Tag Archives: Crust Punk

Zatrata – Zatrata (2020)

Scoperti personalmente lo scorso anno in occasione della pubblicazione di uno split insieme agli How Long, i polacchi Zatrata avevano fin da subito catturato il mio interesse per via del loro sound, un crust punk imbastardito con dosi di death metal vecchia scuola che tritava ossa e tirava dritto senza preoccuparsi di nulla. A giugno di quest’anno i nostri giungono finalmente alla pubblicazione di questo loro primo full lenght intitolato semplicemente Zatrata e ci danno in pasto un sound ancora più maturo in cui l’anima crust e quella death metal convivono in maniera convincente e ben bilanciata, dando vita ad una formula devastante e assolutamente solida che prende il meglio dai due generi, strizzando l’occhio in certi momenti ad un approccio e ad una furia espressiva riconducibile a territori grindcore. Il riffing appare davvero ispirato e funziona praticamente sempre, così come per le parti di batteria alternate tra blast beat serratissimi e classici ritmi d-beat, mentre il groove rende certe tracce assolutamente in grado di stamparsi in testa al primo ascolto (Śrut leśnej ciszy). In questo furioso mix tra il death metal old school (in cui ci sento personalmente echi di scuola britannica e scandinava) e il crust punk di gentaglia come gli Skitsystem, con le radici che affondano in profondità in quel putrido brodo primordiale che fu lo stenchcore e che emergono soprattutto nelle atmosfere oscure e labilmente apocalittiche che aleggiano minacciose sull’intero lavoro, gli Zatrata si avvicinano a quanto fatto negli anni recenti band come i Cruz, gli Ahna e gli Acephalix, colmando inoltre il vuoto lasciato da un altro interessante gruppo polacco, ovvero gli Icon of Evil. Tutto questo viene arricchito con passaggi dalle tonalità maggiormente riconducibili a territori blackened a la Storm of Sedition/Iskra e un’intensità brutale che tradisce vaghe influenze grind.  Per fare degli esempi di quanto appena descritto a livello di sonorità, la seconda traccia Oślepiony chciwością si apre come un classico riff death metal di chiara derivazione old school scandinava, prima di lasciare la strada ad una intensa tempesta dominata da sonorità crust punk che, in alcuni momenti, mi ha ricordato certe cose fatte dagli svedesi Skitsystem. Nella nona traccia intitolata Symbioza si sentono invece echi degli ultimi Storm of Sedition soprattutto nei passaggi più vicini a certo blackened crust punk, alternati a sfuriate tumultuose e assalti privi di pietà come solo i migliori Iskra sapevano fare.

Tirando le somme, agli Zatrata bastano dieci tracce per irrompere prepotentemente sulle scene, con un’irruenza barbara e selvaggia che non può lasciare indifferenti, e per incidere in maniera profonda il proprio nome sull’attuale mappa del crust punk europeo e mondiale con questa loro prima omonima fatica in studio che, ascolto dopo ascolta risulta sempre più solida, devastante e convincente. Un’ottimo disco di death-crust moderno che non dovreste lasciarvi sfuggire!

 

Drömspell – Barbarie Futura (2020)

Sul terreno martoriato resti umani putrefatti, un destino che ti sei rifiutato di vedere. Crepa soffrendo!

Finalmente possiamo mettere sul piatto questo Barbarie Futura, prima attesissima fatica in studio dei romani Drömspell e lasciarci inghiottire dalla devastante e spietata tempesta di d-beat/crust-hardcore punk (principalmente di scuola svedese) che si abbatte su di noi senza alcuna pietà e con una furia distruttrice implacabile, interessata solamente a lasciare macerie e rovine al suo passaggio. Quando, e se, usciremo da questa tempesta, non ci resterà che scegliere la nostra strada: partecipare alla distruzione e all’assalto di questo mondo in compagnia dei Drömspell o abbandonare ogni speranza e soccombere a questi tempi bui?

Se volessimo essere estremamente sintetici sul contenuto di Barbarie Futura e sul sound proposto dai Drömspell, potremmo semplicemente prendere in prestito le parole della sesta traccia del disco intitolata Caos Suburbano: la nuova minaccia fuori controllo, sorda potenza del caos suburbano! Se invece volessimo approfondire il tutto, eccoci allora a dover riconoscere negli Anti-Cimex e nei Discharge le principali influenze che attraversano la proposta dei Drömspell. Ma non finisce qui, nel corso delle dieci tracce affiorano qua e là anche sonorità che riportano alla mente i primi GBH, il tutto accompagnato da quella vena profondamente rock’n’roll e stradaiola degna dei migliori Motorhead. Inoltre le dieci schegge impazzite di d-beat/hardcore che compongono Barbarie Futura ricordano in moltissimi passaggi la scuola kangpunk svedese di Avskum, Driller Killer e Mob 47, tanto per atmosfera generale quanto per sonorità. Per finire, impossibile non notare l’influenza dei seminali Wretched evidenziata prepotentemente non solo nello stile di scrittura dei testi (che ricorda più in generale tutta la tradizione hc italiana degli anni ’80), ma anche e soprattutto nell’attitudine bellicosa e nella furia selvaggia che attraversano l’intero disco e che non ci lasciano momenti per riprendere fiato. E’ estremamente difficile scegliere questa o quell’altra traccia da approfondire nello specifico, perchè si tratta di un disco da ascoltare dall’inizio alla fine e che non mostra il minimo segno di cedimento. Sicuramente brani come la titletrack (che continua a ricordami molto i Wretched soprattutto nel testo e questo è un assoluto pregio dei Drömspell), Caos Suburbano, Strazio della Speranza e Fantasma in Catene incarnano quasi perfettamente il vero spirito e il sincero sound d-beat/hardcore vecchia scuola! Non voglio nascondermi e dunque, dopo la terza volta di fila che mi ritrovo ad appoggiare la puntina sul lato A di questo Barbarie Futura, posso ammettere senza alcun problema che i Drömspell han tirato fuori il miglior lavoro d-beat/hardcore in cui la scena punk italiana si sia imbattuta negli ultimi anni!

Drömspell, i venti del caos continuano a soffiare furiosi su Roma e su tutta Italia! E dunque, prima di morire sulle barricate o all’assalto di questo mondo, l’unica questione che si fa strada nelle nostre teste è la seguente, parafrasando Rosa Luxembourg: Drömspell o barbarie!

Amphist – Eschaton (2020)

Noi non abbiamo paura delle macerie, perchè portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori.

La colonna sonora della fine del nostro tempo, la colonna sonora della fine dell’umanità. Panorami di desolazione e miseria si aprono dinanzi ai nostri occhi spaventati, odori nauseabondi di morte e putrefazione invadono le nostre narici, mentre enormi nubi nere oscurano il cielo facendoci piombare in una notte eterna e angosciante. Ad ogni passo i nostri piedi calpestano macerie della civiltà che ci stiamo lasciando alle spalle, il nostro sguardo scruta incredulo tra le rovine del mondo di ieri… Improvvisamente un impetuoso tuono squarcia il cielo all’orizzonte, il vento porta con se voci sconosciute, il nostro giorno è finalmente arrivato. Noi, i demoni ingovernabili, senza più padroni nè dei a cui inginocchiarci, danzeremo in tondo nella notte, mentre tutto intorno a noi verrà divorato dalle fiamme della rivolta e dalle fiamme della nostra gioia. All’assalto di questo mondo e del cielo, ancora in direzione ostinata e contraria.

Partiamo a parlare di questo Eschaton, nuova devastante fatica in studio che porta la firma degli Amphist e che segue il già interessante Ep Waking Nightmare del 2017, prendendo a prestito le parole del gruppo stesso:

“Eschaton descrive la fine dei tempi che stiamo vivendo: il virtuale che prevale sul reale, la sterilità della prospettiva di un progresso illimitato, l’illusione di un “villaggio globale” che si è realizzata nell’isolamento individuale e nella spersonalizzazione. Ma, come per il XIII Arcano, ogni fine è l’humus di un nuovo inizio: spetta a noi smembrare l’attuale apparato coercitivo politico ed economico per lasciar germogliare una nuova umanità.”

Ci tengo ad evidenziare che Eschaton inoltre vede la luce grazie ad una vera e propria cospirazione do it yourself che vede impegnate tantissime etichette e distro (UP the PUNX Rec., Bologna Punx, Pirate Crew Records, Passione Nera RecordsL’Home Mort, Calimocho DIY, solamente per citarne alcune), sottolineando quanto ancora oggi il punk e l’hardcore in tutte le sue incarnazioni e forme siano ancora legate ad una pratica fondamentale come quella dell’autoproduzione in un’ottica di lotta ad ogni velleità di mercificazione e profitto, così come di contrasto a dinamiche di competizione a favore della collaborazione più sincera!

Addentrandoci più nello specifico tra i meandri di Eschaton, cosa ci troveremo ad ascoltare? Qual è il sound con cui gli Amphist traducono le loro tensioni di distruzione e rivolta? La risposta è estremamente semplice ma altrettanto entusiasmante: crust/d-beat apocalittico e oscuro influenzato tanto dalla scuola statunitense di From Ashes Rise e Alpinist quanto dalla lezione svedese di Wolfpack/Wolfbrigade e Martyrdod, con quel sapore lontanamente blackned e neo-crust che può ricordare, sopratutto a livello di melodie e atmosfere, quanto fatta da alcuni gruppi spagnoli come Ekkaia e Ictus nei primi anni ’10 e qualcosa che vagamente riporta alla mente addirittura certi Tragedy più atmosferici e tetri. Tante buone idee, tanti passaggi e altrettanti momenti che dimostrano la qualità degli Amphist, nonchè la sincera passione chi li anima e li spinge a suonare un ibrido di (neo) crust/d-beat di assoluto impatto e che ha nella costruzione di atmosfere apocalittiche e nelle vocals capaci di trasmettere una profonda sensazione di desolazione, rabbia e sofferenza i suoi punti più alti ed interessanti. Tracce come “What the Thunder Said”, l’iniziale “Cherish the Flame” (che si pone perfettamente a metà strada tra gli Ekkaia e i From Ashes Rise), “Hierogamy” o la stessa titletrack (con dei riff dal sapore vagamente blackened) giusto per citarne alcune, meritano più di un ascolto e sono sicuro vi si stamperanno immediatamente in testa. Se si volesse essere estremamente sintetici, a livello di atmosfere e sensazioni trasmesse, Escathon è la colonna sonora perfetta per l’apocalisse che verrà e per la conseguente fine della civiltà umana così come la conosciamo noi oggi; una civiltà ormai condannatasi a morte, mentre sui margini di questo eterno oblio si muovono, senza paura delle macerie e tantomeno dell’ignoto, alcune individualità capaci di portare un mondo nuovo nei loro cuori. Con tutta la sincerità possibile ed estrema schiettezza, son convinto che ci troviamo dinanzi ad uno dei migliori dischi di crust/d-beat usciti in Italia negli ultimi anni. E allora, per riprendere la citazione con cui ho aperto questa recensione e per darne una degna conclusione, non mi resta che citare il rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti:

Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.

Echoes of Crust: un’Antologia del Crust Britannico 1985-1995 (da Terminal Sound Nuisance)

Terminal Sound Nuisance. Forse così a primo impatto queste tre parole possono non volere dire nulla per la maggior parte di voi, o forse no. Chi alimenta le proprie giornate con dosi ingenti di crust punk invece si sarà sicuramente almeno una volta imbattuto in questa creatura che porta il nome di Terminal Sound Nuisance, ovvero uno dei progetti punk (in senso più lato possibile) più interessanti che si possono incontrare nel magico mondo dell’internet; un progetto polimorfo che si divide tra un blog super interessante e ricco di articoli scritti con estrema e sincera passione, conoscenza e qualità, e un canale youtube impegnato a caricare playlist inedite riguardanti tante incarnazioni differenti del punk e dell’hardcore. E’ proprio grazie all’ascolto di una delle tante playlist (precisamente si tratta di A Crustmas Carol: a Retrospective Look at 90’s Cavecrust Fury) sul crust punk caricata sul canale youtube di Terminal Sound Nuisance che ho scoperto a sua volta il blog, rimanendo immediatamente catturato e facendo estrema fatica a smettere di leggere la mole di articoli che presenta, scritti sempre con estrema qualità.

Negli scorsi giorni è apparso un nuovo articolo accompagnato da una nuova compilation su Terminal Sound Nuisance e, manco a farlo apposta, il tema è probabilmente quello che sta maggiormente a cuore alla mente dietro al blog, ovvero il crust punk in tutte le sue divagazioni, da quelle più legate al d-beat fino a giungere alle sue forme più metalliche, da quel brodo primordiale conosciuto come stenchcore fino ad arrivare alle incarnazioni più vicine alle pulsioni di certo primitivo anarcho punk. Chi segue Disastro Sonoro sa perfettamente che spesso mi trovo a parlare di crust punk perchè è il sottogenere del punk che sento più mio e che mi ha da sempre catturato per sonorità, estetica, immaginario e tematiche, ma credo non ci sia nessuno migliore di Terminal Sound Nuisance per trattare tale argomento in modo estremamente approfondito e con una profonda conoscenza della materia. Per questo quello che andrete a leggere di seguito non è altro che la traduzione del suo ultimo articolo intitolato “Echoes of Crust: an Anthology of UK Crust 1985-1995, una vera e propria antologia sulla primordiale scena crust punk britannica, un viaggio nei suoi primi dieci anni di esistenza. Buona lettura!

Se proprio volete sapere la verità, ho trascorso l’ultimo mese in un “crust”- monastero segreto che spiega la mia temporanea assenza da questo rispettabile – senza sostenere sia influente – blog. In modo  non differente da Karate Kid, ma con magliette punk di alto livello e una stempiatura tragicamente molto pronunciata , avevo bisogno di una guida sul passo successivo che avrei dovuto compiere nella mia peronale ricerca sul significato della vita, e con “vita” intendo “crust”, ancora una volta. Nel tempio del crust la disciplina è severa. L’acqua potabile è vietata ed è stata sostituita con il sidro e chiunque venga sorpreso a fare la doccia viene severamente punito, mentre il l’orribile peccato di ascoltare il neocrust si traduce sistematicamente in fustigazioni pubbliche e scomunica per tutta la vita dalla Crust Society (credetemi, non volete sapere cosa succede se siete sorpresi a godervi lo shoegaze). Durante il ritiro, ci si aspetta che si ascolti esclusivamente la musica crust della vecchia scuola – sia di tipo stenchcore o caveman – ed è necessario pregare per lunghe ore ogni giorno nella tradizionale posizione di meditazione del crust: a malapena seduto su un pavimento sporco con la schiena contro un muro mentre si tiene in mano una bottiglia mezza vuota di birra speciale e si borbotta il testo di “Relief” o “Drink and be merry” (“Stormcrow” o “Grind the Enemy” sono alternative perfettamente accettabili ). Solo allora può avvenire la Rivelazione e solo pochi eletti sono in grado di ottenere la vera illuminazione prima di morire prematuramente di cirrosi. Sono tornato a casa esausto ma illuminato, con un alone di mosche intorno alla testa ma determinato a diffondere con zelo la Parola del Crust e a convertire quanti più dubbiosi possibile attraverso compilation di crust punk britannico curate in maniera impeccabile.

L’elaborazione di queste compilation di crust punk britannico è stata la conseguenza logica dopo la nostra intensa sessione di allenamento per padroneggiare il corretto stile di vita del crust. Ten Steps to Make your Life CRUSTIER Starting Today (a proposito, spero che siate diventati tutti fanatici del rumore e della sporcizia) . L’idea alla base della loro creazione è quella di offrire una visione abbastanza completa di un preciso tempo storico e di un luogo specifico al fine di stabilire e definire alcuni criteri descrittivi e avvicinarsi a questo sottogenere punk che è diventato noto come “crust”, partendo da una prospettiva contestualizzata e diacronica che sottolinei significative somiglianze stilistiche e rifletti un’atmosfera e una tensione comuni, illustrando anche una diversità di ritmi, trame e intenti che, tu lettore, non mancherai di notare. Il processo di selezione non è stato facile. In realtà, l’ultima versione delle compilation (oi son stati diversi tentativi falliti, mi dispiace dirlo) è pronta da due settimane ma volevo assicurarmi che, non solo suonassero potenti ed equilibrate, ma anche che raccontassero la storia giusta, e che, attraverso le mie scelte narrative, si possa avere un’idea abbastanza rilevante di cosa sia veramente il crust e cosa esprime, quale momento culturale incarna, ovvero la collisione di anarchopunk, hardcore e metal estremo nel panorama sonoro britannico di metà anni 80. Il compito è stato estremamente divertente ma anche un po ‘ambizioso e sareste sorpresi di sapere quanto tempo abbia speso pensando all’inclusione o all’esclusione di alcune band (Bolt Thrower per fare un esempio).

Alla fine ho creato due compilation di 95 minuti ciascuna, rispettando quindi più o meno il classico formato mixtape, con 58 band in totale (comprese band della Repubblica d’Irlanda) e 62 canzoni, in un decennio che va dal 1985 al 1995. Concentrarsi sulle band degli anni ’80 e ’90 ha avuto senso per diversi motivi. Innanzitutto, illustra come il genere sia sopravvissuto e si sia evoluto dai tempi dei suoi padri fondatori, così come la nuova generazione di band considerasse e rielaborasse il suono originale del crust. In secondo luogo, troppo spesso si tende a erigere un muro tra gli anni ’80 e ’90, glorificando retroattivamente i primi e scartando i secondi, come se ci fossero grandi differenze epistemologiche nella realizzazione del punk dopo il 1989, e credo che la transizione tra la fine degli anni ’80 ei primi anni ’90 fu, in realtà, molto più fluida; il cambiamento principale fu l’ascesa del formato cd a scapito del vinile nell’industria musicale.

Alcune scelte son state estremamente facili e scegliere canzoni dai classici indiscussi del genere è sembrato stranamente gratificante. In Echoes of Crust potrete godervi ovviamente i grandi classici del crust metallico e apocalittico tipico della scena inglese in tutto il loro glorioso potere (Deviated Instinct, Hellbastard, Axegrinder e simili), i quali hanno costruito il genere sulla base del suono dei due padri fondatori, Antisect e Amebix (tuttavia, ho scelto di tralasciare lo stile noise di Bristol, sebbene band come Chaos UK e Disorder abbiano certamente giocato un ruolo importante nell’ascesa del crust). La scuola dei cavemen che impersonifica l’hardcore punk crudo e furioso è invece altrettanto ben rappresentata da Doom, Extreme Noise Terror e dai loro entusiasti seguaci. Troverai anche band che non rientrano perfettamente sotto l’etichetta crust in questa esplorazione celebrativa della musica crust punk come band di veloce hardcore politico come Generic o Electro Hippies, crossover metal-punk come Sacrilege e Concrete Sox o entità di grindcore oscuro come Grunge o Drudge; tutti loro infatti offrono canzoni che comunque esemplificano quell’atmosfera crusty e pesante che ricerco sempre, da qui la loro inclusione in queste compilation. Qualcuno potrebbe anche sostenere che il suono metallico e industriale dei Sonic Violence o il groovy straight-edge hardcore degli Ironside non abbiano senso in questa selezione, ma queste band hanno involontariamente un’atmosfera crusty che permea alcuni dei loro lavori e, in fin dei conti, rappresentano anche una dose interessante di varietà all’interno della compilation.

La qualità del suono varia molto in quanto ci sono registrazioni di prove dal vivo o approssimative, cosi come produzioni piuttosto chiare vicine a quelle professionali e sebbene abbia fatto del mio meglio per equalizzare e persino aumentare i livelli (senza menzionare che molti strappi provengono dalla mia collezione), a volte era quasi impossibile anche per un genio del computer come me. Alcune canzoni sono effettivamente difficili da ascoltare, ma sarebbe incompleto avere una compilation crust senza dover affrontare una vera sfida sonora (sto pensando a Violent Phobia e all’enigmatico Angry Worta Melonz qui), giusto? Ho cercato il più possibile di selezionare canzoni o versioni di canzoni che non fossero troppo ovvie per mantenere le cose interessanti e, forse, anche sorprendenti.

Un enorme ringraziamento va a tutte le band per aver scritto della musica così importante (e, beh, anche oggettivamente non così importante) . Il crust è sempre stata una parte importante della mia vita e spero, attraverso queste umili compilation, di essere riuscito a trasmettere una vera sensazione di crustness e raccontare in modo significativo la storia del genere. Quanto a voi cari ascoltatori, spero che vi divertiate in questo viaggio nei primi dieci anni del genere, agli albori del crust punk.

Volume one: 
01. Intro: Antisect “Instrumental” from Live at Planet X, Liverpool, March, 27th, 1987 (London)
02. Prophecy of Doom “Insanity reigns supreme” from The Peel Sessions 12” Ep, 1990 (Tewkesbury)
03. Bio-Hazard “Society’s rejects” from A Nightmare on Albion Street compilation Lp, 1992 (Bradford?)
04. Rest In Pain “How the mighty have fallen” from A Vile Peace compilation Lp, 1987 (Bath)
05. Coitus “Silo 5” from Failure to Communicate unreleased album, 1994 (London)
06. Pro Patria Mori “The question (chains of guilt)” from Where Shadows Lie… demo tape, 1986 (Wokingham)
07. Embittered “Infected” from And you Ask Why? When you’ve only Got Yourself to Blame tape, 1991 (Middlesbrough)
08. Aural Corpse “Cong” from S/t split Lp with Mortal Terror, 1990 (Middlesbrough)
09. Hellbastard “Death camp #1” from Hate Militia demo tape, 1987 (Newcastle)
10. Depth Charge “Sirens” from Just for a Doss demo tape, 1988 (Birmingham)
11. Generic “The death of an era” from The Spark Inside Ep, 1987 (Newcastle)
12. Sore Throat “Something that never was” from Never Mind the Napalm Here’s Sore Throat Lp, 1989 (Huddersfield)
13. Mortal Terror “Release / Horrible death” from S/t split Lp with Generic, 1988 (Newcastle)
14. Napalm Death “The traitor” from Live at the Mermaid, Birmingham, January, 1st, 1986 (Birmingham)
15. Black Winter “Winter armaggedon” from Live at Queen’s Head, ?, July, 25th, 1987 (Doncaster)
16. Interlude: Axegrinder “Armistice” from Grind the Enemy demo tape, 1987 (London)
17. Debauchery “Ice of another” from The Ice Lp, 1988 (Newcastle)
18. Deviated Instinct “Scarecrow” from Hiatus (The Peaceville Sampler) compilation Lp, 1989 (Norwich)
19. Warfear “Dig your own grave” from Wild & Crazy Noise Merchants… compilation 2xLp, 1990 (Bradford)
20. Raw Noise “Communication breakdown” from Making a Killing split Lp with Chaos UK, 1992 (Ipswich)
21. Sarcasm “Suppression” from Your Funeral My Party Ep, 1991 (Leicester)
22. Electro Hippies “Acid rain” from The Only Good Punk… Lp, 1988 (Wigan)
23. Doom “Same mind” from The Greatest Invention cd, 1993 (Birmingham)
24. Sonic Violence “Crystalization of despair” from Jagd Lp, 1990 (Southend)
25. Filthkick “Mind games” from Peel Sessions, July, 8th, 1990 (Birmingham)
26. Extinction of Mankind “Confusion” from A Scream from the Silence Volume 2, compilation Lp, 1993 (Manchester)
27. Drudge “Sacrilege” from Suppose it was you / Drudge split Lp with Agathocles, 1990 (Wolverhampton)
28. Gutrot “Hypocrites archieve nothing” from Filthy Muck 10”, 2008/1987? (London)
29. Violent Phobia “Animal abuse”, from No Excuse demo tape, early 90’s? (Cork)
30. Bolt Thrower “Concession of pain” from Concession of Pain demo tape, 1987 (Coventry)
31. Antisect “New dark ages” from Leeds 2.4.86 Lp, 2010/1986 (London)
Volume two:
01. Intro: Amebix “The moor” from Live at the Station, 1985 (Bristol)
02. Policebastard “Traumatized” from S/t split cd with Defiance, 1995 (Birmingham)
03. Atavistic “Maelstrom” from A Vile Peace compilation Lp, 1987 (Whitstable)
04. Saw Throat “Inde$troy part 4” from Inde$troy Lp, 1989 (Huddersfield)
05. Blood Sucking Freaks “Raining napalm” from Those Left Behind tape, 1994 (Bradford)
06. Life Cycle “Indifference” from Myth & Ritual Ep, 1988 (Neath, Wales)
07. Domination Factor “Judge not the cover” from Dominated Till Death tape, 1987 (Tewkesbury)
08. Corpus Vile “Waste of life” from I’m Glad I’m not in Danzig & I Bloody Mean that tape, 1991 (Bristol)
09. Anemia “Axe the tax” from Live at the Tyneside Irish Center, August, 14th, 1991 (Newcastle)
10. Extreme Noise Terror “Deceived” from Are you that Desperate? Ep, 1991 (Ipswich)
11. Kulturo “Unknown” from Live at Planet X, Liverpool, April, 13th, 1991 (London)
12. Oi Polloi “Resist the atomic menace” from Outrage Ep, 1988 (Edinburgh)
13. Genital Deformities “Crouterposs / Dark sky” from Shag Nasty Oi! Lp, 1989 (Birmingham)
14. Ironside “Suffocation” from Endless Struggle compilation 2xLp, 1995 (Bradford)
15. Screaming Holocaust “Fanta babies” from Cancer Up Your Bum Ep, 1990 (Ipswich)
16. Interlude: Deviated Instinct “Possession (intro)” from Terminal Filth Stenchcore tape, 1987 (Norwich)
17. Rhetoric “To no one in particular” from Consolidation compilation Ep, 1987 (Norwich)
18. Senile Decay “Isolated (in your private cell)” from S/t split Ep with Canol Caled, 1989 (Gateshead)
19. Killer Crust “Random intimidation, anywhere” from S/t split Ep with Undersiege, 1989 (Dublin)
20. Angry Worta Melonz “Third world” from Rehearsal tape, April, 5th, 1986 (Norwich???)
21. Sludgelord “Rillington sunrise” from Unreleased recordings, September, 1989 (Huddersfield)
22. Axegrinder “Lifechain” from Hiatus (the Peaceville Sampler) compilation Lp, 1989 (London)
23. Hellkrusher “Dark side” from Wasteland Lp, 1990 (Newcastle)
24. Dread Messiah “Mind insurrection” from Mind Insurrection Ep, 1994 (London)
25. Acrasy “Pain” from Deviated Instinct’s Re-Opening Old Wounds cd, 1993/1990? (Birmingham)
26. Sacrilege “Stark reality” from Demo 2, February, 1985 (Birmingham)
27. Excrement of War “The ultimate end” from S/t demo tape, 1992? (Birmingham)
28. Grunge “Lemmings” from Gore Maggots tape, 1989 (?)
29. Concrete Sox “Speak Japanese or die” from Crust and Anguished Life compilation cd, 1993 (Nottingham)
30. Mortified “Dreary” from Drivel (the Grungalogic Beer Theory) tape, 1991 (Honiton)
31. Amebix “Chain reaction” from The Power Remains Lp, 1993/1987 (Bristol) 

Evil Fragments #04

Quarto appuntamento con Evil Fragments, un appuntamento però per certi versi diverso dai precedenti tre. Questa volta saranno solamente due i protagonisti di questa ennesima discesa tra i frammenti del male e rispondono al nome di Corrupted Human Behavior e Mace Head. Sara diverso sopratutto il mood generale che accompagnerà la lettura delle seguenti recensioni, perchè le atmosfere, le ambientazioni e i paesaggi evocati dalla musica dei due gruppi sono in grado (o quanto meno lo spero) di portarvi a vagare con la mente e l’immaginazione per campi di battaglia dominati dalla distruzione e lande desolate invase da odori nauseabondi di morte, in rotta verso l’ignoto tra toni apocalittici, oscurità senza fine e lamenti lancinanti di eterna dannazione. Verso un sole che non sorge mai, che le orde barbariche vadano all’assalto di questo mondo e delle sue macerie. E allora quale colonna sonora migliore per tutto questo, se non quel brodo primordiale marciulento e oscuro conosciuto come stenchcore?

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Culto del Cargo – Memorie in Lingua Morta (2020)

Ma che vita è la nostra? In questo pianeta di fabbriche e cimiteri, il cervello sciopera.

Il gruppo di cui vi parlerò oggi è da anni uno dei miei preferiti all’interno della scena hardcore italiana, tanto su disco quanto in sede live (visti infinite volte sempre volentieri) dove riescono ad essere ancora più devastanti e brutali. Il nome stesso del gruppo in questione ha sempre catturato il mio interesse da wannabe antropologo e affascinato visto che riprende un termine utilizzato per descrivere un particolare culto millenarista sincretico apparso in alcune società e culture indigene della Melanesia. Ho pensato spesso di recensire i loro primi due lavori in studio, il demo del 2011 e il successivo Nel Nome della Tecnica l’uomo macina carne, ma per mille motivi ho sempre procrastinato. Fino ad oggi, visto che finalmente mi trovo a scrivere i miei pensieri e le mie impressioni in merito al nuovissimo album in studio intitolato Memorie in Lingua Morta, disco che attendevo da troppo tempo a dire la verità. Probabilmente arrivati a questo punto della recensione avrete già capito di chi sto parlando…

Memorie in Lingua Morta, si potrebbe tradurre sinteticamente come la solita mazzata annichilente di grinding crust hardcore firmata Culto del Cargo, che, dopo sei anni, tornano con la loro ricetta devastante come un uragano che si abbatte sulle nostre esistenze senza alcuna pietà e senza lasciarci momenti per riprendere fiato. Brutali e intensi, sempre animati da una palpabile rabbia bellicosa e selvaggia che emerge palpabile in ogni brano, i Culto del Cargo ricominciano da dove avevano interrotto, ovvero lasciando solamente cumuli di macerie e polvere al loro passaggio, ancora una volta, per l’ennesima volta. Anche questa ultima fatica Memorie in Lingua Morta è autoprodotta dal gruppo triestino, mantenendo così fede all’etica e all’attitudine do it yourself che dagli albori segna il progetto Culto del Cargo. Dodici schegge impazzite di rumore che affrontano argomenti classici per un gruppo crust-core, dalla critica all’alienazione capitalista all’invettiva contro la mercificazione e il consumismo imperante nell’attuale epoca della merce, dalla psicosi securitario-nazionalista che invoca a gran voce la costruzione di muri e la difesa dei confini ad un nichilismo in senso anarchico che attraversa e contraddistingue tutte le liriche del gruppo veneto. Nonostante le tematiche siano le solite e ricorrenti per un genere come il crust/hardcore, vengono però sviscerate con la solita qualità lirica e compositiva che contraddistingue i Culto del Cargo fin dalla prima demo e che io continuo a vedere come loro marchio di fabbrica.

Il disco si apre con la furia devastante di una traccia come“Nella Sicurezza di un Nuovo Medioevo”, una vera e propria mazzata in pieno volto che lascia immediatamente inermi prima di venire travolti definitivamente da un vortice di riff grind/crust-core senza via d’uscita e da una batteria brutale che ti martella il cervello fino a sbriciolarlo. E il copione, o meglio la ricetta dei Culto del Cargo, prosegue su queste coordinate anche con la seguente “Autopsia sul Cadavere del Capitalismo”, altra traccia furiosa e selvaggia che deflagra senza mostrare alcuna pietà. Una doppietta iniziale che, per la sua estrema intensità e la sua istintiva furia selvaggia, si presenta ai miei occhi e alle mie orecchie come una dichiarazione di guerra  verso tutto e tutti, una promessa di distruzione totale a cui nulla può sfuggire. Una delle mie tracce preferite è invece “Massa contro il Muro”, accompagnata da un titolo e un testo che citano a più riprese l’iconico “La Classe Operaia va in Paradiso” di Elio Petri con protagonista il grandioso Gian Maria Volontè, brano attraverso il quale i Culto del Cargo muovono un’aspro attacco all’alienazione lavorativa e al mito della produttività capitalista che sacrifica tutto, tanto l’essere umano quanto l’ecosistema e gli animali, sull’altare del profitto di pochi. Tracce come “Muri più Alti” o “Il Boia Perfetto” erano invece già state pubblicate in precedenza su compilation benefit come Non Un Sasso Indietro Vol. II (benefit a sostegno della lotta contro frontiere e CIE/CPR) e Asfissia – Compilation Ardecore Benefit (a sostegno di Radio Blackout), a voler sottolineare che l’hardcore per i Culto del Cargo non sia solo musica ma anzitutto un mezzo con cui lottare ed esprimere la propria solidarietà e complicità con chi lotta contro questo esistente fatto di carceri, repressione, controlli, frontiere e sfruttamento. Potrei continuare a scrivere altre infinite righe per parlare di brani come “Come in un Gioco di Specchi” o “Il Futile Indispensabile”, ma credo sia del tutto superfluo perchè il mio consiglio, arrivati a questo punto, è solamente uno: correte ad ascoltare questo Memorie in Lingua Morta, fatevi prendere a pugni dal bellicoso quanto annichilente grind-crust-core dei Culto del Cargo e compratevi il disco senza indugiare oltre!

I Culto del Cargo dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, di essere una garanzia in termini di attitudine, brutalità e qualità. E questo nuovo Memoria in Lingua Morta è probabilmente il disco più sincero, intenso e politico pubblicato in ambito hardcore di tutto il 2020. Il delirio rende liberi, la mia felicità è ancora il vostro patibolo.

 

Mass Extinction – Never Ending Holocaust (2020)

Intersectionality is vital to any form of activism. While this album focuses specifically on the suffering of non-human animals, the message and lyrical themes extend to the victims of any form of injustice, prejudice, abuse, & exploitation. (Mass Extinction)
Anti-Human Crust Grinding Annihilation for Total Animal Liberation!

Partiamo col botto, alzando subito i toni: questo Never Ending Holocaust degli statunitensi Mass Extinction è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori usciti negli ultimi anni in ambito crust/grind. E le ragioni di questa mia affermazione sono molteplici e differenti, a partire dall’impegno politico per la totale liberazione animale che anima l’intera proposta dei nostri, enfatizzando dunque un’attitudine bellicosa e riottosa che avvolge l’intero lavoro e che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano. Un sound quello costruito dai Mass Extinction che sintetizza nel modo migliore e più avvincente le migliore pulsioni del crust punk e le più brutali tensioni del grindcore, riuscendo a far emergere come influenze principali della loro proposta tanto gentaglia come Nasum e Enemy Soil quanto i canadesi Massgrave, oltre ai Disrupt e agli Extreme Noise Terror in quei momenti e in quei passaggi del disco che evidenziano un profondo legame con l’hardcore punk vecchia scuola, il tutto accompagnato da quell’irruenza espressiva, quella netta presa di posizione politica e quell’attitudine di protesta e rivolta che riportano alla mente in più occasioni gli immortali Dropdead. Un sound quello firmato dai Mass Extinction che, condensato in dieci tracce che assumono le sembianze di vere e proprie mazzate sui denti annichilendo qualsiasi tentativo di sopravvivenza, irrompe immediatamente in tutta la sua brutalità e furia senza pietà, lasciandoci inermi e impotenti dinanzi a queste urla disperate per la totale liberazione animale! Tracce come Doomed Species, la stessa titletrack o (A)bstain // (A)bolish possono essere descritte solamente come una scarica di pugni nello stomaco che tolgono il respiro.

Lo stesso titolo dell’album, così come l’artwork di copertina, manifesta una chiara volontà dei Mass Extinction di denunciare e sferzare un attacco diretto allo sfruttamento animale odierno (ma che ha una sua storicità secolare), frutto marcio di un sistema economico e di una cultura specista che vedono nell’animale solamente un altro soggetto da sfruttare e opprimere, così come da ingabbiare, torturare o da assoggettare per i “bisogni” dell’essere umano, in una gerarchia che di naturale non ha nulla e in cui il regno animale ricopre unicamente il ruolo di carne da macello da sacrificare sull’altare del profitto economico e dell’egoismo umano. Sono le parole degli stessi Mass Extinction che accompagnano l’uscita del disco a sottolineare come questo Never Ending Holocaust sia, negli intenti e nella pratica, una denuncia e un attacco contro la natura oppressiva dell’uomo nei confronti degli animali; difatti ogni traccia cerca di analizzare e affrontare un determinato quanto differente aspetto di questa relazione di oppressione e sfruttamento animale messa in atto dall’uomo in nome del profitto capitalistico. Un’attacco diretto e brutale contro l’industria del latte, i laboratori di cosmetici e farmaci che compiono disumani esperimenti sugli animali o gli allevamenti intensivi in cui gli animali nascono, “vivono” e muoiono in una “eterna treblinka” (per citare il titolo del libro scritto da Charles Patterson che ha ispirato le liriche dell’intero disco), e più in generale ad un comparto industriale-produttivo che si fonda sull’abuso e lo sfruttamento del regno animale. Dieci tracce di grind/crust-core annichilenti, dieci bellicosi inni di protesta e rivolta affinchè di ogni forma di oppressione e gabbia non rimangano che macerie. In estrema sintesi Never Ending Holocaust non è altro che l’essenza, perfetta quanto brutale, di quell’ “anti human crust grinding annihilation” di cui i Mass Extintion sembrano essere oggi gli indiscussi portabandiera.

Hyle – Weapons I’ve Earned (2020)

Se il precedente “Malakia” mi fece innamorare immediatamente del sound delle Hyle, questo “Weapons I’ve Earned” ha cementato in modo assoluto il mio amore per loro e per la loro musica. Ma andiamo con ordine…

L’ impatto che si ha con questo nuovo album intitolato “Weapons I’ve Earned” e targato Hyle è visivo prima ancora che sonoro. Ed è devastante, grazie ad una copertina dai colori accesi raffigurante il sempre caro compagno Satana, un artwork affascinante e dai tratti esoterico-psichedelici enfatizzati dalla scelta di utilizzare colori molto netti e accesi. Quando poi si inizia ad addentrarsi nell’ascolto, si viene travolti senza pietà dalla robustezza e dall’urto brutale e monolitico del sound proposto dalle bolognesi, un sound che con questa ultima fatica sembra aver ormai virato in modo quasi definitivo verso territori stench-crust punk, senza disdegnare interessanti incursioni nel death metal britannico di scuola Bolt Thrower (sopratutto nel riffing). Senza mai completamente abbandonare l’influenza d-beat/hardcore che ha caratterizzato i precedenti lavori e soprattutto quella perla che era ed è tuttora “Malakia“, le Hyle hanno irrobustito la propria proposta, hanno aumentato la componente “metallica” e hanno saputo rileggere la tradizione britannica degli anni ’80 di Sacrilege, Axegrinder e Deviated Instinct in una chiave attuale e abbastanza personale, riuscendo nell’arduo compito di non suonare come qualcosa di fin troppo scontato e “già sentito”. Il riff che apre e successivamente sorregge l’intera “Holding my Breath” (una delle tracce che ho maggiormente apprezzato) penso possa essere preso ad esempio perfetto della compattezza e di un certo gusto per il groove presente nel suono che caratterizza tutte e otto le tracce di questo Weapons I’ve Earned, mentre la melodia che accompagna l’inizio di “I’m a Slob” mostra apertamente quanto le radici delle Hyle siano ben piantate in profondità in quel brodo primordiale tra metal estremo e hardcore punk conosciuto come stenchcore. Certamente le Hyle non inventano nulla e forse non è nemmeno nei loro intenti suonare originali, ma la loro formula ormai matura che oggi potremmo definire senza troppi problemi come “death’n’crust” sa dove e come colpire per lasciare squarci profondi e insanabili, soprattutto grazie ad un comparto lirico profondamente bellicoso e schierato nettamente su argomenti quali il femminismo, le tematiche queer, la lotta anticapitalista e in generale riconducibili ad un rifiuto totale di ogni forma di gerarchia, autoritá e discriminazione. Nel complesso siamo al cospetto di un disco monolitico e devastante che non mostra segni di cedimento o passi falsi, in cui è davvero difficile parlare di questa o quell’altra traccia nello specifico visto che il livello generale del songwriting è molto alto. Questo è senza dubbio dovuto ai tanti pregi delle bolognesi, dalla batteria martellante e tritaossa ad una voce lancinante che si insinua nel cervello e sembra poter divorarci dall’interno, passando per un riffing praticamente sempre azzeccato che strizza spesso l’occhio ad un certo groove propriamente death metal. E mentre la brutale doppietta finale composta da “Ancestors” e “Flesh” ci accompagna al termine di questa discesa negli abissi di Weapons I’ve Earned, prendiamo definitivamente coscienza del fatto che le Hyle abbiano probabilmente pubblicato il loro disco più maturo e devastante, riuscendo a trovare la formula perfetta per radere al suolo qualsiasi cosa si ponga ad intralciare il loro cammino. Terminal filth death’n’crust… nient’altro che questo.

 

 

“We Are the Raging Storm” – Intervista ai Kombustion

Un mesetto fa ho parlato su queste pagine di “Cenere“, prima fatica in studio dei milanesi Kombustion, gruppo che si ispira profondamente alla scuola d-beat crust svedese e che mi ha piacevolmente sorpreso. Poco tempo dopo ho avuto l’occasione di girare a Daniele e agli altri membri del gruppo una serie di domande riguardanti il loro progetto, a cui hanno risposto in modo interessante ed esaustivo e proprio per questo son certo troverete godibile la lettura di questa chiacchierata/intervista. Lascio la parola ai Kombustion che hanno tante cose da dire, abbattendosi con l’irruenza di una tempesta di rabbia e nichilismo su questo mondo affinché ne rimangano solo macerie e cenere!

Ciao ragazzi! Partiamo con la domanda più banale e scontata possibile: come e quando è nato il progetto Kombustion? E come vi è venuto in mente di chiamarvi così?

L’idea di suonare è partita nel 2015, ma nella pratica ci siamo messi al lavoro solo nel 2016. Ci siamo presi circa un anno ancora, a dire la verità, per darci un po’ di tempo per ingranare bene e migliorare il più possibile. Alla fine, il progetto era nato dalle teste di persone che venivano tutte da esperienze e idee di musica differenti quindi c’è voluto un po’ perché riuscissimo a tirar fuori il casino che volevamo fare, come lo volevamo fare.

Il Nome Kombustion è stata una conseguenza quasi obbligata più che una scelta. Abbiamo sempre voluto avvicinarci all’immaginario di apocalisse e distopia e contemporaneamente pescare a piene mani dagli anni ‘80.
Un esempio che sposa alla perfezione entrambe queste realtà è la saga di Mad Max, dove il mondo, pellicola dopo pellicola, decade in una voragine di follia e devastazione creata dagli stessi esseri umani. Un mondo di rabbia e caos, che si discosta dal classico immaginario positivista di “futuro”, che suona come rumore piuttosto che come una melodia.
Proprio così ci immaginiamo il futuro: non una melodia composta da popoli illuminati e cooperanti, ma un rumore di denti che digrignano e voci che urlano odio.

Cosa vi ha spinto inizialmente a decidere di mettere su un gruppo e di suonare un genere che pesca a piene mani tanto dal crust punk di scuola svedese quanto dal metal?

Siamo amici da una vita e, chi più o chi meno, abbiamo sempre bazzicato intorno a questo genere di musica. La decisione di iniziare a suonare è partita più come idea vaga, che poi grazie alla fermezza di Alice si è effettivamente concretizzata in realtà.

Ci ispiriamo palesemente a band come Wolfbrigade, Disfear o Tragedy, promotori di un genere che pensiamo veicoli al meglio una sintesi tra rumore e rabbia, due elementi che vediamo fondativi del nostro stile. E’ stato però impossibile non inserire influenze dal metal e dal punk HC, vista la diversità marcata che c’è nelle nostre preferenze ed esperienze.

Avete cambiato formazione recentemente, cosa si è modificato in fase di songwriting e composizione con l’abbandono di Alice?

Mantenere il gruppo con un membro a 1000 km è fattibile, ma non per degli stronzi come noi. Provare e comporre coinvolgendo Alice era diventato praticamente impossibile e, insieme a lei, siamo giunti alla conclusione che bisognava avere un secondo chitarrista che fosse sempre presente. Al posto di Alice è arrivato Samu che ha dato un gran contributo a tutto, sia come personalità che come idee.

Dissonanze, refrain sincopati e stacchi improvvisi hanno dato al nuovo materiale una ventata d’aria fresca, pur sempre rimanendo in linea con le composizioni precedenti. Abbiamo trovato la persona giusta al momento giusto: nonostante sia attivo anche in un altro progetto (gli Inferno9, band black metal del lodigiano) Samu si è messo subito al lavoro, molti brani in preparazione sono suoi e la sua mano nella composizione è inconfondibile. Se prima volevamo farci ascoltare per il nostro casino, adesso siamo sicuri che le prossime uscite saranno ancora più destabilizzanti.

Il vostro primo disco “Cenere” è uscito da abbastanza poco. Cosa potete dirci di questo lavoro? Siete soddisfatti? Cosa cambiereste invece?

Il disco è effettivamente uscito da poco e a causa del periodo infelice non siamo riusciti nemmeno a presentarlo ancora come si deve. Avevamo fretta di fare sentire alla gente cosa avevamo da dire, quindi abbiamo inciso appena finito di comporre l’ultimo pezzo (L’altra faccia del nulla) buttandoci a testa bassa. Registrare era fondamentale. Avremmo potuto iniziare ad investire in un progetto minore e magari proporre già del merch, ma siamo stati decisi nel voler incidere subito tutta la musica che avevamo già composto e presentato ai vari live.

Il risultato delle registrazioni è la sintesi dei nostri primi anni: la voglia di fare la nostra musica senza compromessi, l’impegno nella ricerca di uno stile che ci rispecchi e la perseveranza nel rendere un punto di forza i nostri limiti.
Sicuramente, a opere fatte, c’è qualcosa che avremmo cambiato, qualcosa che avremmo fatto meglio e qualcosa che non ci aspettavamo uscisse così bene. Probabilmente a posteriori avremmo sicuramente rifinito meglio alcune canzoni e reso un po’ meno lineari altre, giusto per aumentare quel senso di ‘inadeguato’ ed ‘inaspettato’ che cerchiamo sempre di trasmettere, ma possiamo ritenerci soddisfatti di quanto uscito.

Legata alla domanda precedente, come mai un titolo come “Cenere”?

“Cenere” non è il titolo, Cenere è la previsione di ciò che ormai è una catastrofica divinazione annunciata. Non abbiamo semplicemente voluto mettere un titolo ad un album, difatti nessuna delle nostre canzoni è direttamente collegata ad esso. Abbiamo voluto lasciare un messaggio ben visibile sulla copertina del disco. Ogni canzone è distaccata, ma direttamente dipendente dal termine Cenere, poiché ogni singola traccia riporta a quello: ad una visione oscura e pessimista della realtà, ad un futuro ormai distrutto ancora prima che diventi cenere. Cenere è cosa rimarrà di un mondo dominato da una razza ipocrita, ingannatrice e ossessiva. Cenere è la destinazione ultima dell’evoluzione umana.

Invece i testi chi li scrive? Ma soprattutto da cosa traggono ispirazione e cosa volete trasmettere con essi?

I testi sono in gran parte scritti da Luca, quasi come vere e proprie accuse dirette a destabilizzare il lettore, che solo dopo un lavoro di gruppo prendono forma in ciò che è possibile ascoltare su CD. Abbiamo voluto trattare dei temi un po’ particolari per il disco, perché spaziando dalla misantropia al disprezzo, arrivano ad abbracciare l’intero spettro umano che viene visto come irrimediabilmente corrotto e piegato in ogni sua parte.

Il disco è intriso di questi concetti, a partire dalla copertina, dove in una folla priva di volto (rappresentante il male commesso dai “molti” che viene sempre perdonato e dimenticato) si nasconde un demone tentatore. Questa brucia l’unico vero essere umano, una strega (qui il riferimento al pezzo “Burn the Witch”), su di un rogo dal cui fumo esce la rappresentazione del male commesso dagli uomini, il cerbero che era disegnato anche sul nostro primo demo.
Questi temi tornano nei testi, come nella diade composta da “Lato Sbagliato”, che racconta di chi deve combattere ogni giorno contro tutto e contro tutti per farsi valere, e dalla sua diretta opposta “ L’altra faccia del Nulla”, che invece descrive del come chi si crede superiore e migliore degli altri, sia comunque destinato ad essere dimenticato e, anzi, probabilmente a divenire a sua volta promotore del decadimento umano.

Nella vostra breve “carriera” quali sono i ricordi finora a cui tenete di più?

Tanti ma mai abbastanza. Probabilmente i ricordi migliori sono legati alle trasferte, anche se brevi, dove ogni volta c’è stato qualcosa o qualcuno che ha reso la serata memorabile. Anche se, come sappiamo tutti bene, le serate più memorabili sono spesso le più difficili da ricordare… L’altra faccia della medaglia sono quelle serate che ricordiamo purtroppo benissimo, dove non ne va una giusta, ma anche quelle lasciano tutto sommato bei ricordi e aiutano a migliorarsi.

Cosa significa per voi fare parte di una scena che ha una forte connotazione politica e con pratiche quali il DIY e l’autogestione?

La cultura DIY e dell’autogestione è stata fondamentale per noi. Non saremmo mai riusciti minimamente ad emergere se la situazione fosse stata diversa. L’importanza di impegnarsi a creare qualcosa dal nulla, di aiutarsi a vicenda (che sia portare un amplificatore in più da prestare o anche solo un’asta della batteria), di mettere in piedi serate devastanti ma accessibili, è immensa. Siamo molto felici di essere parte di questa realtà. Anche se siamo un po’ atipici in alcuni tratti musicali, siamo molto felici di aver conosciuto e aver spesso condiviso il palco con grandi persone.

Progetti nel futuro più prossimo dei Kombustion? State già registrando nuovi pezzi?

Abbiamo  scritto e stiamo componendo tanto materiale. Avevamo già pronti dei nuovi pezzi da presentare a Marzo ad una data con i russi Lead by Fear e gli Scemo. Purtroppo la situazione pandemica è precipitata giusto cinque giorni prima della serata e ci siamo ritrovati a dover annullare i nostri piani. Fortunatamente non abbiamo mai smesso di comporre, abbiamo altro materiale, tante idee e un sacco di cose da dire.

Giunti a conclusione di questa chiacchierata vi ringrazio e vi lascio tutto lo spazio per aggiungere quello che volete!

Sicuramente grazie del tempo che ci hai dedicato. E’ stato un piacere sia rispondere all’intervista sia leggere la recensione del disco che hai fatto. Speriamo di aver detto abbastanza e di incontrarci la prossima volta che torneremo sul palco. Alla Prossima occasione per fare Rumore!

“Mentre il collasso della civiltà umana avanza…” – Intervista agli Human Host Body

La prima volta che mi sono imbattuto negli Human Host Body è stata grazie ad un loro split insieme ai canadesi Storm of Sedition e posso ammettere senza problemi di essermi infatuato immediatamente del loro “d-beat possessed metal”, una devastante formula in cui convivevano (e convivono tuttora) pulsioni crust punk e tensioni black metal. Qualche giorno fa ho fatto una serie di domande agli Human Host Body per parlare non solo strettamente della loro musica e dei loro progetti futuri, ma sopratutto per affrontare insieme questioni come la piaga del nazi-fascismo all’interno della scena black metal, le posizioni anti-civilizzazione e anarchiche che animano il loro progetto e pratiche come l’autoproduzione e l’autogestione che sono strettamente legate alla scena punk-hardcore. Preparatevi perchè le parole degli Human Host Body, proprio come la loro musica, si abbattono come una tempesta tuonante sulla civiltà umana per decretarne l’inevitabile collasso.

Ciao ragazzi! Intanto volevo ringraziarvi per aver accettato di rispondere ad alcune domande. Vi va di presentarvi per chi non dovesse conoscervi? Comè avvenuta la scelta del nome della band?

Ciao! Grazie a te, è un onore chiaccherare con Disastro sonoro! Siamo in quattro Andrej, Dalibor, Luka, Marko e gli inizi degli HHB risalgono alla nostra adolescenza, intorno al 2004. La band è cresciuta con noi e noi con lei siamo diventati adulti insieme. Ultimamente tendiamo a mischiare soprattutto d-beat e metal. Poi è chiaro che tutto cambia, che tutto è sempre in continuo e graduale divenire. Però c’è da dire che ci troviamo proprio bene in queste acque grind/death. Quanto al nome, l’origine è a dir poco demenziale. Ci siamo ispirati a una puntata di South Park (s8e14), quella in cui agli animaletti del bosco serve un corpo, un ospite umano per Satana…

Lo devo ammettere, vi ho scoperti con lo split insieme agli Storm of Sedition e rimasi immediatamente folgorato dalla vostra proposta a metà strada tra crust e black metal. Da dove e come nasce la scelta di mischiare questi due generi?

Lo split degli Agains Empire con gli Iskra, quasi di sicuro quella è stata la prima svolta. Fu una rivelazione folgorante! Col tempo abbiamo capito che ci convinceva, che anzi era un’idea che ci piaceva proprio. D’altra parte ha sicuramente influito molto anche il fatto che qui sulla costa, da dove veniamo, la scena black metal è sempre stata molto forte. Qui poi metallari e punxs si sono sempre tranquillamente frequentati. Alla fine, per farla breve, il succo è che ascoltiamo un sacco di roba, ci piacciono il d-beat, lo stench, il death, il grind e poi proviamo a mischiare tutto insieme cercando di darci un senso. In fondo siamo un misto anche nella band: due metallari per due punx.

Rimanendo a parlare di black metal, saprete meglio di me che la scena black a livello internazionale è piena di gruppi palesemente nazi o di gruppi ambigui che simpatizzano o collaborano con band fasciste, razziste o omofobe. Qual è la vostra posizione al riguardo?

Qua c’è una sola e unica posizione: zero tolleranza per il NSBM e per qualsiasi ideologia fascista e fascistoide. Le nostre radici sono nel DIY punk. Non abbiamo mai suonato a festival metal e la scena metal slovena ci ignora, o meglio ci considera punk. Da parte nostra non abbiamo alcun desiderio di mescolarci a questa scena. Ci sentiamo a nostro agio nelle realtà occupate, nei centri sociali e negli squat, ma soprattutto ovunque si riunisca, operi e lavori gente che la pensa come noi.

Siete anzitutto un gruppo che viene dal d-beat, e dato che, nella mia ottica ma non solo mia per fortuna, il punk non è solo musica bensì un mezzo per diffondere pratiche come lautogestione o l’autoproduzione e per contrastare concretamente questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, che importanza ha la dimensione della lotta politica nella vita degli Human Host Body?

È fondamentale! Un’arte priva di contenuti politici è un mero prodotto consumistico. Il nostro merch è quasi del tutto autoprodotto, i tour ce li organizziamo da soli. Per noi è questo il modo più autentico in cui si può fare parte di questa subcultura. Luka e Marko poi sono stati in prima linea nell’occupazione e autogestione dell’ex INDE, una fabbrica abbandonata di KoperCapodistria, durata dal 2014 fino allo sgombero nel 2017.

Che ruolo rivestono pratiche come lautogestione o il DIY nella vostra musica e nella vostre esistenze?

Per la  prima metà della domanda vedi sopra :). Quanto alle nostre vite, riveste un ruolo decisamente grande. Grazie a e tramite la musica siamo entrati in contatto con parecchia gente, soprattutto con movimenti che hanno influenzato il nostro modo di percepire il mondo. I tour poi ti portano tra posti e persone dove hai l’opportunità di incontrare o conoscere ulteriormente pratiche a te poco note o sconosciute. Tra l’altro proprio l’andare in tour per vari centri sociali ci ha dato ulteriore slancio e ragioni per l’occupazione dell’ex Inde di KoperCapodistria.

Sulla vostra pagina bandcamp ci tenete a definirvi un gruppo anarchico, vicino alle idee anti-civilizzazione e pro-collasso. Vi va di spiegare meglio queste vostre posizioni politiche e il ruolo che rivestono allinterno della vostra attività di band? Nella vostra coscienza e visione politica, quanto è responsabile l’economia capitalista, che saccheggia e devasta l’ecosistema, del collasso a cui sembra destinata la civiltà come la conosciamo noi adesso?

La maggior parte dei nostri testi parla di quanto sia insostenibile la nostra cosiddetta civiltà. L’anarco-primitivismo è solo una delle teorie critiche di riferimento su come concepire e comprendere la civilizzazione. In linea di massima ognuno di noi quattro ha una sua personale opinione del mondo, siamo però tutti d’accordo sul fatto che la realtà in cui viviamo è alienante. L’economia del capitale è solo un sintomo della civilizzazione industriale. Nel complesso la cosa più problematica è il nostro stile di vita, l’approccio che abbiamo nei confronti della Terra. Siamo troppo focalizzati su noi stessi e ci siamo autocollocati al di sopra di tutte le forme viventi, sul trono. Se ci rendessimo conto che siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro, compresi cioè tutti gli esseri viventi, il pianeta lo ”consumeremmo” in maniera diversa. Il capitalismo si fonda sulla crescita illimitata, cosa che il nostro pianeta non può certo offrire. Per questo l’economia capitalista è insostenibile. Anche tutta sta situazione della pandemia ha mostrato come e quanto il capitalismo sia insostenibile, ma anche qui si tratta di nuovo solo di sintomi. La tutela, la difesa e il rispetto dell’ecosistema, della natura e dell’ambiente in generale sono responsabilità di noi tutti (o almeno dovrebbero). Dare una risposta alla domanda sull’eventuale prossimo futuro collasso della civilizzazione è impossibile. Però siamo davanti a un’occasione da non perdere: questo risorgimento delle coscienze, avvenuto durante la pandemia, va assolutamente sfruttato, soprattutto perchè è sempre più evidente che non si può andare avanti così!

Venite dallIstria, in Slovenia. Volete parlarci della scena punk/metal underground da quelle parti? Comè la situazione lì da voi?

Negli ultimi anni è praticamente morta. Purtroppo. Non sapremmo proprio da dove cominciare… Punto primo: non esistono più spazi autonomi in cui suonare e organizzare serate e concerti. O li hanno chiusi o li hanno riadattati alle logiche capitalistiche. Anni fa la costa era l’epicentro della scena underground. Oggi non è più così, soprattutto perchè le misure intraprese dalle varie giunte municipali agiscono sull’individuo, isolandolo, producendo individualismo e soprattutto reprimendo il pensiero critico, componente fondamentale della creatività. Secondo tasto dolente: le band. Anche se oramai ci stiamo facendo vecchi e stagionati, siamo diversamente giovani, continuiamo a seguire regolarmente la scena e, purtroppo, di nuovi gruppi punk, metal ecc./e compagnia bella, qua non se ne vede nemmeno l’ombra. Una delle ultime novità punk della zona, con già cinque anni di attività alle spalle, sono sicuramente i Pakt, dove Luka suona alla chitarra. Per strada invece incontri sempre meno, e comunque molto raramente, metallari o gente generica che segua manifestatamente una qualche subcultura. Perchè sta succendendo tutto questo? Bella domanda, anzi la domanda del secolo, ma non è il caso di mettersi a filosofeggiare qui perchè sennò lo spazio non basterebbe. Per nostra fortuna comunque, qua vicino ci sono ancora e resistono spazi e soprattutto tanti attivist* e singol* riuniti in collettivi che non demordono e con cui siamo praticamente fratelli. Al momento la concentrazione maggiore di band e posti per suonare è a Postojna. Là ci sono un centro giovanile e due piccoli squat, uno di fatto è un container, l’altro è un’ex pompa di benzina che i ragazzi hanno riconvertito in enorme sk8park. Non lontano c’è anche uno dei locali più longevi della Jugoslavia, il MKNŽ di Ilirska Bistrica, attivo (senza soluzione di continuità/) dal 1966.

Tornando a parlare del vostro split con gli Storm of Sedition, la mia curiosità mi spinge a chiedervi comè nata la collaborazione con il gruppo canadese. Vi va di raccontarcelo? E se non sbaglio siete anche andati in tour con loro, come vi siete trovati? 

Ce l’ha proposto  Goldi della Neandertal Stench Record proprio perchè abbiamo molti temi in comune come ad esempio le teorie anti-civilizzazione. Con alcuni dei membri degli SoS già ci conoscevamo da prima visto che avevamo suonato un paio di volte con gli Iskra, e così alla fine sto split è stato un qualcosa di molto spontaneo e naturale. Quando l’anno scorso sono venuti in tour [europeo?], eravamo d’accordo che avremmo fatto un altro paio di serate insieme. Purtroppo però alla fine per motivi di lavoro non ci siamo potuti unire a loro per tutta la durata del tour, ma solo per un weekend. È stata un’esperienza epica, un week-end che rimmarrà nella storia e nei nostri ricordi, anche perchè abbiamo stretto ancora di più coi ragazzi. Speriamo di riuscire a tornare a collaborare con loro a breve. Dal vivo poi gli SoS spaccano e sono anche cresciuti assai pure nello stile una band davvero cazzuta/coi controcazzi!

L’ultimo vostro lavoro è una demo rilasciata nel 2018. State lavorando a un nuovo disco? Che progetti avete per il futuro?

In realtà abbiamo già un intero disco registrato e mixato, stiamo cercando di farlo uscire su vinile. Stiamo valutando una serie di etichette e prendendo accordi sul mandarlo in stampa il prima possibile. Ci stiamo preparando a nuove registrazioni, ma ora è tutto rimandato a tempo indeterminato causa pandemia. Uno dei probemi maggiori è che i confini sono stati chiusi e non possiamo andare in Italia. Questo perchè la nostra sala prove si trova a Padriciano,[quartiere di Trieste?] subito dopo il confine, e ancora oggi non sappiamo con precisione quando potremo veramente tornare in sala Per ora ci stiamo arrangiando con un po’ di roba recuperata dai cascioni/in cantina, vecchi amplificatori e una batteria che ha visto giorni migliori e proviamo a casa di Dalibor.

Siete passati anche in Italia qualche anno fa per suonare live, se non ricordo male a Bologna insieme ai Void Forger, che ricordi avete di questa/queste date? Cosa pensate della scena punk/hc italiana?

L’ XM24 di Bologna è stata la prima data del tour con i Void Forger del 2018, da lì poi siamo riusciti a arrivare fino alla Mensa occupata di Napoli. (Bei tempi). Tra le date italiane di quel tour, il posto che più di tutti ci ha lasciato un bellissimo ricordo è il CSA Officina Trenino di Porto S. Giorgio e il loro giovanissimo collettivo. Incontrarli ci ha infuso di grandi speranze nel senso che ci ha rincuorati assai: esistono ancora giovani interessati ai centri sociali e alle occupazioni, agli squat e ai posti autogestiti e all’organizzazione di serate e concerti! Ste cose ti danno una bella scarica di energia e ti spronano a continuare a fare quello che stai facendo. C’è da dire però che in tutti questi anni abbiamo suonato un po’ in giro per lItalia malgrado proprio in Italia ci sia sempre stato difficile chiudere serate il che è assurdo considerato che viviamo praticamente dietro l’angolo. Abbiamo organizzato diverse serate per gruppi italiani sui palchi sloveni, ma raramente ne abbiamo ricavato qualcosa, quasi mai abbiamo avuto indietro qualcosa di concreto. Finora, ogni volta che durante un tour volevamo suonare in Italia, le serate italiane sono sempre state le più difficili da chiudere. Ci stuzzica l’idea di suonare al sud e isole. A parte Napoli, non ci abbiamo mai suonato. La scena punk/hc italiana è sempre stata storicamente forte, anche oggi ci sono un casino di ottimi gruppi ancora in giro. Noi conosciamo e frequentiamo soprattutto le band del nord, tra cui abbiamo diversi amici, e anche per questo suonare in Italia è una figata/uno spasso perchè così hai l’opportunità di incontrare tutti quei punx che non vedi così spesso.

Ragazzi grazie ancora per il tempo che dedicherete a rispondere a questa intervista, concludete aggiungendo qualsiasi cosa vi passi per la testa mi raccomando!

Grazie a te, significa davvero molto per noi quest’intervista. Non poter suonare dal vivo è una tortura, ci manca un sacco. Speriamo che sta cazzo di pandemia finisca il prima possibile e che presto ci potremo vedere a qualche concerto e/o squat!! Viva!