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Schegge Impazzite di Rumore #11

Assurdo e incredibile come Schegge Impazzite di Rumore sia diventata la rubrica più longeva e costante presente su questo blog. Pensare che il primo appuntamento è datato addirittura 2018 mi lascia incredulo e sconcertato… incredibile. Una rubrica da sempre dedicata alle più recenti (ma non solo) uscite in ambito punk/hardcore, metal estremo e in generale da panorama DIY e underground, un format in parte diverso dal solito per parlarvi di dischi e gruppi che ritengo meritino attenzione e ascolti da parte di voi sfortunati lettori di Disastro Sonoro. Schegge Impazzite di Rumore oggi raggiunge addirittura la sua undicesima puntata, puntata nella quale vi parlerò delle ultime uscite in casa Odio al Serio e Scalpo, così come scriverò due righe su un ep che per troppo tempo ho dimenticato nel cassetto delle “recensioni”, ovvero l’omonimo primo lavoro dei Fuoco pubblicato ormai due anni fa. Saranno tre lavori che, seppur per certi versi differenti tra loro, rappresentano molto bene il concetto di schegge di rumore e che tengono vivo, con rabbia, coscienza, passione e sincerità, l’hardcore punk in tutte le sue sfaccettature. Come al solito ho parlato troppo per introdurvi alle righe che seguiranno, dunque mi taccio e vi auguro una buona lettura. Perchè avremo anche scelto la sconfitta, la vittoria della sconfitta, ma a quanto pare lo spirito continua!

Odio al Serio
Fuoco – Fuoco (2018)

Probabilmente fin dalla copertina qualcuno potrà pensare si tratti di chissà quale demo mai pubblicata di qualche sconosciuto gruppo hardcore italiano degli anni ’80 avvolto nel mistero e nella polvere accumulata dagli anni che passano senza lasciare scampo. Probabilmente ascoltando la prima traccia di questo lavoro le impressioni iniziali sembrerebbero trovare conferma, visto che ci troviamo dinanzi a cinque tracce di punk-hardcore all’italiana in stile Declino, Impact, Upset Noise e gruppi meno conosciuti come i Kobra di casa Virus. E invece no, questi Fuoco sono un gruppo romano di recente formazione che ha un unico obiettivo: tornare a suonare l’hc come si faceva negli anni ’80, senza troppe pretese, con messaggi e testi diretti e impregnati di rabbia. Quattro tracce su questo Ep tra cui troviamo un feat. addirittura con i Raw Power, come a voler sottolineare ancora più evidentemente un intimo e viscerale legame con l’hardcore punk italiano che fu. Fuoco non è nient’altro che un Ep di semplice hardcore punk vecchia scuola, sincero e appassionato, che non inventa nulla ma che si lascia ascoltare senza troppe pretese. Che il fuoco bruci mentre corriamo nel sangue dei nostri nemici!

Scalpo – E’ la Lotta l’Avvenire (2020)

Voglio lo scalpo di chi ha tradito, prima eri un fratello, ora solo un nemico. Laverò i miei anfibi nel rosso del tuo sangue, in questa nazione che daremo alle fiamme!

Come ben saprete non sono affatto un grande amante dell’Oi! o dello street punk in tutte le sue sfumature per una serie di svariate ragioni che non affronterò certamente ora. Fatta questa doverosa )o forse futile) premessa, negli ultimi anni c’è stato un unico gruppo capace di farmi apprezzare certe sonorità vicine all’Oi! e questo gruppo risponde al nome di Iena, al punto da averli anche recensiti in uno dei primi appuntamenti di Schegge Impazzite di Rumore. Da oggi però gli Iena non saranno più soli in questa difficile impresa di farmi apprezzare l’Oi! e questo grazie a E’ la Lotta l’Avvenire, ultimo Ep firmato dagli Scalpo. Quattro tracce della durata molto breve che si aggira attorno al minuto e mezzo, ma estremamente intense, bellicose, anthemiche e dirette come nella miglior tradizione del genere. Il sound che propongono gli Scalpo è chiaramente riconducibile ad una forte matrice Oi! e a gruppi come Nabat o Rixe, ma condendo il tutto con buone dosi di hardcore punk e qualche melodia ed atmosfera di derivazione post-punk(come nell’iniziale Intro/Combatti). Queste plurime influenze rendono la proposta del gruppo di Sondrio assolutamente personale, non ripetitiva e non banale, qualità che in un genere come l’Oi! sono tutt’altro che scontate. Passando alle tematiche, le pulsioni che attraversano le quattro tracce sono perfettamente condensate nel titolo dell’ep, un titolo che manifesta la necessità della lotta politica, l’odio verso fascisti e sbirri e le tensioni di rivolta contro lo Stato e l’esistente capitalista. C’è poco altro da dire, se non consigliarvi vivamente di correre ad ascoltarvi E’ la Lotta l’Avvenire e supportare gli Scalpo. E se ve lo dice un detrattore dell’Oi! e dello street punk come il sottoscritto, cosa cazzo aspettate?

Odio al Serio – A/R (2020)

Quando non c’è più niente da bruciare, non rimane che darsi fuoco!

Il 9 novembre 2019, nelle cantine dello storico El Paso Occupato di Torino, gli Odio al Serio decidono sia giunta finalmente l’ora di registrare un nuovo disco da dare in pasto a tuttx i/le punx affamati di rumoroso e nichilista hardcore punk attraversato da una forte tensione anarchica e di rivolta. Vede cosi la luce questo A/R, disco direttamente autoprodotto e autostampato dagli Odio al Serio, ultimi baluardi del più sincero DIY! Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una copia di suddetto disco in occasione di una taz organizzata in Corvetto a giugno (taz di cui vi ho parlato proprio su queste pagine virtuali) e da quel momento aspettavo solamente di trovare l’occasione e la cornice giusta per parlarvene. Eccoci qui allora, il contesto migliore non poteva che essere l’undicesimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore! A/R è un concentrato di anarcho/hardcore punk nichilista e oscuro, crudo e selvaggio sulla falsa riga di Wretched, Nerorgasmo, Quinto Braccio e degno della migliore tradizione hardcore italiana degli anni ’80, in particolare modo dei primi anni della scuola torinese. Undici tracce dalla breve durata, mai superiore ai due minuti e mezzo (se escludiamo la conclusiva Sbarco), che rappresentano al meglio il concetto di schegge di rumore: brani brevi, concisi e diretti che trasudano tutta la sporcizia degna dell’hardcore punk vecchia scuola e non si fanno alcun problema a vomitarci addosso tutta la rabbia che nutrono gli Odio al Serio nei confronti di questo mondo. Tracce come Fuoco, Maledetta o Vago forniscono un ottimo esempio del sound e delle atmosfere che dominano l’intero A/R. Un’unica presa di coscienza ci accompagna giunti alla fine dell’ascolto di questa ultima fatica degli Odio al Serio: prima o poi il fuoco si spegnerà, nel frattempo bruciamo tutto!

 

 

Vivere Merda – Noi Non Ci Saremo (2020)

Con un titolo che mi ha immediatamente ricordato un classico brano dei Nomadi (citazione in odore di detournment voluta? Chissà…), partiamo a bomba e senza troppi fronzoli a parlare di questa ultimissima e altrettanto inaspettata nuova fatica in studio firmata Vivere Merda. Inaspettata poichè, come un fulmine che squarcia improvvisamente un cielo limpido, i Vivere Merda irrompono nuovamente sulle scene pubblicando queste 8 schegge di hardcore punk selvaggio e riottoso, contraddistinto come sempre da una profonda e sincera vena anarchica che accompagna fin dagli esordi il gruppo di Udine. Noi non ci saremo vede inoltre la luce grazie alla solita cospirazione di etichette/collettivi diy tra cui troviamo Saetta Autoproduzioni e Kalashnikov Collective.

Uno dei brani più interessanti e affascinanti dell’album è senza ombra di dubbio “Sbirri (Stato di semicoscienza)”, una traccia che azzarderei a definire addirittura sperimentale per quanto riguarda il percorso musicale dei Vivere Merda, anche grazie alla presenza del sax che dona un sapore estremamente diverso e inaspettato all’intero brano ma capace di funzionare veramente bene e non risultare fuori luogo, un brano che si assesta su coordinate care all’anarcho punk italiano che fu, apparendo come la sintesi perfetta tra i Contropotere e i Franti di Luna Nera. A seguire ci si imbatte nella titletrack che fuga ogni dubbio sul fatto che il titolo dell’album sia una citazione voluta al brano dei Nomadi, canzone, la cui melodia e il testo, vengono riprese in questa traccia, come fosse in fondo una cover sulla falsa riga di “Pregherò” rifatta ai tempi dai Piscia Korsakov, progetto embrionale da cui presero vita gli stessi Vivere Merda.

Una traccia invece come “Hai il cazzo grande” è a mani basse una di quelle che ho preferito, soprattutto per quanta riguarda la tematica affrontata nel testo. Un perfetto esempio di hardcore punk selvaggio e in your face con il classico timbro Vivere Merda, che si struttura come un’invettiva rabbiosa contro il machismo e in generale contro il patriarcato, aihmè dinamiche che spesso siamo costretti a vedere perpetuate (o accettate) anche nei nostri spazi, i quali dovrebbero essere il più sicuri per tuttx e certamente liberi da atteggiamenti machisti, sessisti e omo-transfobici. Gran pezzo, altre parole sarebbero superflue.

I Vivere Merda affrontano ancora una volta tematiche classiche dell’hardcore punk, ma lo fanno sempre con il loro peculiare timbro tanto musicale quanto lirico, riuscendo a non scadere mai nella banalità e senza dare quell’impressione di sentire qualcosa di fin troppo “trito e ritrito”, e questo non può che essere un enorme pregio. Questo perché l’attitudine che contraddistingue le individualità che animano il gruppo di Udine è profondamente sincera e assolutamente coerente con un precisa visione della vita e della lotta politica in senso chiaramente anarchico. E quindi testi contro il machismo, a favore delle occupazioni e contro il TSO, oltre ad apparire più attuali e validi che mai, riescono a trasmettere le reali tensioni che muovono ancora, dopo più di vent’anni, i Vivere Merda nel suonare hardcore con tutta la rabbia e la passione che hanno nel cuore. In fin dei conti, per concludere la “recensione”, questo “Noi non ci saremo” non è altro che l’ennesimo disco che i Vivere Merda dedicano, con rabbia e con amore, a tuttx i/le punx!

 

“Repressi sul palco ma in realtà…” – Comunicato dei/delle RAF Punk,1982

“Repressi sul palco ma in realtà…” è il titolo di comunicato/volantino scritto dai RAF Punk, probabilmente primo vero e proprio gruppo anarcho/queer punk bolognese, distribuito insieme alla compilation “Schiavi nella città più libera del mondo” nel 1982. Compilation a cui parteciparono Stalag 17, Anna Falkss e Bacteria, tutti gruppi appartenenti alla scena bolognese. Un comunicato che, riletto a distanza di decadi, funge da ottima fotografia di cosa fosse la scena hardcore punk politicizzata italiana degli anni ’80; un comunicato che in molti passaggi (per esempio quando si parla di torture nelle carceri o leggi repressive speciali) potrebbe risultare più attuale che mai. Rileggere oggi certe parole affinchè si torni a rendere l’hardcore davvero un’arma per minacciare l’esistente, un mezzo con cui riaccendere i fuochi di rivolta contro questo sistema oppressivo, alienante e che ci reprime tanto a livello personale quanto politico. Una fotografia disillusa, forse dalle tensioni nichiliste, ma estremamente vivida e sopratutto autocritica di sè, del punk-hardcore, delle proprie realtà e del proprio tempo. Come scrivevano i /le Raf Punk ribelliamoci alla morte!

REPRESSI SUL PALCO MA IN REALTA’…

Merda! Finiamo ogni giorno sempre più nella merda e neppure ce ne accorgiamo. Abbiamo iniziato col non meravigliarci più dei progressi della tecnologia (e fin qui niente di male) e siamo finiti a non meravigliarci e ad accettare come normale, perfino banali, le leggi speciali, i fermi per la strada, i soprusi continui, le perquisizioni, le schedature, i pestaggi, i fogli di via, gli arresti immotivati, addirittura la tortura nelle carceri. 

Rimaniamo completamente cinici, freddi, indifferenti, di fronte ai massacri, ai militari inviati da ogni parte per dare dimostrazioni di efficienza e professionalità, rimaniamo passivi di fronte al militarismo crescente, ai morti di eroina, ai missili che ci circondano, ai faccioni dei macellai affamati di sangue nei manifesti stradali, alle radiazioni sprigionate dalle centrali che fanno aumentare a dismisura i cancri nel nostro corpo, ce ne stiamo qui come sanguisughe capaci ormai solo di fregarci l'uno con l'altro o di sbranarci quando la salvezza non è più possibile.

Ed anche quest'anno ci siamo fatti le nostre squallidamente programmate vacanze a Rimini, a Porto Recanati o in Grecia, per i compagni solo a parole. Anche quest'anno ci prepariamo a farci fottere in una scuola che ci fa schifo ma che non abbiamo neppure più voglia di scuotere e sabotare, o magari ci faremo togliere quel piccolo desiderio di rivolta, di vita, di libertà, di gioia e di calore umano che ci è rimasto, lasciandoci rinchiudere in un carcere camuffato da breve, utile e formativa vita militare.

E pure, saremo disposti a non accorgerci delle ossa rotte, delle botte continue, dei pavimenti coperti di sangue, dei litri di acqua salata, facendo magari attenzione solo agli onesti e caritatevoli amici della DC o del PSDI (e sotto sotto anche del PC), indignati per l'inconcepibile trattamento a cui sono stati sottoposti i democratici e giusti Zorro italiani, disgraziatamente incarcerati.

Intanto l'autorità militare ci rassicura che i leggeri disordini sono stati domati, che non è successo niente, che lo spettacolo continuerà regolarmente.

MA SIAMO DAVVERO DISPOSTI AD ACCETTARE TUTTO CIO'?

Mussolini è ormai più che putrefatto. Tambroni non lo ricorda più nessuno. Cossiga, che sfiga è sparito, ma sotto la giacca di Spadolini si intravede una divisa.

PER QUANTO ANCORA ACCETTEREMO?

Svegliamoci, gettiamo via la disco, i faccini falsamente soddisfatti e ribelliamoci alla morte, chiediamo, urliamo, critichiamo, pensiamo, VIVIAMO.

Per l'anarchia, dalla finzione alla realtà.

(Chi si lascia opprimere, opprime anche te. Digli di smettere...)

 

Kobra – Confusione (2020)

Il fallimento è libertà, il successo ti annienta.

The album tells the story of young broke punks in Milan, always looking for a grift in the system, angry but also full of self-doubt, torn between activism and nihilism.

Queste le parole che accompagnano la pubblicazione di Confusione, nuova fatica in studio per i milanesi Kobra firmata dalla Iron Lung Records. Ancora ai ferri corti con l’esistente, l’hardcore punk come mezzo per minare la pacificata quotidianità capitalista e disertare il futuro.

Negli anni’80, agli albori della nascente scena hardcore punk italiana, quella che oltreoceano incensavano un giorno si e l’altro pure e che ha fatto scuola ovunque, dalla Svezia al Giappone, nei bassifondi di una Milano che stava vivendo l’esperienza storica del Virus, si muovevano quattro giovani punx che decisero di dar sfogo alla loro rabbia, mettendo in piedi una creatura dedita al punk-hc dal nome Kobra. Fortemente influenzati dai Wretched ma molto più grezzi e acerbi, il gruppo riuscì a pubblicare un solo EP nel 1985 dal titolo “Siamo il Sangue nelle Vene dei nostri Nemici”. Oggi, nel 2020, nell’underground della metropoli milanese e nella sua polverosa scena hardcore e diy, un’altro gruppo di punx mossi da tensioni anarchiche e pulsioni nichiliste. noto anch’esso con il nome di Kobra, si aggira senza meta in preda alla rabbia e alla disperazione, divorati interiormente da una profonda sensazione di disillusione e sfiducia nei confronti di un futuro nemmeno troppo lontano che si preannuncia angosciante.

Disillusione, nichilismo, rabbia, ansia, alienazione, ma anche voglia istintiva di lottare, ribellarsi e resistere… è questo il vortice di emozioni e sensazioni che ci inghiotte immediatamente appena ci imbattiamo nelle note dell’iniziale Combatti, stesso vortice che ci divorerà e ci accompagnerà durante l’ascolto dell’intero Confusione, un concentrato di primo anarcho punk e primordiale hardcore punk italiano che ha le radici ben piantate nel sound e nell’esperienza di gruppi come Quinto Braccio e Contrazione, senza scordarsi dell’influenza dei Wretched più selvaggi e caotici che aleggia come uno spettro su tutto il disco. Concedendomi una breve digressione per parlare della copertina di questa ultima fatica dei Kobra, l’artwork in bianco e nero ad opera di Fra Goats (voce del gruppo) ricorda profondamente un’immaginario caro all’anarcho punk anni ’80, tanto quanto un’atmosfera, intrisa di nichilismo, che può riportare alla memoria addirittura i Nerorgasmo.

Combatti ogni giorno, combatti per non cadere, combatti per non morire.

Ancora una volta il raw punk hardcore suonato dai Kobra, in cui la dimensione politica e quella personale si intrecciano in maniera inscindibile, è animato da un’attitudine riottosa e da una rabbia istintiva e viscerale, ma su questa nuova fatica in studio si può notare una vena maggiormente sperimentale e personale nel loro sound. Difatti i Kobra non si sono limitati a seguire le coordinate sonore che avevano contraddistinto le cinque tracce della precedente tape, prima fatica dei nostri quattro punx milanesi datata 2018, anzi hanno aggiunto una buona dose di sperimentazione che viene sintetizzata in maniera estremamente godibile nel punk grezzo e caotico, base di partenza e arrivo dell’intero Confusione. Esempio di questa inaspettata dimensione sperimentale è la presenza addirittura di inserti di sassofono in tracce come la titletrack o C.P.D.M, probabilmente alcuni dei momenti più interessanti dell’intero lavoro con i loro echi che possono ricordare certe cose fatte dai Franti. Il legame intimo dei Kobra con la vecchia scuola dell’hardcore punk italiano è però evidente ed emerge tanto nell’immaginario generale che avvolge Confusione quanto nell’irruenta necessità espressiva e nelle liriche che accompagnano le undici tracce, tra le quali troviamo “Nessuna Fiducia” (altra traccia che ho apprezzato specialmente) che, almeno nel titolo, sembra voler omaggiare l’omonimo brano firmato dai Declino. Ventidue minuti intensi segnano il ritorno dei Kobra e sinceramente non si poteva chiedere di meglio che un disco di grezzo hardcore punk dalle interessanti pulsioni “sperimentali” del calibro di questo Confusione. Questa non è la fine, questo è l’inizio… Ancora una volta uniti nel dolore e uniti nell’abbraccio, come urla la voce di Fra all’inizio della nona traccia intitolata “Sogni Illusioni”.

Per trasformare l’angoscia e l’alienazione che ci incatenano in questi tempi bui dell’esistente capitalista e dell’epoca spettacolare della merce in un mezzo per sovvertire e disertare collettivamente la pacificazione sociale e il quieto vivere in cui ci vogliono condannati a morte. Nessuna speranza, nessun futuro, nessuno spazio, nessuna fiducia… Il futuro semplicemente non esiste, dunque tramutiamo la nostra rabbia e la nostra disperazione in fuoco, qui e ora, e distruggiamo ciò che ci distrugge tutti i giorni.

 

 

Schegge Impazzite di Rumore #10

Decimo appuntamento con le Schegge Impazzite di Rumore? Davvero? Incredibile tutta questa costanza da parte mia, non me lo sarei mai aspettato. Al di là dell’autoironia, questo decimo capitolo della miglior rubrica in cui la scena punk hardcore italiana possa attualmente imbattersi (sto a scherza’), è una sorta di speciale e vi spiego anche perché. Praticamente un anno fa stavo lavorando effettivamente al primo numero della fanzine cartacea di Disastro Sonoro e dunque in occasione di questo evento mai concretizzatosi avevo scritto una manciata di “brevi” recensioni che fino ad oggi non hanno ancora visto la luce. Qualche giorno fa le ho ritrovate, riguardate e dopo averle rilette (e sistemate) mi sono accorto non facessero così tanto schifo e che avrebbero meritato di veder la luce. Visto che lasciarle lì a marcire non ha troppo senso, quale migliore veste se non Schegge Impazzite di Rumore per pubblicarle? Ecco, dunque buona lettura tra scemi, idioti civilizzati e altre canaglie punx.

Idiota Civilizzato, Vecchio Son, Bologna

Scemo – Caccia alle Streghe (2019)

Dalla scena underground milanese viene vomitato fuori questo nuovo progetto dall’inequivocabile nome (sono quasi convinto sia una citazione diretta al brano dei Peggio Punx) che pubblica la sua prima fatica dall’incisivo titolo “Caccia alle Streghe“. Gli Scemo sono un’entità impegnata a suonare un hardcore punk senza fronzoli, veloce quanto basta e che tira dritto per la sua strada, riuscendo a condensare in dieci tracce sia la lezione più classica del genere di scuola italiana e statunitense (primi Negazione, Peggio Punx o Poison Idea per fare dei nomi) sia gruppi più recenti e moderni che però si rifanno ad un’attitudine coerente e in linea con la vecchia scuola hc. Difatti al primo ascolto di “Colpo Basso“, traccia posta in apertura di questo “Caccia alle Streghe“, ho immediatamente pensato ai Tørsö , ma anche a gruppi come Wallbreaker o Exit Order (ma senza le melodie vagamente post punk di questi ultimi). Ecco se volessi in estrema sintesi definire gli Scemo potrei pensare a loro come la versione italiana dell’hardcore rabbioso dei Tørsö, chiaramente non solo perchè entrambi i gruppi hanno in comune le rabbiose vocals femminili, ma sopratutto per l’attitudine in your face, per l’intensità che attraversa tutto il disco e per la capacità di scrivere pezzi hc fuoriosi e adrenalinici a cui è seriamente difficile resistere. Se non siete scemi e sceme correte veloci ad ascoltarvi questa bombetta di hardcore punk, non ve ne pentirete!

A Culture of Killing – The Feast of Vultures, The Cry of a Dove (2019)

A Culture of Killing è una one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, questo in breve. Ma in realtà addentrandosi nell’ascolto di questo “The Feast of Vultures, The Cry of a Dove…“, scopriamo che c’è molto di più. Già sul precedente debutto di qualche anno fa nel sound proposto da Luca (mente e corpo dietro questo progetto) si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante questo “The Feast of…” suoni più vicino ai The Mob e agli Zounds piuttosto che all’irruenza più rabbiosa di Crass o Conflict. Inoltre A Culture of Killing non si fa mancare nemmeno divagazioni melodiche in territori post-punk in stile Vex e A Touch of Hysteria e qualche pulsione addirittura goth che rendono il sound molto più variegato e personale, riuscendo a catturare quel sapore e quel gusto per le melodie oscure/decadenti tipiche di certe uscite dell’underground post-punk e death rock britannico degli anni ’80 . Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato a marzo dello scorso anno, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” e dall’underground britannico anarcho/post-punk dal 1979 al 1984.

Golpe – Subisci, Conformati, Rassegnati (2019)

Caos non musica. Potremmo terminare così, liquidando in tre parole la proposta dei Golpe, nuova misteriosa entità libera e selvaggia che se ne sta in agguato negli abissi polverosi della metropoli milanese pronta ad attaccare con tutta la sua furia cieca. Cinque tracce di caos non musica, ribadisco, che parte dalla primordiale lezione degli immortali Wretched, prende in prestito tutto il marciume del d-beat hardcore giapponese di Warhead, Crow e simili e arriva a lambire territori d-beat/crust svedesi cari a Mob 47, Anti Cimex e Totalitar. Raw d-beat/hardcore classico, non originale ma estremamente godibile, suonato con attitudine e passione e che riesce a dare quel sapore fortemente old school che sta sempre bene e di cui sono perfetti esempi tracce come “Istruzioni di Vita” o “Non Piegarti“. Stanchi di subire l’esistente, esistenze non conformi che creano crepe nel quotidiano per farla finita con la rassegnazione e l’abitudine che lentamente corrode e uccide. Caos non musica, affinché non rimangano che macerie di questo mondo!

Idiota Civilizzato – Civiltà Idiota (2019)

Nuovo Ep in casa Idiota Civilizzato! Quattro nuove schegge di rumore impazzite ancorate come al solito alla vecchia scuola dell’hardcore punk italiana degli anni ’80! “Civiltà Idiota” potrebbe benissimo trattarsi di un misterioso Ep registrato, dimenticato e mai pubblicato intorno al biennio 1983-85, epoca d’oro dell’hardcore punk italiano. Le sonorità a cui sono fortemente legati gli Idiota Civilizzato hanno infatti lo stesso sapore, la stessa rabbia, la stessa identica irruenza e la stessa attitudine del punk hardcore che fu e difatti si può udire in modo chiaro l’influenza che le prime fatiche dei Declino, dei Peggio Punx, dei primissimi Negazione e degli Impact hanno avuto sulla musica degli Idiota Civilizzato! “Uno e Nessuno” e la conclusiva “Guerra di Spettri” son due vere e proprie scariche furiose di pugni nello stomaco e personalmente le ritengo essere le tracce migliori di questo “Civiltà Idiota“. So’ cortellate quando volete, cantava qualcuna tanti anni fa e “Civiltà Idiota” è proprio questo: coltellate selvagge dal primo all’ultimo minuto. Liberi e selvaggi contro questa civiltà e la sua idiozia!

Schifonoia & Papal Discount House- Il Declino della Società del Pianto

Questo esistente, solo schifo e noia. Di questo esistente, e del suo spettacolo annichilente e mortifero, solo polvere e macerie. Che il punk e l’hardcore tornino ad essere una minaccia.

Per fortuna esistono ancora individualità e gruppi come Schifonoia e Papal Discount House con cui mi sento intimamente affine e con cui condivido una precisa visone di ciò che dovrebbero essere l’hardcore ed il punk: una minaccia per questo esistente annichilente, al fine di sovvertirlo e distruggerlo, al fine di lasciarne solo polvere e macerie. L’hardcore e il punk come bombe pronte a deflagrare per risvegliarci dal torpore della pacificazione sociale, per sovvertire il quieto vivere che ci condanna a morte, per distruggere la società dello spettacolo, per far risplendere le fiamme della nostra gioia tra le macerie dell’esistente.

Il declino della società del pianto, nasce dall’idea degli Schifonoia e dei Papal Discount House nel costruire un immaginario che vada a scardinare l’esistente. Un rovesciamento di prospettiva arricchita da elementi grotteschi e arazionali, dove la lotta tra un’esistente mortifero – e i suoi adepti – e il richiamo ad una vita radicale prende piede sottoforma di una narrazione tesa a distruggere la società spettacolare e i ruoli sociali che esso detta.

Questo disco introdotto dallo splendido titolo “Il Declino della Società del Pianto” (i cui artwork delle due copertine mi hanno riportato alla mente certi dischi dei Rudimentary Peni) rappresenta a mio parere uno degli split più interessanti e intensi di tutto il 2019, prima di tutto per quanto riguarda il lato lirico e d’immaginario. In estrema sintesi, ci troveremo ad ascoltare quaranta minuti abbondanti (sei tracce per i Papal Discount House e cinque per gli Schifonoia) di anarcho/hardcore punk con echi crust, ma il lato musicale, per quanto estremamente interessante e godibile, è quello su cui voglio soffermarmi meno. Proprio come dicono gli Schifonoia questo split nasce dall’idea di intendere la musica punk come mutuo appoggio, supporto e solidarietà tra individui affini, come mezzo per diffondere un messaggio insurrezionale ed incontrare individualità affini con cui intraprendere l’avventura della rivolta contro questo mondo, contro questa società dello spettacolo e dello sfruttamento, contro questo esistente sempre uguale che opprime e annichilisce. Perchè è bene ricordare che da un lato c’è l’esistente, con le sue abitudini e le sue certezze. E di certezze, questo veleno sociale, si muore. Dall’altro c’è l’insurrezione, l’ignoto che irrompe nella vita di tutti. L’inizio possibile di una pratica esagerata della libertà. Ed è proprio in questo tentativo di negazione e distruzione dell’esistente che anima “Il Declino della Società del Pianto” che vedo riflesse le mie tensioni sovversive e che mi fa sentire profondamente affine e complice con le individualità che fan parte degli Schifonoia e dei Papal Discount House.

Lo split si apre con un’intro lenta e dalle sonorità decadenti recitata dai Papal Discount House, un crescendo di tensione che esplode a livello lirico nel momento in cui la voce recita le seguenti parole: “Fuoco e macerie. Una bomba all’esistente. Una bomba all’esistente.” Veniamo così introdotti alla prima traccia intitolata in modo semplice quanto esplicito “Sbirri”, dalle sonorità pesantemente anarcho-hardcore punk che mi hanno ricordato certi Wretched, il cui testo è un attacco aggressivo ai servi dello Stato che difendono unicamente gli interessi dei padroni e la giustizia borghese. Un testo e un brano che sono belli quanto le caserme e le divise che bruciano. Proseguendo nell’ascolto del lato dello split occupato dai Papal Discount House, musicalmente rimaniamo ancorati ad un anarcho-hardcore punk crudo, primitivo e rabbioso che riesce perfettamente nel compito di mettere in risalto la componente lirica, a mio parere, vero punto di forza dei modenesi. Trovo inutile soffermarmi su questo o quell’altro brano, tanto quanto sviscerare il contenuto dei testi. Credo anzi, per citare, rivisitandolo, un certo Vaneigem, che le liriche dei Papal Discount House, debbano essere prese come dei contributi alla lotta dei/delle punx anarchic* rivoluzionar*, destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. E lo stesso concetto vale anche per i testi dei cinque brani proposti dagli Schifonoia.

Sul lato occupato dagli Schifonoia trovo sia interessante una traccia come “Sento Puzza di Lacca”, una netta presa di posizione nei confronti dei cosidetti fashion punk e più in generale nei confronti di tutti coloro che vedono nel punk solamente una merce alternativa asservita alle logiche del profitto e recuperata dalla società dello spettacolo. Un brano che, nel contenuto, mi ha riportato alla mente un bellissimo testo scritto dagli stessi compagni degli Schifonoia tempo fa e che si concludeva con la seguente frase: “alle creste colorate preferiamo il passamontagna”. Tra le cinque tracce degli Schifonoia c’è spazio anche per una catilinaria alla città di Bologna (ma potrebbe essere qualsiasi altra grande città) e alle sue mille sfaccettature, dalla militanza innocua e fatta unicamente di autoriproduzione del proprio immaginario (qualcuno ha detto disobba?) all’attacco violento nei confronti dei processi di gentrificazione e della città-vetrina in cui tutto è sacrificato sull’altare del profitto. A tutto questo, come suggeriscono gli stessi Schifonoia, si potrebbe rispondere con un gran botto, una veloce esplosione. Un’altra bomba per scuotere il quieto vivere in cui ci vorrebbero condannare a morte lenta.

Lasciarsi condannare a morte nell’apparente quieto vivere della società dello spettacolo o insorgere, attaccare e tentare di sovvertirla? Lasciarsi uccidere al suono della nostra stessa musica o renderla arma con cui sferrare colpi mortali a questo mondo che vogliamo vedere ridotto in macerie? Disastro Sonoro, Schifonoia e Papal Discount House hanno già deciso da che lato della barricata stare. Ora a voi la scelta, ma ricordatevi che il punk o l’hardcore dovrebbero essere il mezzo con cui minare l’esistente e farlo saltare, mai divenire un fine innocuo o un contenitore di parole ripetute allo sfinimento al punto da essere disarmate.

“Il Declino della Società del Pianto” è un disco impregnato di rabbia sovversiva e gioia insurrezionale, un disco personale e politico, perché la prossima rivoluzione ha dentro il personale in modo esplicito, ricordiamocelo. Ci troveremo presto sulle barricate mie cari Papal Discount House e miei cari Schifonoia, ci ritroveremo a danzare nella notte e a mettere bombe con cui minare e far saltare in aria l’esistente. Per farla finita con la rassegnazione, per l’insurrezione, per la vita.

Comunicato Senza Numero

Fratelli e sorelle, quali sono i vostri reali desideri? Divenire gli sbirri di voi stessi e dei vostri vicini di casa? Auspicare un ritorno alla normalità dello sfruttamento e dell’oppressione salariale? Oppure forse minare questo esistente, farlo saltare e bruciarlo? Questa vita, che il capitalismo troppo spesso ci porta ad odiare, può essere bella, ricordiamocelo. Questo mondo, è vero, ci fa talmente schifo che l’unica posizione prendiamo è quella di una sua possibile e totale sovversione. Non chiediamo una vita migliore, nemmeno speriamo in un ritorno alla normalità di un esistente fatto di quotidiano sfruttamento, oppressione e repressione, bensì costruiamo già qui e ora una vita radicalmente diversa. Per fare in modo di non esser mai più sommersi dalla quotidianità, dalla noia, dall’arrendevolezza, occorre scuotersi e cercare complicità e affinità attorno a noi.
Accorgiamoci della noia, della monotonia, della merda che ci circonda, ed attacchiamo. Qui. Ora. E gioiamo, di quegli istanti di rivolta, di quegli istanti di vita veramente vissuti. Fratelli e sorelle dunque cerchiamo complici con cui disertare la quotidianità, sovvertire il quieto vivere, minare l’esistente. Complici con cui cospirare, convertire le parole in fuoco, insorgere.

Fratelli e sorelle il futuro è nostro. Le fiamme della nostra gioia divamperanno tra le macerie di questo mondo e illumineranno la notte. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. 

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta. Ancora qui chiusi in una città quarantenata come una tigre in gabbia. Non so come chiamarvi. Signore, punx, compagni, signori compagne, insomma non lo so. Ma voglio ricordare inseme a voi una serie di questioni fondamentali:

  •  uccidere lo sbirro che abita nella vostra testa è cosa buona e giusta
  •  lo Stato ha bisogno di te? Bene, fottilo.
  •  solidarietà e complicità non son solo parole vuote, ma una pratica quotidiana.
  •  la repressione non è il nostro vaccino
  •  la normalità era il problema, quindi nessun auspicabile ritorno ad essa
  •  i responsabili hanno un nome, un cognome ed un indirizzo. Dovrebbero pagare caro e pagare tutto.
  •  solo il crust ci salverà…

Ed è proprio da quest’ultimo punto che voglio far partire il seguente articolo e prenderlo come spunto per introdurre l’argomento delle prossime righe: una breve primo viaggio alla riscoperta di una (totalmente arbitraria) manciata di dischi seminali per la scena anarcho punk e crust italiana del primo decennio degli anni Duemila. Perchè non c’è niente di meglio del crust punk da ascoltare in questi giorni di quarantena forzata e di emergenza socio-economica e sanitaria. Perchè solo il crust ci salverà. I dischi, e di conseguenza i gruppi, di cui vi parlerò sono scelti in base all’importanza che hanno rivestito nel corso degli anni anzitutto nella mia formazione politica e per la mia scoperta e e di conseguenza iniziazione al crust punk italiano ormai datata parecchi anni fa.

Partiamo dal primo, a livello cronologico, di questi lavori, e probabilmente da quello che può essere considerato a tutti gli effetti seminale per quanto riguarda l’intera scena anarco punk e crust della penisola nel primo decennio degli anni duemila. Il gruppo in questione proveniva da Benevento, rispondeva al nome di Tetano e nel 2005 registra e pubblica un disco intitolato “Di Stato si Muore” che ho sempre ritenuto, almeno personalmente, di seminale importanza per la mia iniziazione all’ Anarco/Crust italiano, un disco attraversato da un’aggressivitá selvaggia e da un’irruenza espressiva inarrestabile. Dato che all’uscita di questo dico avevo praticamente dieci anni, ho potuto riscoprirlo ed apprezzarne l’importanza solamente parecchi anni dopo ma posso ammettere che fu amore al primo ascolto. Con un suono che da una parte sintetizzava, tanto a livello di sonorità quanto sul lato delle tematiche trattate, la lezione primordiale del hardcore punk di matrice anarchica dei Wretched di “Finirà Mai?” e degli Eu’s Arse del capolavoro “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Fottilo!”, mentre dall’altra affondava le proprie radici nell’anarcho punk britannico dei primissimi Crass e nel crust a la Doom, “Di Stato si Muore” è un lavoro estremamente grezzo, che mette dinanzi a tutto l’irruenza espressiva e la rabbia più feroce. Il disco, completamente autoprodotto, e la musica punk nell’ottica dei Tetano non erano altro che mezzi per diffondere il loro messaggio anarchico contro lo Stato e la sua repressione, contro il Capitalismo e lo sfruttamento e contro l’oppressione quotidiana, tematiche realmente sentite da chiunque di noi che si oppone e lotta concretamente contro questo sistema e non solo slogan vuoti e innocui da urlare dentro ad un microfono. Il punk dunque come strumento di comunicazione di idee, esperienze e pratiche antagoniste alla società dello Stato e del Capitale, ovvero una minaccia per questo esistente. “Di Stato si Muore” si apre con la voce di Riccardo che fa venire la pelle d’oca ancora oggi a distanza di anni impegnata a recitare un pezzo tratto, a quanto ricordo, da “Ripartire dall’anarchia” scritto da Sean M. Sheehan. L’intro parlato lascia poi spazio all’aggressività selvaggia e istintiva della titletrack, uno dei pezzi più belli mai scritti in tutto l’hardcore punk italiano a parer mio, accompagnato da un testo che ricorda le vittime della repressone statale (da Pinelli a Carlo Giuliani) così come le morti causate dalle guerre imperialiste o le morti sul lavoro. Un testo che ribadisce un concetto che dovrebbe essere impresso in chiunque continua ad organizzarsi per attaccare questo mondo, ovvero che di Stato si continuerà a morire fino a quando esisterà. E che Stato significa guerra quotidiana. Le tredici tracce che compongono questo “Di Stato si Muore” toccano le classiche tematiche trattate dall’anarcho punk. Infatti possiamo trovare tracce antimilitariste e di attacco alla guerra imperialista come “Nassyria” o “Giochiamo alla Guerra”, altre in cui si attaccano il nazionalismo e il patriottismo (“Fottuta Patria”), altre ancora che prendono posizione netta contro il carcere (di cui vogliamo vedere solo macere il più presto possibile) nella quinta traccia intitolata per l’appunto “Galere”. C’è spazio anche per uno dei miei pezzi preferiti in assoluto registrato dai Tetano, ovvero “Comunicato n.7″ che fin dal titolo e dallo stile in cui è scritto il testo vuole richiamare l’Angry Brigade, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo nel Regno Unito agli inizi degli anni ’70. Ultima cosa che ci tengo a sottolineare sono alcune righe che accompagnano la copia fisica del disco in cui i Tetano evidenziano l’importanza dell’autoproduzione come pratica politica per diffondere il proprio messaggio anarchico, mandando a fare in culo il profitto e la mercificazione delle forme di espressione e comunicazione ma sopratutto l’industria discografica, la SIAE e tutti quei gruppi che utilizzano l’autoproduzione solamente come trampolino di lancio per un contratto o il successo.

A distanza di un anno dalla pubblicazione del seminale “Di Stato si Muore”, un gruppo sardo conosciuto all’epoca col nome di Quarto Potere (ispirato dall’omonimo lungometraggio del 1941 diretto da Orson Wells) registra e da alle stampe la sua prima fatica in studio dal titolo “Incubo Senza Fine”. Il sound dei Quarto Potere su questo primo lavoro è ancora pesantemente influenzato dalla lezione di gruppi seminali della scena punk ottantiana italiana come i Wretched o gli Eu’s Arse, anche se emergono le influenze di gruppi d-beat quali Discharge o Varukers e vaghi richiami crust principalmente nei riff. La voce di Roberto è ancora legata all’hardcore punk di wretchediana memoria e non si è ancora lasciata andare del tutto a quel growl (in senso lato) abrasivo e marcio che caratterizzerà la proposta dei Quarto Potere più avanti. “Incubo Senza Fine” presenta sette tracce a cui sommano una breve intro dalle sonorità abbastanza crust e la cover di “Vaffanculo” dei Blue Vomit posta a chiusura del disco. Le tracce che ho apprezzato maggiormente nel corso degli anni sono state sicuramente “Contro le Carceri”, “Jiad” e “Vivisezione” (traccia nella quale si sentono primi echi crust anche nelle vocals), tripletta che compone la parte centrale dell’intero lavoro e che probabilmente tocca il punto più alto dell’irruenza espressiva e dell’aggressività trasmesse su questo primo lavoro dai Quarto Potere. Ancora acerbi rispetto al sound che svilupparono pochi anni dopo questo esordio, ma accompagnati da una ferocia selvaggia e da un istintiva bellicosità che bastano e avanzano per rendere “Incubo Senza Fine” un  ottimo disco di anarco punk.

 

Intanto nel 2007 vede la luce “Sic Transit Gloria Mundi” , primo disco degli Olim Palus , gruppo proveniente da Latina che definiva le propria sonorità come apocalyptic d-beat crust. Quattordici minuti suddivisi per quattro tracce a cui si somma la cover di “Stop the Slaughter” degli svedesi Mob47. E non è un caso la scelta di coverizzare un pezzo dei Mob47 visto che il sound degli Olim Palus affondava le proprie radici in profondità nella scena d-beat/crust svedese della prima metà degli anni ’80 e nel solco scavato a suo tempo da Ep fondamentali quali “Crucified by the System”, “Victims of a Bomb Raid” o “Karnvapen Attack”. Questa primissima fatica in casa Olim Palus si apre con il giro di basso che introduce la prima traccia “Fahrenheit 451”, un perfetto episodio di d-beat/crust punk accompagnato da una voce abrasiva e da una batteria martellante. nonchè da un ritornello che entra subito in testa. I ritmi, soprattutto della chitarra e della batteria, son praticamente sempre molto sostenuti e quasi mai si lasciano andare a rallentamenti. E’ sicuramente nella terza traccia “Massacro Fantasma” che si tocca il culmine di aggressività e ferocia, tanto a livello strumentale quanto a livello di vocals, un’alternanza di voci, una più urlata e abrasiva e una più brutale e tendente al growl. Nel complesso questo “Sic Transit Gloria Mundi” è un ottimo lavoro di impetuoso d-beat/crust di matrice svedese capace per quattordici minuti di sviscerare tematiche sempre attuali come la brutalità della guerra imperialista (“Massacro Fantasma“), l’alienazione e l’apatia generate da questo sistema che schiacciano gli esseri umani (“Indottrinamento del Subconscio“) e un serrato attacco all’idea di progresso, tipica del mondo occidentale, fondata sullo sfruttamento e la distruzione (“Evoluzione?”).

Olim Palus

Nel 2008 i Tetano e i Quarto Potere mettono insieme le loro forze e ci regalano uno degli split a cui sono più affezionato, uno dei dischi a mio parer più intensi e importanti di tutta la scena anarco/crust punk italiana. Lo copia fisica dello split è assurda da tenere tra le mani. Inoltre nella parte del bootleg occupata dai Tetano, il gruppo beneventino ci tiene a ringraziare tutti quei compagni e compagne che hanno incontrato sulla strada che porta all’emancipazione sociale e verso un mondo di libertà ed uguaglianza, mentre in quella dedicata ai Quarto Potere, il gruppo sardo ha voluto dedicare un saluto e un abbraccio a tutti/e i/le compagni/e detenuti nelle prigioni di stato. Altro punto che trovo interessante è l’estratto di una dichiarazione dell’anarchico Ravachol tenuta in tribunale davanti ai giudici che lo accusavano di omicidio. Ci tengo a sottolineare tutti questi particolari per evidenziare come ciò che animava i due gruppi andava ben al di là della musica e che il punk fungeva come mezzo per diffondere solidarietà, sperimentare l’autogestione e attaccare un’esistente oppressivo fondato sulla repressione statale e sullo sfruttamento lavorativo. Il punk visto come mezzo, come minaccia, mai come fine. Il punk che non è solo musica, ma un attacco totale a questo mondo, per abbattere lo Stato e distruggere il capitalismo. Tornando sul lato prettamente “musicale” lo split è composto da cinque tracce per i Quarto Potere e tre per quanto riguarda i Tetano. Il sound dei Tetano rimane fortemente ancorato ad un anarcho punk primitivo che però sfocia spesso in territori propriamente crust più aggressivi e brutali. In “Odio la Polizia”, traccia che apre il lato dello split del gruppo campano, i nostri ribadiscono un concetto chiaro e semplice: le forze dell’ordine sono il braccio armato della classe padronale e difendono dunque la giustizia e gli interessi della borghesia. Ma è la successiva “Violenza/Non Violenza” la traccia che ho sempre apprezzato maggiormente dei Tetano su questo lavoro, sia a livello di sound quanto e sopratutto a livello lirico. Difatti nel testo i Tetano cercano di trattare l’annosa questione violenza/non violenza, arrivando giustamente a sostenere che l’unica violenza giusta e necessaria è quella rivoluzionaria per abbattere lo Stato ed il Capitale. E non possono che trovarmi estremamente d’accordo.

Il lato dello split occupato dai Quarto Potere è devastante sotto tutti i punti di vista. A livello di sonorità il gruppo sardo ha virato verso lidi propriamente crust-core, un sound che rispetto all’esordio si è fatto più brutale e ruvido, influenzato ancora pesantemente dai Wretched e dai Discharge ma sopratutto dai Doom e dagli Anti-Cimex. L’influenza wretchediana emerge prepotentemente nella seconda traccia “10,100,1000 Nassirya”, mentre l’iniziale “Hiroshima” risente molto l’influenza di un certo crust-core. Ricordo che quando ascoltai per la primissima volta questo split mi innamorai immediatamente di “Hiroshima”, traccia che ritengo ancora oggi essere una delle migliori mai scritte dai Quarto Potere. Le tematiche trattate sono quelle classiche del genere: dall’aspra critica della guerra imperialista mascherata da “operazione di pace” o peggio da “intervento umanitario” nella conclusiva “Guerra di Pace”, alla presa di posizione antimilitarista nelle due tracce di cui ho parlato poco sopra, passando per la critica del copyright e della mercificazione delle forme di espressione-comunicazione e proponendo come unica alternativa pratica e politica, in un’ottica di anti-mercificazione e di rifiuto del profitto, l’autoproduzione e l’etica diy. Ed è proprio parlando di autoproduzione, pratica che tengo molto a cuore e che anima fin dal primo giorno Disastro Sonoro, che voglio concludere questo paragrafo dedicato allo splendido split tra i Tetano e i Quarto Potere. Citando direttamente le parole scritte dai Quarto Potere nel bootleg che accompagna lo split: “In una società in cui orma si tenta di ridurre a semplice merce e di consacrare al dio profitto anche la più irrilevante delle forme di espressione-comunicazione, l’autoproduzione viene ad acquistare un suo preciso significato quale ultima (e forse unica) strada da percorrere per riappropriarci di tutto ciò che veniamo a creare ogni giorno in quanto individui pensanti. Il rifiuto di un’ottica puramente commerciale e di mercificazione delle nostre espressioni, è alla base di una genuina scelta di autoproduzione e anche un elemento che conferisce a quest’ultima un suo incisivo valore politico…”. 

Ci avviamo alla conclusione di questo viaggio negli abissi della scena anarcho/crust punk della prima metà degli anni Duemila giungendo al 2010, anno in cui viene pubblicato un’altro split assurdo tra i Quarto Potere e gli Olim Palus intitolato 1184-2010″, split che ha potuto vedere la luce solamente grazie alla collaborazione di numerose etichette indipendenti, dimostrando come la solidarietà, all’interno di un certo modo di intendere la musica punk, sia una pratica messa in atto realmente nel quotidiano. Quattro tracce portano la firma dei Quarto Potere mentre solo una quella degli Olim Palus, la splendida “Convertiamo le Parole in Fuoco”, una dichiarazione di guerra a questo mondo, un’invito all’azione diretta e ad armare le parole contro un’esistente fatto di sfruttamento e oppressione. I Quarto Potere, partiti ai tempi di “Incubo Senza Fine” con un sound ancora pesantemente influenzato dai Wretched, giungono finalmente su questo split a sonorità che potrei definire senza troppi problemi crust-core a la Doom con un growl onnipresente e brutale. Un’evoluzione (se così possiamo chiamarla) di cui si intravedevano segnali già sullo splendido split con i Tetano. Aprono le danze di guerra i Quarto Potere con una breve intro in cui viene ripresa una citazione di “V per Vendetta“, salvo poi lasciare ad un giro di basso da brividi il compito di introdurre la prima traccia “Terrore”, un minuto di violento crust-core tritaossa su cui spicca il growl cavernoso di Robi. Tutte e quattro le tracce dei Quarto Potere presenti su questo magnifico split sembrano dipingere, non solo a livello lirico, un’atmosfera e uno scenario profondamente post-apocalittico e privo di speranze di sopravvivenza, come sottolineato da una traccia come “Nessuna Speranza di Vita”. Passando all’unico brano degli Olim Palus, “Convertiamo le Parole in Fuoco” è uno dei pezzi più belli di tutta la scena d-beat e crust punk italiana. Le sonorità del gruppo di Latina sono ancora legate alla scuola crust svedese di Avskum, Anti-Cimex e qualcosa dei primissimi Wolfpack sopratutto per un certo gusto nel riffing e nelle melodie e inoltre il brano è attraversato da un’intensità e da una aggressività senza eguali. Ho i brividi ancora oggi ogni volta che le voci di Matteo e Emanuele urlano ripetutamente “convertiamo le parole in fuoco”. Giungendo a conclusione definitiva non solo di questo paragrafo ma anche di tutto questo articolo, ci tengo a sottolineare probabilmente la nota più importante che accompagnava la pubblicazione dello split tra Quarto Potere e Olim Palus, ossia la volontà di dedicare il lavoro ai compagni sotto processo per i fatti del G8 di Genova, come a voler ribadire ancora una volta che il punk (in tutte le sue forme) non può essere solo musica ma anzi mezzo per diffondere ed esprimere solidarietà e complicità e minaccia per farla finita una volta per tutte con questo esistente votato allo sfruttamento, alla repressione e all’oppressione delle nostre vite in nome del profitto.

Questi sono solamente alcuni spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. Perché non è più tempo della parola mormorata a fior di labbra, bensì è giunta l’ora di armare questi fiumi di parole che ci ostiniamo a scrivere, ad urlare in un microfono o peggio a soffocare nello sconforto delle nostre gole. Per non essere mai più disarmati, convertiamo le parole in fuoco.

Anno 1985, Suoni Oscuri della Libertà

Anno 1985, due gruppi si affacciano sulla fervente scena hardcore punk italiana regalandoci due lavori acerbi e grezzi ma che ancora oggi mantengono tutto il loro fascino e tutta la rabbia tipica di quegli anni incredibili! Due lavori e due gruppi che hanno avuto vita breve rispetto ad altri ben più noti ma che hanno saputo scrivere ugualmente in modo indelebile il loro nome nella scena hardcore italiana degli anni ’80. “Lo Sguardo dei Morti” degli Stigmathe e l’ “Untitled” album dei Soglia del Dolore, due lavori che si tende troppo spesso a lasciare marcire sotto metri e metri di polvere e senza conferire loro il riconoscimento che meritano per il fatto di rappresentare due piccole perle di punk allo stesso tempo oscuro e sperimentale orientato alla ricerca di soluzioni in buona parte originali, certamente personali e che differenziavano pesantemente il sound di questi due gruppi dalla maggior parte dei grandi nomi che negli Ottanta mietevano vittime e lasciavano macerie al loro passaggio in giro per l’Italia e per l’Europa come i Negazione o i Raw Power.

Stigmathe dal vivo al Virus di Milano

Negli anni 80 in Italia, se tralasciamo gli immortali Wretched, non erano moltissimi i gruppi che avevano le loro radici musicali ben piantate nel sound dei Crass e di tutte quelle band anarcho punk legata alla stupefacente Crass Records come Mob, Poison Girls, Dirt e moltissimi altri. Ed erano ancora meno le band della scena hardcore italiana che avevano nel loro bagaglio musicale pulsioni tendenti alla new wave e alle sue soluzioni più gelide e oscure. Tra questi pochissimi esponenti del classico sound a la Crass imbastardito con sonorità new wave, probabilmente i Soglia del Dolore sono uno degli esemplari migliori e più originali su differenti livelli, anche contando la brevissima durata che ha avuto la loro esistenza.

La creatura che prende il nome di Soglia del Dolore si forma nel 1982 nella città di Udine, che sembra la città dei morti viventi…anzi dei vivi morenti come mi ricordo la definí qualche vecchio punk friulano. Udine nonostante abbia saputo partorire coloro che possono fregiarsi a mani basse del titolo di “Discharge italiani”, ossia i mitici Eu’s Arse autori di veri e propri marci capolavori del punk anarchico italiano come il seminale “Lo Stato ha Bisogno di Te? Bene, Fottilo!”, e altri gruppi praticamente sconosciuti come i Pravda del buon Punkrazio (figura importante del punk italiano per essere l’ideatore della storica Nuova Farenheit punkzine) o i Toxical, non è certamente ricordato come un centro nevralgico e centrale della scena hardcore italiana degli anni ’80. Udine è una città di provincia come moltissime altre che inghiottono noi tutti e che tentano di annullarci a colpi di quieto vivere e labile pace sociale, e come ogni terra di provincia che si rispetti alimenta inconsapevolmente una rabbia e una voglia di rivolta che attendono solamente il momento più adatto per esplodere e attaccare tutte quelle piccole certezze e valori da borghesi a cui il bravo cittadino medio, alienato, atrofizzato, annichilito si aggrappa per apparire vivo, un perfetto cadavere vivo che si muove immobile in una città di merda. Ed è stato proprio questo contesto che puzza di morte e di merda a far emergere il punk riottoso e incazzato dei Soglia del Dolore, non poteva essere altrimenti; o ti lasci risucchiare, annullare e muori, oppure urli tutta la tua rabbia e ti rivolti! I Soglia del Dolore scelsero questa seconda strada e decisero che il mezzo che avrebbero usato per sputare la loro rabbia, per esprimere la loro insofferenza e per concretizzare la loro volontà di rivolta doveva essere il primitivo sound anarcho punk ben radicato nella lezione dei Crass più combattivi e immediati, alternato a vibrazioni e influenze post-punk/new wave che resero la loro proposta originale e distante dalle classiche sonorità hardcore all’italiana dell’epoca.

I Soglia del Dolore però non ebbero vita lunga e di fortuna ne ebbero ancora meno. Si sciolsero infatti nel giro di un paio di anni e il disco protagonista di questo articolo, volutamente non intitolato uscì postumo nel 1985 anche se le cinque tracce presenti su questo 7″ eran già state registrare dai nostri punx anarchici from Udine precedentemente. Cosa dovrebbe aspettarsi un incauto ascoltatore che non si è mai imbattuto in questa primordiale incarnazione dei Soglia del Dolore? Ho già fatto più di un riferimento all’influenza esercitata dall’anarcho punk di scuola Crass/Crass Records sul sound dei nostri (basti pensare a brani come “Non Sopporto” e “Non Voglio”), così come delle pulsioni post-punk/new wave che emergono nel corso delle cinque tracce, a volte ricoprendo il ruolo di protagoniste come nella terza “Veste i Tuoi Sogni”, altre di semplici sprazzi che permettono di apprezzare ancora di più il punk anarchico rabbioso e grezzo che anima l’intero lavoro, perfetto esempio la conclusiva “Ipocrisia di Pace – Maschere di Guerra“. L’unico gruppo italiano degli anni Ottanta che penso possa essere accostabile per approccio, tematiche trattate e modo di trattarle, nonché per sonorità a quanto fatto dai Soglia del Dolore su questo loro 7” sono i messinesi Uart Punk, vera e propria primitiva creatura anarcho punk italiana autore di un unico acerbo ma riottoso disco nel lontano 1981. Ecco se proprio dovessi descrivere il sound dei nostri, penserei all’anarcho punk dei Crass suonato alla maniera grezza e imprecisa, a tratti fastidiosa, degli Uart Punk, il tutto come già ribadito più e più volte fin qui senza mettere in secondo piano le influenze post-punk/new wave. Tra l’altro, breve digressione, chi tra voi incauti lettori è più attento avrà notato certamente che gli Uart Punk non sono stati tirati in ballo a caso. Difatti Giovanni, storica voce dei messinesi, fu tra i fondatori dei Soglia del Dolore continuando quindi il suo percorso lirico e musicale fedele al punk anarchico crassiano anche in terra friulana.

 

“Modena muore di noia”. La sintesi migliore di cosa significa vivere in una città di provincia assuefatta alla passività, all’apatia e fedele all’unico dogma possibile per il bravo cittadino-consumatore, ossia il quieto vivere conquistato a colpi di repressione, sorveglianza e noia. Questa descrizione della città di Modena ce l’hanno data nel 2008 gli Infamia, gruppo punk che prova ancora oggi a sferrare attacchi decisivi al quieto vivere di una città morta e ai suoi abitanti-zombie. A cavallo tra la fine dei Settanta e gli inizi degli anni 80 fu proprio Modena e la sua noia a vomitare sulla fervente scena hardcore nazionale uno dei gruppi più interessanti, oscuri ed originali. Rabbia e insofferenza, furono queste sensazioni nel 1979 che spinsero Fabrizio, Chiara, Daniele, Lucia e Tamburo (con un nome così non poteva che star seduto dietro le pelli) a mettere in piedi il primissimo embrione di quella creatura che oggi conosciamo con il nome di Stigmathe. Le sonorità di questa prima incarnazione e formazione erano orientate al sound post-punk di Killing Joke e Joy Division che proprio in quel periodo stavano spopolando negli ambienti underground europei. Un sound che però avrebbe presto lasciato il posto ad una sperimentazione musicale molto più personale, seppur ben ancorata alla scena hardcore punk italiana degli anni ’80.

Difatti intorno al biennio 1982/83, Fabrizio, voce e mente del progetto Stigmathe, spostò radicalmente la sua attenzione verso sonorità molto più veloci e nervose affini alla tradizione hardcore punk italiana e britannica dell’epoca. L’influenza esercitata da questo estremismo sonoro venne riversata sul gruppo, cambiando in modo inesorabile il percorso e l’approccio lirico-musicale degli Stigmathe. Iniziò così un periodo di crisi-pausa all’interno del gruppo, dovuto al fatto che la formazione originale non sembrava affatto convinta a proseguire in direzione delle sonorità più grezze dell’hardcore punk che avevano completamente rapito Fabri e che rappresentavano ai suoi occhi il mezzo migliore per sputare in faccia a tutti la sua rabbia e l’insofferenza della vita ingabbiata in un contesto urbano-sociale-politico opprimente come la Modena di inizio anni 80.

In una notte di dicembre del 1982 (cosi narra la leggenda…), Fabri decise di rinnovare completamente la “sua” creatura e di proseguire su sonorità hardcore più spinte e oscure. Ad accompagnarlo in questa seconda fase di vita degli Stigmathe troviamo Gianluca (alla chitarra), Luca (al basso) ed Enrico (alla batteria), formazione con la quale venne inciso e registrato “Suoni Puri dalla Libertà“, il primo Ep autoprodotto del gruppo modenese nel 1983. Un lavoro diviso in due parti: la side A del disco presentava due tracce di furioso e oscuro hardcore punk ben radicato nella tradizione britannica e statunitense del genere, quanto nelle sonorità più sporche e rumorose della nascente scena italiana, la side B invece conteneva un solo brano, Italia Brucia, probabilmente il più intenso e rabbioso (soprattutto a livello lirico) pezzo mai scritto dagli Stigmathe che faceva già intravedere in parte quella vena sperimentale presente nel dna musicale dei nostri. Per quanto sia affascinante e in un certo senso seminale Suoni Puri dalla Libertà, questo articolo si vuole concentrare sul secondo Ep Lo Sguardo dei Morti, datato 1985, in cui gli Stigmathe son riusciti a concentrare tutte le diverse anime presenti nel loro sound, riuscendo ad amalgamare in modo coerente l’influenza della tradizione hardcore punk con le pulsioni sperimentali che strizzavano l’occhio a sonorità riconducibili a territori reggae/dub.

Lo Sguardo dei Morti ha le sue radici ben piantate in profondità nell’hardcore punk più oscuro che ha tratti preferisce lasciare spazio a linee melodiche sinistre piuttosto che esplodere nella rabbia e nel rumore più grezzo tipiche del primo Ep. Mentre “Suoni Puri della Libertà” era attraversato da una pulsine riottosa e da un’irruenza selvaggia, su “Lo Sguardo dei Morti” sembra invece dominare un’atmosfera totalmente nichilista e melodie più oscure e a tratti opprimenti. La traccia che però rende questo Lo Sguardo dei Morti una piccola perla dell’underground e della scena punk italiana degli anni 80 e che sottolinea la sperimentazione e l’originalità della proposta degli Stigmathe è senza ombra di dubbio Volando Stanotte, unica traccia presente sulla side B del disco. Volando Stanotte è costruita su sonorità che risentono pesantemente dell’influenza dei Clash che strizzano l’occhio a sonorità reggae, alle uscite dub di casa Trojan, così come degli esperimenti reggae che i Bad Brains inserirono nella loro personalissima interpretazione dell’hardcore. Si tratta di un brano costruito su una struttura principalmente dub che riesce a creare un’atmosfera estremamente ipnotica che avvolge l’ascoltatore.

Senza raggiungere i fasti di mostri sacri della scena hardcore italiana degli anni 80 come Negazione, Raw Power, Wretched o Indigesti e lontani dall’aver potuto incidere in modo indelebile i loro nomi nella storia dell’ hardcore punk mondiale, i Soglia del Dolore e gli Stigmathe, rimanendo nelle retrovie dell’underground, in quel lontano 1985 ci hanno regalato due lavori a mio parere imperdibili e fondamentali, sia perché differenti da tutto il resto che veniva suonato e pubblicato in Italia in quel periodo, sia per l’estrema vena sperimentale e l’originalità della loro proposta musicale-lirica-concettuale . 1985, “Suoni Oscuri della Libertà”, ovvero quando suonare hardcore voleva ancora dire aprire squarci insanabili nell’esistente, rappresentare una reale minaccia e portare una seria critica radicale al sistema economico e politico in cui viviamo tuttora.

 

Stigmathe

Evil Fragments #02

E’ di marzo dello scorso anno il primo e unico capitolo di questa rubrica che porta il nome di un disco dei giapponesi Effigy, uno dei migliori gruppi a suonare quel magnifico ibrido tra crust punk e thrash metal che ha reso immortali nella storia della musica estrema i nomi di gente come Amebix Axegrinder, Sacrilege e compagnia. Non è difficile perciò capire di cosa tratterò in questa rubrica, ovvero i dischi più interessanti in ambito crust punk, stenchcore e d-beat usciti recentemente e che meritano perciò la mia così come la vostra attenzione. Doomsday hour has come, evil fragments will swallow you!

 

Tapioca – Demo (2020)

Vengono dalla British Columbia, territorio canadese, hanno un nome che riprende un prodotto alimentare derivato dalla lavorazione della Manioca, pianta originaria del Sud America, e buona parte dei loro testi è scritta e cantata in cinese. Questi sono i Tapioca e in questa loro primissima fatica ci regalano venti minuti di ibrido bastardo tra l’anarcho-crust punk e sonorità più orientate verso territori metal che ha le radici piantate in profondità nelle sonorità, così come nell’immaginario e nelle tematiche, riconducibili a gruppi come i Nausea, i Contravene, i grandiosi Appalachian Terror Unite, i Nux Vomica, gli Scatha di “Respect, Protect, Reconnect” e i Sedition di “Earth Beat”. La demo in questione si compone di cinque tracce a cui si somma una cover dei Fear of God posta in chiusura che toccano gli argomenti più classici e cari all’anarcho-crust punk, dalla critica della guerra e del patriottismo fino alla presa di posizione ecologista contro la catastrofe climatica e ambientale causata dal capitalismo che sfrutta l’uomo così come devasta e saccheggia i territori. Il filo conduttore che lega nell’insieme il progetto Tapioca e le cinque tracce della demo è ben delineato dallo “slogan” che accompagno il gruppo canadese: “We went from being, to having, to appearing…”. Una presa di coscienza netta e forte nei confronti del consumismo, della mercificazione e della proprietà, tutti germi che vengono coltivati internamente dall’economia capitalista stessa e che sembrano ormai dominare le esistenze degli esseri umani. Un’ottimo debutto per i Tapioca, autori di un anarcho-crust punk metallizzato se non del tutto originale certamente suonato con passione e attitudine e per questo estremamente godibile per chiunque sia follemente infatuato dei gruppi citati in apertura di recensione, come il sottoscritto del resto.

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Warkrusher – All is Not Lost (2019)

Anche i Warkrusher come i Tapioca provengono dalle terre canadesi, però questa volta dalla parte opposta rispetto alla British Columbia, ovvero dal Quebec e anche loro con questa demo intitolata “All Is Not Lost” e rilasciata nel dicembre del 2019 sono alla loro primissima fatica in studio. In appena venti minuti e cinque tracce i canadesi Warkrusher ci sparano nelle orecchie il loro sound pesantemente influenzato da sonorità riconducibili all’universo stenchcore e ad apocalittici territori crust punk sia di gruppi seminali come i Deviated Istinct o i Misery, sia di gruppi crust della seconda ondata degli anni ’00 come i magnifici Hellshock o i War//Plague. In tracce come “Tyranny of Vengeance/All Is Not Lost” e “Endless Night” si possono sentire infatti tanto le influenze dei Misery di “Children of War” quanto quelle dei War//Plague di “Temperaments of War”, mentre in “Screaming from Hell“, traccia con cui termina questa demo, si possono addirittura sentire lontani richiami agli Effigy di “Grindin Metal Massacre“. Cinque tracce di ottimo stench-crust che se fossero state pubblicate agli inizi degli anni duemila, in pieno revival crust punk, avrebbero sicuramente riscosso maggiori consensi. Ma i Warkrusher se ne fregano di tutto questo, seguono una strada ben precisa, suonano stenchcore e crust punk come piace a loro e ribadiscono un concetto fondamentale: “Non tutto è ancora perduto!”

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Paranoid – Kind of Noise (2019)

A pochissimi giorni dalla fine del 2o19 i Paranaoid hanno vomitato fuori dal nulla questo nuovo ep intitolato “Kind of Noise”, un titolo che più emblematico non si può per definire la proposta ed il sound degli svedesi. Fedeli da sempre al culto di Kawakami e dei Disclose, i Paranoid ci regalano quattro tracce che invertono leggermente la rotta rispetto a “Heavy Mental Fuck Up!” rilasciato ormai due anni fa, disco segnato da uno spostamento molto più netto verso lidi propriamente metal, nel quale le sonorità riconducibili ai Venom erano più accentuate che mai. Su questo “Kind of Noise” i Paranoid sembrano aver fatto un importante ritorno al passato, riuscendo a ricreare perfettamente quella furia di d-beat hardcore rumoroso e distorto influenzato in egual modo dai Disclose e Framtid, onnipresenti nel sound dei nostri, e dal fondamentale kangpunk svedese di Totalitar e Mob47 che caratterizzò i loro primi lavori. Un vortice distruttivo e violento come solamente un temporale tuonante nei cieli scandinavi sa essere, una tempesta di caos che trita e devasta qualsiasi cosa in cui si imbatte sul suo percorso. Con questo “Kind of Noise” il sound dei Paranoid rappresenta ancora il miglior punto di incontro tra due scuole seminali dell’hardcore e del d-beat mondiali, quella giapponese più caotica e distorta e quella svedese più violenta e ruggente, una vera e propria furia devastatrice di rumore assordante di cui si sentiva sinceramente il bisogno in questi tempi bui in cui la scena hardcore mondiale è preda della moda “raw punk”. Fuck off and die, this is just a kind of jawbreaking mangle devastation!

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Dishönor – S/t (2019)

La mancanza pressochè totale di informazioni certe e contatti rende i Dishönor una creatura estremamente affascinante e misteriosa. Si sa veramente poco sul loro conto, se non che vengono da Salonicco in Grecia e che su questo loro primo lavoro ci offrono un ottimo d-beat/crust influenzato in egual misura da gruppi come Doom, Discharge, Hiatus, Visions of War, Disgust e compagnia brutta e cattiva intenta a suonare il più brutale e martellante d-beat possibile. Fin dalla copertina di questo self-titled debutto dei Dishönor si può facilmente comprendere quale sia la tematica centrale attorno alla quale ruotano le dieci tracce, ovvero una feroce presa di coscienza antimilitarista contro la brutalità della guerra, i suoi orrori e il sistema capitalista che nella guerra ha i suoi interessi economico-finanziari e che vede negli esseri umani solamente carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto. Tracce quali l’iniziale “War Victims”, “Savagies of War” e “Neverending Bombraid” sono esempi perfetti tanto della solidità e dell’inaudita violenza del d-beat/crust suonato dai greci quanto delle tematiche appena elencate, a cui si affiancano pezzi e liriche che trattano altri argomenti classici del genere come le visioni post-apocalittiche intimamente legate ad un imminente catastrofe ambientale, l’incertezza del futuro causata da un sistema economico predatorio che inquina, devasta e distrugge l’ecosistema e la critica del potere, della gerarchia e dell’autorità. Niente di nuovo sia sul fronte delle sonorità che sul fronte delle tematiche affrontate, questo è innegabile, ma nonostante ciò questa prima fatica dei Dishönor suona tutt’altro che scontata o noiosa, e anzi, per tutti gli amanti di un certo sound è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato facendosi trafiggere da queste dieci schegge di d-beat/crust violento e indomabile! Inoltre parte dei soldi ricavati dalla vendita di questo self-titled album sono benefit per supportare le spese e le lotte del movimento anarchico greco, quindi cazzo volete di più? Nights without end, reality or nightmare? Will this ever end?

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Schegge Impazzite di Rumore #03

Schegge Impazzite di Rumore, ovvero quattro album usciti recentemente o che hanno occupato spesso i miei ascolti nell’ultimo mese. Questa è l’essenza di suddetta rubrica, niente più, niente meno. E allora le parole a questo punto risultano superflue, vi lascio dunque alle “recensioni”.

Da chi partire se non da uno dei lavori che aspettavo di più ultimamente, da quando mi era giunta all’orecchio l’esistenza di questa strana entità che si muoveva nell’underground milanese e che definiva la propria musica “Anarcho Pop/Synth Punk”. E io da amante folle delle forme più strane e particolari che può assumere la musica, non stavo più nella pelle. Sto parlando dei Nevskij, un nome tanto affascinante quanto misterioso nel suo significato, e del loro debutto “Introspekt”. E chi poteva essere, se non la solita Occult Punk Gang, a rendere possibile tutto questo? Una garanzia. Ma tornando a “Introspekt”, cosa ci troveremo ad ascoltare? 6 tracce di puro e semplice “Anarcho Pop/Synth Punk”, qualsiasi cazzo di cosa voglia dire tale definizione. So che sembra arduo ma proverò a darvi un’idea del sound dei Nevskij. Prendete i Belgrado, i Brigade Bardot (un pezzo come “Manifesto” non sfigurerebbe affatto su “Avviso ai Civilizzati”, per dire), gli A Touch of Hysteria, un po’ di anarcho punk in salsa Zounds, il synthpop anni ’80 suonato alla maniera degli OMD, dei Simple Minds o degli A-Ha e, a tutto questo calderone di nomi e influenze che sono giunte al mio orecchio, aggiungetevi un comparto lirico introspettivo che si pone perfettamente a metà strada tra pulsioni “romantiche” (in senso lato) e pulsioni riottose. Liriche al sapore di “Romantic Punk” in salsa Kalashnikov Collective. Ah e i Brigade Bardot non li ho citati a caso, visto che il Gringo lo ritroviamo anche tra le fila di questi Nevskij. Un debutto fuori dal tempo, pervaso da una vaga sensazione di malinconia costante che rende il tutto ancora più affascinante. Questo “Introspket” it’s just like venom per le nostre orecchie, per le nostre braccia, per la nostra labile sanità mentale. Angst, Amore, Rivolta. Per il Synthpop, per l’Anarchia!

 

A Culture of Killing, one man band milanese cresciuta a pane e anarcho punk in salsa “Crass Records”, come si può vedere anche dallo stile grafico della copertina stessa di questo debutto S/t che omaggia palesemente l’etichetta discografica indipendente fondata da Penny Rimbaud. Ma anche nel sound proposto si ritrovano tutti gli ingredienti più classici del genere, nonostante A Culture of Killing suoni più vicino a The Mob e Zounds piuttosto che ai Crass o ai Conflict. Inoltre il buon Luca, colui che sta dietro a questo progetto, non si fa mancare nemmeno divagazioni post-punk in stile Vex o A Touch of Hysteria. Citando una famosa pubblicità, cosa vuoi di più dalla vita? Rilasciato nel dicembre del 2017, questo lavoro merita di essere ascoltato più e più volte, sopratutto se avete un’ossessione morbosa (come il sottoscritto) per tutto quello che è uscito dalla “Crass Records” dal 1979 al 1984. Ah e non perdetevi il primo (e unico forse) concerto di A Culture of Killing in occasione della quarta edizione de “In Veneto There Is No Law” a settembre!

 

Cambiando totalmente genere e sonorità, eccoci dinanzi allo split album tra i palermitani Always Never Fun (meglio conosciuti come ANF) e i tedeschi Sickmark, un concentrato di powerviolence/fastcore abrasivo e tritaossa. Echi di Infest, Spazz, Exit Unit e Neanderthal si sentono per tutta la durata del disco, da entrambi i lati dello split. Cambi di tempo, velocità, rumore sparatoci in faccia senza mezze misure, una voce che riesce ad essere particolare e a distinguersi (cosa per nulla facile in un genere come il powerviolence) e un’attitudine che fa impallidire colleghi più o meno noti, sono queste gli ingredienti principali che ripropongono gli ANF su questa loro nuova fatica; i nostri ci mostrano anche una crescita in termini di qualità e una passione onesta e viscerale alla causa del powerviolence più fast e in your face che non può lasciare indifferenti. Violenza sonora inaudita che non lascia scampo, questo quello che vi ritroverete ad ascoltare appena partirà l’iniziale “Failure”. Bentornati ANF! P.s. Ottima prova anche dei tedeschi Sickmark, anche loro dediti alla causa del powerviolence più rabbioso e violento condito con schizofreniche divagazioni di sax sparse qua e la nel corso delle 6 tracce che compongono il loro lato dello split.

 

Concludiamo questa terza puntata di “Schegge Impazzite di Rumore” con quello che di sicuro rientrerà tra i migliori dieci album usciti in Italia nel 2018 e che personalmente è già uno dei lavori più interessanti e coinvolgenti ascoltati fino ad oggi. Sto parlando di “New Wave of Fear”, ultima fatica in studio dei death rockers bolognesi celati dietro il monicker “Horror Vacui”, band legata intimamente ai ben più noti Kontatto con i quali condividono due membri, Marzia (qui alla chitarra e non dietro le pelli) e Koppa alla voce. Il death rock a cui ci hanno abituato negli anni questi vampire punx puzza in egual maniera di post punk, di quello più venato da pulsioni gothic, e delle derive più glaciali della new wave. Già dal titolo questo nuovo album in casa Horror Vacui ci mette in guardia sull’orrore che penetrerà strisciante nelle nostre vene e che risveglierà i mostri sopiti nel nostro inconscio. Probabilmente il lavoro più, melodico, malinconico e “dark” prodotto fino ad oggi dai nostri, con pezzi a tratti ballabili come il singolo “Don’t Dance With Me”, ma che lascia sempre addosso una sensazione di strana angoscia che ti prende e stringe alla gola. Probabilmente è solo una mia allucinazione sonora, ma su questo “New Wave of Fear” ci ho sentito una certa influenza, tra le altre, dei troppo spesso dimenticati Screaming Dead e di quel capolavoro che risponde al nome di “Night Creatures”. Maturità raggiunta dagli Horror Vacui, difficile fare meglio di “New Wave of Fear”. It’s only dark music baby, and we like it! Più dark dei punk, più punk dei dark; lasciatevi annegare negli abissi di questo fantastico “New Wave of Fear”! 

Siamo schegge, solo schegge di rumore impazzite! Per il rumore, per il Disastro Sonoro!