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Schegge Impazzite di Rumore – Speciale Sentiero Futuro Autoproduzioni

Nessuno vedeva, nessuno sentiva. Qualcosa scompare.

Appuntamento speciale con Schegge Impazzite di Rumore, la rubrica più longeva presente su Disastro Sonoro ma che era, inspiegabilmente e senza scuse che tengano, piombata nel silenzio per troppi mesi. Il silenzio viene oggi interrotto grazie alla pubblicazione avvenuta qualche mese fa di due nuove misteriose band prodotte da Sentiero Futuro Autoproduzioni, un nuovo collettivo punx milanese già autore della splendida compilation benefit “Uno Sguardo Oltre”. Due nuovi gruppi avvolti dal mistero, uno di Milano/Bologna e l’altro di Trento, che rispondono al nome di Spirito di Lupo e SLOI, impegnati a suonare rispettivamente un crudo anarcho punk e un d-beat hardcore fortemente debitore della vecchia scuola italiana. Citando direttamente le parole del collettivo Sentiero Futuro per chiudere questa inutile introduzione e lasciarvi alle “recensioni” e per dare anche un po’ di contesto: Being a punk takes a toll on your mental health. You live in a constant state of proud alienation, appropriating other people’s disgust and inability to understand, perpetually aware of the shittyness of society. 

Nei tuoi occhi lo sai, lo spirito continua!

 

SLOI – SLOI

VEDO LA FOLLIA NEI VOSTRI OCCHI, PREFERISCO LA MORTE CHE CONFORMARMI

Gli SLOI sono originari di Trento e il loro nome è l’acronimo di Società Lavorazioni Organiche Inorganiche, una fabbrica di piombo che avvelenò la zona trentina più di 40 anni fa e conosciuta tristemente anche come “la fabbrica degli invisibili”. Molti dei suoi operai sono infatti morti per avvelenamento da piombo, mentre altri si sono tolti la vita all’interno del manicomio di Pergine, dove venivano curati come malati di mente. Abbozzate queste note biografiche sulla band e contesto in cui emerge il progetto, che ci danno un ulteriore prova delle barbarie prodotte dal capitalismo, dalle industrie che avvelenano esseri umani e natura e dagli orrori dei manicomi, possiamo già intuire l’atmosfera, le sensazioni e i contenuti lirici condensati in queste sette tracce che formano la prima fatica in studio degli SLOI. Bastano pochissimi secondi dell’introduttiva La Fine per venire letteralmente travolti da furiosi assalti d-beat, chitare fuzz e un sound generale estremamente rumoroso che non riesce a fare a meno di ricorrere ad un uso estremo del riverbero, tutti elementi che creano un muro di rumore in cui a farla da padrona sono i ritmi martellanti della batteria e i riff selvaggi. Sette schegge impazzito di hardcore punk senza compromessi che flirta con il noise e con il quale gli Sloi ci vomitano addosso tutta la rabbia nichilista, la disillusione, il senso di impotenza così come l’istinto di sopravvivenza condito con labili tensioni di rivolta e protesta che animano la loro proposta. Le influenze dei trentini vanno ovviamente ricercate nella tradizione hardcore italiana degli anni 80 e specialmente in gruppi come Wretched, Eu’s Arse, Declino e Stigmathe (soprattutto per una vaga atmosfera oscura che avvolge l’intero lavoro), ma il sound generale strizza l’occhio anche ad una certa corrente d-beat/raw punk meno stereotipata degli ultimi tempi. Per fare un solo esempio, un brano come il conclusivo Preferisco la Morte evoca in maniera chiara, tanto nel testo quanto nelle sensazione di disillusione e rabbia viscerale che esprime, tutta l’influenza dell’hardcore italiano di band come Wretched o Eu’s Arse. Stiamo in fin dei conti sempre parlando di un furioso assalto hardcore volto a distruggere qualsiasi cosa si trovi davanti, quindi state certi che ascoltare veri e propri inni nichilisti come Futuro Programmato, Vite Cibernetiche e Addestrato al Nulla non sarà sicuramente un’esperienza che vi lascerà uscire indenni e indifferenti. Condensando in un quarto d’ora rumore e nichilismo, rabbia viscerale,  sensazioni di impotenza e angoscia, pulsioni di rivolta e volontà di non volersi ancora arrendere del tutto all’incubo dell’esistente, gli SLOI innalzano la nera bandiera dell’hardcore punk italiano che resiste!

 

Spirito di Lupo – 4 Canzoni

Gli Spirito di Lupo sono una band formata da membri di Kobra, Horror Vacui, Cerimonia Secreta e Tuono (giusto per fare qualche nome) e questi nomi dovrebbero già darvi un background musicale, lirico, di attitudine e di immaginario per iniziare a comprendere su quali coordinate si muove questa nuova incarnazione-punx che ha preso vita nell’oscurità tra Milano e Bologna. L’iniziale I Miei Occhi Sono Chiusi rappresenta il manifesto perfetto del punk suonato dagli Spirito di Lupo e degli elementi che caratterizzano questa loro prima fatica in studio intitolata semplicemente “4 Canzoni”. E’ un punk estremamente raw, volutamente rumoroso e caotico e dai suoni profondamente lo-fi quello suonato dai nostri punx milanesi/bolognesi, in bilico tra le pulsioni più rabbiose dell’hardcore punk italiano degli anni 80 e i territori più oscuri dell’anarcho punk classico. Quattro tracce selvagge e minacciose, che riescono però anche ad evocare atmosfere estatiche grazie ad un certo gusto psichedelico che si può riscontrare specialmente nei riff, riff che rimangono però sempre taglienti e aggressivi quanto basta. L’alternanza delle due voci, una maschile più parlata e una femminile più urlata, si staglia perfettamente su una sezione ritmica in cui il basso si impegna a creare un suono estremamente cupo e oscuro e la batteria si assesta invece su una ritmica primitiva e furiosa. La proposta degli Spirito di Lupo è però molto eclettica, come lo spirito primordiale dell’anarcho punk britannico insegna, è difatti nella prima traccia i nostri presentano addirittura delle parti di synth. Non è un caso che questi punx milanesi/bolognesi definiscano la loro proposta come “inner peace punk”, come a voler sottolineare un continuum musicale, di attitudine e di idee con la scena anarcho punk britannica di fine anni 70/inizio 80, ma soprattutto la ricerca di una dimensione che potremmo definire senza troppi problemi come spirituale e intima dell’essere e suonare punk. Una dimensione sottolineata ed evocata specialmente dalle liriche e dalle atmosfere di una traccia come Canzone della Foresta, probabilmente il brano più interessante.  Altro momento che ha attirato la mia attenzione è stata “Nessuno vedeva, nessuno ascoltava”, brano che sembra voler citare più nel testo che nelle sonorità i Negazione. Per concludere, riprendendo proprio le parole del collettivo Sentiero Futuro, essere punk, alla lunga, pesa sulla propria salute mentale ed è forse proprio per questo che gli Spirito di Lupo hanno trovato la loro personale dimensione e il loro rifugio sicuro attraverso questa incarnazione musicale chiamata “inner peace punk” e racchiusa perfettamente nelle parole conclusive di Canzone della Foresta: “La pioggia è la mia casa!

 

“Make punk a way of protest again!” – Interview with War//Plague

This summer I wrote a long article about the Minneapolis hardcore punk scene that was published in the zero issue of Benzine, a punx fanzine created by some individuals from the Milan hardcore punk scene. The idea to write that article was born after the police murder of George Floyd and after the riots that crossed and burned the USA during the summer months. The publication of that article allowed me to get in touch with War//Plague, one of the most interesting crust punk bands in the Minneapolis scene and one of my favorites. I recently asked Leffer and Lutz a series of questions, covering a variety of topics ranging from revolts against racism and police violence, to the idea of punk music as a way of protest and political movement. Right now I can’t find the right words to explain you how happy and proud I am to have interviewed War//Plague, especially because we all share the idea that punk is and must still be a threat, so I’ll just leave you to their answers and wish you a good reading.

This summer, after Floyd’s brutal murder by police and in the wake of the raging riots, I wrote an article titled “Minneapolis Burns, Fragments of the Minneapolis Hardcore Scene,” starting first with the title of the Destroy EP “Burn this Racist System Down.”I wanted to ask, what can you tell us about the current hardcore punk scene in Minneapolis? What differences do you notice between today’s punk scene and that of the past in your city?

Leffer: Ever since George Floyds murder, life has been a bit unstable, yet the community is strong here in Minneapolis. Life has come to a stand still and a lot of people are in survival mode with the pandemic, etc. So punk life and energy has been redirected to the current state of affairs here. No gigs or gatherings but protests are constantly happening and that’s how many are coming together to give a sense of community and strength.

Lutz: The current state the punk scene here is a bit fragmented, but it’s still going strong. There just aren’t a lot of places to play and with the pandemic, no one is playing out. We’re all still on lock down for the most part, but hopeful things will turn around later this year. However, I think the punk scene is more charged than ever.

When was War//Plague born and where did your name come from?

Lutz: We started in the spring of 2008, still seems like yesterday. The name was kind of the amalgamation of ideas, surprisingly it’s probably a more relevant name now then it was back then!

Leffer: Like Lutz said, it was 2008, right after PROVOKED broke up. Lutz and I wanted to continue playing music so we started writing new material. Finding a name took quite a while as we wanted to really think on our approach and the basic musical theme of the band.

What is your position on the uprisings against police abuse and structural racism in U.S. society and culture that followed Floyd’s murder? How did the hardcore punk scene of your city live those days of revolt?

Lutz: The spring and summer of last year was very intense in the city. Constant protest, helicopters, military presence, etc. Not to mention all the white nationalists and knuckle draggers that came into the city to start more problems. The police in this area have been a menace for decades, many of them are extremely racist and violent. The day the precinct burnt down was very surreal… the turmoil in the air was thick. Police in riot gear on the roof, blockades, smoldering ashes and smoke from surrounding building, protests, people looting for diapers, food, etc.

The city spent millions to fortify downtown prior to the Killer Cop’s trial. After months of promising to dismantle the police and make changes, the city council invested millions to hire more police. People are pissed off and fed up. But one thing I can say, that the media doesn’t cover, is that summer really brought the community together. Not just the punk community, the southside community as a whole. The punk scene is and will always be allies. Systemic racism is real in this country and I believe this fight is far from over.

Leffer: The cops and police union here are incredibly corrupt. The history of racism within the police ranks has been running for far too long and the community has had enough. George Floyd changed the world and especially this area of Minneapolis as people are simply fed up with the constant fear. Floyds wasn’t the first murder to happen under a corrupt and racist system, but his unfortunate death has shed a large spotlight on what needs to change.

We are located quite close to where Floyd was murdered and have spent time at the intersection where he was killed as it is a memorial now. When you go to that spot, the feeling of sorrow and tragedy is overwhelming. However, it also gives a sense of urgency that something must be done and done now.

How is the current social and political situation in Minneapolis?

Leffer: The socio/politcal environment here is very strong and constantly moving. This community thrives on coming together and making sure voices are heard. Protests are frequent and well organized, which spreads far and wide with many people coming together as the urgency to be heard is felt by all.

The down side to it, is having provacateurs from the outside coming in to harm the cause or make things worse. We had random groups of white supremists and other trouble makers travel into town to start burning down parts of the city and trying to blame it on the peaceful protestors. Thankfully some of the media caught wind of this and some were caught, but the forces of evil are persistant with these types of people so the struggle continues.

Lutz: It is still very active. I expect momentum will pick up. Winter here is extremely cold and frigid. Though that has not stopped people from protesting. Not only are there protests against the racist system that has enabled these police to get away with murder, there are protests against the Line 3 pipeline going on. These oil lines break and poison the water. This also breaks treaty with the Anishinaabe peoples and will cause more climate change.

In a thought-provoking interview with DIY Conspiracy in 2019, you define punk as a Way of Protes and Political Movement. Would you care to elaborate on this approach of yours (which I totally agree with)?

Lutz: There are many different ways to protest. It can be throwing a brick through a window, but it can also be writing, music, art, etc. I think punk has always been a political platform for people that want to express themselves and go against the grain. Punk means questioning the norm, not conforming to the mainstream’s ideals and morals, etc. That in and of itself is a form of protest.

Leffer: Punk has been a political movement since its inception. It’s a form of protest and by raising your voice you want to be heard in a world that doesn’t listen. Punk is a also an educational tool. Personally, I learned more from a punk record at a young age than anything else. You learn about animal rights, free thought and working together for a better world.

What does it mean for you to play this kind of music and to be part of the punk scene?

Leffer: For me, it’s means everything. Punk and the punk community are in my blood and I wouldn’t be who I am today without it. I’ve met amazing people, played all over and travled the world all because of our passion for punk. It really is a driving force.

Lutz: Well, for me it’s a way to just let it all out. Scream and yell… get all that noise out of me. Use it as a way to put something out in the world that can inspire someone or change their point of view. Punk has been around for a long time now, some move on, sure, but that doesn’t mean give up the fight. You need to keep that rebellious spirit alive, keep dreaming and keep fighting. Otherwise, you’ve just given in to the system that oppresses so many.

Your last work “Into the Depths”, released a few years ago now, is a great work of riotous and angry crust punk. What can you tell us about that record? What themes did you try to address with that album?

Lutz: Thanks, glad you enjoy it! I guess the overarching theme of the record comes down to a few things like revolution, idealism, and internal conflicts. There’s a lot of songs that tackle the struggles with one’s self and the world’s problems constantly pushing its way into our everyday life. From war and capitalism to the mistreatment of others – treating people like they don’t matter or that they are just expendable machines. Basically, coming down to the fact that people can only take so much before everything boils over. The rich have had their time in the sun and really done nothing to contribute or help others, it’s time for everyone to get a piece of light. Yet you’ll regularly hear Conservatives and the rich talk about ‘trickledown economics’ and that the stock market shows a strong economy, blah, blah, blah… It’s all bullshit. Those are the fairy tales they tell people so they can keep making money while other starve.

Leffer: I feel that album is a reflection of our current world. We’ve written more intricate or mid-tempo songs in the past but this latest album was soley derived from the socio/political environment we’re in and it keeps getting uglier. So as long as it continues, we’ll continue the fight and to create rage and protest through our music.

Under what circumstances did the collaboration and split with Warwound come about?

Leffer: I was working closely with Ian Glasper (bass) of Warwound and through years of communication and friendship, it just sort of happened and both bands agreed on it.

Speaking for a moment of the purely musical side, which have been the bands that have influenced your sound since the beginning?

Leffer: We have diverse range of taste, but I could say a lot comes from a mix of UK crust/stench and old school Scandinavian hardcore punk. We do mix up some metal punk style riffs in our music but all in all we just write what feels good.

Lutz: So many, maybe too many to name. But I’ve been influenced by everything from Sepultura, Disfear to Killing Joke. Obviously growing up here, I was also influenced by bands like Misery and State of Fear. The Twin Cities scene over the years has had a big impact on me.

Minneapolis has a long and important history of protests and riots but also a very fertile hardcore punk scene. What do you think have been the most important bands that have kept this scene alive?

Lutz: Misery for sure, they carried that torch for decades. But I think a lot of great bands have come and gone, all of them contributed to the history of this punk community. I think we’re all antsy to get through this pandemic and hear what everyone has been up to.

Leffer: I agree with Lutz, MISERY definitely but there are so many. Minneapolis punk and those involved in the community around here usually are in it for life. It’s never usually been a trend or a fad but something more important in our lives. It also goes beyond the music, in regards to “bands”. There’s record stores, community action and venues to support others forms of politcal events, etc.

On Disastro Sonoro I have from the beginning shared Profane Existence’s famous motto “make punk a threat again”. Profane Existence is undoubtedly one of the most important historical realities of the Minneapolis hardcore punk scene, what is your relationship with this DIY project/collective/label?

Leffer: Most of the bands we’ve been involved with have been released off PE and have usually been a part of the PE collective through shows and other music related festivities.

Lutz: We’ve been involved in some form with PE for the last few decades. Provoked (our old band) put out some records on the label and the first War//Plague LP was on PE. At one point, the PE distro was in our living room at a punk house we all lived at, affectionately called the Shit Haus. We’re still friends with Dan, though he’s not really involved with PE these days, he still drives us on tour sometimes. Right before the pandemic hit, we played the PE anniversary show out in Pittsburgh at Skull Fest. Really fun time, saw a lot of old friends, met some new ones and Aus Rotten even played a few songs! It’s always cool to run into people you haven’t seen in over 20 years and they’re still involved and active in punk.

How are you experiencing the situation regarding the Covid 19 pandemic in the US? How has your life as a punk band changed at a time of such a severe health crisis?

Leffer: It’s been tough, but we’ve been able to keep somewhat sane through this process. We are constantly writing music, even if we’re not at band practice we write at home and even record guitar riffs on our computer and share them, so when we do meet up (once a week) we already have ideas of what’s next song wise. So the pandemic has actually been good for writing a lot of songs and finishing up our next LP.

The bad side of it, besides the vile and depraved system not taking care of it, is that venues and gigs are suffereing which a lot of artists rely on. It was a crushing blow for us when we had to cancel our tour with AXEGRINDER and to also play HAGL fest in Vancouver. We were really looking foward to touring again, but we’ll need postpone that until things are better. It’s always good to make sure people are safe during these times.

Lutz: Well… to put it bluntly, it sucks! But I know there are people struggling more, so you just have to roll with the punches and do your part to keep the disease at bay. There are a lot of conspiracy theorists in this country, not to mention the former orange-cheeto-wannabedictator, he really didn’t help the situation. For the most part, I think we are just trying to stay positive and active. I mean for the first like 6 months, we didn’t jam at all. We’re back to a regular schedule now, which has been great. We mask up and social distance. I think there is a sense of urgency in the new music we’ve been writing. We’re living through some historic times and I don’t think we’re out of the woods yet.

Future projects for War Plague? When will a new album be released?

Lutz: We’re working hard and have a ton of new material. So, I think a new album is definitely in the very near future.

Leffer: Yes, we’re working very hard to get this next album out. We were able to record a secret song for a future international compilation coming out later this year. Besides that, more touring and always more albums!

We have reached the end of the interview, so this space I leave completely to you, feel free to tell anecdotes or talk about anything you want! Thank you again for the time you spent answering my questions! Let’s continue to keep punk a way of protest and a movement of revolt!

Leffer: Yes, stay punk and stay active! Now is more important than ever to use what we have, and if that’s using your voice to scream, then so be it. Everything adds up and the more voices we have the louder we get. Thank you for the chance to have this interview and hope you and everyone else are staying safe in these uncertain times.

Lutz: Thank you for the interview, we really appreciate the support! I guess all I want to say is just keep up the good fight. Times are dark and they’ll probably get darker, but keep your head up, talk to your community, get involved, even if it’s just something small. Like I said, there are many different forms of protest, so do what you can. As much as it seems like the world in coming apart, remember there are tons of other people out there fighting hard to make a change. Depression during Covid is another pandemic I’m sure many are dealing with. Don’t bottle it up. Reach out and talk to people. There are a lot of assholes in the world, but there’s only one you and there’s a community out there willing to help. Cheers!

 

Zero Again – Out of the Crooked Timber of Humanity (2021)

Sarà il nome che evoca in maniera ingombrante e volutamente mal celata lo spettro dei miei amatissimi Rudimentary Peni, ma devo ammettere che gli Zero Again hanno esercitato un certo fascino su di me fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto in questo Out of the Crooked Timber of Humanity, seppur non avessi la minima idea di quali potessero essere le sonorità in cui mi sarei imbattuto. Cerchiamo però di andare con ordine, partendo da inutili note biografiche. Gli Zero Again vengono da Bristol e tra le loro fila troviamo gente già attiva in altre band come Warwound, Grand Collapse e Regret. Passando al lato musicale, l’hardcore punk proposto dagli Zero Again è estremamente ricco di sfumature e influenze e le cinque tracce che ci vengono date in pasto senza scrupoli vivono di un’alternanza costante tra momenti furiosi e veloci e altri più lenti e cadenzati capaci di evocare sensazioni e atmosfere dominate da paranoia, impotenza e desolazione. Anzitutto lo spettro degli immortali Rudimentary Peni emerge non solo nella scelta del nome ma soprattutto nelle linee del basso (e più in generale in quasi tutta la sezione ritmica) che mi hanno riportato alla memoria in più momenti dischi del calibro di Archaic o Cacophony. Proseguendo nella vivisezione di questo breve quanto affascinante Out of the Crooked Timber of Humanity, ci imbattiamo presto in una serie di  rallentamenti che contribuiscono a creare quell’atmosfera apocalittica in cui desolazione, smarrimento e impotenza la fanno da padroni assoluti, così come nelle vocals dense di sofferenza e lamento che si insinuano nelle nostre teste fin dall’iniziale Tragedy.Death.Pain; la combinazione di questi due elementi riesce ad evocare in maniera sincera le primitive sonorità (post)hardcore dei Neurosis di lavori seminali ma ancora acerbi come Pain of Mind così come le atmosfere che chiamano in causa, anche se alla lontana, addirittura il fondamentale Souls at Zero.

Inoltre, se in certi momenti il sound degli Zero Again presenta alcune melodie (No One to Mourn) e accenni di riff che sembrano voler manifestare apertamente una sorta di riconoscimento nei confronti del post punk dei maestri Killing Joke o delle visioni apocalittiche di certi Amebix, in altri passaggi caratterizzati da toni più aggressivi e tirati si possono sentire perfino echi dell’hardcore dalle tonalità scure suonato da certi Tragedy. Come se non bastasse tutto questo spettro di influenze, ispirazioni e sonorità che convivono nelle cinque tracce di questa prima fatica in studio targata Zero Again, non manca nemmeno quel sapore tipico di certo anarcho-crust britannico che accompagna una traccia come la conclusiva Hope You’re Proud? e che in fin dei contri attraversa, in maniera latente, tutto il disco. Aspettando di poter ascoltare il nuovo Revert to Nothing, altro ep di cinque tracce che il gruppo di Bristol ha già annunciato uscirà a breve, godiamoci l’aggressività e la furia annichilente che ci travolgono senza pietà durante l’ascolto di Out of the Crooked Timber of Humanity, lasciandoci stesi al suolo, impotenti e inermi come la figura rappresentata sulla copertina.

Straw Man Army – Age of Exile (2020)

“This is one small attempt to make something of the bewildering history of these ‘united states,’ and the long age of exile that follows in the wake of this colonial project. An attempt to become better students of the land we occupy, and the long resistance of its stewards to cultural and ecological decimation. A vehicle for histories that won’t sit still.”

Partiamo col dire che Age of Exile è un disco particolare, tanto affascinante quanto certamente non di facile assimilazione. Uno di quei dischi che è inutile ascoltare in maniera distratta sperando di poter assimilare ogni sua sfumatura dopo un solo, rapido, ascolto. Questo perchè musicalmente la proposta degli Straw Man Army è estremamente variegata e piena di tonalità e tensioni riconducibili a numerose influenze differenti. Quello che è certo e che appare riconoscibile fin da subito è che il sound del gruppo di Ney York affonda le proprie radici in profondità nella tradizione dell’anarcho punk britannico, facendo propria quell’attitudine alla sperimentazione, all’ibridazione e all’infrangere barriere sonore tipica di gruppi quali Crass, Zounds e Rudimentary Peni. Nelle varie tracce si possono infatti sentire echi che rimandano a certo surf rock (Common Shame ne è un ottimo esempio e può ricordare anche certi Dead Kennedys), cosi come strutture dei brani che strizzano l’occhio ad un’impostazione quasi free jazz come l’affascinante Arrival, intro strumentale che apre il disco e che ha una qualità e un’atmosfera quasi da soundtrack. E’ veramente difficile imbattersi in tracce che si somigliano perchè una delle enormi qualità degli Straw Men Army è certamente l’imprevedibilità e l’originalità con cui amalgamano le varie influenze che fanno parte del loro dna e con cui costruiscono canzoni estremamente eterogenee l’una dall’altra. Forse a fare da vero e unico comune denominatore a tutti e dodici i brani che vanno a comporre lo stupendo Age of Exile è il cantato che assume costantemente la forma di uno spoken word, redendo evidente la volontà degli Straw Man Army di conferire un ruolo di centrale importanza alla parte lirica e alle tematiche trattate nei testi all’interno della loro proposta.

Il titolo stesso  scelto per accompagnare il disco è un netto richiamo alla storia di oppressione, sterminio e sfruttamento subito dai popoli nativi nordamericani, una storia il cui il nome e il volto dell’oppressore è da ricercare nel colonialismo euroeo, una storia che è ancora attuale come dimostrano le rivolte e i movimenti di protesta anticoloniali che hanno incendiato gli States (ma non solo) nel corso dei mesi estivi, con statue di schiavisti, colonialisti o “scopritori del nuovo mondo” distrutte e abbattute in varie città. Una storia che però non è solo passiva, ma fatta anche e soprattutto da azioni di resistenza e di rivolta, oltre che da momenti di protesta e mobilitazione per affermare i diritti indigeni sulle proprie terre ancestrali (vedasi un movimento come il più recente in ordine di tempo No Dapl nelle terre Lakota). Age of Exile è dunque un disco estremamente politico, un lavoro attraversato da una vena profondamente tormentata e rabbiosa come da perfetta attitudine e tradizione dell’anarcho punk più primitivo, ma gli Straw Man Army decidono di manifestare questi sentimenti non attraverso una musica veloce, concitata e furiosa, bensì scegliendo la strada di sonorità più estranianti e che, in certi momenti, azzarderei a definire paranoiche, giocando con le melodie e spesso con la ripetizione di certi riff, oltre che con una sezione ritmica abbastanza ipnotica, per aumentare quella sensazione di disagio che emerge già dalle liriche e che promette di tormentarci a lungo, insidiandosi dentro le nostre teste per ribadire che il punk è un mezzo di protesta e di minaccia.

C’è da riconoscere poi al gruppo di NY la capacità di indovinare alcune melodie di chitarra e alcuni riff capaci di far ricordare alcune tracce come First Contact subito dopo pochi ascolti. Il disco vive di un’alternanza costante tra momenti come la splendida The Silver Bridge (una feroce critica al progresso capitalista) che gioca con atmosfere care a certo death rock e melodie di natura smaccatamente post-punk, e altri come la titletrack, che partendo da una linea di chitarra capace di creare un’atmosfera dominata da un senso di desolazione e totale impotenza (sensazioni evocate magistralmente anche dall’artwork di copertina), lascia spazio alla rabbia più viscerale e sincera strizzando l’occhio a certo hardcore vecchia scuola a la Dead Kennedys e all’attitudine riottosa dei primi Crass. Il disco si chiude poi com’era iniziato, ovvero lasciando libero sfogo alle pulsioni e alle sonorità più vicine al free jazz invece che al punk anarchico di scuola britannica, ribadendo ulteriormente le tensioni sperimentali degli Straw Man Army, la loro personalità indiscutibile e l’indubbia originalità della loro proposta. Age of Exile è dunque un disco originale, imprevedibile, complicato ed estremamente affascinante, un lavoro da cui lasciarsi inghiottire senza remore per poterne, ascolto dopo ascolto, assaporare al meglio ogni sua minima sfumatura. Un disco a mio parere maestoso tanto dal punto di vista della qualità strumentale quanto dal lato del messaggio politico, riuscendo ad intercettare in maniera perfetta quello che dovrebbe essere il punk in ogni sua forma: coscienza, protesta, minaccia, rivolta.

Tower 7 – Entrance to a Living Organism (2020)

Non ho idea di come sia possibile che mia sia scordato di inserire questo Entrance to a Living Organism dei Tower 7 nell’articolo “Music Critics and Records Collectors are Pretentious Assholes“, articolo, per chi non se lo fosse ancora letto, dedicato ad alcune delle pù interessanti uscite in ambito punk e hardcore del 2020. Rileggendo l’articolo mi sono accorto di questa grave mancanza, perchè si tratta a mio parere di uno dei migliori dischi “punk” ascoltati negli ultimi anni, nonchè uno dei miei ascolti più assidui da marzo (mese di pubblicazione del disco) a oggi. Fatta questa premessa auto-assolutoria, cerchiamo di andare con ordine e addentriamoci in questa prima fatica in studio dei Tower 7, gruppo che sembra uscito direttamente tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. Il sound che caratterizza le otto tracce presenti su questo Entrance to a Living Organism è permeato di quel sapore e di quell’attitudine anarchica e riottosa tipica dell’underground hardcore/crust punk, riuscendo nell’impresa di sintetizzare tanto la lezione seminale di band anarcho punk come Anti-System e A-Political quanto l’irruenza selvaggia e furiosa di gente come Electro Hippies e in parte dei Concrete Sox più crust.

E’ dunque un’anarcho punk fortemente caratterizzato da un’attitudine tipica del crossover britannico fine anni 80 e che non nasconde all’ascoltatore l’influenza di certo metal (in alcuni momenti il riffing ricorda il trash metal più primitivo e crudo). Rimanendo sul lato prettamente musicale, se da una parte il sound generale da una sensazione di rabbia primitiva profondamente istintiva, dall’altra il riffing di matrice crossover/metal sembra molto ispirato e suonato non solo con qualità ma anche con una certa dose di personalità. A tutto ciò si sommano le vocals, estremamente selvagge e abrasive ma anche sofferte in alcuni passaggi, perfettamente in grado di segnare un continuum, sincero per quanto riguarda l’attitudine anarchica e riottosa, con i gruppi sopracitati. Come da tradizione anarcho punk, ad attirare e catturare l’interesse di chi ascolta sono sicuramente i testi e la volontà dei Tower 7 di rendere la musica principalmente un mezzo con cui esprimere le proprie tensioni di rivolta, tensioni tanto personali quanto politiche che necessitano di deflagrare liberamente, invece di venire soffocate per l’ennesima volta. In estrema sintesi questo Entrance to a Living Organism è si un disco da ascoltare tutto d’un fiato facendosi completamente inghiottire e distruggere, ma anche un lavoro che merita il giusto tempo per soffermarsi a leggere i testi di tracce devastanti come Ritual of Detention, Fatigue e Endless Growth. Se vi mancano gli Electro Hippies, ora potete consolarvi con i Tower 7 senza avere rimpianti!

Music Critics and Record Collectors are Pretentious Assholes

Nel 1985 i Poison Idea pubblicano il loro secondo Ep intitolato, in modo estremamente provocatorio, “Record Collectors are Pretentious Assholes”, mentre tre anni più tardi i Sore Throat riprendono lo stesso concetto per intitolare un loro brano presente su Unhindered by Talent, aggiungendoci però still tra il verbo e “pretentious assholes“. Se può essere abbastanza vera e/o più o meno condivisibile come espressione, possiamo esagerarne il concetto sostenendo allora che i recensori di dischi e in generale chiunque rientri nella categoria di critico musicale siano ancora peggio in quanto a pretenziosità e idiozia rispetto ai collezionisti, categorie tra l’altro che spesso si sovrappongono. E mi ci metto anche io tra questi assholes, nonostante ribadisca dal giorno zero di quest blog che quelle che scrivo non sono vere e proprie recensioni, che rigetto con disprezzo il ruolo di critico musicale e che i “recensori di professione”, o chi pretende di esserlo anche all’interno della scena hardcore/diy, non dovrebbero esistere. Tutto sto discorso introduttivo per dire cosa? Assolutamente un cazzo di nulla, forse solo per dare un minimo di contesto al titolo che ho deciso di dare a questo articolo, in cui, guarda un po’ che cosa incredibile e assolutamente inaspettata, vi parlerò in poche righe di una manciata di ottimi lavori usciti in ambito punk e hardcore durante il 2020 e a cui colpevolmente ho dato troppa poca attenzione fino ad ora. Fissando bene in testa il fatto che i recensori di dischi sono delle pretenziose teste di cazzo, buona lettura ai/alle tuttx punx!

Destruct – Echoes of Life

Da troppi mesi nella mia lista immaginaria di dischi di cui parlarvi, eccoci finalmente qui! 12 tracce per venti minuti di d-beat raw hardcore punk di scuola Discharge/Disclose (ma non solo), suonato con rabbia, intensità e con un’attitudine brutale e spietata. Potrei concludere qua le righe dedicate a questo Echoes of Life dei Destruct e tanto basterebbe per farvi correre ad ascoltare il disco senza pentirvene e senza pensarci due volte. Un concentrato di d-beat nella sua più pura essenza, ma incredibilmente interessante anche se i Destruct non inventano assolutamente nulla di nuovo. Certamente il d-beat dei maestri Discharge suonato nella versione raw e rumorosa dei Disclose è senza dubbi il punto di partenza dal quale i Destruct costruiscono il loro sound, un sound abbstanza raw che risente però anche dell’ influenza di certo hardcore/d-beat di scuola norvegese/svedese degli anni 80, quel sound primitivo e corrosivo che accomunava band come Svart Framtid e Discard. C’è poco altro da aggiungere se non ribadire che questo Echoes of Life è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti in ambito d-beat hardcore in tutto il 2020!

Subdued – Over the Hills and Far Away

Questo Over the Hills and Far Away si apre con Sanctuary is Nowhere, traccia che ci catapulta immediatamente negli umidi squat britannici degli anni ’80 dove stava prendendo forma un sound che partendo dalla scuola anarcho punk si spingeva verso lidi ignoti, sporcati quanto basta con tensioni e atmosfere dal sapore apocalittico e oscure. Non a caso i Subdued arrivano da Londra e sembrano aver assimilato perfettamente il sound e le tensioni primitive dell’anarcho punk britannico dell’epoca, riuscendo a incidere nove tracce che si pongono a metà strada tra i momenti più apocalittici degli Amebix e le pulsioni primordiali di gentaglia come Icons of Filth e Exit Stance. L’influenza degli Amebix più post-punk emerge prepotente in una traccia come The Joke, con quell’atmosfera e sonorità generale del brano che ricorda in effetti l’ibrido tutto amebixiano tra l’anarcho/hardcore punk inglese e i Killing Joke. L’intro stessa del quarto brano Problems of Evil, riuscendo a costruire un’atmosfera oscura e apocalittica, affascinante ma al contempo oppressiva, evoca in maniera convincente e sincera lo spettro degli Amebix, influenza preponderante, ma non al punto di diventare ingombrante, nel sound dei Subdued, come ormai avrete capito. Se l’anno scorso ci eravamo innamoratx tuttx del bellissimo Exiled dei Bad Breeding, quest’anno il miglior disco “anarcho punk” in senso lato non può che essere questo splendido Over the Hills and Far Away!

Dogma – Dogma

Era da tempo che non mi imbattevo in un disco di anarcho/peace punk di scuola britannica interessante ed estremamente godibile come questo self titled album dei Dogma, un disco che mi son ritrovato ad ascoltare più volte negli ultimi mesi al punto da essermi ripromesso di scriverci due righe al più presto. Eccoci qua allora, 10 tracce per mezz’ora in compagnia di un peace punk di tradizione inglese, attraversato da tensioni anarchiche e da un’attitudine riottosa che emerge limpidamente nelle liriche e nell’immaginario generale che accompagna i Dogma. Flux of Pink Indians, Dirt, Poison Girls e primi The Mob, son questi i gruppi a cui guardano i Dogma per sviluppare la propria personale versione dell’anarcho punk che fu, ma con una maggiore tendenza e un migliore gust per la melodia e un lontano sapore di primissimo Oi inglese. I richiami all’anarcho punk britannico di tradizione Crass Records però non sono limitati esclusivamente al lato musicale; infatti emergono prepotenti anche nelle grafiche e nell’impostazione dell’artwork del poster che accompagna il disco, artwork bellissimo che potrebbe volutamente voler citare anche quel capolavoro targato The Mob che è “No Doves Fly Here”. In fin dei conti con questo loro primo album i Dogma offrono un tributo sincero e appassionato ai gruppi e alle sonorità anarcho punk con cui son cresciuti, riuscendo nell’impresa di comporre dieci tracce che non si limitano a “copiare” i gruppi sopra citati, ma aggiungendoci al contrario un gusto e una qualità abbastanza personali. Per concludere non ci resta altro che ribadire “The world at peace, not in pieces…”, prendendo a prestito lo slogan che si può leggere sulla copertina di questo disco, slogan che richiama un ben più famoso “Fight war not wars” di crassiana memoria, con cui i Dogma ci danno un sunto chiaro e inequivocabile di ciò in cui credono e per cui lottano!

Kaleidoscope – Decolinization

After the Futures dello scorso anno fu per me una sorta di rivelazione per quanto riguarda i Kaleidoscope. Fino a quel momento li avevo un pò snobbati, ma quel disco mi fece follemente infatuare di loro e del loro estremamente personale modo di suonare hardcore/anarcho punk. Con questo nuovo 7″ intitolato Decolonization, un titolo certamene attuale viste le lotte e i movimenti di protesta per decolonizzare la società statunitense ed europea che hanno attraversato lo scenario politico, culturale e sociale di questo 2020 appena terminati, posso senza remore riconfermare la mia infatuazione per loro e per il loro sound che pur ribandendo un legame intimo con certo punk anarchico britannico degli anni ’80, riesce a muvoersi su sentieri e traiettorie abbastanza personali. La base di partenza è sempre un’hardcore classico e attraversato da tensioni anarchiche e con un’attitudine riottosa, ma ancora una volta i Kaleidoscope dimostrano di essere una band sui generis e aperta ad una certa dose di sperimentazione. Esempio di quanto appena detto è sicuramente la terza traccia Girmitiya, uno dei momenti assolutamente più inaspettati dell’intero lavoro, un brano caratterizzato da un suono di chitarra molto più simile a certo blues rock psichedelico (a la Hendrix per dire) piuttosto che al riffing scarno e primitivo tipicamente hardcore punk. Se ancora non siete stati ammaliati e catturati dall’hardcore dei Kaleidoscope, questo Decolonization è il modo migliore per abbandonare ogni remora e iniziare ad addentrarsi nella proposta del gruppo di New York, senza ombra di dubbio una delle band più originali e interessanti emerse negli ultimi anni!

Public Acid – Condemnation

 

Probabilmente potrei azzardare che questo Condemnation, ultimo ep targato Public Acid, sia il mio preferito di questa lista. Un concentrato di hardcore punk sporco, crudo e rumoroso quanto basta che riesce in maniera grandiosa a riproporre la lezione della scuola hardcore giapponese senza annoiare o dare sensazione di “cloni di bassa lega”. Sei tracce bastano e avanzano per darci la misura del sound dei Public Acid, un sound intenso che si riversa su di noi senza alcuna intenzione di risparmiare niente e nessuno. E’ un sound caotico e oppressivo quello che caratterizza questo Condemnation, come se, appena partita la prima traccia Nuclear Child, venissimo inghiotti senza pietà da un vortice di caos e distruzione, in cui a farla da padrona sono riverberi e la furia selvaggia espressa dalle vocals. In un sound abbastanza scarno e semplice che strizza l’occhio alle band hardcore punk giapponesi più oscure e rumorose, c’è però spazio anche per brani come Electric Plague nella quale emerge un maggiore groove hardcore che sembra smorzare momentaneamente l’implacabile caos che domina su tutto il lavoro. Alla fine questo Condemnation, nonostante si tratti di un ep brevissimo, ci dimostra come i Public Acid abbiano interiorizzato al meglio la lezione del hardcore/chaos punk più raw e brutale e siano riusciti, con tracce brevi, furiose, concitate che travolgono senza lasciare fiato, a regalarci uno lavoro che risulta asfissiante per la furia e l’intensità con cui viene suonato. Se dal vivo i Public Acid fossero anche solo la metà di quanto ascoltato su questo incredibile ep, beh, allora, statene certi che non ci son speranze di uscire vivi da un loro pogo!

Heavy Discipline – S/t

 

Nel 1982 gli SS Decontrol pubblicano un capolavoro dell’hardcore bostoniano e mondiale, quel “The Kids Will Have Their Say” che rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti raggiunti dall’hardcore americano old school. È evidente come gli Heavy Discipline risentano profondamente dell’influenza di quella pietra miliare e degli SSD e di tutta la scena di Boston degli anni ’80, così come di altri nomi storici come Faith, Void, Negative Approach e Negative Fx, ma su questo primo loro self titled album ci mettono tanto di loro per regalarci uno dei migliori e più convincenti lavori hardcore ascoltato negli ultimi anni. Un bel disco di hardcore furioso, semplice, sincero e assolutamente devastante, dodici tracce che tirano dritte per la loro strada senza fronzoli e senza pietà, ma soprattutto con un ottimo sapore old school che non stanca mai. Tell the World, Cross to Bear, Voyeuristic Lust/Reckoning e No Space sono tracce che rappresentano al meglio la capacità degli Heavy Discipline di suonare un’hardcore vecchia scuola catapultandoci improvvisamente negli anni 80, ma sempre con quel tocco personale e vagamente moderno che avevano fatto già intravedere sulla demo pubblicata nel 2019. Un lavoro che fa dell’irruenza espressiva, dell’intensità e della foga rabbiosa i suoi punti cardine dal punto di vista delle emozioni trasmesse, un disco con cui gli Heavy Discipline si impongono sulla scena in maniera assolutamente convincente, dimostrando di aver veramente tanto da dire in ambito hardcore e un’attitudine in your face invidiabile!

Krigshoder – Krig I Hodet

A metà strada tra l’hardcore punk norvegese e la vecchia scuola hc italiana  ci imbattiamo in questi Krigshoder, gruppo formato da qualche parte tra gli Stati Uniti e la Norvegia, e nel loro ultimo lavoro intitolato Krig I Hodet (letteralmente “guerra nella testa”), uno dei migliori lavori usciti in tutto il 2020 in ambito hardcore punk. Un ep dalla brevissima durata (solo 8 minuti) ma che in sole cinque tracce, a cui si somma la cover degli SDH posta a conclusione del lavoro, riesce a regalarci una mazzata di hardcore punk alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo. Influenze che vanno dagli Indigesti agli Svart Framtid, dai Declino ai Psykik Terror, saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo incredibile ep in cui i Krigshoder non ci lasciano un secondo per riprendere fiato. Intensi, veloci quanto basta per suonare hardcore come si deve, una voce rabbiosa e abrasiva, suoni sporchi ma abbastanza distanti da territori prettamente “raw punk” e un’attitudine sincera che accompagna il tutto, sono questi gli ingredienti che rendono questo Krig i Hodet un’ottimo lavoro di hardcore punk che fa dell’irruenza, dell’intensità e dell’esigenza espressiva i suoi assoluti punti di forza. Cinque schegge impazzite di hardcore vecchia scuola suonato con una rabbia implacabile e senza troppi inutili fronzoli, una vera e propria guerra nella testa, parafrasando il titolo in norvegese di questo ep, in fin dei conti sono questo i Krigshoder!

Clock of Time – Pestilent Planet

 

Pubblicato dall’ormai nota Static Shock Records, Pestilent Planet rappresenta la prima fatica in studio dei berlinesi Clock of Time. Sono diverse le anime che convivono all’interno del sound del gruppo tedesco e che caratterizzano le sette tracce in cui ci imbatteremo una volta che l’iniziale Something to Look Forward To segnerà la nostra discesa in questi abissi dominati da death rock, post-punk ed echi new wave. La musica dei Clock of Time ha la forza di risultare ipnotica e a tratti estraniante, difatti fin dall’inizio si ha la sensazione di esser sprofondati in una sorta di trance in cui a farla da padrona sono probabilmente tanto le melodie delle chitarre quanto il tappeto ritmico ripetitivo dominato dalla batteria che sembra suonare direttamente dentro le nostre teste. Possono essere presi ad esempio di quanto appena detto brani come Funny Farm e Companion, mentre risulta evidente l’influenza di certi Joy Division sulla quarta traccia Rotten Master, in assoluto uno dei momenti più interessanti e di qualità dell’intero lavoro. Le influenze dei nostri, come accennato sopra, pescano a piene mani da territori cari in egual misura al death rock di Vex e Crimson Scarlet e al post-punk dei The Sound, ma nel corso delle varie tracce si possono sentire, in momenti diversi, anche echi dei più recenti Diat e Vexx. In sintesi Pestilent Planet è un disco di assoluto valore, capace di giocare non solo con le melodie e le ritmiche ipnotiche ma anche con le atmosfere, mostrandoci la qualità dei Clock of Time nell’ amalgamare l’anima più death rock con quella post-punk in un disco che non mostra punti deboli.

Schegge Impazzite di Rumore #11

Assurdo e incredibile come Schegge Impazzite di Rumore sia diventata la rubrica più longeva e costante presente su questo blog. Pensare che il primo appuntamento è datato addirittura 2018 mi lascia incredulo e sconcertato… incredibile. Una rubrica da sempre dedicata alle più recenti (ma non solo) uscite in ambito punk/hardcore, metal estremo e in generale da panorama DIY e underground, un format in parte diverso dal solito per parlarvi di dischi e gruppi che ritengo meritino attenzione e ascolti da parte di voi sfortunati lettori di Disastro Sonoro. Schegge Impazzite di Rumore oggi raggiunge addirittura la sua undicesima puntata, puntata nella quale vi parlerò delle ultime uscite in casa Odio al Serio e Scalpo, così come scriverò due righe su un ep che per troppo tempo ho dimenticato nel cassetto delle “recensioni”, ovvero l’omonimo primo lavoro dei Fuoco pubblicato ormai due anni fa. Saranno tre lavori che, seppur per certi versi differenti tra loro, rappresentano molto bene il concetto di schegge di rumore e che tengono vivo, con rabbia, coscienza, passione e sincerità, l’hardcore punk in tutte le sue sfaccettature. Come al solito ho parlato troppo per introdurvi alle righe che seguiranno, dunque mi taccio e vi auguro una buona lettura. Perchè avremo anche scelto la sconfitta, la vittoria della sconfitta, ma a quanto pare lo spirito continua!

Odio al Serio
Fuoco – Fuoco (2018)

Probabilmente fin dalla copertina qualcuno potrà pensare si tratti di chissà quale demo mai pubblicata di qualche sconosciuto gruppo hardcore italiano degli anni ’80 avvolto nel mistero e nella polvere accumulata dagli anni che passano senza lasciare scampo. Probabilmente ascoltando la prima traccia di questo lavoro le impressioni iniziali sembrerebbero trovare conferma, visto che ci troviamo dinanzi a cinque tracce di punk-hardcore all’italiana in stile Declino, Impact, Upset Noise e gruppi meno conosciuti come i Kobra di casa Virus. E invece no, questi Fuoco sono un gruppo romano di recente formazione che ha un unico obiettivo: tornare a suonare l’hc come si faceva negli anni ’80, senza troppe pretese, con messaggi e testi diretti e impregnati di rabbia. Quattro tracce su questo Ep tra cui troviamo un feat. addirittura con i Raw Power, come a voler sottolineare ancora più evidentemente un intimo e viscerale legame con l’hardcore punk italiano che fu. Fuoco non è nient’altro che un Ep di semplice hardcore punk vecchia scuola, sincero e appassionato, che non inventa nulla ma che si lascia ascoltare senza troppe pretese. Che il fuoco bruci mentre corriamo nel sangue dei nostri nemici!

Scalpo – E’ la Lotta l’Avvenire (2020)

Voglio lo scalpo di chi ha tradito, prima eri un fratello, ora solo un nemico. Laverò i miei anfibi nel rosso del tuo sangue, in questa nazione che daremo alle fiamme!

Come ben saprete non sono affatto un grande amante dell’Oi! o dello street punk in tutte le sue sfumature per una serie di svariate ragioni che non affronterò certamente ora. Fatta questa doverosa )o forse futile) premessa, negli ultimi anni c’è stato un unico gruppo capace di farmi apprezzare certe sonorità vicine all’Oi! e questo gruppo risponde al nome di Iena, al punto da averli anche recensiti in uno dei primi appuntamenti di Schegge Impazzite di Rumore. Da oggi però gli Iena non saranno più soli in questa difficile impresa di farmi apprezzare l’Oi! e questo grazie a E’ la Lotta l’Avvenire, ultimo Ep firmato dagli Scalpo. Quattro tracce della durata molto breve che si aggira attorno al minuto e mezzo, ma estremamente intense, bellicose, anthemiche e dirette come nella miglior tradizione del genere. Il sound che propongono gli Scalpo è chiaramente riconducibile ad una forte matrice Oi! e a gruppi come Nabat o Rixe, ma condendo il tutto con buone dosi di hardcore punk e qualche melodia ed atmosfera di derivazione post-punk(come nell’iniziale Intro/Combatti). Queste plurime influenze rendono la proposta del gruppo di Sondrio assolutamente personale, non ripetitiva e non banale, qualità che in un genere come l’Oi! sono tutt’altro che scontate. Passando alle tematiche, le pulsioni che attraversano le quattro tracce sono perfettamente condensate nel titolo dell’ep, un titolo che manifesta la necessità della lotta politica, l’odio verso fascisti e sbirri e le tensioni di rivolta contro lo Stato e l’esistente capitalista. C’è poco altro da dire, se non consigliarvi vivamente di correre ad ascoltarvi E’ la Lotta l’Avvenire e supportare gli Scalpo. E se ve lo dice un detrattore dell’Oi! e dello street punk come il sottoscritto, cosa cazzo aspettate?

Odio al Serio – A/R (2020)

Quando non c’è più niente da bruciare, non rimane che darsi fuoco!

Il 9 novembre 2019, nelle cantine dello storico El Paso Occupato di Torino, gli Odio al Serio decidono sia giunta finalmente l’ora di registrare un nuovo disco da dare in pasto a tuttx i/le punx affamati di rumoroso e nichilista hardcore punk attraversato da una forte tensione anarchica e di rivolta. Vede cosi la luce questo A/R, disco direttamente autoprodotto e autostampato dagli Odio al Serio, ultimi baluardi del più sincero DIY! Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una copia di suddetto disco in occasione di una taz organizzata in Corvetto a giugno (taz di cui vi ho parlato proprio su queste pagine virtuali) e da quel momento aspettavo solamente di trovare l’occasione e la cornice giusta per parlarvene. Eccoci qui allora, il contesto migliore non poteva che essere l’undicesimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore! A/R è un concentrato di anarcho/hardcore punk nichilista e oscuro, crudo e selvaggio sulla falsa riga di Wretched, Nerorgasmo, Quinto Braccio e degno della migliore tradizione hardcore italiana degli anni ’80, in particolare modo dei primi anni della scuola torinese. Undici tracce dalla breve durata, mai superiore ai due minuti e mezzo (se escludiamo la conclusiva Sbarco), che rappresentano al meglio il concetto di schegge di rumore: brani brevi, concisi e diretti che trasudano tutta la sporcizia degna dell’hardcore punk vecchia scuola e non si fanno alcun problema a vomitarci addosso tutta la rabbia che nutrono gli Odio al Serio nei confronti di questo mondo. Tracce come Fuoco, Maledetta o Vago forniscono un ottimo esempio del sound e delle atmosfere che dominano l’intero A/R. Un’unica presa di coscienza ci accompagna giunti alla fine dell’ascolto di questa ultima fatica degli Odio al Serio: prima o poi il fuoco si spegnerà, nel frattempo bruciamo tutto!

 

 

Vivere Merda – Noi Non Ci Saremo (2020)

Con un titolo che mi ha immediatamente ricordato un classico brano dei Nomadi (citazione in odore di detournment voluta? Chissà…), partiamo a bomba e senza troppi fronzoli a parlare di questa ultimissima e altrettanto inaspettata nuova fatica in studio firmata Vivere Merda. Inaspettata poichè, come un fulmine che squarcia improvvisamente un cielo limpido, i Vivere Merda irrompono nuovamente sulle scene pubblicando queste 8 schegge di hardcore punk selvaggio e riottoso, contraddistinto come sempre da una profonda e sincera vena anarchica che accompagna fin dagli esordi il gruppo di Udine. Noi non ci saremo vede inoltre la luce grazie alla solita cospirazione di etichette/collettivi diy tra cui troviamo Saetta Autoproduzioni e Kalashnikov Collective.

Uno dei brani più interessanti e affascinanti dell’album è senza ombra di dubbio “Sbirri (Stato di semicoscienza)”, una traccia che azzarderei a definire addirittura sperimentale per quanto riguarda il percorso musicale dei Vivere Merda, anche grazie alla presenza del sax che dona un sapore estremamente diverso e inaspettato all’intero brano ma capace di funzionare veramente bene e non risultare fuori luogo, un brano che si assesta su coordinate care all’anarcho punk italiano che fu, apparendo come la sintesi perfetta tra i Contropotere e i Franti di Luna Nera. A seguire ci si imbatte nella titletrack che fuga ogni dubbio sul fatto che il titolo dell’album sia una citazione voluta al brano dei Nomadi, canzone, la cui melodia e il testo, vengono riprese in questa traccia, come fosse in fondo una cover sulla falsa riga di “Pregherò” rifatta ai tempi dai Piscia Korsakov, progetto embrionale da cui presero vita gli stessi Vivere Merda.

Una traccia invece come “Hai il cazzo grande” è a mani basse una di quelle che ho preferito, soprattutto per quanta riguarda la tematica affrontata nel testo. Un perfetto esempio di hardcore punk selvaggio e in your face con il classico timbro Vivere Merda, che si struttura come un’invettiva rabbiosa contro il machismo e in generale contro il patriarcato, aihmè dinamiche che spesso siamo costretti a vedere perpetuate (o accettate) anche nei nostri spazi, i quali dovrebbero essere il più sicuri per tuttx e certamente liberi da atteggiamenti machisti, sessisti e omo-transfobici. Gran pezzo, altre parole sarebbero superflue.

I Vivere Merda affrontano ancora una volta tematiche classiche dell’hardcore punk, ma lo fanno sempre con il loro peculiare timbro tanto musicale quanto lirico, riuscendo a non scadere mai nella banalità e senza dare quell’impressione di sentire qualcosa di fin troppo “trito e ritrito”, e questo non può che essere un enorme pregio. Questo perché l’attitudine che contraddistingue le individualità che animano il gruppo di Udine è profondamente sincera e assolutamente coerente con un precisa visione della vita e della lotta politica in senso chiaramente anarchico. E quindi testi contro il machismo, a favore delle occupazioni e contro il TSO, oltre ad apparire più attuali e validi che mai, riescono a trasmettere le reali tensioni che muovono ancora, dopo più di vent’anni, i Vivere Merda nel suonare hardcore con tutta la rabbia e la passione che hanno nel cuore. In fin dei conti, per concludere la “recensione”, questo “Noi non ci saremo” non è altro che l’ennesimo disco che i Vivere Merda dedicano, con rabbia e con amore, a tuttx i/le punx!

 

“Repressi sul palco ma in realtà…” – Comunicato dei/delle RAF Punk,1982

“Repressi sul palco ma in realtà…” è il titolo di comunicato/volantino scritto dai RAF Punk, probabilmente primo vero e proprio gruppo anarcho/queer punk bolognese, distribuito insieme alla compilation “Schiavi nella città più libera del mondo” nel 1982. Compilation a cui parteciparono Stalag 17, Anna Falkss e Bacteria, tutti gruppi appartenenti alla scena bolognese. Un comunicato che, riletto a distanza di decadi, funge da ottima fotografia di cosa fosse la scena hardcore punk politicizzata italiana degli anni ’80; un comunicato che in molti passaggi (per esempio quando si parla di torture nelle carceri o leggi repressive speciali) potrebbe risultare più attuale che mai. Rileggere oggi certe parole affinchè si torni a rendere l’hardcore davvero un’arma per minacciare l’esistente, un mezzo con cui riaccendere i fuochi di rivolta contro questo sistema oppressivo, alienante e che ci reprime tanto a livello personale quanto politico. Una fotografia disillusa, forse dalle tensioni nichiliste, ma estremamente vivida e sopratutto autocritica di sè, del punk-hardcore, delle proprie realtà e del proprio tempo. Come scrivevano i /le Raf Punk ribelliamoci alla morte!

REPRESSI SUL PALCO MA IN REALTA’…

Merda! Finiamo ogni giorno sempre più nella merda e neppure ce ne accorgiamo. Abbiamo iniziato col non meravigliarci più dei progressi della tecnologia (e fin qui niente di male) e siamo finiti a non meravigliarci e ad accettare come normale, perfino banali, le leggi speciali, i fermi per la strada, i soprusi continui, le perquisizioni, le schedature, i pestaggi, i fogli di via, gli arresti immotivati, addirittura la tortura nelle carceri. 

Rimaniamo completamente cinici, freddi, indifferenti, di fronte ai massacri, ai militari inviati da ogni parte per dare dimostrazioni di efficienza e professionalità, rimaniamo passivi di fronte al militarismo crescente, ai morti di eroina, ai missili che ci circondano, ai faccioni dei macellai affamati di sangue nei manifesti stradali, alle radiazioni sprigionate dalle centrali che fanno aumentare a dismisura i cancri nel nostro corpo, ce ne stiamo qui come sanguisughe capaci ormai solo di fregarci l'uno con l'altro o di sbranarci quando la salvezza non è più possibile.

Ed anche quest'anno ci siamo fatti le nostre squallidamente programmate vacanze a Rimini, a Porto Recanati o in Grecia, per i compagni solo a parole. Anche quest'anno ci prepariamo a farci fottere in una scuola che ci fa schifo ma che non abbiamo neppure più voglia di scuotere e sabotare, o magari ci faremo togliere quel piccolo desiderio di rivolta, di vita, di libertà, di gioia e di calore umano che ci è rimasto, lasciandoci rinchiudere in un carcere camuffato da breve, utile e formativa vita militare.

E pure, saremo disposti a non accorgerci delle ossa rotte, delle botte continue, dei pavimenti coperti di sangue, dei litri di acqua salata, facendo magari attenzione solo agli onesti e caritatevoli amici della DC o del PSDI (e sotto sotto anche del PC), indignati per l'inconcepibile trattamento a cui sono stati sottoposti i democratici e giusti Zorro italiani, disgraziatamente incarcerati.

Intanto l'autorità militare ci rassicura che i leggeri disordini sono stati domati, che non è successo niente, che lo spettacolo continuerà regolarmente.

MA SIAMO DAVVERO DISPOSTI AD ACCETTARE TUTTO CIO'?

Mussolini è ormai più che putrefatto. Tambroni non lo ricorda più nessuno. Cossiga, che sfiga è sparito, ma sotto la giacca di Spadolini si intravede una divisa.

PER QUANTO ANCORA ACCETTEREMO?

Svegliamoci, gettiamo via la disco, i faccini falsamente soddisfatti e ribelliamoci alla morte, chiediamo, urliamo, critichiamo, pensiamo, VIVIAMO.

Per l'anarchia, dalla finzione alla realtà.

(Chi si lascia opprimere, opprime anche te. Digli di smettere...)

 

Kobra – Confusione (2020)

Il fallimento è libertà, il successo ti annienta.

The album tells the story of young broke punks in Milan, always looking for a grift in the system, angry but also full of self-doubt, torn between activism and nihilism.

Queste le parole che accompagnano la pubblicazione di Confusione, nuova fatica in studio per i milanesi Kobra firmata dalla Iron Lung Records. Ancora ai ferri corti con l’esistente, l’hardcore punk come mezzo per minare la pacificata quotidianità capitalista e disertare il futuro.

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani punx che decisero di dar sfogo alla loro rabbia, mettendo in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome Kobra. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e acerbi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, nel 2020, nell’underground della metropoli milanese e nella sua polverosa scena hardcore e diy, un’altro gruppo di punx mossi da tensioni anarchiche e pulsioni nichiliste. noto anch’esso con il nome di Kobra, si aggira senza meta in preda alla rabbia e alla disperazione, divorati interiormente da una profonda sensazione di disillusione e sfiducia nei confronti di un futuro nemmeno troppo lontano che si preannuncia angosciante.

Disillusione, nichilismo, rabbia, ansia, alienazione, ma anche voglia istintiva di lottare, ribellarsi e resistere… è questo il vortice di emozioni e sensazioni che ci inghiotte immediatamente appena ci imbattiamo nelle note dell’iniziale Combatti, stesso vortice che ci divorerà e ci accompagnerà durante l’ascolto dell’intero Confusione, un concentrato di primo anarcho punk e primordiale hardcore punk italiano che ha le radici ben piantate nel sound e nell’esperienza di gruppi come Quinto Braccio e Contrazione, senza scordarsi dell’influenza dei Wretched più selvaggi e caotici che aleggia come uno spettro su tutto il disco. Concedendomi una breve digressione per parlare della copertina di questa ultima fatica dei Kobra, l’artwork in bianco e nero ad opera di Fra Goats (voce del gruppo) ricorda profondamente un’immaginario caro all’anarcho punk anni ’80, tanto quanto un’atmosfera, intrisa di nichilismo, che può riportare alla memoria addirittura i Nerorgasmo.

Combatti ogni giorno, combatti per non cadere, combatti per non morire.

Ancora una volta il raw punk hardcore suonato dai Kobra, in cui la dimensione politica e quella personale si intrecciano in maniera inscindibile, è animato da un’attitudine riottosa e da una rabbia istintiva e viscerale, ma su questa nuova fatica in studio si può notare una vena maggiormente sperimentale e personale nel loro sound. Difatti i Kobra non si sono limitati a seguire le coordinate sonore che avevano contraddistinto le cinque tracce della precedente tape, prima fatica dei nostri quattro punx milanesi datata 2018, anzi hanno aggiunto una buona dose di sperimentazione che viene sintetizzata in maniera estremamente godibile nel punk grezzo e caotico, base di partenza e arrivo dell’intero Confusione. Esempio di questa inaspettata dimensione sperimentale è la presenza addirittura di inserti di sassofono in tracce come la titletrack o C.P.D.M, probabilmente alcuni dei momenti più interessanti dell’intero lavoro con i loro echi che possono ricordare certe cose fatte dai Franti. Il legame intimo dei Kobra con la vecchia scuola dell’hardcore punk italiano è però evidente ed emerge tanto nell’immaginario generale che avvolge Confusione quanto nell’irruenta necessità espressiva e nelle liriche che accompagnano le undici tracce, tra le quali troviamo “Nessuna Fiducia” (altra traccia che ho apprezzato specialmente) che, almeno nel titolo, sembra voler omaggiare l’omonimo brano firmato dai Declino. Ventidue minuti intensi segnano il ritorno dei Kobra e sinceramente non si poteva chiedere di meglio che un disco di grezzo hardcore punk dalle interessanti pulsioni “sperimentali” del calibro di questo Confusione. Questa non è la fine, questo è l’inizio… Ancora una volta uniti nel dolore e uniti nell’abbraccio, come urla la voce di Fra all’inizio della nona traccia intitolata “Sogni Illusioni”.

Per trasformare l’angoscia e l’alienazione che ci incatenano in questi tempi bui dell’esistente capitalista e dell’epoca spettacolare della merce in un mezzo per sovvertire e disertare collettivamente la pacificazione sociale e il quieto vivere in cui ci vogliono condannati a morte. Nessuna speranza, nessun futuro, nessuno spazio, nessuna fiducia… Il futuro semplicemente non esiste, dunque tramutiamo la nostra rabbia e la nostra disperazione in fuoco, qui e ora, e distruggiamo ciò che ci distrugge tutti i giorni.