autori di dischi interessanti come “Point of No Return” e il successivo “Traits of the Past” del 2014. Lo scorso anno, dopo una lunga assenza, i nostri son tornati sulle scene con il nuovo, bellissimo a parer mio, “When Daylight Reveals the Torture“, un disco di perfetto crust punk britannico che sintetizza perfettamente, in sette tracce, tutta la maestosità degli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man“, dei Sacrilege di “Behind the Realms of Madness” e degli Hellbastard di “Heading fot Internal Darkness“, riuscendo ad evocare in molti frangenti addirittura atmosfere più apocalittiche e toni di tetra e desolante epicità a la Amebix. L’atmosfera generale che attraversa le sette tracce, creata dal sapiente ricorso ad un riffing melodico e ai rallentamenti, riesce a dipingere paesaggi che ondeggiano costantemente tra l’epico e il malinconico, dando la sensazione di osservare la pioggia che batte incessantemente sulle sporche finestre di un gelido squat sperduto nella periferia industriale di qualche metropoli durante un’inverno che appare senza fine strisciando nelle viscere, mentre anneghiamo in litri di alcool di infima qualità una spirale di paranoie, desolazione e rassegnazione che cerca di inghiottirci.

Uno dei brani che ho apprezzato di più è senza ombra di dubbio “No Friends but the Mountains”, introdotto da una lenta melodia malinconica che prende la forma di una litania oscura e dal sapore vagamente doom, prima di esplodere in una cavalcata di classico crust punk britannico vecchia scuola. Il titolo del brano potrebbe essere una citazione voluta ad un’opera autobiografica scritta da Behrouz Boochani, giornalista e attivista curdo noto per essere tuttora detenuto nel campo profughi sull’Isola di Manus dopo che  le autorità australiane gli negarono l’asilo politco. Le liriche invece affrontano la questione della rivoluzione in Rojava, sottolineando la presa di posizione netta degli Agnosy in solidarietà e supporto a questo progetto rivoluzionario, femminista ed ecologista. La conclusiva “Rise of the Right” introdotta ancora una volta da una melodia oscura, ha un testo fortemente caratterizzato da una posizone antifascista in un momento storico come quello attuale di profonda crisi del capitalismo, in cui i nazi-fascisti tornano a mettere i loro sporchi musi fuori dalle fogne. Infine come non citare il refrain melodico principale della titletrack, un brano a mio avviso magnifico e completo che riesce a condensare dentro di sè tanto le tensioni più epiche quanto toni dal sapore apocalittico, che si stampa in testa al primo ascolto e non vi abbandonerà più.

Con “When Daylight Reveals the Torture” i londinesi Agnosy ci hanno regalato, ad oggi, il lavoro più intenso e completo della loro carriera, riuscendo finalmente a dare la propria impronta personale al loro crust punk intimamente legato alla tradizione britannica del genere e all’immortale quanto seminale scena underground degli ’80. Ancora una volta incatenati nell’oscurità di un inverno eterno, fino a quando la luce del giorno non tornerà a rivelare la tortura a cui siamo condannati…

 

 

Extinction of Mankind – Storm of Resentment (2018)

Dopo che cessano le urla più strazianti, dopo che la tempesta si avvia a placarsi, irrompe il silenzio più assordante e la quiete appare come un’incubo da cui è impossibile svegliarsi…

Due anni fa ormai usciva questo “Storm of Resentment, ultima fatica in studio per i veterani del crust punk britannico che rispondono al nome di Extinction of Mankind, gentaglia brutta, sporca e cattiva sulle scene dal 1992. La proposta degli Extinction of Mankind affonda le sue marciulente radici in quel brodo primordiale in cui confluiscono influenze derivate dall’anarco-punk e pulsioni di metal proto-estremo tipico dell’underground inglese degli anni ’80, quel sound primitivo e selvaggio passato poi alla storia come crust punk o come stenchcore, termine praticamente coniato dai Deviated Instinct per descrivere il proprio selvaggio e brutale sound . Ancora una volta il gruppo britannico sintetizza nella propria musica la fondamentale lezione di gruppi seminali come gli Amebix, gli Antisect, gli Hellbastard e gli Axegrinder, portando avanti un sound volutamente old school e che non ha alcun interesse ad abbandonare quel crust punk apocalittico che ha segnato i passati lavori della band. È infatti nuovamente una tempesta di apocalittico stench-crust di tradizione britannica ad inghiottirci senza pietà in un voragine di rassegnazione, miseria e nichilismo estremo, come a volerci dire che l’incubo continua e che dall’oscurità non si può più fuggire. Atmosfere apocalittiche e oscure avvolgono le varie tracce, con un riffing dalla natura profondamente thrash metal (il riff iniziale della prima traccia Cash Cow, per fare un esempio) che ricorda tanto gli Axegrinder quanto gli Hellbastard ad evocare i momenti più robusti e sostenuti, nonostante la proposta degli Extinction of Mankind preferisca sempre giocare con i rallentamenti e le atmosfere piuttosto che lasciarsi andare ad assalti furiosi fini a se stessi. “Storm of Resentment” nel complesso è un disco solido e che non mostra cedimenti tirando dritto per la sua strada e con alcune tracce che sembrano non lasciare alcuna speranza di sopravvivenza come Engage the Enemy, After the Screams is the Loudest Silence e la stessa titletrack, tuonanti assalti che lasciano impotenti dinanzi all’orrore di paesaggi desolati evocati dai toni apocalittici che permeano l’intero lavoro.  Certamente non troviamo nulla di nuovo sotto al sole, ma gli Extinction of Mankind dimostrano che nonostante gli anni passino, loro sono ancora in grado governare con maestria il genere regalandoci l’ennesimo ottimo disco di crust punk che ci riporta indietro nel tempo grazie al suo sapore fortemente vecchia scuola. Un’altra tempesta di risentimento per ricordarci che l’umanità, per troppo tempo felice o colpevolmente inconsapevole di sguazzare in un mare di merda, si è autocondannata all’estinzione.

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.

Warcollapse – Deserts of Ash (2019)

L’incubo continua mentre marciamo verso la fine dell’umanità, scivolando in un vortice di disperazione e miseria, mentre vaghiamo nell’oscurità verso un deserto di cenere che si estende senza fine…

A distanza di parecchi anni (ultimo lavoro in studio datato addirittura 2011) a febbraio del 2019 i Warcollapse, nome storico della scena crust svedese ed europea, ci hanno finalmente regalato un nuovo disco intitolato Desert of Ash. Ed è proprio un deserto di cenere quello che ci lasciamo alle spalle dopo esserci addentrati nell’ascolto di queste  cinque tracce di classico d-beat crust punk che si abbatte come una brutale tormenta lasciando dietro di sé solamente morte e distruzione. Desert of Ash è l’ennesimo crust as fuck assalto selvaggio ad opera dei Warcollapse, un gruppo che sembra avere ancora moltissime cartucce di d-beat/crust da sparare contro questo mondo fatto di sfruttamento, orrore quotidiano e oppressione e contro i suoi difensori condannati a morte nel loro apparente quieto vivere. Solo cinque nuove tracce che si assestano su una durata media di due minuti se non contiamo i devastanti ed inaspettati dieci minuti della titletrack posta a chiusura di questo Desert of Ash; cinque tracce che bastano però per trascinarci giù immediatamente in un’oblio dominato dalla disperazione e dalla miseria, accompagnati dal classico crust punk di matrice Warcollapse rivestito ancora una volta da una spessa e impenetrabile corazza metallica. Un brano come “Masspsykos“, una mazzata di d-beat/hardcore crudo e martellante, appare più attuale che mai in questa periodo di terrorismo psicologico ad opera dei media, una traccia dominata per tutta la durata difatti da un’atmosfera paranoica e ossessiva con le solite vocals abrasive di Jalle a farla da padrone assoluto. Ma è invece la conclusiva titletrack il momento più interessante e intenso dell’intero lavoro, con la sua inusuale durata di dieci minuti, con il suo alternare la ferocia selvaggia ad un’atmosfera malinconica e tetra che aumenta la sensazione di sofferenza e disperazione ma sopratutto con il sound dei Warcollapse che sembra naufragare su lidi doom amplificando l’epicità e il tono opprimente ed apocalittico dell’intero brano. In fin dei conti “Desert of Ash” non è altro che é l’ennesima tempesta di tuonante e furioso crust svedese evocata dai Warcollapse e che, ancora una volta, si abbatte senza pietà sulle nostre esistenze rassegnate!

L’incubo nauseante continua mentre noi tutti marciamo verso la fine dove nulla sopravvive, dove dinanzi a noi si estendono solo macerie divorate dal tempo e un deserto di cenere in cui regnano solo desolazione e morte.