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Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Corvetto, Milano, un sabato di luglio

Corvetto, Milano. Una sabato di luglio…E noi, sopravvissuti a cosa?

Rivisitando il testo di Come il soffitto di una chiesa bombardata, pezzo dei Contrasto contenuto nello split del 2014 insieme ai Kalashnikov, vi parlerò di quello che è successo Sabato 11 luglio, da qualche parte nelle wastelands di Corvetto. Dopo mesi di quarantena e isolamento forzato, si è infatti tornati a riappropriarsi di un posto lasciato abbandonato dai soliti interessi di speculazione edilizia che dominano la metropoli milanese, liberandolo e vivendolo attivamente attraverso anche un concerto punk hardcore di cui tutti e tutte sentivamo sinceramente la mancanza.

Al di là del concerto, la giornata/serata è stata caratterizzata fin dal pomeriggio dalla presenza di banchetti con autoproduzioni di ogni sorta e per tutti i gusti, dai dischi alle fanzine, il tutto come a voler dimostrare quanto sia ancora vivo in tante individualità la pratica e l’etica del do it yourself. Ed è proprio nella cornice di questa prima taz post quarantena che viene “presentata” a tutt*, punx e non, una nuova fanzine che si aggira e minaccia di aggirarsi per molto tempo nei bassifondi polverosi della metropoli milanese. Si dice che il suo nome sia Benzine e che le entità misteriose che si celino dietro ad essa vedano l’hardcore e il punk unicamente come minacce per consegnare alle fiamme l’esistente capitalista. Tra articoli sulla scena punk hardcore di Minneapolis, foto direttamente dallo Stati Shock scattate a Londra nel febbraio scorso e consigli su come stare in piazza, Benzine irrompe nella scena con l’intento di essere reale minaccia per il quieto vivere a cui ci vogliono condannati a morte. Di seguito riporto l’interessante editoriale che introduce il numero zero di questo nuovo strumento cartaceo incendiario:

Questa fanza nasce dal bisogno di raccontare chi siamo, ciò che viviamo. Con spontaneità e in maniera plurale, perchè crediamo che le storie, raccontate da chi è appassionato, siano sempre le più belle. L’abbiamo fatto perchè eravamo annoiati (quindi grazie quarantena se sta roba è su un tavolo), perchè eravamo arrabbiati e perchè a guardar bene forse avevamo solo voglia di creare qualcosa insieme. Il numero zero esce sotto questa forma, ma l’idea è di ripensare ogni numero in maniera sempre diversa a partire da formato, tematiche, poster e collaborazioni, nell’ottica di non essere mai monolitici ma metterci sempre in discussione. Molte persone hanno collaborato alla rocambolesca realizzazione di questo numero e speriamo di incontrarne altre che si affianchino a noi nelle prossime uscite (accolli ce ne sono sempre tanti ma alla fine siamo quasi simpatici).
Se la cosa ti piglia bene, mandaci le tue proposte per articoli, grafiche, fotografie o contributi artistici su: [email protected]

Non sprecherò troppe parole sul concerto, che è stata una vera e propria bomba di cui si sentiva oggettivamente la mancanza. Merito sicuramente dei gruppi che hanno suonato, probabilmente il meglio della scena hardcore milanese odierna con Peep, Shoki e Cospirazione (bello rivederti dietro un microfono invece che dietro le sbarre caro Paska) tra gli altri.  Si sentiva la mancanza di pogare tuttx assieme tra litri di sudore, rivedere amicx dopo tanto tempo, di urlare in un microfono, di abbracciarsi, cadere e rialzarsi insieme tra individualità affini e complici. Mancavano momenti come quelli di sabato perchè ci fanno comprendere ancora una volta come il punk e l’hardcore in tutte le loro forme siano molto di più che semplice musica. Non mi resta che ringraziare con tanto affetto i/le punx e i/le compagnx che hanno reso possibile tutto questo. Oggi non mi sento più come il soffitto di una chiesa bombardata… l’hardcore è ancora una minaccia!

Per concludere vi lascio con il comunicato scritto dai/dalle compagnx di Corvetto che hanno organizzato questa taz:

In un mondo scandito dai tempi di produzione e consumo, in cui ingegneri e scienziati giocano con gli equilibri e i ritmi della vita e imprenditori senza scrupoli ne traggono profitto, qualcosa è sfuggito al controllo. Lontano da qui, dove le foreste sono abbattute e gli animali selvatici entrano in contatto con gli allevamenti intensivi, si è sviluppato un nuovo virus che ha messo l’intero sistema in crisi.
Le metropoli, i cuori pulsanti del capitalismo, sono i luoghi dove la scossa è stata più forte e le contraddizioni sono diventate più eclatanti.

Nelle metropoli siamo schiavi dei supermercati: se i flussi delle merci si bloccano, si muore di fame.
Nelle metropoli siamo isolati e atomizzati: il vicino è una spia e le relazioni sono virtuali.
Nelle metropoli siamo anonimi e ammassati: i percorsi sono predeterminati e non c’è spazio per le scelte individuali.
Nelle metropoli siamo ciò che possiamo comprare: il centro è per i ricchi e chi è povero o non si adegua viene inevitabilmente spinto verso i margini.
Nelle metropoli siamo spiati e controllati: telecamere e controlli di polizia sono ordinari.

La quarantena a Milano è stata asfissiante: ogni spazio che non fosse votato alla produzione è stato vietato. Mentre i lavoratori si ammassavano nei magazzini e nelle fabbriche, vietati erano il parco e la piazza, vietati gli incontri e gli affetti e vietata ogni possibile fuga da questa giungla di cemento. Per due mesi ci hanno tolto tutto ciò che rendeva sopportabile la vita in questa città. I divieti sono possibili finché le persone sono disposte a ubbidire, a cosa siamo disposti a rinunciare e quali rischi siamo disposti a correre?

Per una socialità libera dalle logiche di profitto, in questi tempi bui in cui troppo facilmente ci si abitua a chinare la testa, apriamo un piccolo spazio di libertà e autogestione. Una boccata d’aria fresca, contro paura, controllo e repressione.

Corvetto Odia

“La Rabbia di un Mondo che sta Morendo” – Intervista ai Caged

Settimana scorsa hanno arrestato alcuni compagni e alcune compagne a Bologna nel corso dell’operazione chiamata “Ritrovo”. In occasione di questo ennesima azione repressiva dello Stato ai danni di coloro che quotidianamente e concretamente lottano contro questo esistente alienante e contro un sistema economico che sfrutta e opprime le nostre vite, i Caged, gruppo bolognese/imolese, ha deciso di prendere posizione netta in solidarietà con i/le compagn* arrestat* pubblicando su bandcamp un brano inedito i cui ricavi saranno benefit a supporto delle spese legali. Partendo proprio da questo fatto ho contatto i Caged per affrontare alcune questioni di fondamentale importanza e attualità nell’agire politico di tutti noi che hanno preso la forma dell’intervista/chiacchierata. Le parole dei Caged ribadiscono che l’hardcore va oltre la musica e deve essere ancora oggi una minaccia per questo esistente fatto di gabbie e sfruttamento! Con la rabbia di un mondo che sta morendo, in solidarietà e complicità con i compagni e le compagne arrestate a Bologna e con tutti coloro che subiscono la repressione statale ogni giorno, affinché delle galere, e di questo mondo di merda, rimangano solo macerie!

Libertà per Stefi, Elena, Nicole, Emma, Ottavia, Duccio, Guido, Zipeppe, Leo, Martino, Tommi e Angelo!

Ciao ragazz*, voglio iniziare questa intervista partendo dalla vostra ultima iniziativa benefit, ovvero la pubblicazione di un nuovo brano su bandcamp a sostegno dei compagni e delle compagne arrestate a Bologna nel corso dell’operazione repressiva chiamata “Ritrovo”. Come mai questa scelta? Volete parlarne?

Ciao Stefano, innanzitutto grazie per averci incluso nella tua webzine. Sin da quando siamo andati a registrare il nostro primo EP l’agosto scorso abbiamo deciso di tener fuori una canzone da utilizzare diversamente; dopo qualche tempo abbiamo deciso che l’idea migliore sarebbe stata utilizzarla per sostenere delle cause che ci stanno a cuore.
Inizialmente avevamo deciso di aiutare un/a compagn* che fosse dentro per atti legati alla liberazione animale, umana e della Terra, in linea con il testo della canzone, ma dopo l’arresto dei/le compagn* abbiamo ritenuto opportuno aiutare loro. Quando la situazione
cambierà il brano rimarrà benefit come è attualmente, cambiando a chi verranno destinati i soldi.

Legata alla prima domanda, quanta importanza pensate abbiano le varie compilation o concerti benefit per le spese legali di coloro che si oppongono a questo sistema economico e politico?

L’organizzare concerti benefit o altre iniziative di solidarietà nella scena hardcore punk ha diversi lati positivi. Tanto per cominciare permette di parlare della questione anche a persone che diversamente, magari, non sarebbero venute a conoscenza di una data situazione. Quindi allargare la solidarietà. Inoltre, questo processo di diffusione dei motivi della causa, può permettere un dibattito all’interno della scena stessa e degli ambienti che vive e frequenta, arricchendola di contenuti. Senza contare il contributo in denaro, seppur minimo, alle spese legali dei prigionieri/indagati, che non è da sottovalutare. Per concludere non bisogna soffermarsi solo ed unicamente sul lato economico di tali iniziative e quindi costringersi in un mero ragionamento costi/benefici, ma allargare gli orizzonti della solidarietà e trasformarla in un’occasione di confronto, dibattito, aggregazione e diffusione di determinati messaggi.

Per quanto mi riguarda l’hardcore non è soltanto musica ma un mezzo per lanciare messaggi e minacciare, anche concretamente con l’azione diretta, questo esistente capitalista che si basa sullo sfruttamento, sulla repressione e sull’oppressione delle nostre vite. Qual è la vostra idea in merito alla questione “hardcore non è solo musica”?

Siamo perfettamente d’accordo sul ruolo che riveste l’hardcore con i suoi messaggi all’interno del contesto sociale e politico dentro al quale si inserisce. E’ neccesario anche ribadire che riempire un genere musicale di significato a livello di contenuti non è l’unica
cosa pratica che possiamo attuare nella nostra vita per contrastare l’esistente.. la sostanza dell’agire rimane sempre la via più diretta per opporsi a quello che combattiamo.
L’hardcore è musica, ma non solo! L’hardcore punk è sempre stato caratterizzato da messaggi di disagio e rabbia sociale. Inoltre, chi ha vissuto e vive la scena e i suoi spazi ha sempre avuto la possibilità di esprimere sé stesso, all’interno di un contesto sensibile a numerose tematiche, dall’antirazzismo all’antiautoritarismo. Nonostante le contraddizioni che ancora esistono, la scena hardcore rimane una nicchia all’interno di questo mondo dove la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, l’avidità, l’individualismo di stampo borghese, ne fanno
da padrone. Tutto ciò, è possibile per l’appunto perché nell’hardcore punk l’aspetto politico e di critica sociale sono fondamentali, tanto quanto la musica.

Vi definite un gruppo straight edge e vegano, cosa significano per voi queste due nette prese di posizione etiche e politiche? Quanto è importante nelle vostre vite la lotta antispecista legata alla scelta dell’essere vegani?

Sì, siamo straight edge e vegani e la band spinge le tematiche relative a queste prese di posizione. Siamo convinti che ognuno di noi possa fare la differenza, attraverso le scelte che vengono intraprese durante il corso della vita. Ogni persona può essere fondamentale,
soprattutto nella lotta. La società nella quale viviamo ci convince ogni giorno che non contiamo niente, se non nei contesti nei quali la nostra produttività può apportare maggior profitto al padrone di turno. Ci hanno isolati, parcellizzati. Hanno dilaniato ogni lotta,
reprimendola e slegando ogni legame di solidarietà, alimentando qualsiasi mezzo che diffondesse alienazione e miseria culturale.
Non staremo ad elencare cosa rappresenta la droga (dagli psicofarmaci, alla cocaina e all’alcol) in questo mondo, dalle sue funzioni di controllo sociale fino ai risvolti nel mercato capitalistico e nell’industria della guerra. Basta aprire gli occhi e problematizzare la
questione. Prendere coscienza, che anche il consumo ha un peso sulle vite di altre persone. Noi in questo senso abbiamo fatto una scelta, che per quanto sia personale, è di tipo politico.
Lo stesso, in altri termini, vale per il veganismo. Per noi l’industria della carne, come lo stesso sistema di produzione capitalista, è un cancro, che sta divorando animali, lavoratori e la Terra stessa. La nostra scelta è una presa di posizione rispetto a tutto ciò e rispetto a tutti i settori dell’industria e della ricerca scientifica che considerano gli esseri viventi come una merce, animali e non. L’antropocentrismo che è insito nella nostra civiltà occidentale è un male, che ha portato alla distruzione di interi ecosistemi, all’estinzione di numerose specie animali e pare esser diventato una seria minaccia alla sopravvivenza della nostra stessa razza umana. La situazione è grave e bisogna prendere posizione, non solo per empatia verso gli altri esseri viventi che continuano ad esser sfruttati impunemente, ma anche per rifiutare coscientemente questo stato di cose attuali e rendersi conto che le proprie scelte di vita hanno un peso sostanziale, unite all’azione, all’attivismo nelle proprie realtà.
Ultimo ma non meno importante : essere vegan a livello di scelta alimentare non ha alcun risvolto nella lotta antispecista perchè il mercato è in grado di assorbire qualsiasi forma di “boicottaggio” consumistico integrandola nella propria fetta di offerte. Avere il menù vegano a portata di mano non deve essere il nostro obbiettivo nella lotta dobbiamo puntare alla distruzione di tutte le gabbie fisiche e mentali che permettono a questo mondo di perpetuare lo sfruttamento.

Il vostro nome significa letteralmente “imprigionati,” quindi non stupisce che voi vi schieriate apertamente e nettamente contro ogni forma di gabbia e carcere, tanto per gli esseri umani quanto per gli animali. So che è una domanda molto ampia e a cui sarà probabilmente difficile rispondere, ma qual è la posizione dei Caged in merito alle carceri, alla repressione statale e alle gabbie di ogni sorta?

Cosa si può pensare delle gabbie. Possiamo concordare sul fatto che siano oggetti o strutture il cui fine ultimo è la privazione della libertà di un individuo, a prescindere dalle valutazioni di merito sulle motivazioni che partano alla loro creazione e sul loro utilizzo. La
nostra posizione rispetto al carcere parte quindi da questo assunto e dalla domanda: è giusto punire una persona con la privazione della libertà, per aver violato la legge? Il dibattito anticarcerario è davvero molto vasto e in queste poche righe c’è il rischio di banalizzare
l’argomento, che è molto complesso. Sicuramente, troviamo nel carcere il simbolo di questa società, sia per l’organizzazione gerarchica della struttura, sia per il tipo di controllo coatto
che viene esercitato sui detenuti, sia per la composizione sociale di questi ultimi. Inoltre, l’argomento del carcere apre anche un dibattito su che cosa è la Legge, chi la crea, chi difende e come viene fatta rispettare. Una serie di quesiti, che trovano nelle risposte ad esse un unico filo conduttore: l’ingiustizia di questo stato di cose. Alexander Berkman affermava: It is the system, rather than individuals, that is the source of pollution and degradation. My
prison-house environment is but another manifestation of the Midas-hand, whose cursed touch turns everything to the brutal service of Mammon. (in Prison Memoirs of an Anarchist,
1912)
Per concludere vorremmo sottolineare che i compagni arrestati e indagati per l’operazione “Ritrovo” sono stati perseguiti anche per varie iniziative a carattere anticarcerario e contro i Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati “clandestini”. Fatto che fa riflettere su come certi argomenti siano molto sensibili in un sistema che basa la propria autorità sulla coercizione e sul monopolio della violenza.

Fate parte della scena hardcore, un genere musicale che da sempre è
connotato da una profonda vena politica e che ancora oggi convive conpratiche fondamentali come occupazioni, autogestioni o autoproduzioni.
Che ruolo rivestono nel vostro progetto pratiche come il DIY o
l’autogestione?

Per noi il DIY e l’autogestione sono inscindibili dal nostro vivere questa musica. A partire dalle salette prove che abbiamo frequentato, fino alla pubblicazione del disco. Non è neanche una presa posizione, ma proprio un naturale approccio in quello che facciamo. E’ un modo diverso di affrontare la realtà ed è parte del nostro quotidiano: ognuno di noi, con le sue possibilità e i suoi tempi, cerca di farne una pratica costante. non solo per il gusto di creare le proprie mani, ma soprattutto per una scelta di consumo differente.

Passando al lato musicale, non son moltissimi i gruppo in Italia oggi a
suonare un Metal-hardcore novantiano come fate voi. Da dove viene
l’idea di suonare proprio questo genere? Quali sono i gruppi a cui vi ispirate?

L’idea nasce dai nostri gusti musicali, volevamo fare qualcosa che portasse avanti tematiche importanti attraverso i generi musicali che ci piacciono. Ovviamente il cantato e la musica riflettono la rabbia per lo stato attuale di cose, la necessità di un cambiamento e una “chiamata alle armi” per esso. Alcuni dei gruppi che significano molto per noi sono: Morning Again, Chokehold, Seven
Generations, xRepentancex, Ecostrike, Magnitude.

Pensate che, politicamente e nelle lotte concrete che siano anti-carcerarie, antispeciste, ecc, l’hardcore abbia ancora molto da dire o abbia in sé un potenziale rivoluzionario e/o insurrezionale?

L’hardcore ha molto da dire, se le persone che lo animano hanno ancora la necessità di comunicare qualcosa su questi temi e se ce ne sono altre che sono ricettive a questi messaggi. L’hardcore punk è un organismo che senza le cellule che lo rendono vivo, muore e perde di senso. Attualmente, il suo potenziale è molto basso, perché viviamo in una situazione sociale stagnante. Però finchè ci saranno persone pronte ad alzare la voce e a battersi per quello in cui credono, ci sarà sempre speranza. Questo non vale solo per una scena musicale, ma per tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Per concludere, come vedete voi l’hardcore? Cosa significa per voi suonare hardcore? Che obiettivi vi ponete come gruppo e cosa volete trasmettere con i vostri testi?

In parte crediamo di aver già risposto a questa domanda, con ciò che abbiamo detto di
sopra. Quello che ci proponiamo come band è sicuramente dare voce a chi non ne ha. Far
emergere la voce di quegli oppressi, umani e non, che ogni giorno vengono sfruttati e uccisi
dalla macchina di morte capitalista. Quindi sensibilizzare più gente possibile a certi
argomenti, con la speranza, infine, di creare una nuova consapevolezza. Infatti, per noi il
processo di autodeterminazione di un individuo è il primo passo verso un percorso di
attivismo contro questo stato di cose presenti.
Infine, come band supporteremo tutte le cause e le situazioni di compagni, nei limiti
dell’umano.
Grazie ancora dell’intervista!

Grazie a voi carissim* Caged! 

 

Caged – Burning Rage of a Dying Planet (2019)

We’ll be the burning rage of a dying planet
It’s not too late, this is not the end.

La prima volta che mi sono imbattuto dal vivo nei Caged è stata in occasione dell’ultima edizione di uni dei “mini-festival” più belli e intensi che la scena hardcore italiana abbia visto negli ultimi anni. Sto parlando della terza e ultima edizione dei Giorni Neri Fest organizzata come al solito dal collettivo Giorni Neri di cui fan parte persone che stimo moltissimo per la passione che ci mettono in quello che fanno e a cui voglio sinceramente bene a livello umano e personale. A febbraio, nella cornice del FOA Boccaccio di Monza, l’ultima edizione del Giorni Neri (tra l’altro, benefit per l’operazione repressiva “Prometeo”) è stata devastante rappresentando l’essenza stessa di cosa dovrebbe significare l’hardcore, con ben dieci gruppi ad alternarsi su due palchi. Tra le varie band c’erano pure i bolognesi/imolesi Caged, protagonisti di una esibizione estremamente intensa e godibile nonostante il cantante (Ivan) fosse costretto a star seduto su una sedia per via di un infortunio alla gamba accaduto poco prima che iniziassero a suonare (la sfiga come sempre ci vede benissimo). Infortunio che comunque non ha influenzato più di tanto l’intensità e l’attitudine con cui i Caged hanno suonato la loro devastante ricetta di metal-hardcore.

A settembre dello scorso anno i Caged hanno rilasciato il loro primo lavoro in studio intitolato “Burning Rage of a Dying Planet”, un’ep di sole quattro tracce  che bastano, al momento, per scaricarci senza pietà in pieno volto il loro rabbioso sound a base di metal-hardcore dal sapore anni novanta che deve tutto a gentaglia del calibro di Integrity, Sick of It All e Chokehold. Il genere suonato dai Caged non rientra tra i miei ascolti ordinari e solitamente tende ad annoiarmi o a non suscitarmi nulla, ma con questo “Burning Rage of a Dying Planet” le cose son andate fin dall’inizio diversamente e non so nemmeno spiegarne i motivi . Sarà per la sincera attitudine hardcore del gruppo, la passione invidiabile che trasuda da ogni singola nota o da ogni singola parola urlata da Ivan, sarà soprattutto per le tematiche affrontate nelle liriche che toccano questioni care a chiunque viva l’hardcore oltre alla mera musica, vedendolo come un mezzo per opporsi e lottare attivamente contro un sistema economico votato allo sfruttamento e al profitto e contro un esistente che aliena, reprime e opprime le nostre vite, ma le quattro tracce mi hanno fatto salire una fotta indescrivibile fin dal primo ascolto.

Quattro tracce che si alternano tra un riffing che spesso invade territori thrash metal con pesanti echi slayeriani, un groove costante e con classici breakdown di tradizione hardcore newyorkese, in cui le vocals furiose di Ivan sottolineano la natura riottosa e aggressiva dei testi in maniera estremamente convincente e sincera. Il sound dei Caged, robusto e monolitico, è dunque perfettamente condensato in quattro tracce che colpiscono violentemente come una mazza da baseball in pieno volto ricordandoci, mentre il sangue cola sulle mani, che siamo vivi e che abbiamo ancora tantissima rabbia da urlare a squarciagola contro lo sfruttamento e l’oppressione di ogni essere vivente!

I Caged ci sputano addosso la rabbia ardente di un mondo che sta morendo con la loro attitudine hardcore in your face e testi che prendono netta posizione in favore della liberazione della terra, degli animali e di ogni essere umano, come a voler ribadire che l’hardcore dev’essere anzitutto una reale minaccia per questo esistente di gabbie e sfruttamento quotidiano.

Punk is Support not Competition – Distro e Coproduzioni

Ormai chiunque segue e supporta il progetto disastro sonoro, che non senza difficoltà prosegue sempre in direzione ostinata e contraria nel suo intento di tenere in vita un certo modo di intendere l’underground e la musica punk hardcore ed estrema in tutte le sue forme, è a conoscenza del fatto che oltre al formato webzine/blog, si è intrapresa anche la strada delle coproduzioni. Questa scelta è stata presa sulla base della convinzione che pratiche come il do it yourself e la cooperazione siano le uniche politicamente valide per contrastare ogni velleità competitiva e ogni volontà di rendere il punk e l’hardcore mere merci “alternative” con cui fare profitti, nonché un modo ben preciso per supportare sia chi si sbatte per mantenere viva una scena, sia gruppi e individualità con cui condivido determinate visioni (e in alcuni casi anche percorsi di lotta) nei confronti dell’esistente.

La prima coproduzione che vede la collaborazione di disastro sonoro è arrivata praticamente un anno fa Ed è stata “Qui e Ora”, ultimo Ep dei romani Nofu, uno dei gruppi hardcore con cui sono cresciuto e che non avrei mai pensato un giorno di aiutare a registrare, stampare e pubblicare un disco. Dopo i Nofu ne sono arrivate altre di coproduzioni, dai Minoranza di Uno ai Motron, tutti gruppi che han sempre fatto parte dei miei ascolti, ma soprattutto individui con cui condivido anzitutto una affinità politica e una visione del punk-hardcore come qualcosa che vada al di là della semplice musica. Disastro Sonoro, tanto nella sua forma webzine quanto in quella di distro, è dunque animato ancora dalla stessa convinzione che il punk e l’hardcore non siano solo musica, bensì strumenti e mezzi per diffondere una reale minaccia a questo esistente che soffoca, opprime, sfrutta e reprime, sempre in profonda solidarietà e complicità diretta e concreta con chi lotta affinchè rimangano solo macerie del capitalismo, dello stato e di ogni galera!

COPRODUZIONI DISASTRO SONORO

NOFU – Qui e Ora (DS01)

Minoranza di Uno – La Storia si Ripete (DS02)

Motron – Who’ll Stop the Rain (DS03)

Egestas – Oltre le Rovine (DS04)

 

12″
Negot – Cicatrici (2016)
Cavernicular – Man’s Place in Nature (2017)
Ona Snop – Geezer (2018)
Hellbastard/Herida Profunda – Split (2015)
Double Me – Destroyed in a Second (2018)
Jack – Neurozis (2016)
Lamantide – Carnis Tempora: Abyssus (2015)
Motron – Eternal Headache (2015)                                                                                                  Miseria – Niente da Perdere

7″
Un Quarto Morto – Annusarsi, Scegliersi, Lamentarsi (2008)
L.UL.U/God’s America – Split (2019)
Failure – S/t (2017)
Satanic Youth/Crippled Fox – Split (2018)
Crippled Fox – 10 Years of Thrashing (2019)
Labile/Minoranza di Uno – Mentre Intorno Tutto Brucia (2017)
Minoranza di Uno/L’Ordegno – Split (2015)
Endless Swarm/Gets Worse – Split (2016)
Endless Swarm/Forged – Split (2017)
Chest Pain – S/t (2011)
The Seeker/ArnoXDuebel – Split (2018)
ANF/ill! – Split (2019)
Eat You Alive/Common Enemy – Split (2013)
Eat You Alive/Carlos Dunga – Split (2013)
Agathocles/Degenerhate – Wash Your Blues Away/The Nothing I’ve Become (2016)                Agathocles – Unlock The Doors                                                                                        Jack/Bombatolcser – Split (2014)

CD

Schifonoia/Papal Discount House – Il Declino della Società del Pianto (2019)
ECO – Orizzonte Divorami (2015)
My Own Voice – Sailing On (2015)                                                                                                Alldways – L’Odore dell’Asfalto le Sere d’Estate (2019)

 

 

The Mild – Old Man (2020)

A metà strada tra i Trap Them e i Gatecreeper, ci imbattiamo nel nuovo EP dei veneziani The Mild intitolato “Old Man. Virando prepotente il proprio sound verso sonorità death metal di scuola svedese (Entombed su tutti), senza abbandonare mai completamente gli ingredienti più hardcore e grind che fanno parte del corredo genetico del loro sound dalla prima ora, i The Mild ci regalano 6 tracce intense, aggressive e votate alla distruzione più totale. A farla da padrona, per tutta la brve durata dell’intero lavoro, è un tappeto sonoro fatto di tupa tupa tritaossa, un riffing frenetico e brutale e vocals barbariche e rabbiose, elementi che contribuiscono a creare un’atmosfera caotica e assordante. La lunghezza media dei brani si aggira intorno ai due minuti e mezzo, ricordando profondamente il percorso intrapreso musicalmente dagli ultimi Hierophant e il loro modo di suonare death metal, condensando in tracce brevi tutta la brutalità, l’aggressività e il groove possibili. Inoltre su questo Ep possiamo imbatterci anche in improvvise incursioni in territori black che conferiscono ulteriori sfumature a questa ricetta hardcore/grind/death devastante che è il sound dei The Mild, al punto da ricordarmi fortemente sonorità riconducibili a quanto fatto dai The Secret o dagli Hungry Like Rakovits. La quarta traccia “Confusion Reigns” rappresenta alla perfezione questa sporcatura blackened presente nella proposta dei veneziani, sopratutto nel riffing infernale e nello screaming lacerante e gelido. Light Beam, così come l’iniziale The Creationd is Beyond Saving e Horrible Visuals, è invece una traccia che mostra precisamente la nuova rotta verso lidi swedish death intrapresa dai The Mild che non nascondono l’influenza di Entombed e Grave, anche se rivisitata in chiave moderna e forse più groovy sulla falsa riga di quanto fatto recentemente dai Gatecreeper. Un Ep intenso, brutale e che non concede momenti di quiete o possibilità di riprendere fiato; un lavoro con cui i The Mild ribadiscono che il loro unico obiettivo è quello di demolire qualsiasi cosa si trovi dinanzi a loro, devoti solamente a far si che questo mondo sprofondi nel caos e nella follia!

 

Numeri e Incompatibilità

Propongo molto volentieri uno scritto inedito di Scaglie di Rumore (per chi non dovesse conoscerlo vi lascio una breve bio in fondo all’articolo) in merito alla scena punk hardcore odierna e sulla questione fondamentale dell’incompatibilità tra il messaggio di critica radicale all’esistente che dovrebbe essere centrale nella scena e chi nel punk vede solamente un modo alternativo di svagarsi e divertirsi senza avere il minimo interesse nel messaggio, nelle lotte e nei discorsi che vi stanno alla base e che ancora oggi animano molti di noi. Ringrazio ancora una volta Scaglie di Rumore per aver scelto Disastro Sonoro come mezzo per diffondere questa sua riflessione, riflessione che sottoscrivo in toto. Uniti nel rumore, per l’anarchia!

 

Recentemente ho avuto il piacere di ristampare la discografia dei Nagasaki Nightmare e parlando con i ragazzi della band mi è tornata alla mente una brutta situazione che risale al lontano 2006, situazione che da una parte mi ha fatto riflettere ma dall’altra ha reso la mia passione per questa band ancora più forte. I Baresi Nagasaki Nightmare sono stati una delle band crust con influenze black più incredibili dello stivale e nella loro breve attività (2005-2008) hanno saputo regalare una demo e due split in vinile memorabili, infatti con il collettivo Scaglie di Rumore abbiamo riproposto tutta questa perfezione in cassetta e lo abbiamo fatto per due motivi: Il primo è che tutto il punk hardcore italico che ho reperito tra il 2006 e il 2010 è in cassetta (perché all’epoca avevo solo un Boombox Ghetto Blaster) e secondo perché è il formato che più mi ricorda maggiormente il DIY e l’attitudine NO SIAE, NO COPYRIGHT, NO BUSINESS tanto discussa nella scena punk.

La situazione fu la seguente: Per una serie di sfortunati eventi non ero mai riuscito a vederli dal vivo e insieme a un amico scoprimmo (grazie a My Space se non ricordo male) che suonavano a Altamura insieme ad altre due band e visto che quel giorno non avevamo soldi (come gli altri giorni comunque) ma avevamo un sacco di tempo libero decidemmo di farla “sporca” e di provare ad arrivare al concerto prendendo tutti i mezzi possibili, ovviamente gratis.
Partimmo la mattina in treno, dovemmo scendere due volte per evitare i controllori e arrivati a Bari prendemmo due corriere perché la prima era sbagliata. Fu divertente perché arrivammo a destinazione dopo quasi 11 ore di viaggio tra treni e bus per trovare una band della mia città (I Milizia HC) che suonava di spalla ai Nagasaki Nightmare quella sera.
Ebbi il piacere di parlare con la band, erano davvero disponibili e non vedevamo l’ora di raccontargli il nostro calvario per arrivare a vederli ma stava iniziando il primo gruppo e ci invitarono a scendere per sentirli e a questo punto che iniziarono i problemi: Quattro ragazzi con toppe e maglie ambigue (ricordo che uno dei quattro aveva la maglia dei Dente di Lupo e la cosa mi restò impressa perché il cantante di tale band mi spaccò un boccale in testa durante una rissa a Vicenza qualche anno prima dei fatti raccontati) entrarono nella sala, si guardarono attorno e poi uscirono. Io e il mio amico non capivamo cosa stava succedendo, pensammo fossero entrati per rodare la situazione prima di menare le mani (in quel periodo a Padova era cosa comune o comunque succedeva spesso che i nazi facessero incursioni di gruppo) e uscimmo in fretta per capire la situazione e ci trovammo davanti a qualcosa di grottesco: questi quattro topi di fogna parlavano e conversavano con una certa complicità con diverse delle persone presenti.
Subito i Milizia HC e i Nagasaki Nightmare iniziarono a discutere animatamente con alcune persone e senza pensarci più di pochi secondi avvisarono che se tali personaggi non fossero stati allontanati loro non avrebbero suonato, l’organizzatore (che era una delle persone che parlava con i nazi poco prima) e il proprietario del posto cercarono di convincere le band a suonare e qualcuno (ormai è passato davvero tanto tempo e non ricordo se fosse stato l’organizzatore, il proprietario o una terza persona) se ne uscì con l’affermazione che siamo tutti liberi di avere le nostre idee, l’importante è condividere le esperienze.
Onestamente io e il mio amico eravamo basiti, Padova era un inferno a confronto, ti bastava trovarti nel posto sbagliato e due o tre persone ti accerchiavano e spaccavano la faccia per il semplice fatto che eri diverso e una situazione del genere ai concerti di Padova non era mai successa (se un nazi si presentava all’ingresso gli si spaccava la faccia subito) invece in quella situazione non solo si voleva sorvolare sulla loro indole politica ma addirittura a buona parte delle persone presenti andava bene “condividere” il loro tempo con quella feccia e inveiva contro le band che si rifiutavano di suonare, Milizia HC e Nagasaki Nightmare incazzati caricarono la loro roba e ripartirono. Non sono mai riuscito a vedere i Nagasaki Nightmare dal vivo ma ancora oggi se ripenso a questa situazione non posso che concordare e rispettare pienamente la loro decisione, per questo ancora oggi restano una delle mie band preferite, perché l’attitudine veniva prima di tutto e non è una cosa che in tanti hanno fatto o farebbero nella scena punk.
Restammo davvero basiti davanti a questa situazione perché per noi che eravamo “cresciuti” a Padova le realtà nazi, RAC o simil anche se condividevano pensieri come l’animalismo o il veganesimo erano comunque INCOMPATIBILI e NON ACCETTATE nella scena punk hardcore, pensiero che ancora oggi è saldo dentro di noi e dentro la Padova Hardcore.
Finimmo la serata insieme a una coppia del posto (Visti quella sera e un’altra volta all’xm24 o Ex Mercato a Bologna due o tre anni dopo) che anche loro schifati dalla situazione lasciarono il locale come noi e concludemmo la serata a casa loro a bere qualche birra e ad ascoltare gruppi local come So Fucking Confused e Non Toccate Miranda (che per noi erano delle novità incredibili per quei tempi) e infine ci ospitarono per la notte.
Ho voluto trascrivere questa esperienza per un motivo molto semplice, è vero che sempre più spesso mi trovo a parlare di messaggio nella musica punk hardcore e che negli ultimi anni le band che portano avanti il pensiero punk hardcore sono sempre meno ma sempre più spesso si trova gente “X” agli eventi, persone che non sono legate alla scena ma che per qualche motivo si presentano ai concerti solo per fare qualcosa di diverso e per quanto una piccola parte di questi potrebbe restare affascinata dall’attitudine e dalla situazione (e magari in futuro portare avanti qualcosa) la maggior parte si presenta semplicemente perché annoiata, è davvero questo quello che si vuole? intrattenere delle persone annoiate? Per quanto sia consapevole del mio compromesso con la società ogni mattina quando mi alzo sono consapevole di essere una persona e non sono un numero e la rabbia che mi porto dentro nel svolgere il mio compromesso la cerco di trasmettere nelle mie canzoni e nei miei progetti perché sono sicuro che in questo paese ci sono tante altre persone che si sentono piene di rabbia come me e cercano un modo per buttarla fuori o per condividerla, non voglio condividere la mia rabbia e la mia passione con persone che hanno accettato passivamente di essere dei numeri perché (come dice un bellissimo brano dei Reset Clan) è fiato sprecato.
Quindi spero che chi parla tanto di punk hardcore si ricordi che spesso è meglio riuscire trasmettere un messaggio a una piccola scena piuttosto che coinvolgere tante persone perché si corre il rischio di condividere qualcosa con persone con le quali è meglio non condividere niente o che, nella peggiore delle ipotesi, siano INCOMPATIBILI con il Punk Hardcore.

Scaglie di Rumore è una Tape label italiana curata da L (Lo Scriba), ha rilasciato molto del materiale legato alle band del collettivo Veneto Noise Crew. E’ una label antifascista, totalmente DIY e legata alla Dottrina del Rumore, oltre alle band del collettivo si occupa anche di Hardcore Punk, Grindcore, Noisecore, Powerviolence e tutti i sottogeneri legati al rumore

 

Schegge Impazzite di Rumore #08

NOI GIRIAMO IN TONDO NELLA NOTTE COME SCHEGGE IMPAZZITE E SIAMO DIVORATI DAL SACRO FUOCO DEL RUMORE

E’ di tre mesi fa l’ultimo appuntamento con la rubrica conosciuta con l’altisonante nome di “Schegge Impazzite di Rumore“, apparsa per la prima volta sulle pagine virtuali di Disastro Sonoro nel marzo del 2018 con l’intento di rappresentare un appuntamento a cadenza mensile in cui parlare e recensire le ultime uscite della scena punk-hardcore e in ambito metal estremo. Ecco, come mio solito non son stato capace di rispettare scadenze ne tantomeno così costante dal poter scrivere ogni mese un nuovo capitolo di questa rubrica, ma oggi mi faro perdonare perchè negli ultimi mesi dell’anno appena passato sono stati tanti i lavori che hanno attirato la mia attenzione, che hanno occupato i miei ascolti e che quindi ritengo meritino di essere trattate, recensite o anche solamente raccontate qui e ora. In questa ormai ottava puntata con le schegge impazzite di rumore ci imbatteremo quindi in una creatura dal nome Tuono, una vecchia conoscenza di questo blog, ovvero Gli Stronzi, e un gradito ritorno di uno dei migliori interpreti dell’hardcore in salsa ligure, si sto parlando proprio degli Eversione. Dopotutto siamo pur sempre solo schegge impazzite che girano in tondo nella notte e sono divorate dal fuoco e dal rumore.

Tuono

 

Tuono – Ho Scelto la Morte (2019)

“Ho Scelto la Morte” dei Tuono potrebbe benissimo essere scambiato per un misconosciuto lavoro uscito nella scena hardcore punk italiana intorno al biennio 1985-86 perchè nei suoi (quasi) venti mintui possiamo ritrovare il suono, l’esigenza espressiva, la rabbia e l’impulsività tipici di quel momento storico e di quella scena immortale. I Tuono però non provengno dagli anni Ottanta ma sono un gruppo di recente formazione nonostante possano annoverare tra le proprie fila membri di Kontatto, Impulso e Horror Vacui. Hardcore italiano vecchia scuola quello che suonano, fin qui non ci sono dubbi, ma quali sono le principali influenze che trasudano da ogni nota di questo “Ho Scelto la Morte”? Provate a sintetizzare l’hardcore degli Stinky Rats del mai troppo incensato “Vergognati”, i Disper-azione di “Soltanto la Morte…Potrà Fermarci”, i semi-sconosciuti Kobra di casa Virus dell’unico ep “Corri Nel Sangue dei Tuoi Nemici” e soprattutto i seminali Wretched del periodo “La Tua Morte Non Aspetta” e non andrete troppo lontani dall’hardcore radicato nella vecchia scuola suonato dai Tuono e riassunto nelle otto veloci tracce che compongono questa loro prima fatica in studio. Con l’irruenza di un tuono, questo nuovo progetto ci regala un’ottimo esempio di hardcore punk old school suonato con passione, attitudine e un certo gusto a tratti post-punk, senza dubbio un po’ nostalgico di quello che fu negli anni ’80 ma che nonostante ciò riesce sempre ad esercitare un profondo fascino e mantenere un forte interesse. L’atmosfera generale che aleggia su tutti gli otto brani è profondamente oscura ricordando anche gli Stigmathe di “Lo Sguardo dei Morti” e inoltre l’hardcore suonato dai Tuono non disdegna mai melodie e ritmi di derivazione post-punk come nell’introduttiva “Come un Tuono” o nella quinta traccia “Lingue Morte/Occhi Spenti”. Nel riff che apre “Non Mi Aspetto più Niente” si possono invece sentire addirittura echi dub sulla falsa riga di “Volando Stanotte” dei già citati Stigmathe. Accanto alle tracce citate finora se ne affiancano altre come “Non Capire” e “Ho Scelto la Morte“, veloci schegge di hardcore punk in perfetto stile Wretched. Per concludere siamo di fronte ad otto tracce indomabili e irrequiete come un tuono che squarcia il cielo e spezza l’apparente quieto vivere, come un tuon0 che crea confusione e rumore assordante. Soltanto la morte potrà fermarci!

 

Eversione – Eversione (2019)

Un grande e graditissimo ritorno quello dei liguri Eversione, almeno per me che li ho amati fin dal loro primissimo “Un’Istante di Fervore” datato ormai 2014. Un ritorno avvenuto a settembre con la pubblicazione di questo self-titled album che vede gli Eversione riprendere il discorso interrotto tanto sul già citato “Un’Istante di Fervore” quando sullo split con gli Eco rilasciato due anni dopo, ovvero un hardcore perfettamente in linea con il sound che dagli anni ’90 in poi ha caratterizzato moltissime uscite della penisola, quell’hardcore dal sapore old school ma che non disdegna un suono più moderno, compatto e per certi versi melodico, principalmente in certe linee vocali e in certi riff che sorreggono le dodici tracce presenti su questo “Eversione”. Il disco era stato annunciato con la pubblicazione del singolo “Il Nuovo Disordine“, brano che può rappresentare al meglio l’hardcore suonato dai liguri, un’hardcore che partendo dalla lezione dei Sottopressione arriva a mostrare influenze tanto della scuola tarantina di Sud Disorder e Hobophobic quanto a tratti vaghi echi della scuola trentina di Congegno e compagnia, senza mai celare un gusto nel song-writing, nella scrittura dei testi e in generale nella ricerca di un equilibrio stabile tra l’irruenza e la melodia riconducibili a gruppi grandiosi come i CGB. “Ancora Qui” è uno dei pezzi hardcore più anthemici e intensi ascoltati negli ultimi anni, veloce e melodico, con una linea vocale che si stampa immediatamente in testa e con un testo combattivo. Durante l’ascolto della successiva “Idee di Libertà” ho avuto un’epifania pressochè immediata; infatti il brano in questione ha un gusto particolare che mi ha ricordato un pezzo indimenticabile e stampato indelebilmente nella mia memoria, ossia la bellissima “Nerosangue” presente sul primo lavoro degli Eversione. Da brividi, tanto musicalmente quanto dal punto di vista lirico, è sicuramente “Luce di un Giorno di Sole”. Il nono brano intitolato “Per Mano dello Stato” non è un inedito bensì abbiamo giù potuto ascoltarlo sulla compilation benefit “Il Freddo di Luglio“, probabilmente uno dei pezzi “più politici” di tutto il disco. Avviandoci alla conclusione di questo nuovo self-titlted album ci imbattiamo in un altro momento altamente anthemico rappresentano da “Da Solo”, altra traccia che mette i brividi. Se musicalmente le dodici tracce sono attraversate da una costante tensione tra irruenza e melodia, anche liricamente il disco si compone di due anime perfettamente amalgamate dagli Eversione, quella più personale e intima e quella più politica e insurrezionale. Per concludere questa recensione, prendendo in prestito le parole degli stessi Eversione possiamo orgogliosamente dire di essere ancora qui “lontani da tutto ad urlare con la voce ridotta ad un filo, uniti nella nostra follia non importa se il mondo non riesce a capirci…”. Noi sempre qui, a non capire perchè voler continuare ad esserci.

 

Gli Stronzi – Distopia (2019)

La città di Distòpia: un luogo immaginario, dove la sola morale è quella dell’utilitarismo e dell’egoismo più becero. Dove il fascismo si nasconde dietro una succinta veste di democrazia e fa breccia in chi prima lo disdegnava e lo guardava agire con indifferenza. Oggi, Distòpia assomiglia sempre di più alla realtà, forse, è già la nostra realtà.

L’ultima volta che ho parlato de Gli Stronzi su questo blog ho concluso la recensione del loro “Sicurezza e Decoro” con queste esatte parole: “Se ve lo fate scappare gli stronzi siete voi, sappiatelo”. La volta prima ancora, nel corso di un report di un concerto avvenuto in una giornata di pioggia del lontano 2017 nella cornice di Villa Vegan, avevo sottolineato quanto dal vivo Gli Stronzi non risparmiassero nemmeno una goccia di sudore nel suonare il loro hardcore furioso e diretto, in cui si può sentire in ogni istante tutta la passione che li anima e l’attitudine in your face che contraddistingue tanto il loro sound quando e sopratutto le loro liriche urlate a squarciagola dalla graffiante voce di Chiara (già voce dei L.UL.U) che ha sostituito la Clara dietro il microfono. Gli Stronzi però sono meno stronzi di quanto ci si possa immaginare e dopo un silenzio durato più di un anno a settembre ci hanno regalato la loro terza fatica intitolata “Distopia”, disco nel quale i nostri continuano nel loro percorso orienatato a suonare un’hardcore punk vecchia scuola combattivo, veloce e rabbioso, riuscendo a riprendere il filo interrotto con il precedente “Sicurezza e Decoro” e migliorandolo ulteriormente in termini di composizione e dal punto di vista lirico. Sette ottime tracce che sferrano un colpo mortale alla pacificazione sociale e suonano come una condanna a morte per il quieto vivere a cui ci vorrebbero addomesticare. Tra le sette velocissime e brevissime schegge impazzite di hardcore old school che ci traffigono appena iniziamo l’ascolto di questa ultima fatica in casa de Gli Stronzi, trovo sia bellissima “Rialzati!”, traccia con cui ci si avvia alla conclusione di “Distopia”, con un testo che invita ad alzare la testa, a ricominciare a lottare e a tirar fuori tutto ciò che si ha dentro di sè. Colonna sonora perfetta per danzare tra le fiamme che divorano le rovine della città di Distopia. Se non avete ancora ascoltato questa bombetta beh che ve lo dico a fare, siete voi gli stronzi, sappiatelo.

 

Evil Fragments #02

E’ di marzo dello scorso anno il primo e unico capitolo di questa rubrica che porta il nome di un disco dei giapponesi Effigy, uno dei migliori gruppi a suonare quel magnifico ibrido tra crust punk e thrash metal che ha reso immortali nella storia della musica estrema i nomi di gente come Amebix Axegrinder, Sacrilege e compagnia. Non è difficile perciò capire di cosa tratterò in questa rubrica, ovvero i dischi più interessanti in ambito crust punk, stenchcore e d-beat usciti recentemente e che meritano perciò la mia così come la vostra attenzione. Doomsday hour has come, evil fragments will swallow you!

 

Tapioca – Demo (2020)

Vengono dalla British Columbia, territorio canadese, hanno un nome che riprende un prodotto alimentare derivato dalla lavorazione della Manioca, pianta originaria del Sud America, e buona parte dei loro testi è scritta e cantata in cinese. Questi sono i Tapioca e in questa loro primissima fatica ci regalano venti minuti di ibrido bastardo tra l’anarcho-crust punk e sonorità più orientate verso territori metal che ha le radici piantate in profondità nelle sonorità, così come nell’immaginario e nelle tematiche, riconducibili a gruppi come i Nausea, i Contravene, i grandiosi Appalachian Terror Unite, i Nux Vomica, gli Scatha di “Respect, Protect, Reconnect” e i Sedition di “Earth Beat”. La demo in questione si compone di cinque tracce a cui si somma una cover dei Fear of God posta in chiusura che toccano gli argomenti più classici e cari all’anarcho-crust punk, dalla critica della guerra e del patriottismo fino alla presa di posizione ecologista contro la catastrofe climatica e ambientale causata dal capitalismo che sfrutta l’uomo così come devasta e saccheggia i territori. Il filo conduttore che lega nell’insieme il progetto Tapioca e le cinque tracce della demo è ben delineato dallo “slogan” che accompagno il gruppo canadese: “We went from being, to having, to appearing…”. Una presa di coscienza netta e forte nei confronti del consumismo, della mercificazione e della proprietà, tutti germi che vengono coltivati internamente dall’economia capitalista stessa e che sembrano ormai dominare le esistenze degli esseri umani. Un’ottimo debutto per i Tapioca, autori di un anarcho-crust punk metallizzato se non del tutto originale certamente suonato con passione e attitudine e per questo estremamente godibile per chiunque sia follemente infatuato dei gruppi citati in apertura di recensione, come il sottoscritto del resto.

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Warkrusher – All is Not Lost (2019)

Anche i Warkrusher come i Tapioca provengono dalle terre canadesi, però questa volta dalla parte opposta rispetto alla British Columbia, ovvero dal Quebec e anche loro con questa demo intitolata “All Is Not Lost” e rilasciata nel dicembre del 2019 sono alla loro primissima fatica in studio. In appena venti minuti e cinque tracce i canadesi Warkrusher ci sparano nelle orecchie il loro sound pesantemente influenzato da sonorità riconducibili all’universo stenchcore e ad apocalittici territori crust punk sia di gruppi seminali come i Deviated Istinct o i Misery, sia di gruppi crust della seconda ondata degli anni ’00 come i magnifici Hellshock o i War//Plague. In tracce come “Tyranny of Vengeance/All Is Not Lost” e “Endless Night” si possono sentire infatti tanto le influenze dei Misery di “Children of War” quanto quelle dei War//Plague di “Temperaments of War”, mentre in “Screaming from Hell“, traccia con cui termina questa demo, si possono addirittura sentire lontani richiami agli Effigy di “Grindin Metal Massacre“. Cinque tracce di ottimo stench-crust che se fossero state pubblicate agli inizi degli anni duemila, in pieno revival crust punk, avrebbero sicuramente riscosso maggiori consensi. Ma i Warkrusher se ne fregano di tutto questo, seguono una strada ben precisa, suonano stenchcore e crust punk come piace a loro e ribadiscono un concetto fondamentale: “Non tutto è ancora perduto!”

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Paranoid – Kind of Noise (2019)

A pochissimi giorni dalla fine del 2o19 i Paranaoid hanno vomitato fuori dal nulla questo nuovo ep intitolato “Kind of Noise”, un titolo che più emblematico non si può per definire la proposta ed il sound degli svedesi. Fedeli da sempre al culto di Kawakami e dei Disclose, i Paranoid ci regalano quattro tracce che invertono leggermente la rotta rispetto a “Heavy Mental Fuck Up!” rilasciato ormai due anni fa, disco segnato da uno spostamento molto più netto verso lidi propriamente metal, nel quale le sonorità riconducibili ai Venom erano più accentuate che mai. Su questo “Kind of Noise” i Paranoid sembrano aver fatto un importante ritorno al passato, riuscendo a ricreare perfettamente quella furia di d-beat hardcore rumoroso e distorto influenzato in egual modo dai Disclose e Framtid, onnipresenti nel sound dei nostri, e dal fondamentale kangpunk svedese di Totalitar e Mob47 che caratterizzò i loro primi lavori. Un vortice distruttivo e violento come solamente un temporale tuonante nei cieli scandinavi sa essere, una tempesta di caos che trita e devasta qualsiasi cosa in cui si imbatte sul suo percorso. Con questo “Kind of Noise” il sound dei Paranoid rappresenta ancora il miglior punto di incontro tra due scuole seminali dell’hardcore e del d-beat mondiali, quella giapponese più caotica e distorta e quella svedese più violenta e ruggente, una vera e propria furia devastatrice di rumore assordante di cui si sentiva sinceramente il bisogno in questi tempi bui in cui la scena hardcore mondiale è preda della moda “raw punk”. Fuck off and die, this is just a kind of jawbreaking mangle devastation!

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Dishönor – S/t (2019)

La mancanza pressochè totale di informazioni certe e contatti rende i Dishönor una creatura estremamente affascinante e misteriosa. Si sa veramente poco sul loro conto, se non che vengono da Salonicco in Grecia e che su questo loro primo lavoro ci offrono un ottimo d-beat/crust influenzato in egual misura da gruppi come Doom, Discharge, Hiatus, Visions of War, Disgust e compagnia brutta e cattiva intenta a suonare il più brutale e martellante d-beat possibile. Fin dalla copertina di questo self-titled debutto dei Dishönor si può facilmente comprendere quale sia la tematica centrale attorno alla quale ruotano le dieci tracce, ovvero una feroce presa di coscienza antimilitarista contro la brutalità della guerra, i suoi orrori e il sistema capitalista che nella guerra ha i suoi interessi economico-finanziari e che vede negli esseri umani solamente carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto. Tracce quali l’iniziale “War Victims”, “Savagies of War” e “Neverending Bombraid” sono esempi perfetti tanto della solidità e dell’inaudita violenza del d-beat/crust suonato dai greci quanto delle tematiche appena elencate, a cui si affiancano pezzi e liriche che trattano altri argomenti classici del genere come le visioni post-apocalittiche intimamente legate ad un imminente catastrofe ambientale, l’incertezza del futuro causata da un sistema economico predatorio che inquina, devasta e distrugge l’ecosistema e la critica del potere, della gerarchia e dell’autorità. Niente di nuovo sia sul fronte delle sonorità che sul fronte delle tematiche affrontate, questo è innegabile, ma nonostante ciò questa prima fatica dei Dishönor suona tutt’altro che scontata o noiosa, e anzi, per tutti gli amanti di un certo sound è un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza prender fiato facendosi trafiggere da queste dieci schegge di d-beat/crust violento e indomabile! Inoltre parte dei soldi ricavati dalla vendita di questo self-titled album sono benefit per supportare le spese e le lotte del movimento anarchico greco, quindi cazzo volete di più? Nights without end, reality or nightmare? Will this ever end?

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L’Hardcore è Ancora una Minaccia per l’Esistente

Milano, quartiere Bovisa, una fredda notte di gennaio. Dopo tre giorni di resistenza allo sgombero, davanti alla Casa Brancaleone occupata e con due compagni sul tetto che non hanno nessuna intenzione di cedere nemmeno un metro a celere, digos e pompieri che li vorrebbero tirare giù, nella serata di giovedì 23 si è svolta una taz hardcore organizzata in fretta e furia pochissime ore prima. E non c’è posto migliore in cui suonare hardcore punk se non in una situazione di conflitto reale come quella di uno sgombero e di una tenace resistenza che prosegue da giorni (sta terminando il quarto al momento in cui sto scrivendo queste righe), riprendendoci le strade di una metropoli come quella di Milano sempre delle mani dei padroni della cosidetta “riqualificazione urbana” che altro non è se non l’ennessimo processo di gentrificazione in una città vetrina asservita agli interessi del capitale, una città in preda ad una psicosi securitaria e che sventola alto il drappo del decoro e della legalità contro tutto ciò che la pacificazione sociale impone di considerare “diverso” e “deviante”, ovvero immigrati, chi occupa le case, i punx che suonano nelle strade o nei posti abbandonati, i senzatetto, gli ultimi di ogni sorta e tutti gli sfruttati che cercano di attaccare questo sistema economico-politico che opprime e reprime.

Dalla mattina di martedì 21, data di inizio dello sgombero di Casa Brancaleone, però un presidio di solidali e complici ha occupato stabilmente il piazzale sottostante l’occupazione completamente invaso da agenti della digos, da camionette di polizia e carabinieri, dalla celere e dai pompieri, dimostrando come “solidarietà” e “complicità” non siano solo parole vuote ripetute senza pensarci, bensì si tramutano in azione concreta. E questo tramutarsi in azione della s0lidarietà rende possibile, a distanza di giorni, parlare di uno sgombero che non è avvenuto e che difficilmente verrà portato a termine con facilità visto che i compagni che resistono sul tetto del Branka sono più decisi che mai a non cedere e a riprendersi il cielo grigio che domina sopra la metropoli milanese.

Milano, quartiere Bovisa. A riscaldare la fredda notte di quasi fine gennaio e i corpi (e i cuori) dei presenti al presidio così come dei due compagni che resistono ancora adesso sul tetto del Branka ci hanno pensato alcuni dei migliori gruppi della scena diy e hardcore milanese degli ultimi anni, ovvero Kobra, Peep, The Seeker e Shoki. Una taz organizzata nel tardo pomeriggio, praticamente improvvisata, ha dimostrato dove deve tornare ad essere suonato l’hardcore punk e cosa deve tornare ad essere l’hardcore punk. Il concerto di ieri sera è stata una boccata d’aria fresca nonchè la riprova che l’hardcore è e deve ancora continuare ad essere una minaccia per questo esistente fatto di quotidiano sfruttamento, repressione e oppressione e che vogliamo vedere ridotto in macerie il prima possibile. Saremo sempre il degrado che avanza nel vostro quieto vivere fatto di sgomberi, polizia, carceri e controllo totale delle nostre esistenze. Risplenda il nostro fuoco sotto cieli di piombo.

Solidali e complici sempre con Casa Brancaleone e con chi resiste sul tetto così come al presidio.

Ci volete morti, ma siamo noi che vi condanniamo a morte al suono della nostra musica e al suono del nostro rumore, sempre in direzione ostinata e contraria!