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“Schegge di Rumore, Storie di Hardcore Italiano negli Anni 90” – Chiacchierata con Andrea Capo’ e Monica Rage Apart

“Conobbi l’hardcore e me stessa, perché, pur essendomi sempre saputa, mai mi ero potuta riconoscere così.
Da quel momento ho iniziato a immergermi nei pit che gli anni Duemila mi offrivano, nel modo ingenuo in cui a quell’età si pensa forse che andare ai concerti e tuffarsi nella rovina sotto al palco significhi pienamente afferrare un pezzetto di mondo e farlo proprio.
(Monica RageÀpart, Schegge di Rumore)

Sabato 3 luglio 2021. Seconda giornata di una intensissima due giorni per festeggiare i 23 anni di Villa Vegan Occupata. 18/18.30, se non ricordo male (cosa molto probabile vista la stanchezza e la quantità molesta di alcol ingerita fino a quel momento), finalmente è arrivato il momento della presentazione di “Schegge di Rumore”, libro sulla storia dell’hardcore italiano degli anni 90 scritto a quattro mani da Andrea Capò e Monica Rage Apart, volti noti della scena hardcore della Tuscia. Un libro che ho voluto fortemente venisse presentato in quella splendida cornice, in quella situazione in cui ho sentito più vivo e pulsante che mai lo spirito punk hardcore più sincero e appassionato. Inaspettatamente Andrea e Monica mi chiesero di presentarlo insieme a loro, facendo loro delle domande in merito al libro da cui far partire riflessioni e discussioni da condividere con i presenti. Ricordo che la mia emozione fu tanta e palpabile, così come l’orgoglio provato nel sentirmi proporre una cosa simile. La presentazione andò alla grande, le riflessioni e i confronti con diverse individualità appartenenti alla scena dei 90 sono ancora vive nella mia memoria e le ricordo come estremamente stimolanti. A distanza di mesi, grazie anche al rapporto di amicizia che mi lega ai due autori e alla condivisione intensa di quel momento, ho pensato di intervistare nuovamente Monica e Capò per parlare di Schegge di Rumore e riprendere da dove avevamo interrotto questa estate. “Nella tua testa, nelle tue braccia e nei tuoi occhi c’è solo punk hardcore!

Ciao carissimx, l’idea di farvi questa intervista nasce un po’ per riprendere il filo e lasciare testimonianza scritta della presentazione di Schegge di Rumore che avete tenuto questa estate in occasione del compleanno di Villa Vegan, presentazione che ho avuto estremo piacere di organizzare al vostro fianco. Partiamo come quel giorno di luglio nella splendida cornice di Villa Vegan Occupata, com’è nata sostanzialmente l’idea di scrivere un libro sulla scena hardcore punk italiana degli anni 90? E perchè intitolarlo proprio Schegge di Rumore?

Capò: Ciao caro ed innanzitutto grazie per il supporto & l’amicizia! Torno volentieri a quello spumeggiante 3 Luglio 2021 con molteplici bei ricordi: un po’ perché non suonavo a Milano dal 2016 (e addirittura non capitavo in Villa da un giretto Tear Me Down di 10 anni prima!), un po’ perché la Presentazione di Schegge -nonché il susseguente show Neid, Zona d’Ombra, Città Dolente, Potere Negativo- son proceduti alla grande ma, soprattutto, per la piacevolissima rimpatriata (PS: sempre grazie a Piera & Pier per l’umile giaciglio!), Venendo dunque alla tua prima domanda ci è sembrato qualcosa di fortemente dovuto dato che, a differenza della scena hc anni ’80 dove s’é trovato di tutto, -da fanze a reunion, a libri passando per innumerevoli ristampe discografiche- sugli anni ’90 non era mai stato uscito nulla a riguardo!      

Monica: Ciao a te, David! Schegge di rumore è coesistito per lungo tempo con me e Andrea, seppure non avesse una forma precisa né noi pensavamo a ciò che avremmo potuto fare di quelle nostre lunghissime chiacchierate sull’hc degli anni ‘90. Il nocciolo di questo libro è venuto fuori poco alla volta, a partire dalle nostre frequenti conversazioni sul punk delle vecchie e delle nuove leve a confronto: quel che ne usciva sembrava sempre interessante e autenticamente bello, tanto che ad un certo punto pareva un peccato che i ricordi di Andrea rimanessero una questione privata. Aggiungici poi che altrove non c’era modo di ascoltare questo tipo di racconti perché gli anni ’90, che sembravano esclusi dalle cronache “ufficiali” del punk, a fronte invece delle tantissime informazioni presenti sulla scena degli anni ’80, ed eccoti alcuni dei motivi per scrivere questo libro. Sì, c’erano le fanzine, c’erano i libretti dei dischi e dei cd di quegli anni, è vero, ma pareva che le persone e il loro vissuto si riuscissero a intravedere a malapena attraverso quelle pagine e quei vinili rigati. Forse ero io che non sapevo vedere oltre oppure non so, ma ero felice di poter ascoltare la testimonianza di Andrea, che quegli anni se li era vissuti a pieno e che tuttora vive nel nostro mondo sgangherato. Inoltre, ha contribuito anche il fatto che spesso l’hc degli anni Novanta era usato come metro di paragone negativo. Tutte queste ragioni hanno fatto maturare la consapevolezza per entrambi di voler far qualcosa con questo suo vissuto e di volerlo fare assieme a quattro mani. Da lì in poi tutto è proseguito con naturalezza e spontaneità. Alla fine, il titolo che abbiamo scelto è stato Schegge di rumore perché ci sembrava che raccontasse esattamente quello che avevamo raccolto: le storie di persone, rumori, caos, diverse sensibilità e attitudini, splendidamente differenti eppure tutte legate fra loro dal quel fil rouge che è l’hardcore.

Perchè avete scelto proprio questa modalità che assomiglia più ad una vera e propria intervista/confronto tra più voci, piuttosto che un racconto più classico in stile biografia musicale?

Capò: Perché l’intento era propri quello; ricostruire la genesi e l’affermazione del punk-hc italiano vecchia scuola d.i.y. di quel periodo attraverso le esperienze dirette, fresche e ricche di aneddoti, dei loro protagonisti. Non volevamo per nulla buttar giù un lavoro di tipo enciclopedico, da giornalisti da strapazzo per intenderci. 

Monica: Schegge di rumore nasce prima di tutto come uno libro per noi e un libro per gli amici. Questo è il motivo principale per cui abbiamo scelto di fare delle interviste. Volevamo che questi amici, queste persone a noi care, si potessero raccontare in prima persona: volevamo che fossero le voci di sé stessi, che si sentissero liberi di riportarci la loro storia nella maniera più libera possibile, senza le mediazioni di uno stile biografico. Tipo “due accordi diritti sul tuo viso”, potrei dirti. Tra le prime cose che ci siamo detti sin da subito con Capò, una volta deciso di mettere insieme questo libro, c’è stato il rifiuto categorico da parte di entrambi di creare una di quelle terrificanti enciclopedie musicali che si vedono negli scaffali delle librerie. Tanto meno di fare la bibbia del punk hc anni ’90. Noi volevamo che questa parte della nostra storia mai raccontata prima riemergesse da un punto di vista completamente interno alla scena: dando la parola a chi l’ha costruita e da chi l’ha vissuta, senza mitizzazioni o finti eroismi. Inoltre, come sai, io e Andrea non siamo giornalisti che devono trarre profitto vendendo storie che non gli appartengo: siamo solo due punk, alla vecchia maniera, refrattari a certi discorsi, per mangiare facciamo altro nella vita, non siamo tipi da classifiche editoriali e di questo io ne sono orgogliosa

In base a quali fattori avete scelto le persone da intervistare e le band a cui dare spazio nel vostro libro?

Capò: In realtà è stato facile e naturale: è bastato riavvolgere quel filo rosso (chiamato amicizia!) che mi lega/legava a molte persone con cui, in quegli lontani anni, ho avuto la fortuna di dividere il palco. Nel caso dei fratelli, è proprio il caso di dirlo, Contrasto, Affluente o Hobophobic questo legame fortissimo dura da quasi 30 anni! Nel caso di altri l’occasione per tornare a parlare di questa nostra comune passione, soprattutto con coloro che da tempo non vivon più in Italia (vedi membri di By All Means & Dissesto, rispettivamente a Berlino & Tokio).   

Monica: I sedici intervistati di questo libro-avventura sono stati scelti tra la cerchia di altri membri di gruppi hc vecchia scuola del medesimo ambito rumoroso e fertile di quegli anni. Parliamo di formazioni storiche ancora oggi in piena attività, come nel caso di Contasto, Affluente e Tear Me Down, mentre altre sciolte, come Frammenti, Sottopressione, By All Means, Kafka, Jilted, Monkeys Factory, Dissesto, Hobophobic, The Sickoids e Flop Down. Sono tutte persone del giro delle amicizie strette e delle buone conoscenze di Capò, in primo luogo, e anche mie, con particolare riferimento ad alcuni di loro. Come dicevo prima, noi abbiamo potuto e voluto raccontare quella parte della storia della nostra scena dal punto di vista interno e “palpitante”, valorizzando la mentalità e anche l’attitudine di “essere comunità” propria del nostro mondo. Il solo piano musicale non ci ha mai interessato di per sé, questo non è solo rumore; perciò, abbiamo deciso di mantenere intatto anche questo nostro istinto che ci ha portato di pancia a rivolgerci agli amici, alle buone conoscenze, alle persone incontrate da Capò sopra gli innumerevoli palchi degli anni ’90. Quelle persone che hai conosciuto una notte prima o dopo il tuo concerto hardcore e che non hai lasciato più. È quello che è successo in questi casi, sono queste le cose belle che accadono nel nostro piccolo mondo e in Schegge di rumore abbiamo voluto dare spazio al valore di questi legami speciali, indissolubili nel tempo.

Voi siete attivi nella scena hardcore da più tempo di me, soprattutto per una questione anagrafica e quindi avete vissuto un’epoca che io ho potuto conoscere solamente tramite dischi, racconti, libri e chiacchierate. Quali sono secondo voi le maggiori differenze che possono essere riscontrate tra la scena hardcore degli anni 80 e quella dei 90, non solo da un punto di vista meramente musicale ma anche dal lato politico, di attitudine, militanza, luoghi e spazi e supporto tra le rispettive band e realtà in giro per lo stivale?

Capò: Per un discorso anagrafico non ho vissuto di persona la scena negli ’80, la differenza sta solo nel fatto che negli anni ’90 ci siam dovuti reinventare una scena quasi da capo (come tipo a Viterbo dove non c’era mai stato nulla prima di noi!) anche perché di quel giro non è rimasto nessun gruppo attivo, a parte qualche isolata reunion, come il caso di Kina, Indigesti o Peggio Punx. Dei ’90, oltre ai gruppi sopra nominati, ci son rimasti anche posti, vedi Torre Maura, El Paso, Bencivenga, Ateneo Libertario o Villa Vegan, tutt’ora (r)esistenti, così come alcuni collettivi, tutte realtà tuttora in piedi, con l’inevitabile evoluzione degli anni ma con stessa immutata attitude.  

Monica: In realtà io sono nata nel 1989, perciò ho vissuto anche io quello svantaggio anagrafico per l’hardcore degli anni ’90, figurati quindi per l’esplosione punk degli anni ’80! Dall’impressione che mi sono potuta fare con il tempo, attraverso i dischi, racconti e libri e non sulla base dell’esperienza personale, è che a livello di suono gli anni ’90 portano delle grosse novità, aprendo la strada a stili e generi differenti che si sviluppano all’interno della scena (penso alla particolarità dell’hc torinese, allo straight edge, ecc.) e che hanno un impatto anche sul piano attitudinale, naturalmente. Per quanto riguarda il lato politico mi sembra esserci una continuità sostanziale con i precedenti anni ’80, lo spirito di rivolta è sempre lì che infuria e scorre a fiumi (sulla militanza ci sarebbe da fare un discorso a parte, perché purtroppo non sempre la politicizzazione si traduce in militanza), come pure la presenza viva di luoghi e spazi che tenevano in piedi la scena in quel periodo. Anzi, permettimi di dire che negli anni ’90, a quanto abbiamo potuto constatare in Schegge, si fa molto di più che portare avanti un’eredità: nascono collettivi punk e spazi anche nelle province più isolate d’Italia (come la nostra Viterbo, per farti un esempio concreto), l’hardcore si diffonde a macchia d’olio, anche grazie a fanzine, radio, ecc. Nuovi gruppi si formano ovunque, a differenza dei gruppi del decennio precedente, sciolti per la maggior parte o che stavano cambiando pelle. Forse in quel decennio successivo si era preso coscienza della propria esistenza come “mondo a parte” e della volontà di fare ancora e fare meglio, di non essere costretti a volgere al termine, di dover estinguere una fiamma ancora accesa in tanti ragazzi e ragazze solo per dover seguire le sorti delle band degli anni ’80. Questa per lo meno è l’impressione che ho avuto io.

Sottopressione

Leggendo Schegge di Rumore salta subito all’occhio che il vostro intento non sia stato quello di scrivere un libro sulla storia di un genere musicale in un determinato periodo storico, bensì quello di concentrarvi principalmente sulla scena e il movimento che ne sta dietro, sottolineando quello slogan forse un po’ troppo abusato ma sempre attuale che vede nel punk uno stile di vita, non solo musica. Cosa significa dunque per voi suonare hardcore e far parte di questa scena? Quali sono secondo voi gli aspetti più importanti o gli insegnamenti principali che vi ha lasciato il punk hardcore?

Capò: Per me semplicemente Vita; Flopdown, Tmd, Razzapparte, Neid.. un’avventura cominciata quasi 3 decenni fa e fortunatamente ancora viva & vegeta! Quello che questo Stile di vita –a cui devo tutto!- mi ha insegnato è sempre parte integrante di me: l’essere un compagno, animalista, anticapitalista, nemico giurato di questa società-galera fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli animali, dell’uomo sulla natura! Insomma, se mi volto e guardo indietro, nel Bene o Male, vedo solo Me Stesso.         

Monica: Per me l’hardcore è semplicemente come io sono. Ho scoperto il punk da ragazzina, per caso, grazie ad una musicassetta portata in casa da mia sorella maggiore. Dopo quell’ascolto, misi da parte gli ascolti tecnici delle band-divinità metal per ritrovare quel semplice frastuono. Fu come inseguire il malessere che mi divorava dentro fino a sbatterci la testa contro. Invece di un muro, trovai una porta aperta. Scoprii che dentro a quel rumore e in quel mucchio di gente c’erano tante persone che dicevano quello che pensavo anche io e agivano come anche io credevo si dovesse fare. Dopo tutto il tempo trascorso a sentirmi ovunque fuori posto, finalmente trovai una dimensione in cui mi sapevo dare un nome a quell’irruenza che infuriava sotto la mia pelle. Conobbi l’hardcore e riconobbi me stessa. Per la ragazzina che ero rappresentò un punto di svolta. Non passò molto tempo che iniziai a partecipare alle mie prime assemblee politiche, perché sentivo di dover mettere in pratica con fatti concreti ciò che andavo cantando sotto il palco. Avvertivo la necessità di coerenza e di dover portare anche all’esterno quello stile di vita contrapposto alla società che vivevo dentro di me, come esigenza di cambiamento e di trasformazione reale attraverso la lotta.

Ad un certo punto della mia vita ho conosciuto i ragazzi e le ragazze del Tuscia Clan, grazie ai concerti organizzati alla Cantina del Gojo e all’impegno politico profuso in altri ambiti della vita e della nostra città. Iniziai a partecipare alle riunioni del collettivo politico insieme a loro e dopo un certo periodo di tempo presi coraggio, domandando se potessi dare una mano al prossimo concerto in Cantina. Da quel momento in poi non ho mai smesso di portare avanti con loro l’aspetto militante con il Comitato di Lotta Viterbo e quello accacì e sociale col Tuscia Clan. L’insegnamento più importante che ho ricevuto dal punk hardcore è il do it yourself, che poi è una delle pratiche più significative del movimento, quella cioè di superare gli ostacoli e le difficoltà rimboccandosi le mani, contando sulle proprie capacità, senza delegare al mondo esterno ciò che possiamo fare a modo nostro. È la messa in pratica del concetto di autogestione, in cui credo tantissimo e che è il modo in cui riusciamo a stare in piedi da soli.

Altro elemento che permea l’intero libro è sicuramente la volontà di focalizzarvi sull’aspetto della militanza e della lotta politica cosi intimamente legati alla scena hardcore e punk e alle individualità che avete deciso di intervistare. Che importanza hanno per voi l’aspetto politico e i percorsi di lotta, così come pratiche come autogestione, occupazioni e solidarietà che da sempre animano il movimento e la scena hardcore punk?

Capò: Questi percorsi furono per me basilari per quel tipo di punk-hc, soprattutto in quegli anni. Gli anni di militanza/situazionismo passati coi Tear Me Down la dicono lunga: era dunque normale prassi partecipare ad un corteo, la sera tenere uno show in una situazione benefica e il giorno dopo magari presenziare ad un  presidio/concerto non autorizzato davanti al carcere. Così com’era abitudine (almeno qui in Tuscia) il doppio binario hc/militanza che ad esempio legava membri di Tmd & Comitato Antagonista di Viterbo, collettivo attivissimo sul territorio fra fine anni ’90 e inizi 2000, con iniziative, volantinaggi, presidi, cortei ed occupazioni!    

Monica: Sì, infatti, hai colto perfettamente. Dal momento che ci sembrava non fosse stato ancora affrontato apertamente questo aspetto, almeno per quanto riguarda quegli anni, abbiamo pensato che potesse essere utile aprire un dibattito militante intorno alla questione con chi ha voluto condividere con noi il proprio vissuto. Essendo l’hardcore un movimento in aperto conflitto con la società, le sue regole morali non scritte ma ugualmente imposte e con le sue leggi codificate create a vantaggio esclusivo del ceto sociale dominante – tutte queste cose vanno sotto il nome di Capitalismo –, è presente in esso una grossa componente di critica politica e sociale all’esistente, come sappiamo benissimo. Proprio come oggi, però, anche allora non esisteva un unico modo di vivere questi diversi aspetti e di metterli in relazione tra loro. Nelle interviste di Schegge di rumore emergono nettamente i diversi punti di vista personali, come pure le sensibilità e prassi. Ci sono casi in cui le cose coincidevano, cioè c’erano persone che suonavano, erano anche politicizzate e, inoltre, facevano parte di collettivi politici; poi c’era chi suonava e aveva pure posizioni politiche chiare che venivano comunicate attraverso le canzoni del gruppo ma non faceva parte di collettivi, perché dentro di sé considerava già questa cosa come militanza; oppure c’è chi, partendo dallo stesso presupposto del caso precedente, invece, la percepisce questa differenza tra l’essere politicizzati e il militare attivamente, ma sente come più giusto o naturale continuare a fare agitazione da sopra il palco; infine c’è anche chi suona ma non è interessato all’azione politica né la mette in pratica. Quindi, come vedi, gli scenari e pure gli orizzonti sono eterogenei, a volte molto lontani tra loro.

A livello personale, mi sento vicina alle esperienze in cui si percepisce intensamente la necessità di mettere sottosopra le città con tutti i mezzi a disposizione, dai presidi alle azioni, dai concerti alle manifestazioni, dalle assemblee alle situazioni di piazza… «tutto sotto lo stesso cielo», come dice uno dei nostri amici intervistati. Come già accennavo prima, oltre a far parte di un collettivo punk – il Tuscia Clan -, sono una militante politica del Comitato di Lotta Viterbo, perché sento il bisogno di portare anche all’esterno questo stile di vita in guerra con lo stato di cose presenti. Inoltre, partecipo alle attività che svolgiamo nella nostra sede a Viterbo. Questo posto si chiama Officina Dinamo, è la sede politica del Comitato ma anche un punto di riferimento per chiunque abbia dei guai con la legge o problemi sul posto di lavoro, grazie all’impegno del nostro sportello legale e di quello sindacale (S.I. Cobas Viterbo). Inoltre, Officina Dinamo rappresenta anche un importante luogo di aggregazione sociale per merito dei corsi popolari di allenamento calistenico curati dai nostri compagni del team Riot Squat e grazie al gruppo escursionistico L’Oplita. Officina Dinamo è un posto fantastico, che abbiamo cercato per tanto tempo e costruito attraverso le lotte sul territorio e grazie al sostegno di tutti quelli che in questi anni ci hanno supportato nelle tante realtà che portiamo avanti.

Come penso si capisca, le cose più importanti nella mia vita sono la militanza, la lotta di classe, la forza della lotta rivoluzionaria, la distruzione dello Stato e della sua smisurata violenza, il rifiuto di un destino fatto di miseria imposta, la gioia della vita vissuta senza paura. Ad ogni modo, al di là della posizione personale, credo pure nel principio generale della coerenza: non sono ossessionata dal fatto che una persona o un gruppo sia politicizzato o meno (preferirei ci fosse maggiore militanza, ovviamente!), però l’importante è che non si vada a millantare sopra o sotto il palco di fare cose che poi nella realtà non si avrebbe il coraggio di fare.

Contrasto

Forse la domanda più difficile, ma anche quella più stimolante. Che differenze avete notato tra la scena degli anni 90 e quella attuale? Secondo voi c’è ancora quell’idea che l’hc puo’ e deve essere una minaccia per questo esistente e non solo musica?

Capò: Parlando sempre di hc italiano vedo ad ora un buon ricambio generazionale di “giovani/vecchi” come Suddisorder, Carlos Dunga, My Own Voice, LaPiena, A Fora De Arrastu, SFC, Carne, o come la recente reunion Congegno al Marci Su Roma 2021. Quindi ecco, l’unica differenza percepita può essere giusto stilistica. Per quanto riguarda l’hc infine credo che, per sua natura, se non proprio impegnato almeno una minaccia dovrebbe esserlo, o meglio sarebbe auspicabile! Purtroppo -a mio modesto parere, grazie pure alla tecnologia nelle mani della classe dominante borghese- dal G8 di Genova del 2001 in poi le strategie di controllo e repressione di Stato si sono affinate e stratificate; vedi le infami Operazioni Cervantes, Fuoriluogo, Scripta Manent, Bialystok, Sibilla, etc…! Ma è pur vero che l’esistenza stessa di band militanti come Contrasto (arrivati a quasi 30 anni d’attività) Ludd (22) Le Tormenta o Cospirazione etc.. sono la prova che la fiamma non s’è definitivamente spenta, e che qualcosa di buono nel cosiddetto “punk di protesta” resiste ancora, non solo a livello di testi o mera musica.   

Monica: Anche qui gli orizzonti e le pratiche a volte sono differenti da città a città, da collettivo a collettivo punk. Questo proprio per il problema per il quale non sempre coincidono militanza politica (organizzata o meno) con il proprio istinto di rivolta e disgusto per ciò che ci circonda. Io credo che il punk da solo non basti a produrre un cambiamento su vasta scala, ma che vada concretizzato anche col quotidiano conflitto. Avendo la fortuna di stare in un collettivo in cui si fa moltissimo e nel quale le compagne e compagni non concepiscono questi aspetti come due cose separate l’una dall’altra, posso dire che essere una minaccia per questo mondo putrefatto non sia solo una possibilità, bensì una realtà concreta.

Schegge Impazzite di Rumore #12

Quando è stato l’ultimo appuntamento con Schegge Impazzite di Rumore? Non me lo ricordo nemmeno più ma azzarderei più di un anno fa. Si è vero, qualche mese fa ho rispolverato questa rubrica per una sorta di puntata speciale dedicata a due pubblicazioni (Sentiero di Lupo e SLOI) targate Sentiero Futuro Autoproduzioni, ma tolto questo, si potrebbe quasi parlare di rubrica morta e sepolta. E invece no, “cosi de botto senza senso“, ecco che Schegge Impazzite di Rumore rompe l’assordante silenzio giungendo al suo dodicesimo capitolo, in cui, finalmente, riesco a parlarvi di tre devastanti ep che sono stati pubblicati prima o durante l’estate. La copertina quest’oggi se la prende una iconica fotografia degli scontri di piazza ad opera dei militanti dello Zengakuren, ovvero un sindacato studentesco giapponese di ispirazione comunista attivo dal 1948 e protagonista di grandi momenti di protesta e rivolte, come le mobilitazioni del 1968. Perchè questa scelta vi chiederete voi? Ancora una volta, apparentemente, “cosi de botto senza senso“. Oppure perchè questa stessa immagine è stata usata come copertina di uno splendido split del 2018 tra gli Arno X Duebel e i Crystal Methodist che mi sto riascoltando a ruota in questi ultimi giorni. Quale sia la reale ragione, non ci interessa, perchè quello che conta sono le righe che ho scritto in merito alle ultime fatiche in studio di Negative Path, Always Never Fun e Fever. Perché l’hardcore suonato da questi tre gruppi è pronto a colpirci forte in pieno volto con tutta la rabbia possibile, come evoca, del resto, l’immagine di copertina.

NEGATIVE PATH – SELF-DESTROYED 

Non sono un amante dell’etichetta di “supergruppo”, però se dovessimo pensare alla scena palermitana non credo ci sia modo più onesto e preciso per definire i Negative Path. Annoverando tra le loro fila gentaglia attiva in grandissime band come ANF, Eraser o Cavernicular, fugano dal principio ogni minimo dubbio sulla loro attitudine e sull’intensità con cui suonano l’hardcore punk che fu! Beh a distanza di qualche anno dal precedente debutto che fu una vera e propria dichiarazione di intenti dei nostri nei confronti della loro passione per l’hardcore ottantiano, oggi i Negative Path son tornati con Self Destroyed, un’ep di dieci tracce che punta tutto su intensità, velocità e su una buona dose di “non prendersi troppo sul serio“. I punti di riferimento dei nostri rimangono gli stessi dal primo giorno che han deciso di mettersi a suonare insieme, passando dai Poison Idea ai Negative Approach, fino a giungere a sonorità vicine al fastcore in stile Larm. Un fast-hardcore punk senza fronzoli insomma, che picchia forte sul muso e che tira dritto veloce senza perdersi per strada, con un minutaggio medio che si aggira sotto il minuto, dandoci costantemente l’impressione di venire investiti senza pietà da una raffica di vere e proprie schegge impazzite! Otto minuti totali che passano troppo in fretta per un ep che ci ritroveremo a rimettere dall’inizio infinite volte senza annoiarci nemmeno un secondo. Da Palermo con furore, lo spirito continua!

ALWAYS NEVER FUN – II

Dopo più di un quinquennio in cui sonorità che spaziavano dal thrashcore al powerviolence imperversano da destra a sinistra all’interno della scena hardcore italiana, negli ultimi anni sembra che questo filone/trend/moda (chiamatelo un po’ come cazzo vi pare) si sia lentamente affievolita, lasciando spazio ad altro. Nonostante ciò, e per fortuna mi verrebbe da dire a gran voce, possiamo ancora contare su i palermitani Always Never Fun (ANF), band attiva nella scena dal 2014 e che prosegue nel suo intento di suonare una mistura devastante di fastcore e powerviolence senza guardare ai revival del momento e anzi continuando a suonare quello che piace a loro con tutta l’attitudine e la sincerità a cui ci hanno abituato fino ad oggi. Non si smentiscono difatti nemmeno con questo nuovo “II”, dieci fast-tracce che non sforano mai i cinquanta secondi e che arrivano dirette come un pugno nello stomaco. Un hardcore veloce e senza compromessi che prosegue il discorso già iniziato anni fa con il loro primo S/t album e che sembra aver raggiunto ormai una maturità e una forma a limiti della perfezione in ambito fast-violence. La suola hardcore a cui si rifanno gli ANF è sempre la stessa (e l’hanno ribadito più volte negli anni con le compilation tributo a cui hanno partecipato) ed è quella incarnata da Capitalist Casualties, Lack of Intereset e Crossed Out su tutti, dimostrando come il tempo passi ma la passione per certe sonorità è dura a morire. Come i loro compaesani Negative Path, anche gli ANF ci danno in pasto un ep di pochissimi minuti (sette per un totale di dieci tracce) che non ha bisogno di far prigionieri perchè già al primo ascolto il fast potere-violenza suonato dai palermitani rade al suolo qualsiasi cosa, lasciando solo macerie e polvere al suo passaggio. Servono dischi come questo per tornare a ribadire un concetto semplice ma fondamentale: il powerviolence non è moda, il powerviolence è guerra!

FEVER – S/t

Da dove partire per parlare di questi quattro brutti ceffi di Imperia e della loro prima fatica in studio? Dalla splendida copertina che tradisce l’iconico stile di Caticardia? Dalle sonorità hardcore oscure e nichiliste imbastardite con echi post-punk che animano queste quattro tracce? Dal fatto che avendoli visti suonare live posso assicurare che sono ancora più devastanti rispetto a quanto mostrano su disco? Difficile scegliere da dove iniziare, così la faccio breve e un po’ da paraculo e inizio dicendo semplicemente che questo self titled ep dei Fever è un bomba senza se e senza ma. E’ realmente difficile resistere alle melodie post-punkeggianti azzeccate e alla generale atmosfera oscura che avvolge l’intera proposta dei nostri, così come ai momenti più spiccatamente hardcore. Tracce come Remember o la conclusiva Empty offrono un esempio perfetto dello stile dei Fever, un hardcore punk intenso e ben suonato, in cui molto spazio viene lasciato alle atmosfere che strizzano l’occhio alle sonorità più dark di certo post-punk, conferendo al tutto quel tocco personale e assolutamente non scontato che cattura al primo ascolto e si insidia facilmente nella testa. Se il buongiorno si vede dal mattino, questo primo ep dei Fever lascia ben sperare per il futuro e anzi mi costringe a chiedere a gran voce un loro nuovo disco. E mentre Imperia annega in un mare di merda e noia, la rabbia hardcore dei Fever brucia minacciosa dimostrando che la scena da quelle parti è più viva e attiva che mai!

Quattro chiacchiere con Andrea di Passione Nera Records

Il motivo principale che mi ha spinto a fare qualche domanda al buon Andrea di Passione Nera Records è molto stupido e riguarda il fatto che per entrambi i nostri progetti abbiamo ripreso inconsciamente il nome di due distro diy già esistite in passato all’interno della scena hardcore/punk italiana. Oltre a questo, mi interessava lasciare spazio su queste pagine virtuali ad una distro che, seppur poco prolifica rispetto ad altre, ultimamente ha partecipato alla coproduzione di ottimi dischi come Eschaton degli Amphist e In Bilico Nel Reale dei Destinazione Finale. Ringrazio ancora una volta Andrea per il tempo che ha dedicato a rispondere a queste domande. Adesso bando alle ciance, godetevi queste quattro chiacchiere, perchè lo spirito continua!

 

Partiamo con delle brevi, banali quanto dovute, note biografiche: chi sei, quando e perché nasce Passione Nera Records e soprattutto com’è nata l’idea di darti proprio questo nome?

Hey! Sono Andrea, una delle tantissime anime dannate che si sono affidate, per la loro “salvezza”, a quel tutto che sta sotto il nome di punk hardcore. Passione Nera nasce come distribuzione nel 2015 ed è figlia dell’esperienza, durata purtroppo un solo numero, dell’omonima fanzine. Distribuendo e scambiando la zine in giro si è naturalmente creata una –seppur embrionale- distribuzione; di li a poco l’idea di supportare la prima uscita di un gruppo di amici (i NoProve dalla Tuscia.. RIP!) e poi non mi sono più fermato. Il nome, come intuito suggerisce, prende spunto dall’omonima canzone dei Nerorgasmo in quanto ci sono molti passaggi delle liriche che faccio miei per convinzioni e vissuto.

Qual è stato il momento o il motivo che ti ha spinto ad avvicinarti all’hardcore punk? Come è successo?

Fin da bambino sono sempre stato un tipo timido, diciamo un po’ sulle sue; quello che difficilmente riesce ad integrarsi ed interagire col grosso dei coetanei. Quando non sai il perché ma certe dinamiche (quelle per intenderci del tamarro o del fighetto, in una realtà meno che provinciale) non ti attirano anzi ti infastidiscono facendoti rifiutare già in tenera età di riconoscerti con la massa. Perciò quando le mie orecchie sono state “accarezzate” per la prima casuale volta dal punk non potevo che restarne folgorato!

In particolare l’approccio col punk hardcore c’è stato in edicola: passo prima di entrare a scuola per prendere Supertifo e l’occhio cade su “Punk”, allegato alla rivista “Rock sound”. All’epoca i miei acerbi ascolti (non avendo amici punk a cui chiedere info riguardanti band interessanti e neanche una connessione ad internet per smanettare in rete) si fermavano a Pistols, Clash, Rancid e poco altro.. fortuna che a Cassino c’era almeno un negozio (il mitico Crash Store, RIP!) che aveva fondamentalmente roba metal ma dava comunque la possibilità di trovare qualcosa che faceva al caso mio! Ebbene, in questo benedetto numero (oltre alla compilation in allegato) c’era un articolo sull’imminente uscita della compilation “Love Hate 80” (tutto il meglio dell’hc italianno ani ’80), nonché un’intervista agli Impact.. insomma quanto bastava per rapire irrimediabilmente il mio cuore, che dal canto suo non aspettava altro! Compilation ordinata immediatamente e da li, parafrasando i sopracitati NoProve, c’è stato solo il punk hardcore!

Tempo fa un vecchio caro punx bolognese a cui son certo entrambi vogliamo un gran bene, ci fece notare che entrambe le nostre distro sono omonime di altre due label diy punx italiane ormai defunte. Cosa ne pensi di questo tratto che accomuna Passione Nera e Disastro Sonoro? Quanto pensi sia importante riconoscere e rispettare una storia della scena hardcore di cui facciamo parte e quanto invece pensi non si tratti di mancanza di rispetto riproporre un nome già utilizzato da altri prima di noi?

Premetto che quando scelsi il nome per la zine (ereditato quindi dalla conseguente distro) non ero a conoscenza del fatto che c’era già stata un’etichetta con lo stesso nome; diversamente, sono sincero, avrei optato per un altro nome! A prescindere da ciò non credo che questo possa essere visto come mancanza di rispetto, anche perché –per lo meno nel mio caso- l’esperienza della vecchia distro è conclusa. Per il resto che dirti Ste, se senza saperlo ci siamo “riappropriati” di vecchie storie evidentemente siamo davvero old school! 

Avere un’etichetta DIY non è certamente una cosa facile e anzi spesso richiede un sacco di impegno, energie e di soldi (che in un modo o nell’altro scarseggiano sempre). Cosa ti spinge a continuare a dare il tuo apporto alla scena hardcore punk attraverso questo mezzo?

Sarò sincero, causa mancanza di tempo e soprattutto soldi, ho sempre seguito il progetto “a tempo perso”. Inoltre tutto ciò lo faccio per passione e la mia etica “workless class” mi impone di non far diventare ciò un lavoro, con tutto lo stress che ne consegue. Parlando di vil denaro, ovviamente è tutto in perdita ma il fatto di essere una seppur piccola goccia in questo mare di fango che rappresentiamo (non chiedermi perché ma mi piace vederla così!), di supportare band di amici e non e concorrere a tenere su questo circuito totalmente autogestito mi ripaga di tutto!

In base a quali criteri e motivi scegli con quali band collaborare e quali coprodurre?

Avendo pochi soldi da investire (oltre alla scelta di non far diventare il tutto troppo gravoso a livello di impegno mentale e di tempo) scelgo di supportare fondamentalmente band di amici o progetti che, anche se non si tratta di amici, reputo particolarmente validi.

Qual è stata la tua prima Coproduzione? E quale quella a cui ti senti maggiormente legato?

La prima coproduzione, come già anticipato, è stata “Via senza ritorno” dei NoProve. Per quanto riguarda invece l’uscita a cui sono più affezionato devo farti due nomi: “Il buio attorno” dei Malore che reputo uno dei migliori album punk hardcore uscito in Italia negli ultimi anni e “Make me a sandwich” dei/lle Poisonous Cunt (RIP Alexia!) da Londra, la prima coproduzione internazionale di Passione Nera Records!

Cosa significa per te fare parte della scena punk? Ma soprattutto cosa significa per Passione Nera l’hardcore?

Significa sapere che non sei il solo a vivere un certo disagio; a pensare che in fondo il mondo che ci circonda non è proprio il paradiso delle opportunità e del benessere che tanti proclamano e quindi ad agire di conseguenza. Per quanto non mi è mai andato giù che “siamo tutti fratelli e sorelle” e discorsi simili, quando vedo un altrx punk so comunque che con lui/lei avrò certamente più cose in comune rispetto a chiunque altrx. Passione Nera è quindi di conseguenza il mio umile apporto a tutto ciò.

Quale è stata la più grande soddisfazione che ti sei tolto con Passione Nera?

Nel mio piccolo, avere il mio logo su uno di miei dischi preferiti (il già nominato “Il buio attorno” dei Malore).

È appena finito il 2020, un anno abbastanza difficile su tanti livello diversi per via dell’epidemia di Covid 19. Quanto è stato difficile avere una distro/label in un periodo simile?

A questa domanda non so risponderti in realtà… avere una distro, come ti dicevo, ha un ruolo abbastanza marginale nella mia vita; non ci guadagno nulla e moooolto raramente porto il banchino ai concerti perciò tutto sto delirio riguardante il covid non ha avuto un grosso impatto su Passione Nera.

Che ruolo rivestono invece nella tua vita quotidiana pratiche e idee come autogestione e autoproduzione?

Un ruolo assolutamente centrale. Il vivere in luoghi autogestiti, il rifiuto del vivere per lavorare, il riciclo del cibo e dei vestiti.. ma in generale cercare di straniarsi il più possibile da dinamiche imposte o comunque funzionali al sostentamento del sistema in cui (soprav)viviamo.. inutile aggiungere che senza il punk non sarei mai entrato in contatto con tutto ciò; alla lunga posso dire che è stato assolutamente totalizzante.

Come si può  ben vedere dalla copertina della pagina fb di Passione Nera, collabori con il progetto Punks for Rojava che vede impegnati punx e compagnx da tutto il mondo. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti e sostenere questo progetto?

I Malore cantavano “l’hardcore non è rivolta, solo rumore!” perché,ovviamente, da solo non basta. Di certo però non può non rifarsi ad ideali ben definiti e di conseguenza essere anche di ispirazione per azioni a sfondo politico e di critica radicale dell’esistente. Perciò, avendone avuta l’occasione, sono stato ben contento di dare il mio seppur minuscolo contributo alla gigantesca causa del confederalismo democratico in Rojava.

 

Per concludere questa intervista/chiacchierata volevo farti una domanda e lasciarti lo spazio per raccontare qualche aneddoto legato alla tua esperienza personale all’interno della scena punk, legata o meno a Passione Nera. La domanda è la seguente: quale band sogni di coprodurre?

Un aneddoto che ricordo volentieri è legato ad Agripunk, rifugio sociale antispecista autogestito nel quale ho vissuto un anno (a proposito, in questo caso il covid ha dato parecchio “fastidio” ed il posto ha bisogno del massimo supporto economico per r-esistere, diamogli una mano!). Estate 2019, tre giorni prima del Rotten River Camp riceviamo la telefonata dei ragazzi che organizzano il festival chiedendo la nostra eventuale disponibilità ad ospitare l’evento dopo che gli sbirri, facendo pressione sulle ragazze del chiosco dove si sarebbe dovuto fare e facendo riferimento a fantomatici permessi mancanti, rischiavano di farlo saltare del tutto! Per farla breve, lo spiazzo di fronte la stalla (che solitamente viene occupato da pecore e capre), è stato trasformato in meno di un giorno nella location di un festival al quale in due giorni ha ospitato centinaia di persone. Un rimorchio per tir come palco e band come Contrasto, Bull Brigade, Klasse Kriminale e tante altre live ad Agripunk, chi l’avrebbe mai detto!? Ci siamo fattx il culo ma è stata un’esperienza tanto improvvisa quanto entusiasmante.. alla faccia di chi voleva far saltare il festival!

Per quanto riguarda la tua domanda, rispondo senza indugio AFFLUENTE!

 

A Lesson in Violence: Stimulant & Ona Snop

Sarà che negli ultimi giorni sono tornato in fissa potente con Hellnation, Crossed Out e soprattutto Capitalist Casualties, tutti gruppi che amo alla follia e che hanno influenzato parecchio i miei gusti in ambito hardcore ed estremo, ma eccomi pronto a parlavi di due dei migliori dischi powerviolence/fastcore usciti nel 2020 e che meritano sicuramente la vostra attenzione! Se pensiamo per un attimo a cos’è stata la scena powerviolence/fastcore di qualche anno fa, tanto a livello mondiale quanto a livello italiano, e a quante band sono nate al suo interno per poi sciogliersi nel giro di poco tempo, e poi spostassimo lo sguardo ad oggi, ci renderemmo conto come sia effettivamente esistita una sorta di “moda powerviolence” e che sia ormai passata, lasciando spazio a quell’entità che a moltissimi piace definire “raw punk” e che non si ancora capito bene cosa cazzo voglia dire. Al di là di questi cenni storici assolutamente inutili ma che forse potrebbero intercettare lo spirito dei tempi soprattutto all’interno della scena hardcore e punk, ad oggi le band rimaste attive a suonare con passione sincera, convinzione e attitudine powerviolence o fastcore sono molto poche rispetto al periodo di massimo splendore del revival del genere. Tra queste troviamo certamente gli inglesi Ona Snop e gli Stimulant da Brooklyn, senza troppi dubbi due delle migliori espressioni del PV/fastcore degli ultimi 5-10 anni, due band che hanno sempre sfornato dischi di una qualità altissima e di un’intensità invidiabile. Negli scorsi mesi entrambe le band hanno dato alla luce un nuovo album ed è per tale ragione che in questo nuovo appuntamento con A Lesson in Violence vi parlerò proprio di Intermittent Damnation degli Ona Snop e Sensory Deprivation degli Stimulant, dischi che rispondono ad un unico imperativo categorico: “play fast or die trying!”.

E’ cosa nota a tutti che la scena hardcore di Leeds degli ultimi dieci anni ha dato i natali ad alcune delle migliori band contemporanee in ambito fastcore e powerviolence come Gets Worse e Afternoon Gentlemen. Difatti non stupisce che gli Ona Snop, forse il gruppo più interessante e originale appartenente a quella scena, abbiano pubblicato qualche mese fa l’ennesimo devastante capitolo della loro discografia, un semplice e sincero disco di fastcore in your face intitolato Intermittent Damnation, a mani basse quello che si può definire senza troppi problemi uno dei dischi migliori dell’intero 2020. Un disco che, dall’iniziale Everybody in the World is Fucked alla conclusiva Drunk and Rich, non lascia mezzo secondo per riprendere fiato e che impatta sull’ascoltatore come una scarica di pugni nello stomaco, diciassette tracce che non mostrano mai segni di cedimento e un sound generale che dimostra ancora una volta come gli Ona Snop conoscano perfettamente la materia fast-hardcore e sappiano suonarla in maniera assolutamente devastante e convincente. Un concentrato di fastcore, con qualche vaga incursione in territori powerviolence, suonato con passione e attitudine e che ha dalla sua un’ottima tecnica strumentale e la qualità di imprimersi in maniera indelebile già dopo pochissimi ascolti. Non che servissero ulteriori prove o conferme sulla qualità degli Ona Snop e del loro fast-hardcore, senza dubbio uno di quei gruppi che difficilmente deludono le aspettative, ma ancora una volta sono riusciti a superare quanto già di ottimo e devastante avevano offerto con il precedente Geezer del 2018, pubblicando un disco come Intermittent Damnation capace di creare dipendenza e non stancare mai. Tempo fa in merito allo splendido Snubbed dei Gets Worse concludevo la recensione con un breve quanto valido “Leeds odia ancora” e arrivato per l’ennesima volta (ormai ho perso il conto e poco importa) a dover mettere questo Intermittent Damnation da capo, mi tocca ribadirlo con gioia: Leeds continua ad odiare, fastcore a mano armata!

 

Nati dallo scioglimento dei magnifici Water Torture e già autori nel 2017 di uno splendido self titled album di debutto, disco che incise in maniera indelebile il loro nome sulla mappa del powerviolence mondiale, gli Stimulant tornano finalmente sulle scene con questo Sensory Deprivation, un lavoro monolitico che a partire dal titolo non lascia spazio a troppi dubbi e può dare subito una chiara idea dell’impatto che avranno queste nuove 27 tracce su di noi. La formula vincente della band di Brooklyn è sempre la stessa: un mix assolutamente devastante di grindcore e powerviolence, in cui a farla da padroni assoluti sono i costanti quanto improvvisi cambi di tempo e una forte componente noise, oggi forse più protagonista nel sound degli Stimulant rispetto al passato e capace di rendere la proposta dei nostri ancora più violenta, rumorosa e interessante. Come sempre siamo di fronte ad un muro di suono che appare riduttivo definire granitico e brutale, un sound implacabile e impossibile da scalfire e che nei momenti più furiosi e distruttivi, in cui a prendersi la scena sono senza dubbi i blast beats tritaossa, sembra realmente di essere in mezzo ad un agguato a mano armata da cui è impossibile uscire indenni. Come da tradizione del gruppo statunitense, anche questo Sensory Deprivation ha un durata abbastanza sostenuta che si aggira sulla mezzora abbondante, in netta controtendenza rispetto alla maggior parte delle uscite powerviolence. Se da una parte, a primo impatto, il minutaggio generale può sembrare eccessivo, dall’altra, appena si decide di premere play e si viene trafitti senza pietà dalla tripletta iniziale formata da Apathetic, Trashed e Myopic Voided, si capisce immediatamente che il powerviolence degli Stimulant non ci lascerà mezzo secondo per riprendere fiato, continuando a colpirci con violenza fino all’ultimo secondo disponibile, lasciandoci di fatto impotenti, inermi e sfiniti una volta giunti alla fine. Inoltre la forte componente noise è capace di rendere l’esperienza dell’ascolto di Sensory Deprivation una vera e propria discesa in un vortice di confusione, angoscia, estraniamento e totale impotenza dinanzi all’impossibilità di trovare una via di fuga, mentre il powerviolence degli Stimulant continuerà a scagliarci addosso schegge impazzite di rumore e violenza senza alcuna pietà. In fin dei conti vale lo stesso discorso fatto per gli Ona Snop; se infatti non serviva un disco come Sensory Deprivation per darci la conferma della qualità e della brutalità del potere-violenza suonato dagli Stimulant, dischi come questo ci ricordano cosa significhi suonare questo genere con passione, ispirazione e sincera quanto viscerale rabbia, dandoci una vera e propria lezione di violenza e di estremismo sonoro. E forse qualche volta si ha solo bisogno di spararsi nelle orecchie un disco come questo, semplicemente quanto di meglio la scena powerviolence ha da offrirci ancora oggi! Play fast till the day you die, this is another lesson in (noise-power)violence!

 

Music Critics and Record Collectors are Pretentious Assholes

Nel 1985 i Poison Idea pubblicano il loro secondo Ep intitolato, in modo estremamente provocatorio, “Record Collectors are Pretentious Assholes”, mentre tre anni più tardi i Sore Throat riprendono lo stesso concetto per intitolare un loro brano presente su Unhindered by Talent, aggiungendoci però still tra il verbo e “pretentious assholes“. Se può essere abbastanza vera e/o più o meno condivisibile come espressione, possiamo esagerarne il concetto sostenendo allora che i recensori di dischi e in generale chiunque rientri nella categoria di critico musicale siano ancora peggio in quanto a pretenziosità e idiozia rispetto ai collezionisti, categorie tra l’altro che spesso si sovrappongono. E mi ci metto anche io tra questi assholes, nonostante ribadisca dal giorno zero di quest blog che quelle che scrivo non sono vere e proprie recensioni, che rigetto con disprezzo il ruolo di critico musicale e che i “recensori di professione”, o chi pretende di esserlo anche all’interno della scena hardcore/diy, non dovrebbero esistere. Tutto sto discorso introduttivo per dire cosa? Assolutamente un cazzo di nulla, forse solo per dare un minimo di contesto al titolo che ho deciso di dare a questo articolo, in cui, guarda un po’ che cosa incredibile e assolutamente inaspettata, vi parlerò in poche righe di una manciata di ottimi lavori usciti in ambito punk e hardcore durante il 2020 e a cui colpevolmente ho dato troppa poca attenzione fino ad ora. Fissando bene in testa il fatto che i recensori di dischi sono delle pretenziose teste di cazzo, buona lettura ai/alle tuttx punx!

Destruct – Echoes of Life

Da troppi mesi nella mia lista immaginaria di dischi di cui parlarvi, eccoci finalmente qui! 12 tracce per venti minuti di d-beat raw hardcore punk di scuola Discharge/Disclose (ma non solo), suonato con rabbia, intensità e con un’attitudine brutale e spietata. Potrei concludere qua le righe dedicate a questo Echoes of Life dei Destruct e tanto basterebbe per farvi correre ad ascoltare il disco senza pentirvene e senza pensarci due volte. Un concentrato di d-beat nella sua più pura essenza, ma incredibilmente interessante anche se i Destruct non inventano assolutamente nulla di nuovo. Certamente il d-beat dei maestri Discharge suonato nella versione raw e rumorosa dei Disclose è senza dubbi il punto di partenza dal quale i Destruct costruiscono il loro sound, un sound abbstanza raw che risente però anche dell’ influenza di certo hardcore/d-beat di scuola norvegese/svedese degli anni 80, quel sound primitivo e corrosivo che accomunava band come Svart Framtid e Discard. C’è poco altro da aggiungere se non ribadire che questo Echoes of Life è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti in ambito d-beat hardcore in tutto il 2020!

Subdued – Over the Hills and Far Away

Questo Over the Hills and Far Away si apre con Sanctuary is Nowhere, traccia che ci catapulta immediatamente negli umidi squat britannici degli anni ’80 dove stava prendendo forma un sound che partendo dalla scuola anarcho punk si spingeva verso lidi ignoti, sporcati quanto basta con tensioni e atmosfere dal sapore apocalittico e oscure. Non a caso i Subdued arrivano da Londra e sembrano aver assimilato perfettamente il sound e le tensioni primitive dell’anarcho punk britannico dell’epoca, riuscendo a incidere nove tracce che si pongono a metà strada tra i momenti più apocalittici degli Amebix e le pulsioni primordiali di gentaglia come Icons of Filth e Exit Stance. L’influenza degli Amebix più post-punk emerge prepotente in una traccia come The Joke, con quell’atmosfera e sonorità generale del brano che ricorda in effetti l’ibrido tutto amebixiano tra l’anarcho/hardcore punk inglese e i Killing Joke. L’intro stessa del quarto brano Problems of Evil, riuscendo a costruire un’atmosfera oscura e apocalittica, affascinante ma al contempo oppressiva, evoca in maniera convincente e sincera lo spettro degli Amebix, influenza preponderante, ma non al punto di diventare ingombrante, nel sound dei Subdued, come ormai avrete capito. Se l’anno scorso ci eravamo innamoratx tuttx del bellissimo Exiled dei Bad Breeding, quest’anno il miglior disco “anarcho punk” in senso lato non può che essere questo splendido Over the Hills and Far Away!

Dogma – Dogma

Era da tempo che non mi imbattevo in un disco di anarcho/peace punk di scuola britannica interessante ed estremamente godibile come questo self titled album dei Dogma, un disco che mi son ritrovato ad ascoltare più volte negli ultimi mesi al punto da essermi ripromesso di scriverci due righe al più presto. Eccoci qua allora, 10 tracce per mezz’ora in compagnia di un peace punk di tradizione inglese, attraversato da tensioni anarchiche e da un’attitudine riottosa che emerge limpidamente nelle liriche e nell’immaginario generale che accompagna i Dogma. Flux of Pink Indians, Dirt, Poison Girls e primi The Mob, son questi i gruppi a cui guardano i Dogma per sviluppare la propria personale versione dell’anarcho punk che fu, ma con una maggiore tendenza e un migliore gust per la melodia e un lontano sapore di primissimo Oi inglese. I richiami all’anarcho punk britannico di tradizione Crass Records però non sono limitati esclusivamente al lato musicale; infatti emergono prepotenti anche nelle grafiche e nell’impostazione dell’artwork del poster che accompagna il disco, artwork bellissimo che potrebbe volutamente voler citare anche quel capolavoro targato The Mob che è “No Doves Fly Here”. In fin dei conti con questo loro primo album i Dogma offrono un tributo sincero e appassionato ai gruppi e alle sonorità anarcho punk con cui son cresciuti, riuscendo nell’impresa di comporre dieci tracce che non si limitano a “copiare” i gruppi sopra citati, ma aggiungendoci al contrario un gusto e una qualità abbastanza personali. Per concludere non ci resta altro che ribadire “The world at peace, not in pieces…”, prendendo a prestito lo slogan che si può leggere sulla copertina di questo disco, slogan che richiama un ben più famoso “Fight war not wars” di crassiana memoria, con cui i Dogma ci danno un sunto chiaro e inequivocabile di ciò in cui credono e per cui lottano!

Kaleidoscope – Decolinization

After the Futures dello scorso anno fu per me una sorta di rivelazione per quanto riguarda i Kaleidoscope. Fino a quel momento li avevo un pò snobbati, ma quel disco mi fece follemente infatuare di loro e del loro estremamente personale modo di suonare hardcore/anarcho punk. Con questo nuovo 7″ intitolato Decolonization, un titolo certamene attuale viste le lotte e i movimenti di protesta per decolonizzare la società statunitense ed europea che hanno attraversato lo scenario politico, culturale e sociale di questo 2020 appena terminati, posso senza remore riconfermare la mia infatuazione per loro e per il loro sound che pur ribandendo un legame intimo con certo punk anarchico britannico degli anni ’80, riesce a muvoersi su sentieri e traiettorie abbastanza personali. La base di partenza è sempre un’hardcore classico e attraversato da tensioni anarchiche e con un’attitudine riottosa, ma ancora una volta i Kaleidoscope dimostrano di essere una band sui generis e aperta ad una certa dose di sperimentazione. Esempio di quanto appena detto è sicuramente la terza traccia Girmitiya, uno dei momenti assolutamente più inaspettati dell’intero lavoro, un brano caratterizzato da un suono di chitarra molto più simile a certo blues rock psichedelico (a la Hendrix per dire) piuttosto che al riffing scarno e primitivo tipicamente hardcore punk. Se ancora non siete stati ammaliati e catturati dall’hardcore dei Kaleidoscope, questo Decolonization è il modo migliore per abbandonare ogni remora e iniziare ad addentrarsi nella proposta del gruppo di New York, senza ombra di dubbio una delle band più originali e interessanti emerse negli ultimi anni!

Public Acid – Condemnation

 

Probabilmente potrei azzardare che questo Condemnation, ultimo ep targato Public Acid, sia il mio preferito di questa lista. Un concentrato di hardcore punk sporco, crudo e rumoroso quanto basta che riesce in maniera grandiosa a riproporre la lezione della scuola hardcore giapponese senza annoiare o dare sensazione di “cloni di bassa lega”. Sei tracce bastano e avanzano per darci la misura del sound dei Public Acid, un sound intenso che si riversa su di noi senza alcuna intenzione di risparmiare niente e nessuno. E’ un sound caotico e oppressivo quello che caratterizza questo Condemnation, come se, appena partita la prima traccia Nuclear Child, venissimo inghiotti senza pietà da un vortice di caos e distruzione, in cui a farla da padrona sono riverberi e la furia selvaggia espressa dalle vocals. In un sound abbastanza scarno e semplice che strizza l’occhio alle band hardcore punk giapponesi più oscure e rumorose, c’è però spazio anche per brani come Electric Plague nella quale emerge un maggiore groove hardcore che sembra smorzare momentaneamente l’implacabile caos che domina su tutto il lavoro. Alla fine questo Condemnation, nonostante si tratti di un ep brevissimo, ci dimostra come i Public Acid abbiano interiorizzato al meglio la lezione del hardcore/chaos punk più raw e brutale e siano riusciti, con tracce brevi, furiose, concitate che travolgono senza lasciare fiato, a regalarci uno lavoro che risulta asfissiante per la furia e l’intensità con cui viene suonato. Se dal vivo i Public Acid fossero anche solo la metà di quanto ascoltato su questo incredibile ep, beh, allora, statene certi che non ci son speranze di uscire vivi da un loro pogo!

Heavy Discipline – S/t

 

Nel 1982 gli SS Decontrol pubblicano un capolavoro dell’hardcore bostoniano e mondiale, quel “The Kids Will Have Their Say” che rappresenta ancora oggi uno dei momenti più alti raggiunti dall’hardcore americano old school. È evidente come gli Heavy Discipline risentano profondamente dell’influenza di quella pietra miliare e degli SSD e di tutta la scena di Boston degli anni ’80, così come di altri nomi storici come Faith, Void, Negative Approach e Negative Fx, ma su questo primo loro self titled album ci mettono tanto di loro per regalarci uno dei migliori e più convincenti lavori hardcore ascoltato negli ultimi anni. Un bel disco di hardcore furioso, semplice, sincero e assolutamente devastante, dodici tracce che tirano dritte per la loro strada senza fronzoli e senza pietà, ma soprattutto con un ottimo sapore old school che non stanca mai. Tell the World, Cross to Bear, Voyeuristic Lust/Reckoning e No Space sono tracce che rappresentano al meglio la capacità degli Heavy Discipline di suonare un’hardcore vecchia scuola catapultandoci improvvisamente negli anni 80, ma sempre con quel tocco personale e vagamente moderno che avevano fatto già intravedere sulla demo pubblicata nel 2019. Un lavoro che fa dell’irruenza espressiva, dell’intensità e della foga rabbiosa i suoi punti cardine dal punto di vista delle emozioni trasmesse, un disco con cui gli Heavy Discipline si impongono sulla scena in maniera assolutamente convincente, dimostrando di aver veramente tanto da dire in ambito hardcore e un’attitudine in your face invidiabile!

Krigshoder – Krig I Hodet

A metà strada tra l’hardcore punk norvegese e la vecchia scuola hc italiana  ci imbattiamo in questi Krigshoder, gruppo formato da qualche parte tra gli Stati Uniti e la Norvegia, e nel loro ultimo lavoro intitolato Krig I Hodet (letteralmente “guerra nella testa”), uno dei migliori lavori usciti in tutto il 2020 in ambito hardcore punk. Un ep dalla brevissima durata (solo 8 minuti) ma che in sole cinque tracce, a cui si somma la cover degli SDH posta a conclusione del lavoro, riesce a regalarci una mazzata di hardcore punk alla vecchia maniera come non si sentiva da tempo. Influenze che vanno dagli Indigesti agli Svart Framtid, dai Declino ai Psykik Terror, saltano all’orecchio durante l’ascolto di questo incredibile ep in cui i Krigshoder non ci lasciano un secondo per riprendere fiato. Intensi, veloci quanto basta per suonare hardcore come si deve, una voce rabbiosa e abrasiva, suoni sporchi ma abbastanza distanti da territori prettamente “raw punk” e un’attitudine sincera che accompagna il tutto, sono questi gli ingredienti che rendono questo Krig i Hodet un’ottimo lavoro di hardcore punk che fa dell’irruenza, dell’intensità e dell’esigenza espressiva i suoi assoluti punti di forza. Cinque schegge impazzite di hardcore vecchia scuola suonato con una rabbia implacabile e senza troppi inutili fronzoli, una vera e propria guerra nella testa, parafrasando il titolo in norvegese di questo ep, in fin dei conti sono questo i Krigshoder!

Clock of Time – Pestilent Planet

 

Pubblicato dall’ormai nota Static Shock Records, Pestilent Planet rappresenta la prima fatica in studio dei berlinesi Clock of Time. Sono diverse le anime che convivono all’interno del sound del gruppo tedesco e che caratterizzano le sette tracce in cui ci imbatteremo una volta che l’iniziale Something to Look Forward To segnerà la nostra discesa in questi abissi dominati da death rock, post-punk ed echi new wave. La musica dei Clock of Time ha la forza di risultare ipnotica e a tratti estraniante, difatti fin dall’inizio si ha la sensazione di esser sprofondati in una sorta di trance in cui a farla da padrona sono probabilmente tanto le melodie delle chitarre quanto il tappeto ritmico ripetitivo dominato dalla batteria che sembra suonare direttamente dentro le nostre teste. Possono essere presi ad esempio di quanto appena detto brani come Funny Farm e Companion, mentre risulta evidente l’influenza di certi Joy Division sulla quarta traccia Rotten Master, in assoluto uno dei momenti più interessanti e di qualità dell’intero lavoro. Le influenze dei nostri, come accennato sopra, pescano a piene mani da territori cari in egual misura al death rock di Vex e Crimson Scarlet e al post-punk dei The Sound, ma nel corso delle varie tracce si possono sentire, in momenti diversi, anche echi dei più recenti Diat e Vexx. In sintesi Pestilent Planet è un disco di assoluto valore, capace di giocare non solo con le melodie e le ritmiche ipnotiche ma anche con le atmosfere, mostrandoci la qualità dei Clock of Time nell’ amalgamare l’anima più death rock con quella post-punk in un disco che non mostra punti deboli.

Sfottex – Demo (2020)

Questa recensione è solamente una ridicola scusa per ricordare Samu e ricordare a tuttx che la depressione è una merda! Stay safe, fuck depression and fuck society!

Mi ricordo di te, Samu. Non ci conoscevamo affatto bene ma ho questo ricordo di te che ti fermi davanti alla mia distro in occasione della taz in Corvetto del 12 luglio scorso dove hai suonato col tuo gruppo. Ricordo perfettamente che abbiamo scambiato due parole sulla scena hardcore, niente di più. Non posso capire il dolore che stan provando le persone che ti volevano bene, ma comprendo pienamente il dolore che ti ha divorato e ti ha portato a compiere questo gesto. La depressione è una fottuta merda, la società che stigmatizza e abbandona chi ne soffre è una merda, ogni altra parola sarebbe superflua. Ciao Samu, un mega abbraccio in mega ritardo.

Se oggi sono qui a parlarvi di questa prima demo degli Sfottex, in colpevole ritardo perchè si fa una fatica enorme in una situazione del genere a pensare alla musica, è perché, in accordo con i membri del gruppo, credo e crediamo sia un modo estremamente valido per tenere vivo il ricordo di Samu e per far si che un progetto a cui lui ha dato tanto si prenda l’attenzione che merita. Oltre che per tornare a sottolineare, con il cuore pieno di rabbia e tristezza, quanto cazzo la depressione sia una merda e quanto sia importante prendersi cura di chi abbiamo accanto in tutte le situazioni che attraversiamo. Anche e soprattutto nella nostra scena hardcore. Prendendo a prestito le parole di un amico: “Onore a tutti quelli che hanno combattuto questa guerra. Onore ai morti e ai vivi, che ancora combattono.”
Sembra assurdo mettersi a parlare di questa demo degli Sfottex date le circostanze in cui gli altri membri del gruppo si son trovati, perdendo un amico ancora prima che un compagno con cui condividere una band, un percorso e un’idea di musica. Ma se sono qui a sforzarmi di scrivere due righe su questa prima fatica in studio del gruppo è perchè il powerviolence/fastcore suonato dagli Sfottex merita al di là di tutto e questo merito è da attribuire anche all’apporto di Samu alla batteria. Nove tracce caratterizzate da un hardcore/pv veloce e furioso, un sound solido che tira dritto per la sua strada senza pietà e senza cedimenti, suonato con passione e attitudine, ma anche con quella vena scanzonata e ignorante che rende ancor più godibile e divertente la proposta dei nostri. Tra una traccia che manifesta il sincero e viscerale odio per la città di appartenenza del gruppo (CNmerda) e un’altra dal testo più politico in senso anarchico come “Falsa Sicurezza“, siamo davanti ad una demo che può contare su un ottimo bilanciamento tra la buona qualità della parte strumentale e la parte lirica che non manca di momenti davvero intensi e toccanti di tracce come “Mamma” e la conclusiva “Goccia“. In fin dei conti, dieci minuti scarsi di buonissimo fastcore/powerviolence (o meglio brutal speedcore, come lo chiamano loro) che, pur non inventando nulla, risulta estremamente godibile e che ha nell’intensità il suo più grande pregio. Lascio alle parole degli stessi Sfottex il difficile compito di concludere questa “recensione”, una delle più difficile dal punto di vista emotivo che mi sia mai ritrovato a scrivere:
“In certi momenti non sai bene cosa dire, non sai bene se sia reale o meno e non sai bene come comportarti a volte… ricevetti la chiamata ieri mattina di un mio amico che mi diede la brutta notizia, la prima cosa che pensai fu:”Sto coglione!”
E non nego che vorrei alzargli le mani per il gesto che si è sparato.
Ma questo è solo uno stupido modo per sdrammatizzare una situazione che non è nient’altro che tragica e orribile per questo vi lascio al messaggio preimpostato, non sappiamo se ci sarà un continuo alla storia degli Sfottex ma sicuramente non smetteremo mai di suonare, anzi, suoneremo più forte per chi non c’è più; Ci mancherai Sammy, sempre nei nostri feedback e nei nostri suoni per sempre.
Just a first demo published to commemorate our beloved friend and Bandmate who committed Suicide, our hearts are full of pain for the loss, and we want to show all our support and love to family and friends!
Thank’s guys love you all and stay safe keep friends close as long as you can!
And Fuck Depression and society!
Rest in Power Sammy! ❤
Lo abbiamo pubblicato per te zì, Tenetevi stretti sempre gli amici!”

Tenia – Altrove (2020)

La Milano hardcore è dura a morire, o a quanto sembra, è pronta a vendere cara la propria pellaccia anche in questo tormentato 2020! Come un verme solitario che, celandosi nelle nostre viscere, ci divora dall’interno, ecco allora che sulla scena hc milanese  irrompono i Tenia, gruppo nuovo ma composto da volti già noti e attivi nella scena punk della metropoli da anni! Hardcore in your face è il credo professato su questa prima fatica in studio intitolata Altrove, un hardcore molto moderno nei suoni ma che riesce a seguire una precisa rotta di cosa è stato l’hardcore negli ultimi vent’anni anni, tanto in Italia che oltreoceano, pur mantenendo un qualcosa nell’attitudine e nell’irruenza espressiva, che li lega in modo netto e indissolubile con la tradizione classica dell’hardcore italiano degli anni 80/90. Un sound robusto e tecnicamente ben suonato, lontano da quelle tendenze raw tutte riverberi e distorsioni che sembrano andare per la maggior negli ultimi tempi. Qualcuno nella musica dei Tenia ci ha sentito influenze dei Teatro delle Ombre, qualcun’altro i Tragedy, altri ancora vedono nell’hardcore del gruppo milanese l’impronta dei primi Raised Fist, a me sinceramente frega veramente poco a quali gruppi abbiano guardato i nostri per costruire il proprio sound, perchè qui l’unica cosa che conta è poter tornare finalmente ad ascoltare e immergersi completamente in un disco di hardcore diretto e potente, suonato con passione e con trasporto, che ha bene in mente quali corde colpire e con quanta forza irrompere nelle nostre esistenze.

Senza soffermarsi troppo sulla qualità generale della musica suonata, mi concentro invece sulle vocals ad opera di Alvise che risultano essere perfette per tutta la durata del disco. Una voce sofferta, mezzo perfetto per trasmettere le sensazioni di malessere e rabbia che emergono prepotentemente dai testi dei Tenia. In alcuni casi, nel corso delle sette tracce presenti su Altrove, emergono anche echi di natura post hardcore come nell’affascinante “Quella Notte“, a parer mio una delle tracce migliori. In generale quella vena emozionale tipica di certo hardcore italiano primi anni duemila, così come di certo post/hardcore, attraversa in maniera incisiva tutto il lavoro, senza risultare però mai forzata o fuori posto. C’è ben poco altro da aggiungere se non che ci si trova davanti ad uno dei lavori migliori e più intensi pubblicati dalla scena hardcore milanese degli ultimi anni e che certamente si merita ben più di un ascolto! Lunga vita all’hardcore e ai Tenia!

Crippled Fox – In the Name of Thrash (2020)

I Crippled Fox suonarono il thrashcore… e fu di nuovo tempo di massacro!

The kings of thrashcore are back in town e son pronti a demolire tutto! L’ultima volta che mi son trovato a parlare dei Crippled Fox su queste pagine era in merito all’uscita dello split con i Satanic Youth, probabilmente come lo definii all’epoca, il miglior split in ambito thrashcore/hc uscito quell’anno. Oggi finalmente mi trovo di nuovo a parlare del gruppo ungherese poiché è stata pubblicata da pochi giorni la loro ultima fatica dall’emblematico titolo In the Name of Thrash, un titolo che prende immediatamente le sembianze di una dichiarazione di intenti inequivocabile su quanto andremo ad ascoltare. Indossate le bandane, let’s thrash!

23 nuove schegge impazzite di thrashcore senza fronzoli e trita ossa, solito marchio dei fabbrica di nostri selvaggi bastardi ungheresi fin dal lontano 2008. Anche questo In the Name of Thrash se ne fotte altamente il cazzo di inventare qualcosa di nuovo e ci ripropone un mix di thrashcore, crossover e fastcore senza tempo e devastante, un sound diretto, furioso e veloce, con i Crippled Fox che dimostrano di non aver mai perso il gusto per il riffing e per l’intensità. Oltre a ciò come si può pensare di resistere o rimanere impassibili dinanzi all’attitudine in your face delle 23 tracce presenti su In the Name of Thrash? Il solito concentrato di mazzate in pieno stomaco, inni spassionati al thrash metal, ma anche ingenti dosi di cazzonaggine (basti pensare all’ultima tracce dal sound power metal che nel testo ricalca tutti i clichè classici del genere) e divertimento, immaginandosi sudati, ubriachi fradici e pieni di lividi tra stagediving e poghi infiniti. Se volessimo descrivere la potenza e l’intensità del thrashcore dei Crippled Fox con una solo immagine, dovremmo pensare ad una skate che ci colpisce in pieno volto frantumandoci i denti e lasciandoci stesi al suolo inermi. Assolutamente impossibile uscire indenni e senza lividi da questa scarica di thrash-mazzate che non lascia nemmeno momenti per riprendere fiato.

We want you to join in and make ’em thrash
don’t leave out anyone
We want you to join in, the Crippled Army
won’t let down anyone
MAKE THEM THRASH!

Ancora una volta i Crippled Fox, nel nome del thrash (core), ci dimostrano di essere un assoluto  punto di riferimento nella scena hardcore e di avere ancora tante cartucce da spararci addosso senza pietà! Cosa cazzo aspettate allora? Tirate fuori le bandane, indossatele con orgoglio, che il circle pit abbia inizio!

Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Corvetto, Milano, un sabato di luglio

Corvetto, Milano. Una sabato di luglio…E noi, sopravvissuti a cosa?

Rivisitando il testo di Come il soffitto di una chiesa bombardata, pezzo dei Contrasto contenuto nello split del 2014 insieme ai Kalashnikov, vi parlerò di quello che è successo Sabato 11 luglio, da qualche parte nelle wastelands di Corvetto. Dopo mesi di quarantena e isolamento forzato, si è infatti tornati a riappropriarsi di un posto lasciato abbandonato dai soliti interessi di speculazione edilizia che dominano la metropoli milanese, liberandolo e vivendolo attivamente attraverso anche un concerto punk hardcore di cui tutti e tutte sentivamo sinceramente la mancanza.

Al di là del concerto, la giornata/serata è stata caratterizzata fin dal pomeriggio dalla presenza di banchetti con autoproduzioni di ogni sorta e per tutti i gusti, dai dischi alle fanzine, il tutto come a voler dimostrare quanto sia ancora vivo in tante individualità la pratica e l’etica del do it yourself. Ed è proprio nella cornice di questa prima taz post quarantena che viene “presentata” a tutt*, punx e non, una nuova fanzine che si aggira e minaccia di aggirarsi per molto tempo nei bassifondi polverosi della metropoli milanese. Si dice che il suo nome sia Benzine e che le entità misteriose che si celino dietro ad essa vedano l’hardcore e il punk unicamente come minacce per consegnare alle fiamme l’esistente capitalista. Tra articoli sulla scena punk hardcore di Minneapolis, foto direttamente dallo Stati Shock scattate a Londra nel febbraio scorso e consigli su come stare in piazza, Benzine irrompe nella scena con l’intento di essere reale minaccia per il quieto vivere a cui ci vogliono condannati a morte. Di seguito riporto l’interessante editoriale che introduce il numero zero di questo nuovo strumento cartaceo incendiario:

Questa fanza nasce dal bisogno di raccontare chi siamo, ciò che viviamo. Con spontaneità e in maniera plurale, perchè crediamo che le storie, raccontate da chi è appassionato, siano sempre le più belle. L’abbiamo fatto perchè eravamo annoiati (quindi grazie quarantena se sta roba è su un tavolo), perchè eravamo arrabbiati e perchè a guardar bene forse avevamo solo voglia di creare qualcosa insieme. Il numero zero esce sotto questa forma, ma l’idea è di ripensare ogni numero in maniera sempre diversa a partire da formato, tematiche, poster e collaborazioni, nell’ottica di non essere mai monolitici ma metterci sempre in discussione. Molte persone hanno collaborato alla rocambolesca realizzazione di questo numero e speriamo di incontrarne altre che si affianchino a noi nelle prossime uscite (accolli ce ne sono sempre tanti ma alla fine siamo quasi simpatici).
Se la cosa ti piglia bene, mandaci le tue proposte per articoli, grafiche, fotografie o contributi artistici su: [email protected]

Non sprecherò troppe parole sul concerto, che è stata una vera e propria bomba di cui si sentiva oggettivamente la mancanza. Merito sicuramente dei gruppi che hanno suonato, probabilmente il meglio della scena hardcore milanese odierna con Peep, Shoki e Cospirazione (bello rivederti dietro un microfono invece che dietro le sbarre caro Paska) tra gli altri.  Si sentiva la mancanza di pogare tuttx assieme tra litri di sudore, rivedere amicx dopo tanto tempo, di urlare in un microfono, di abbracciarsi, cadere e rialzarsi insieme tra individualità affini e complici. Mancavano momenti come quelli di sabato perchè ci fanno comprendere ancora una volta come il punk e l’hardcore in tutte le loro forme siano molto di più che semplice musica. Non mi resta che ringraziare con tanto affetto i/le punx e i/le compagnx che hanno reso possibile tutto questo. Oggi non mi sento più come il soffitto di una chiesa bombardata… l’hardcore è ancora una minaccia!

Per concludere vi lascio con il comunicato scritto dai/dalle compagnx di Corvetto che hanno organizzato questa taz:

In un mondo scandito dai tempi di produzione e consumo, in cui ingegneri e scienziati giocano con gli equilibri e i ritmi della vita e imprenditori senza scrupoli ne traggono profitto, qualcosa è sfuggito al controllo. Lontano da qui, dove le foreste sono abbattute e gli animali selvatici entrano in contatto con gli allevamenti intensivi, si è sviluppato un nuovo virus che ha messo l’intero sistema in crisi.
Le metropoli, i cuori pulsanti del capitalismo, sono i luoghi dove la scossa è stata più forte e le contraddizioni sono diventate più eclatanti.

Nelle metropoli siamo schiavi dei supermercati: se i flussi delle merci si bloccano, si muore di fame.
Nelle metropoli siamo isolati e atomizzati: il vicino è una spia e le relazioni sono virtuali.
Nelle metropoli siamo anonimi e ammassati: i percorsi sono predeterminati e non c’è spazio per le scelte individuali.
Nelle metropoli siamo ciò che possiamo comprare: il centro è per i ricchi e chi è povero o non si adegua viene inevitabilmente spinto verso i margini.
Nelle metropoli siamo spiati e controllati: telecamere e controlli di polizia sono ordinari.

La quarantena a Milano è stata asfissiante: ogni spazio che non fosse votato alla produzione è stato vietato. Mentre i lavoratori si ammassavano nei magazzini e nelle fabbriche, vietati erano il parco e la piazza, vietati gli incontri e gli affetti e vietata ogni possibile fuga da questa giungla di cemento. Per due mesi ci hanno tolto tutto ciò che rendeva sopportabile la vita in questa città. I divieti sono possibili finché le persone sono disposte a ubbidire, a cosa siamo disposti a rinunciare e quali rischi siamo disposti a correre?

Per una socialità libera dalle logiche di profitto, in questi tempi bui in cui troppo facilmente ci si abitua a chinare la testa, apriamo un piccolo spazio di libertà e autogestione. Una boccata d’aria fresca, contro paura, controllo e repressione.

Corvetto Odia