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“La Vita che Nasce dalla Putrefazione” – Intervista ai Kompost

Ho avuto recentemente l’estremo piacere di fare due chiacchiere (“intervistare” purtroppo è un termine che non riesco a digerire, troppo professionale e a me i critici musicali stanno in culo) con i Kompost, gruppo crust/d-beat trevigiano in cui mi sono imbattuto e immediatamente innamorato nel lontano 2016 grazie al loro, ad ora, ultimo disco una studio intitolato “La Vera Bestia”. Lascio la parola ai membri del gruppo perché hanno davvero messo anima e corpo in queste risposte, scrivendo molte cose interessanti. Ringrazio nuovamente i Kompost per essere stati così esaustivi nel rispondere alle mie domande! Kompost, nient’altro che la vita che nasce dalla putrefazione.

Ciao ragazzi! Partiamo con le banalità e una breve presentazione per chi non dovesse conoscervi. Quando e perché nascono i Kompost? Ma soprattutto, com’è avvenuta la scelta di questo nome?

Pozze: I Kompost nascono originariamente come progetto dai resti degli Idiosincrasia da me e Nicolò̀ (ex-chitarrista) perché sentivamo il bisogno di esprimerci e di portare avanti un qualcosa che sentivamo di dover fare. Le prime prove, vista la necessità che sentivamo, sono state esplosive dal punto di vista creativo, della serie in tre prove buttate giù sei canzoni dall’inizio alla fine! Nicolò, che da anni lavora nel mondo dell’agricoltura biologica, cercava un nome che rimandasse a quell’ambito, da questo a Bre è venuta l’idea di dare “Kompost” come nome “con la K perché fa più CRUST”. La vita che nasce dalla putrefazione: un concetto che racchiude un po’ il senso filosofico che proviamo a mettere nella nostra musica. La marcescenza (la fine, la disgregazione, l’oblio) come prodromo inevitabile alla vita e alla rinascita, un passaggio doloroso ma necessario. Pari alla leggenda della fenice come significato ultimo, ma tolto da quella purezza che si può identificare nel fuoco (che pulisce, sterilizza), una trasformazione che per quanto positiva è sporca e putrescente, non è veloce ma è un processo lento e disgustoso. Il risultato comunque è il medesimo, il rinnovamento della vita. In questo senso credo che sia un modo di rappresentare il nostro punto di vista in una sola parola.

La vostra proposta è sempre stata caratterizzata da sonorità dedite al crust punk più intransigente. Come mai la scelta di suonare proprio questo genere?

Si tratta di un genere che unisce due fronti estremi della musica violenta, la testardaggine del metal fusa con l’aggressività̀ drogata del punk. Crediamo che il Crust sia un genere perfettamente in linea con il nostro punto di vista esistenzialista. Un genere che oltre ad avere un suono che dal punto di vista musicale ci prende bene e che a nostro avviso si adatta perfettamente al sentimento che proviamo rispetto al mondo. È un genere che riesce a includere la delusione per lo status quo e al contempo la rabbia che ne deriva. Una sorta di lamento rabbioso di chi è incastrato contro la sua volontà in una situazione che sembra schiacciarlo, ma che nonostante appaia incontrovertibile e destinata non può essere accettata passivamente. Non suoniamo per seguire le tendenze, ma perché come genere, il Crust, si adatta alla perfezione a quello che è il nostro messaggio quasi fosse uno sfogo, una catapulta da caricare, una pietra da lanciare.

Legata intimamente e logicamente alla domanda precedente, quali son stati i gruppi che vi hanno influenzato maggiormente nella composizione della vostra musica?

I gruppi che di più sentiamo come ispiratori provengono dalla scena svedese come i Disfear e Wolfbrigade, da quella americana come Tragedy e From Ashes Rise, da quella spagnola, Ictus, Cop on Fire, Ekkaia, dalla scena inglese tipo Fall of Efrafa. Abbiamo una certa predilezione per il neo-crust a cui, in certe parti dei nostri brani, proviamo ad avvicinarci. È innegabile ovviamente che ci siano influenze da tutta una serie di altri sottogeneri e che i gruppi da cui volontariamente o involontariamente traiamo ispirazione sono innumerevoli, anche perché cerchiamo comunque di aggiungere elementi sonori che possono essere compresi nel d-beat, nel thrash o nel caro vecchio hardcore. Cerchiamo di inserire un po’ tutti quelli che sono i generi che hanno influenzato la nostra storia musicale.

Il crust è un genere che, dopo aver avuto un exploit intorno ai primi anni duemila, sembra esser stato oramai accantonato all’interno della scena, almeno in quella italiana. Come vi spiegate questa praticamente scarsità di gruppi e uscite crust punk oggigiorno?

Sarco: Io credo che il Crust Punk non lasci tanto “spazio di manovra” nel senso che penso abbia un pubblico più circoscritto rispetto alla maggior parte degli altri sottogeneri del punk e forse per questo le aspettative rispetto al genere si sono “stabilizzate”. In più credo questo genere sia espressione di rabbia, valvola di sfogo. Credo che il Crust debba parlare della parte più schifosa del mondo in cui viviamo. In questo momento mi sembra che molte persone si accontentino di passare una bella serata, ascoltare gruppi che sicuramente sono bravi e meritano l’attenzione di tutti ma parlano di niente o di quanto bello sia fare festa fino a star male. Ci sta, ma il mondo fa anche schifo e bisogna rendersene conto. E tanti fanno finta che tutto sia bello e tranquillo. D’altronde viviamo nel mondo dell’ “andrà tutto bene”. La gente sta male, muore o non riesce a mangiare perché non lavora e se va bene è prigioniera a casa sua o in fabbrica. Sì, andrà tutto bene, ma solo per voi egoisti che non avevate problemi prima e che non ne avete ora nonostante tutto ‘sto casino.

Ivan: Non so se rispondere in modo stronzo o contenuto alla domanda; la società influenza sicuramente le scelte artistiche delle persone, pure nell’ambito della musica “ribelle”. Molti si aggrappano a generi passati per nostalgia, molti ne inventano di nuovi per sperimentazione, molti rimangono fedeli a ciò che ascoltavano o suonavano anni prima perché continuano a rimanere incazzati e furiosi. Il Crust punk è alimentato dalla rabbia. La gente non è più incazzata come prima: si ritrova rassegnata, nella loro “scena” musicale fatata, predicando cose indignate di un tempo che non sentono più. Ed ecco che il Crust viene accantonato perché evidentemente c’è bisogno di divertirsi più che di incazzarsi. Ma io amo incazzarmi.

Pozze: è difficile dare una risposta univoca a questa domanda, secondo me il fatto è che la scena punk (come qualsiasi altra) è soggetta a mode. Lungi da me affermare che vengano messi in piedi progetti per “rispondere” alla tendenza del momento, ma ovviamente la nascita di nuovi gruppi viene influenzata da cosa ascolta chi li forma. Potrebbe essere che dal punto di vista estetico il Crust possa essere visto come datato, un genere che ormai si è esaurito nella sua propulsione creativa e innovativa (detto in parole povere che i gruppi diano l’impressione di essere una minestra riscaldata). Io non sono d’accordo a tale proposito e, come dicevo nelle risposte precedenti, è il genere che più si addice alla nostra idea di fondo. In tal senso non mi pongo il problema dell’eventuale presenza nella scena di progetti simili al nostro, dato che è questa la sonorità che sento adeguata al nostro modo di vedere.

Bre: A mio avviso, questa scarsità di gruppi e uscite non è strettamente legata ad un singolo genere come ad esempio il Crust punk ma a quasi tutta la scena underground connessa all’hardcore. Non esiste più un ricambio generazionale. Noi rimaniamo tra i più giovani in questo campo ed ormai abbiamo raggiunto i trent’anni, il che è allucinante. Sono sempre più rari i ragazzini ai concerti o tra i gruppi. Le band che già esistono da tempo stanno esaurendo idee e spirito proprio perché il loro messaggio arriva sempre alle stesse persone e mai ad un pubblico più allargato.  Ecco il perché di questa scarsità.

Federico: A parer mio, (quasi da “outsider”) la vedo un po’ come una trasformazione che è avvenuta per molti generi, non riconducibile solo al Crust.
Con cambiamenti avvenuti sia nella modalità di ascolto della musica stessa e sia nella presenza di pubblico ai concerti, con un genere fortemente legato alle persone e all’ideale che rappresenta come il Crust era inevitabile una conseguenza simile. Nei vari live a cui ho partecipato, vedendo la gente che ci partecipa, noto di essere sempre tra i più giovani presenti alle serate, e bene o male vedo sempre che quelli legati più fortemente al genere sono in maggior parte quelli che avevano la mia età negli anni di exploit del genere. In ogni caso questo ragionamento è applicabile all’Italia ma non esattamente al resto del mondo, ci sono paesi anche europei che invece sono molto più legati a questa cultura e che partecipano attivamente a concerti, iniziative, acquistano dischi e merch e ne seguono l’evoluzione. Mi è bastato vedere per esempio la situazione in Croazia durante la data al Monteparadiso per capire che, anche solo appena fuori dai confini italiani, c’è molto più movimento su questo tema rispetto a dove viviamo noi e che la fascia di età dei presenti si abbassa. La gioventù sostenta il genere e spinge chi lo produce a far sempre di meglio per tenere alta la propria bandiera, è proprio un’altra cosa dal mio punto di vista, dipende molto dall’attitude, dalla cultura che circonda questo genere di musica, da quanto il pubblico è disposto a dare per supportare chi la fa. Essendo un genere underground è molto più facile che, in un paese con una gioventù come la nostra, venga accantonato per generi parecchio più mainstream e che non ci sia nessuno spiraglio di crescita per band che cerchino di emergere seriamente in una situazione musicale come quella presente attualmente nel nostro paese, c’è sempre speranza, ma dubito fortemente che si possa tornare ad avere lo stesso impatto sul pubblico tramite il Crust e in generale con altri generi underground ora come ora.

Ha qualche significato particolare per voi suonare crust punk?

Sarco: Sono un tipo molto paziente, non mi arrabbio (quasi) mai e sicuramente è anche perché, suonare un genere che parla di tutte le cose che mi urtano, è la miglior valvola di sfogo che io possa avere. Se non suonassi Crust probabilmente avrei già ucciso una dozzina di persone eheh!

Federico: Per me è il primo approccio a questo genere, ho sempre amato il punk in tutte le sue forme e ho ascoltato nella mia crescita musicale parecchi gruppi di tanti sottogeneri di esso, quando mi si è presentata l’occasione di poter suonare in una band che facesse Crust ho subito accettato, mi è bastato ascoltare un paio di tracce e ho capito che era una cosa che faceva per me, mi piace il suono pesante e l’energia che mi da e per me la cosa più importante o per dire “il significato” del suonare Crust è suonare qualcosa che apprezzo nella sua forma e che mi dia carica nel momento in cui c’è da suonare live, la sensazione di trasmettere la propria energia e vederla riflessa nel pubblico è impagabile.

Nel 2016, ai tempi della vostra (aihmè) ultima fatica in studio (intitolata “La Vera Bestia”), rimasi folgorato e mi innamorai subito tanto da scriverci una appassionata recensione. Cosa vi ha ispirato nella composizione di quel disco e nella scrittura dei testi?

Pozze: quello che ha ispirato “la vera bestia” è per quanto mi riguarda il senso di schifo che giornalmente ci procura la situazione in cui siamo costretti a vivere. Come dicevo anche prima è la sensazione che i problemi con cui (ognuno di noi, a prescindere dalla fede politica o dalla condizione sociale) siamo costretti ad affrontare, talmente tanto radicati che nella mente della maggior parte delle persone hanno raggiunto addirittura il grado di leggi naturali immodificabili, quasi non fossero dei meri costrutti ideologici ma degli assiomi su cui si regge il mondo. Il fatto tragicomico è che appunto perché vengono vissuti in questo modo questi costrutti hanno forza. Parlo di cose come il sistema capitalistico, l’idea di stato-nazione (e relativi confini), il consumismo, ecc. Vedere che ci stiamo torturando (e noi siamo pure nella parte “giusta” o “fortunata” del mondo) per qualcosa di puramente ideologico è intollerabile, sento la necessità di dichiararmi contrario a tutto ciò.

In generale, cosa cercate di trasmettere con i vostri testi? Da cosa prendete ispirazione?

Ivan: Beh… lo schifo per la gente che fa schifo. Il nostro odio verso la stragrande maggioranza di quell’umanità̀ che ci circonda, con l’ignoranza, con la disumanità, con i confini. Il prendere una persona e farne una cosa da usare, il trattare una schifosissima società come della merda da espellere dal culo perché tanto poi ne arriva altra e “loro hanno fame”. L’ispirazione arriva dalle cose che non ci piacciono. Se arrivasse dalle cose carine faremmo ska, porcodio.

Come già detto, il progetto Kompost sembra essere piombato in un silenzio assordante dal 2016, almeno a livello di registrazioni e pubblicazioni. Come mai questo periodo di silenzio? State lavorando ad un nuovo disco per caso?

Dopo la pubblicazione dell’album purtroppo abbiamo attraversato prima un periodo di “rallentamento” dovuto ad un paio di cambi di line-up e poi un periodo di stop a causa di impegni personali ed improrogabili di uno di noi. Avevamo ripreso da due/tre mesi a suonare per sistemare gli ultimi dettagli delle nuove canzoni che avevamo in progetto di registrare, ma è intervenuto il fato con l’allegra pandemia che ci ha costretto a posticipare il tutto. Rispetto alle date (se possiamo essere stronzi) dobbiamo dire che nella scena, come in tutte le congregazioni umane del resto, ci sono dinamiche un po’ fastidiose per le quali se si deve scegliere, si fanno sempre suonare gli amici degli amici. Capita che lo stesso gruppo tu te lo possa vedere in metà dei concerti a cui vai perché vengono chiamate sempre le stesse persone grazie a conoscenze e che altri gruppi vengano un po’ snobbati. Fa un po’ tristezza la cosa, anche perché poi quando riusciamo a suonare vediamo che da parte del pubblico c’è un riscontro positivo nei nostri confronti. E questa discrasia tra riscontro positivo e quasi totale assenza di proposte da parte di organizzatori vari da un po’ fastidio.

Nella mia, e per fortuna non solo mia, visione la musica punk hardcore e relativi sottogeneri vanno di pari passo con una critica totale all’esistente capitalista, alla sua oppressione e reprressione quotidiana e con pratiche di lotta e di autogestione. Che importanza ha per voi Kompost lottare o diffondere pratiche come l’autogestione o l’autoproduzione?

Sarco: Io sono un ossimoro, suono punk e lavoro in fabbrica, uno dei posti peggiori che io abbia mai avuto la sfortuna di frequentare. Devo quindi passare otto ore delle mie giornate in un covo di ignoranti, egoisti e frustrati. Bella merda. Ma questo non fa che dare forza a quella che potrei dire, essere la mia filosofia di vita: farmi i cazzi miei e arrangiarmi per fare qualsiasi cosa (nel limite delle mie capacità), a partire da riparazioni domestiche varie, costruire giocattoli per mia figlia, fare il pane e cucinarsi il cibo, fare le grafiche e montare semplici video per i social del gruppo, fino ad arrivare a cose più concrete come comporre, registrare e stampare un album con le nostre risorse o autofinanziarsi i viaggi per andare a suonare in giro. Se prima di comprare qualcosa riesco a farmela da solo (o riesce a costruirmela mio padre ahah) è meglio. E poi dai, quanto cazzo e soddisfacente farcela con le proprie forze?

Ivan: L’autogestione e l’autoproduzione sono essenziali per la scena musicale come per l’uomo. Contrariamente alle associazioni o ai grandi gruppi, questa è una realtà che permette alla persone di comunicare in piena libertà senza vincoli né costrizioni, scontrandosi però con i rischi che possono nascere, ma che ci vuoi fare… senza rischio non c’è vita.

Bre: Come gruppo abbiamo sempre cercato,per quanto possibile, di sostenere diverse iniziative legate all’autogestione e all’autoproduzione. Sappiamo che sono tempi difficili per continuare a essere attivi in quest’ambito ma penso che il contributo di ogni singola persona può essere utile anche solo avendo coscienza di quello che sta accadendo nella nostra società. Bisogna comprendere che il nostro modo di vivere quotidiano rimane pur sempre un valido aiuto al fine di migliorare questa merda di mondo. Suonare ed organizzare concerti a favore di una causa costa fatica, tempo e (purtroppo) denaro ma rimane il modo più immediato per dare un apporto concreto a chi ne ha bisogno.

Pozze: Secondo me la questione dell’autoproduzione (parlando ad esempio de “la vera bestia”) è simbolo dell’impegno personale che mettiamo e del fatto che crediamo nel nostro progetto. Ci siamo messi in gioco e d’impegno perché pensavamo che ne valesse la pena. Uscire da una logica prettamente commerciale di investimenti per guadagno consente innanzitutto di poter presentare qualcosa che è stato completamente pensato ideato e creato unicamente secondo quelle che sono le nostre idee e inclinazioni. L’album che abbiamo registrato lo abbiamo personalmente seguito in ogni singolo aspetto (per fare un esempio l’immagine sul CD l’ho stampata a casa di un amico copia per copia, o le copertine ritagliate a mano e inserite nelle custodie) e ognuno di noi ha messo le proprie competenze/conoscenze per arrivare a produrre l’album (un esempio a caso, il primo che mi viene in mente, Bre ha curato tutta la parte grafica del libretto interno). In generale è un qualcosa che, a mio avviso, da un valore aggiuntivo a un “prodotto” (nel senso letterale e non consumistico del termine). Nel nostro piccolo abbiamo sempre cercato di supportare iniziative di questo genere, che escono dalla squallida logica di mercato e che di conseguenza sono espressione spontanea di un interesse reale e non “spinto” verso una direzione predeterminata. Che si tratti di luoghi di aggregazione, abbigliamento, musica o qualsiasi altro ambito, l’idea di autogestione o autoproduzione porta con sé questi due aspetti fondamentali, a mio avviso, la libertà rispetto a logiche di mero profitto e l’impegno personale.

Per concludere questa lunga quanto interessante e ricca di spunti chiacchierata, lascio spazio ai carissimi Kompost per dire il cazzo che passa loro per la testa.

Kompost: Vorremo cogliere la palla al balzo innanzitutto per ringraziarti di questa intervista e per ringraziare tutti coloro che abbiamo conosciuto in questi anni anche grazie all’ex collettivo Treviso Punx e al collettivo Saetta Autoproduzioni.
Inoltre vorremmo citare un gruppo di nostri amici dalla Repubblica Ceca con cui, sia noi che altri nostri amici (Jack Rottame dei DDT su tutti), abbiamo instaurato un forte legame da ormai sette anni tramite scambio date. Più volte siamo andati a suonare dalle loro parti e siamo rimasti sempre colpiti dal loro entusiasmo e dalla loro foga. Anche nel paesino più disperso troverete sempre molte persone che si sbattono per i concerti e che hanno voglia di conoscere nuovi gruppi. Pare di ritornare in Italia a dieci anni fa. Loro sono un chiaro esempio di cosa voglia dire essere costanti nell’attitudine e solidali tra persone. Grazie quindi ai ragazzi della “Znojmo HC”, Kratos, Micha , Vojta, Cirda, Herry Boss ecc. e ai loro gruppi che vi consigliamo vivamente di ascoltare se vi piace il Crust-Raw Punk grezzo ma di impatto! (Dis-K47, Midnatt Dod, Moral Hangover, Rozruch)

Agnosy – When Daylight Reveals the Torture (2019)

Quando l’ennesimo temporale sopraggiunge all’improvviso coprendo di nuvole un cielo artificiale, quando l’ora più buia sembra ormai giunta,  quando l’ultima luce del giorno rivela visioni orribili di tortura, morte, distruzione e illumina paesaggi desolati e privi ormai di ogni forma di vita… Incubo o realtà? 

Un sound temprato dalle frequenti piogge e dai cieli plumbei che dominano i paesaggi e le città britanniche ci travolge appena ci addentriamo nell’ascolto di questo affascinante “When Daylight Reveals the Torture”, terza fatica in studio dei londinesi Agnosy e per quanto mi riguarda, uno dei dischi migliori dello scorso anno.

Quelle sonorità che si rifanno in egual misura agli Axegrinder, agli Amebix, ai Sacrilege e in generale a tutto quel brodo primordiale rappresentato dalla seminale scena estrema (punk e metal) underground britannica a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, sembrano non avere mai cessato di esercitare il loro fascino sulle generazioni successive. Tra i tanti gruppi che si rifanno a quel sound primitivo di crust punk apocalittico e oscuro che incorpora dentro se tanto ingredienti thrash metal (e primitive pulsioni di metal più estremo) quanto tensioni che richiamano l’aggressività e lo spirito riottoso dell’anarcho punk della prima ora, non nascondendo il gusto per la costruzione di momenti atmosferici e passaggi in cui le melodie disegnano momenti di quiete e paesaggi epici ed al contempo angoscianti, troviamo senza ombra di dubbio da anni i londinesi Agnosy autori di dischi interessanti come “Point of No Return” e il successivo “Traits of the Past” del 2014. Lo scorso anno, dopo una lunga assenza, i nostri son tornati sulle scene con il nuovo, bellissimo a parer mio, “When Daylight Reveals the Torture“, un disco di perfetto crust punk britannico che sintetizza perfettamente, in sette tracce, tutta la maestosità degli Axegrinder di “The Rise of the Serpent Man“, dei Sacrilege di “Behind the Realms of Madness” e degli Hellbastard di “Heading fot Internal Darkness“, riuscendo ad evocare in molti frangenti addirittura atmosfere più apocalittiche e toni di tetra e desolante epicità a la Amebix. L’atmosfera generale che attraversa le sette tracce, creata dal sapiente ricorso ad un riffing melodico e ai rallentamenti, riesce a dipingere paesaggi che ondeggiano costantemente tra l’epico e il malinconico, dando la sensazione di osservare la pioggia che batte incessantemente sulle sporche finestre di un gelido squat sperduto nella periferia industriale di qualche metropoli durante un’inverno che appare senza fine strisciando nelle viscere, mentre anneghiamo in litri di alcool di infima qualità una spirale di paranoie, desolazione e rassegnazione che cerca di inghiottirci.

Uno dei brani che ho apprezzato di più è senza ombra di dubbio “No Friends but the Mountains”, introdotto da una lenta melodia malinconica che prende la forma di una litania oscura e dal sapore vagamente doom, prima di esplodere in una cavalcata di classico crust punk britannico vecchia scuola. Il titolo del brano potrebbe essere una citazione voluta ad un’opera autobiografica scritta da Behrouz Boochani, giornalista e attivista curdo noto per essere tuttora detenuto nel campo profughi sull’Isola di Manus dopo che  le autorità australiane gli negarono l’asilo politco. Le liriche invece affrontano la questione della rivoluzione in Rojava, sottolineando la presa di posizione netta degli Agnosy in solidarietà e supporto a questo progetto rivoluzionario, femminista ed ecologista. La conclusiva “Rise of the Right” introdotta ancora una volta da una melodia oscura, ha un testo fortemente caratterizzato da una posizone antifascista in un momento storico come quello attuale di profonda crisi del capitalismo, in cui i nazi-fascisti tornano a mettere i loro sporchi musi fuori dalle fogne. Infine come non citare il refrain melodico principale della titletrack, un brano a mio avviso magnifico e completo che riesce a condensare dentro di sè tanto le tensioni più epiche quanto toni dal sapore apocalittico, che si stampa in testa al primo ascolto e non vi abbandonerà più.

Con “When Daylight Reveals the Torture” i londinesi Agnosy ci hanno regalato, ad oggi, il lavoro più intenso e completo della loro carriera, riuscendo finalmente a dare la propria impronta personale al loro crust punk intimamente legato alla tradizione britannica del genere e all’immortale quanto seminale scena underground degli ’80. Ancora una volta incatenati nell’oscurità di un inverno eterno, fino a quando la luce del giorno non tornerà a rivelare la tortura a cui siamo condannati…

 

 

Extinction of Mankind – Storm of Resentment (2018)

Dopo che cessano le urla più strazianti, dopo che la tempesta si avvia a placarsi, irrompe il silenzio più assordante e la quiete appare come un’incubo da cui è impossibile svegliarsi…

Due anni fa ormai usciva questo “Storm of Resentment, ultima fatica in studio per i veterani del crust punk britannico che rispondono al nome di Extinction of Mankind, gentaglia brutta, sporca e cattiva sulle scene dal 1992. La proposta degli Extinction of Mankind affonda le sue marciulente radici in quel brodo primordiale in cui confluiscono influenze derivate dall’anarco-punk e pulsioni di metal proto-estremo tipico dell’underground inglese degli anni ’80, quel sound primitivo e selvaggio passato poi alla storia come crust punk o come stenchcore, termine praticamente coniato dai Deviated Instinct per descrivere il proprio selvaggio e brutale sound . Ancora una volta il gruppo britannico sintetizza nella propria musica la fondamentale lezione di gruppi seminali come gli Amebix, gli Antisect, gli Hellbastard e gli Axegrinder, portando avanti un sound volutamente old school e che non ha alcun interesse ad abbandonare quel crust punk apocalittico che ha segnato i passati lavori della band. È infatti nuovamente una tempesta di apocalittico stench-crust di tradizione britannica ad inghiottirci senza pietà in un voragine di rassegnazione, miseria e nichilismo estremo, come a volerci dire che l’incubo continua e che dall’oscurità non si può più fuggire. Atmosfere apocalittiche e oscure avvolgono le varie tracce, con un riffing dalla natura profondamente thrash metal (il riff iniziale della prima traccia Cash Cow, per fare un esempio) che ricorda tanto gli Axegrinder quanto gli Hellbastard ad evocare i momenti più robusti e sostenuti, nonostante la proposta degli Extinction of Mankind preferisca sempre giocare con i rallentamenti e le atmosfere piuttosto che lasciarsi andare ad assalti furiosi fini a se stessi. “Storm of Resentment” nel complesso è un disco solido e che non mostra cedimenti tirando dritto per la sua strada e con alcune tracce che sembrano non lasciare alcuna speranza di sopravvivenza come Engage the Enemy, After the Screams is the Loudest Silence e la stessa titletrack, tuonanti assalti che lasciano impotenti dinanzi all’orrore di paesaggi desolati evocati dai toni apocalittici che permeano l’intero lavoro.  Certamente non troviamo nulla di nuovo sotto al sole, ma gli Extinction of Mankind dimostrano che nonostante gli anni passino, loro sono ancora in grado governare con maestria il genere regalandoci l’ennesimo ottimo disco di crust punk che ci riporta indietro nel tempo grazie al suo sapore fortemente vecchia scuola. Un’altra tempesta di risentimento per ricordarci che l’umanità, per troppo tempo felice o colpevolmente inconsapevole di sguazzare in un mare di merda, si è autocondannata all’estinzione.

Comunicato Numero Zero

Compagni/e punx rivoluzionari/e, siamo rimasti tranquilli e abbiamo sofferto la violenza del sistema per troppo tempo. Ci attaccano quotidianamente. La nostra risposta sarà violenta ed il problema non è se la rivoluzione sarà violenta o meno. Non subiamo ogni giorno gli orrori della violenza statale e della guerra? La violenza del sistema è ovunque e ci opprime nella nostra vita quotidiana. Lo sfruttamento salariale e le nostre stesse esistenze sacrificate sull’altare del profitto non sono forse, ogni giorno, guerra? Le morti nelle carceri, gli omicidi nei CPR, i morti alle frontiere dell’Europa e nel Mediterraneo non sono forse, ogni giorno, guerra? La devastazione ed il saccheggio degli ecosistemi in nome degli interessi del capitale non sono forse, ogni giorno, guerra? La pacificazione sociale imposta con la repressione brutale e mantenuta con il controllo e la sorveglianza delle nostre vite non è forse, ogni giorno, guerra? Fratelli e sorelle non possiamo delegare il nostro desiderio di iniziare l’offensiva, noi dobbiamo attaccare. Qui e ora.

E ancora una volta saremo pronti a riconoscere gli sconosciuti come amici attraverso le loro azioni. Che si uniscano alla brigata arrabbiata del disastro sonoro dieci donne e uomini animati dalla scintilla della violenza rivoluzionaria abbandonando la lunga agonia della sopravvivenza; da questo momento finiscono i tempi della disperazione e dell’alienazione e inizia finalmente la festa dell’insurrezione. Queste sono parole di rabbia, fratelli e sorelle, compagni e compagne punx, ed è giunto il momento di armarle queste parole. 

E’ da troppo tempo che la rivoluzione bussa alle porte delle nostre città noiose. Lasciamo dunque divampare la gioia di distruggere in modo totale questo mondo che ci distrugge ogni giorno. Non e’ più tempo di parole, non è più tempo di proclami. La gioia armata è ancora nel cuore.

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta, ancora chiusi nella città contaminata e iper-sorvegliata. Finirà mai? Quando annunceranno che tutto questo sarà finito, con proclami gioiosi di ritorno alla normalità, speriamo sia solo la fine della loro pace e l’inizio della nostra, per troppo tempo attesa, vendetta. Senza dimenticare, in tutto questo, cari miei e care mie, signore, punx, compagni, signori compagne, che solo il crust farà da colonna sonora all’insurrezione che verrà. Perchè, mi sembra stupido doverlo ribadire, solo il crust ci salverà. E ancora una volta sono qui a parlarvi di tre dischi e tre gruppi della scena crust punk italiana degli anni Duemila e dell’importanza che hanno avuto per me, visto che purtroppo sono nato troppo tardi per vivermi in prima persona quel periodo storico e quella scena. Tutto quello che scriverò sarà profondamente soggettivo, come lo è stato dal primo giorno in cui decisi di aprire questo blog, anche perchè, per scelta, non sono un critico musicale e soprattutto perchè lascio la triste ambizione di fare il critico musicale a chi in queste sonorità non vede altro che merci alternative da cui trarre profitti.

Partiamo dal 2003, anno in cui viene registrato e dato alle stampe “L’Oblio Copre Ogni Cosa” secondo disco dei Disforia dopo il primitivo demo pubblicato l’anno prima e intitolato “Quattro Frammenti di Orrore Quotidiano”. Un disco, questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, che quando recuperai anni fa mi fece subito pensare di star ascoltando un lavoro seminale per l’allora scena crust punk italiana. E seminale lo fu davvero, visto che stiamo parlando di uno dei primi lavori pubblicati nella penisola caratterizzati da sonorità crust-grind che si rifacevano tanto ai Doom di “War Crimes (Inhumans Beings)” e di “Total Doom” quanto agli Extreme Noise Terror di “A Holocaust in Your Head” e “Phonophobia”, senza abbandonare l’influenza primordiale del d-beat dei Discharge. Il nome stesso scelto dai Disforia sembrerebbe voler richiamare l’influenza dei Discharge utilizzando appunto una parola avente come suffisso “Dis-“, come fatto da infiniti altri gruppi a livello internazionale. Tornando a parlare nello specifico dello splendido “L’Oblio Copre Ogni Cosa”, il disco viene introdotto da un’intro di un minuto e mezzo che ci fa piombare immediatamente nell’oscurità costruendo un’atmosfera dai tratti apocalittici. Ma è con le prime note di “Infermità Mentale” che si viene inghiottiti da una tempesta di devastante grinding d-beat crust punk, un sound aggressivo e brutale che avanza bramoso di distruzione e che non si placherà fin quando di questo mondo non rimarranno che inutili macerie. La proposta dei Disforia appare come attraversata da una ferocia barbara,  da un’odio istintivo e da una esigenza espressiva inarrestabile che trasuda da ogni singola nota di ogni singolo brano presente su questo “L’Oblio Copre Ogni Cosa”. Un disco che non cesserò mai di ritenere fondamentale, quanto meno per l’evoluzione dei miei gusti.

Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai“, secondo disco dei Disprezzo, esce nel 2004 ed è una tempesta di crust punk profondamente radicato nella lezione della scena svedese, sia quella della prima ondata (Anti-Cimex e Avskum) sia quella venuta più tardi (Disfear e Wolfpack), imbastardito con frequenti incursioni in territori black metal. Già dal titolo si può percepire un’atmosfera apocalittica e oscura di amebixiana memoria ed infatti la titletrack, che ci introduce a questo magnifico lavoro, ci travolge immediatamente e senza pietà con una tempesta di furioso e tuonante crust punk impreziosito da riff di matrice black su cui si stagliano imperiosamente vocals infernali e lancinanti. Dieci tracce per un totale di 25 minuti che continuano a diramarsi sulle coordinate di un crust/d-beat di matrice svedese che però sembra intimamente teso ad esplorare gelide ed oscure lande black metal, creando soprattutto attraverso melodie di chitarra e un martellante lavoro dietro le pelli, paesaggi e atmosfere dai toni estremamente cupi ed apocalittici. Le pulsioni (black) metal sembrano animare in profondità il sound dei Disprezzo ed emergono difatti prepotentemente nel riffing e in alcune soluzioni melodiche della chitarra così come negli assoli, riuscendo in questo modo a rendere più variegate le varie tracce in cui ci imbattiamo durante l’ascolto di questo, a mio parere, magnifico “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai”. Il tono apocalittico che attraversa l’intero disco viene evocato in modo perfetto da tracce come “Un Giorno” o “Xx/xx/xxxx”, ottimi esempi di moderno crust punk di scuola svedese in cui il riffing di chitarra e la batteria martellante la fanno da padroni assoluti e travolgono con una furia senza eguali. Inutile continuare a parlare nello specifico di questo o quell’altro brano, perchè “Nel Mio Mondo il Sole Non Sorge Mai” è uno di quei dischi in cui bisogna tuffarcisi a capofitto senza pensarci mezzo secondo, ascoltandolo dall’inizio alla fine senza riprendere mai fiato. E’ un disco assurdo in cui convivono in modo perfetto le pulsioni crust e quelle (black) metal, dunque un disco che, per gusti personali, rimane uno dei migliori pubblicati all’interno della scena punk italiana nei primi anni duemila.

“Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno, siete fuori da confini di ogni legalità, nessuno sulla terra sa che voi siete qui. Per tutto quello che riguarda il mondo voi siete già morti”. Si apre con questo spezzone, tratto probabilmente dal film-capolavoro “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, il bellissimo “Figli della Vostra Catastrofe” dei romani Dirty Power Game, disco che vede anch’esso la luce nel 2004. Il sound dei Dirty Power Game affonda le proprie radici nella lezione seminale di dischi quali “A Holocaust in Your Head” degli Extreme Noise Terror e “Unrest” dei Disrupt, un crust-core/grind in cui si sente ancora tutta l’influenza dell’hardcore punk di wretchediana memoria. “Figli della Vostra Catastrofe” ha una batteria costantemente martellante che alterna ritmi d-beat ad improvvisi e brutali blast beats capaci di riportare alla mente addirittura i seminali Asocial di “How Could Be Hardcore Any Worse?” del 1982. La prima traccia in cui ci imbattiamo è la devastante “Cappio alla Gola”, un furioso assalto di grinding crust-core accompagnato da un testo aggressivo che si scaglia contro la democrazia, le carceri e tutto il nostro mondo, promettendo, come fosse una dichiarazione di guerra scandita da un’alternarsi di vocals tra Nicola e Massimo, che “cresce e avanza la mia voglia di distruggere”. La successiva “Niente”, una feroce aggressione di grind/crust-core in cui si sentono perfettamente gli echi di Doom, Extreme Noise Terror e Disrupt, è sorretta da ritmi d-beat insistenti e brutali che sembrano poter sbriciolare le ossa. Con questo devastante quanto brutale concentrato di grinding-crust punk, un’assalto barbaro e che non mostra il minimo segno di cedimento, i Dirty Power Game non lasciano scampo a niente e nessuno, disseminando dietro di se solamente macerie e rovine.

 

Questi sono solamente altri spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. In questi tempi e in quelli che verranno i padroni e lo Stato hanno paura di possibili rivolte e ribellioni. Ecco allora che dobbiamo essere pronti più che mai per non ritornare a nessuna rassicurante normalità. Per non essere mai più disarmati, armiamo la nostra gioia.

Warcollapse – Deserts of Ash (2019)

L’incubo continua mentre marciamo verso la fine dell’umanità, scivolando in un vortice di disperazione e miseria, mentre vaghiamo nell’oscurità verso un deserto di cenere che si estende senza fine…

A distanza di parecchi anni (ultimo lavoro in studio datato addirittura 2011) a febbraio del 2019 i Warcollapse, nome storico della scena crust svedese ed europea, ci hanno finalmente regalato un nuovo disco intitolato Desert of Ash. Ed è proprio un deserto di cenere quello che ci lasciamo alle spalle dopo esserci addentrati nell’ascolto di queste  cinque tracce di classico d-beat crust punk che si abbatte come una brutale tormenta lasciando dietro di sé solamente morte e distruzione. Desert of Ash è l’ennesimo crust as fuck assalto selvaggio ad opera dei Warcollapse, un gruppo che sembra avere ancora moltissime cartucce di d-beat/crust da sparare contro questo mondo fatto di sfruttamento, orrore quotidiano e oppressione e contro i suoi difensori condannati a morte nel loro apparente quieto vivere. Solo cinque nuove tracce che si assestano su una durata media di due minuti se non contiamo i devastanti ed inaspettati dieci minuti della titletrack posta a chiusura di questo Desert of Ash; cinque tracce che bastano però per trascinarci giù immediatamente in un’oblio dominato dalla disperazione e dalla miseria, accompagnati dal classico crust punk di matrice Warcollapse rivestito ancora una volta da una spessa e impenetrabile corazza metallica. Un brano come “Masspsykos“, una mazzata di d-beat/hardcore crudo e martellante, appare più attuale che mai in questa periodo di terrorismo psicologico ad opera dei media, una traccia dominata per tutta la durata difatti da un’atmosfera paranoica e ossessiva con le solite vocals abrasive di Jalle a farla da padrone assoluto. Ma è invece la conclusiva titletrack il momento più interessante e intenso dell’intero lavoro, con la sua inusuale durata di dieci minuti, con il suo alternare la ferocia selvaggia ad un’atmosfera malinconica e tetra che aumenta la sensazione di sofferenza e disperazione ma sopratutto con il sound dei Warcollapse che sembra naufragare su lidi doom amplificando l’epicità e il tono opprimente ed apocalittico dell’intero brano. In fin dei conti “Desert of Ash” non è altro che é l’ennesima tempesta di tuonante e furioso crust svedese evocata dai Warcollapse e che, ancora una volta, si abbatte senza pietà sulle nostre esistenze rassegnate!

L’incubo nauseante continua mentre noi tutti marciamo verso la fine dove nulla sopravvive, dove dinanzi a noi si estendono solo macerie divorate dal tempo e un deserto di cenere in cui regnano solo desolazione e morte.

 

 

“Shadows of the Past” // Bhopal – Age of Darkness (2010)

Il nostro tempo sembra definitivamente scaduto, l’umanità si trova ormai condannata all’estinzione o alla dannazione eterna. Il buio senza fine cala velocemente su quello che rimane delle nostre vite, mente orde di creature sovrannaturali devote unicamente al culto del caos calano fameliche sulle nostre città. La caccia selvaggia è iniziata… Primitive fiere e sanguinari esseri pagani banchettano tra le macerie del mondo di ieri, mente tuoni e fiamme illuminano il cielo. L’era dell’oscurità è giunta.

Son passati ormai dieci anni dalla pubblicazione di “Age of Darkness“, titolo dell’unico full lenght pubblicato dai Bhopal, gruppo di Alessandria che vedeva tra i suoi membri gentaglia già nota per aver suonato nei Jilted e nei Mortuary Drape. Un disco di cui mi innamorai al primo ascolto e che credo sia stato apprezzato molto meno di quello che meritasse. Un disco inoltre che oggi mi azzardo a definire quasi dimenticato dai più, anche se qualcuno sicuramente smentirà queste mie parole in tempo zero. Per questo motivo, e per il fatto che rappresenta, a mio avviso, uno dei migliori lavori di crust-core/d-beat al contempo melodico e metallico mai partoriti dalla scena italiana, ci tengo a spenderci due parole, inaugurando inoltre in questo modo una sorta di nuova categoria di recensioni chiamata “Shadows of the Past” (prendendo in prestito il titolo del primo capolavoro di death metal finlandese firmato Sentenced) in cui parlerò di dischi usciti in un passato più o meno recente e che, sempre a parer mio, sono stati spesso ingiustamente sottovalutati.

Ricordo perfettamente che anni fa, quando mi imbattei per la prima volta in questo devastante “Age of Darkness”, l’artwork di copertina, enfatizzato dall’utilizzo del bianco-nero, mi portò alla mente, con le dovute proporzioni l’opera Åsgårdsreien del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo, che tutti in realtà conosciamo per esser stata usata da Quorthon sulla copertina del capolavoro “Blood Fire Death” dei suoi Bathory. Il soggetto di questo dipinto è la caccia selvaggia, un tema ricorrente nella mitologia dei popoli germanici e norreni. Tale citazione alla “caccia selvaggia” sembra riproposta proprio sulla copertina di “Age of Darkness” dai Bhopal,  con la presenza per l’appunto di quello che appare sotto le sembianze un dio nordico affiancato da altre due creature sovrannaturali, una dalle fattezze di lupo e l’altra dalle sembianze umane. Tutte e tre sembrano emergere da una tempesta brutale dominata da tuoni e fulmini che sembra prossima ad abbattersi  con violenza barbarica su una città impotente al fine di raderla al suolo, inghiottenda così tutti i mortali che trova sul suo cammino, preannunciando, forse, quell’era dell’oscurità a cui fa riferimento il titolo stesso del disco. Immaginate ora l’ascolto di questo disco come se ci trovassimo ad essere spettatori di un corteo di creature sovrannaturali che dominano il cielo notturno, scatenando tempeste senza fine e facendo calare l’oscurità eterna tra terrificanti grida di guerra e orde di creature barbariche pronte a lasciare solo macerie al loro passaggio.

Mi creda, prima il genere umano scompare dalla terra, meglio è…

È proprio questa citazione tratta dal film “Il Seme della Follia” del maestro Carpenter ad introdurci nel tempestoso viaggio nelle profondità di “Age of Darkness”, prima di lasciarci in balia della furia cieca di “Bike Punk Apocalypse“, vero e proprio assalto di annichilente d-beat/crust che ci fa assaggiare fin da subito tutta la brutalità barbarica che ci travolgerà senza pietà alcuna per tutti i trentacinque minuti di durata del disco. Credo sia superfluo e tedioso spendere parole per parlarvi di questa o quell’altra traccia, perchè ci troviamo dinanzi ad uno di quei lavori che ci inghiottono come una tormenta che non ha intenzione di placarsi e che non ci lascia ne momenti di quiete ne attimi per riprendere fiato. Veniamo difatti immediatamente investiti da una tempesta di crust punk melodico di scuola scandinava che non disdegna continue incursioni in territori death metal, così come e selvaggi assalti in ambienti black, pur sottolineando costantemente che le proprie radici son ben salde nella seminale scena d-beat svedese. Le influenze dei Bophal su questo disco vanno dai Tragedy ai Wolfpack/Wolfbrigade, passando attraverso i primi Martyrdöd, gli Skitsystem e perfino gli Entombed. I Bhopal riescono a modellare una materia iper sfruttata come il crust/d beat di stampo svedese seguendo le loro pulsioni più personali, riuscendo a costruire, attraverso un uso accurato della melodia, momenti di  tensione che attraversano tutte e dieci le tracce e un’atmosfera generale che oscilla per tutta la durata del disco tra toni epici che alla lontana possono ricordare in certi frangenti addirittura i Bathory e echi apocalittici che possono portare alla mente quel brodo primordiale consociuto come stenchcore.

Dopotutto, continuando con i riferimenti alla mitologia, l’essere testimoni di una caccia selvaggia è considerato presagio di catastrofi imminenti e questo “Age of Darkness”  può essere visto come un’ode nichilista alla distruzione più barbarica disegnando paesaggi apocalittici. Che calino presto le tenebre eterne sull’umanità destinata all’estinzione…

 

 

 

 

Adrestia – The Wrath of Euphrates (2019)

MAY THE SUN OF ROJAVA RISE AND NEVER SET. MAY THE SUN OF ROJAVA BURN ITS ENEMIES TO DEATH!

Il vento scandinavo soffia più forte che mai annunciando una tempesta di tuonante d-beat/crust che squarcia il cielo e si abbatte sul terreno con una potenza devastante. Su questa ultima fatica in studio intitolata “The Wrath of Euphrates”, ancora una volta gli Adrestia sintetizzano al meglio l’influenza dei due generi musicali che hanno inciso in modo indelebile il nome della Svezia nel panorama della musica estrema a livello internazionale: la scena d-beat/crust punk da una parte e quella death metal dall’altra. Le vocals stesse ricordano spesso quelle di Thomas Lindberg degli At The Gates, gruppo che senza ombra di dubbio ha influenzato in profondità il sound degli Adrestia soprattutto nei passaggi più melodici, mentre nei momenti prettamente crust/d-beat si può sentire in egual misura l’eco dei Martyrdod, dei Wolfpack/Wolfbrigade e dei Disfear. Il legame intimo con la prima scena d-beat svedese è sottolineato invece dalla presenza di Tomas Jonsson degli Anti-Cimex che presta la sua voce nella traccia “The Message”. 

Al di là della mera questione musicale, ciò che rende veramente interessante un disco come “The Wrath of Euprhates” è però il concept lirico che ne sta alla base e che denota una netta presa di posizione politica degli Adrestia, i quali non nascondono il loro schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione sociale del Rojava fondata su tre punti fondamentali: il confederalismo democratico, l’ecologia politica e la lotta di emancipazione femminista. Questa ispirazione lirico-politico e questa presa di posizione erano state già affrontate dal gruppo svedese sul precedente “The Art of Modern Warfare” e avevano spinto gli Adrestia a far parte fin da subito di una rete di supporto alla rivoluzione del Rojava, nata qualche anno fa all’interno della scena punk internazionale e chiamata appunto “Punks for Rojava” (troviamo una traccia omonima proprio su questo nuovo disco). Anche a livello estetico l’immaginario legato al Rojava, alle milizie armate delle YPG e delle YPJ perme l’intera proposta degli Adrestia, a partire dall’artwork di copertina in cui è raffigurato il volto di una combattente rivoluzionaria delle YPJ, divenuto ormai fin troppo iconico. Infine, il titolo stesso del disco riprende direttamente il nome dato ad un’operazione militare guidata dalle Forze Democratiche Siriane contro Daesh per riconquistare la città di Raqqa.

È profondo il legame che intercorre tra gli Adrestia e la rivoluzione avvenuta nella Siria del Nord e in cantoni e città come Afrin o Kobane e va ricercato, sopratutto, stando alle parole del gruppo, nel notare elementi di estrema somiglianza e vicinanza tra il progetto sociale e politico del Rojava e gli ideali che fondano il modo di vedere, intendere e vivere la scena hardcore/punk del gruppo , mutuo svedese. Solidarietà appoggio, collaborazione, autogestione, antifascismo, antisessismo e antirazzismo non sono parole vuote, ma pratiche quotidiane e concrete che vivono tanto in un contesto rivoluzionario come quello del Rojava quanto all’interno della scena punk hardcore internazionale e dentro molti percorsi di lotta in cui i e le punx sono attivi/e, dalle occupazioni abitative alle questioni anti-carcerarie. Sempre affidandoci alle parole degli Adrestia, “The Wrath of Euphrates” rappresenta dunque un vero e proprio omaggio non solo alla resistenza e alla lotta delle YPG e delle YPJ nella Siria del Nord, ma anche a chiunque combatte quotidianamente e in modo concreto per cercare di debellare piaghe come le guerre imperialiste, la misoginia, il razzismo, il fascismo e la distruzione dell’ecosistema.

Tornando brevemente a parlare nello specifico del lato musicale, l’ibrido crust punk/death metal tutto in salsa svedese è attraversato da un’irruenza devastante e una bellicositá a tratti selvaggia nella formula degli Adrestia, che certamente non inventano nulla di nuovo ma suonano con passione, convinzione e attitudine regalandoci quaranta minuti furiosi dominati tanto da un’aggressività cieca dai tratti crust-core quanto da momenti melodici di scuola At The Gates/Martyrdöd.

The Wrath of Euphrates” è l’ennesimo rabbioso grido di lotta degli Adrestia, un disco intenso, sia dal punto di vista meramente musicale sia a livello politico, con cui gli svedesi ribadiscono l’importanza per loro di schierarsi in solidarietà e complicità con la rivoluzione confederale, femminista ed ecologica che resiste ancora oggi, nonostante i diversi tentativi, ultimi in ordine di tempo quelli ad opera della Turchia del fascista Erdogan, di affossare questa esperienza rivoluzionaria, in Rojava! Quando sulle barricate incroceremo lo sguardo degli Adrestia, quando le fiamme della rivoluzione incendieranno questo mondo affinché ne rimangano solo macerie, risuoneranno certamente le note di questo “The Wrath of Euphrates”. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. Biji Rojava, Biji Adrestia!

 

Ahna – Crimson Dawn (2020)

Mentre il regno della follia viene inghiottito da un’oscurità senza fine, gli Ahna si abbattono come un vortice di caos e distruzione su un campo di battaglia che non conosce alcuna legge. 

La British Columbia, regione canadese che si affaccia sull’Oceano Pacifico, nel corso degli anni ha dimostrato di essere terreno estremamente fertile per il proliferare di progetti devoti a sonorità crust punk di ogni sorta, da quelle più vicine al grind dei Massgrave a quelle che esondavano su territori black metal come gli indimenticabili Iskra e i più recenti Storm of Sedition. Dieci anni dopo il loro primo full lenght, ma solamente a cinque anni di distanza dal bellissimo Ep “Perpetual Warfare“, come un fulmine che squarcia improvvisamente la quiete preannunciando una notte di devastante tempesta, gli Ahna, nome storico della scena crust della British Columbia, ritornano con questo nuovissimo e inaspettato disco intitolato “Crimson Dawn“! Ai tempi del primo omonimo full lenght, gli Ahna ci avevano proposto un sound crust punk fortemente influenzato e imbastardito con le frange più estreme del metal, death in primis, e nelle sette tracce che compongono “Crimson Dawn” , il gruppo  torna a riproporre una formula sempre vincente: death metal di tradizione svedese, Bolt Thrower, Sacrilege, Axegrinder e Hellbastard si uniscono in questa bomba di death-crust selvaggio e dal sapore fortemente old school.

Il disco di apre con “Run for your Life”, pezzo che evoca in modo inconfondibile i Sacrilege di quel capolavoro che è “Realms of Madness“, un’assalto che sta in bilico tra sfuriate crust e cavalcate propriamente thrash metal e che può riportare alla mente anche gli Hellbastard di “Heading for Internal Darkness”, con la voce della batterista Anju a ricordare proprio quella di Lynda dei Sacrilege. Nella successiva “In Death’s Grip” sembra invece di imbattersi in una versione swedish death dei Bolt Thrower e in un sound che può essere descritto solamente come se, in un universo parallelo, il seminale “In Battle There’s No Law” fosse stato registrato in terra svedese durante una jam insieme ai Grave e agli Unleashed. In questi due primi brani di “Crimson Dawn” possiamo subito notare l’alternarsi di due voci, quella di Anju più urlata sullo stile dei Sacrilege (influenza onnipresente in tutte e sette le tracce) e quella del chitarrista Graham invece decisamente più growl e corrosiva, due stili che però finiscono per non convergere mai all’interno di una stessa traccia. Bellissimo anche un pezzo come “Sick Waste” aperto dall’urlo di Anju che sembra preannunciare l’inizio dell’assalto selvaggio. Assalto selvaggio che non si fa chiaramente aspettare travolgendoci in un vortice fatto di riff thrash metal serratissimi, quasi a lambire territori proto-death, e da ritmi di batteria martellanti che sembrano potere e volere frantumare qualsiasi cosa si trovi sul loro cammino. Un pezzo che potremmo definire come la perfetta sintesi di quanto fatto dagli Hellbastard su “Heading for Internal Darkness” e i già citati Bolt Thrower di “In Battle There Is No Law”. Nel complesso tutte e sette le tracce sono come attraversate da una furia selvaggia e caratterizzate da un’atteggiamento fortemente bellicoso, come a non voler lasciare nessuna possibilità di sopravvivenza una volta che ci si è addentrati tra la devastazione e la brutalità di questo “Crimson Dawn”. È dunque un sound bestiale e famelico quello che gli Ahna ci propongono oggi, sonorità che rievocano volutamente un periodo storico in cui le contaminazioni tra la scena punk e quella del metal estremo diedero origine a quel brodo primordiale che ha portato alla nascita di quello che noi oggi conosciamo come crust punk. “Crimson Dawn” risulta essere quindi un ottimo disco in cui l’anima più crust e quella più death trovano il loro terreno ideale per regnare incontrastati nella distruzione e nel caos più selvaggio, sottolineando l’immortalità di cui sembrano godere certe sonorità ancora oggi. Gli Ahna cantano la morte ed è… tempo di massacro!

Comunicato Senza Numero

Fratelli e sorelle, quali sono i vostri reali desideri? Divenire gli sbirri di voi stessi e dei vostri vicini di casa? Auspicare un ritorno alla normalità dello sfruttamento e dell’oppressione salariale? Oppure forse minare questo esistente, farlo saltare e bruciarlo? Questa vita, che il capitalismo troppo spesso ci porta ad odiare, può essere bella, ricordiamocelo. Questo mondo, è vero, ci fa talmente schifo che l’unica posizione prendiamo è quella di una sua possibile e totale sovversione. Non chiediamo una vita migliore, nemmeno speriamo in un ritorno alla normalità di un esistente fatto di quotidiano sfruttamento, oppressione e repressione, bensì costruiamo già qui e ora una vita radicalmente diversa. Per fare in modo di non esser mai più sommersi dalla quotidianità, dalla noia, dall’arrendevolezza, occorre scuotersi e cercare complicità e affinità attorno a noi.
Accorgiamoci della noia, della monotonia, della merda che ci circonda, ed attacchiamo. Qui. Ora. E gioiamo, di quegli istanti di rivolta, di quegli istanti di vita veramente vissuti. Fratelli e sorelle dunque cerchiamo complici con cui disertare la quotidianità, sovvertire il quieto vivere, minare l’esistente. Complici con cui cospirare, convertire le parole in fuoco, insorgere.

Fratelli e sorelle il futuro è nostro. Le fiamme della nostra gioia divamperanno tra le macerie di questo mondo e illumineranno la notte. Contro l’oppressione, la vita. Per la vita, l’insurrezione. 

La Brigata Arrabbiata del Disastro Sonoro

Data sconosciuta. Ancora qui chiusi in una città quarantenata come una tigre in gabbia. Non so come chiamarvi. Signore, punx, compagni, signori compagne, insomma non lo so. Ma voglio ricordare inseme a voi una serie di questioni fondamentali:

  •  uccidere lo sbirro che abita nella vostra testa è cosa buona e giusta
  •  lo Stato ha bisogno di te? Bene, fottilo.
  •  solidarietà e complicità non son solo parole vuote, ma una pratica quotidiana.
  •  la repressione non è il nostro vaccino
  •  la normalità era il problema, quindi nessun auspicabile ritorno ad essa
  •  i responsabili hanno un nome, un cognome ed un indirizzo. Dovrebbero pagare caro e pagare tutto.
  •  solo il crust ci salverà…

Ed è proprio da quest’ultimo punto che voglio far partire il seguente articolo e prenderlo come spunto per introdurre l’argomento delle prossime righe: una breve primo viaggio alla riscoperta di una (totalmente arbitraria) manciata di dischi seminali per la scena anarcho punk e crust italiana del primo decennio degli anni Duemila. Perchè non c’è niente di meglio del crust punk da ascoltare in questi giorni di quarantena forzata e di emergenza socio-economica e sanitaria. Perchè solo il crust ci salverà. I dischi, e di conseguenza i gruppi, di cui vi parlerò sono scelti in base all’importanza che hanno rivestito nel corso degli anni anzitutto nella mia formazione politica e per la mia scoperta e e di conseguenza iniziazione al crust punk italiano ormai datata parecchi anni fa.

Partiamo dal primo, a livello cronologico, di questi lavori, e probabilmente da quello che può essere considerato a tutti gli effetti seminale per quanto riguarda l’intera scena anarco punk e crust della penisola nel primo decennio degli anni duemila. Il gruppo in questione proveniva da Benevento, rispondeva al nome di Tetano e nel 2005 registra e pubblica un disco intitolato “Di Stato si Muore” che ho sempre ritenuto, almeno personalmente, di seminale importanza per la mia iniziazione all’ Anarco/Crust italiano, un disco attraversato da un’aggressivitá selvaggia e da un’irruenza espressiva inarrestabile. Dato che all’uscita di questo dico avevo praticamente dieci anni, ho potuto riscoprirlo ed apprezzarne l’importanza solamente parecchi anni dopo ma posso ammettere che fu amore al primo ascolto. Con un suono che da una parte sintetizzava, tanto a livello di sonorità quanto sul lato delle tematiche trattate, la lezione primordiale del hardcore punk di matrice anarchica dei Wretched di “Finirà Mai?” e degli Eu’s Arse del capolavoro “Lo Stato Ha Bisogno di Te? Fottilo!”, mentre dall’altra affondava le proprie radici nell’anarcho punk britannico dei primissimi Crass e nel crust a la Doom, “Di Stato si Muore” è un lavoro estremamente grezzo, che mette dinanzi a tutto l’irruenza espressiva e la rabbia più feroce. Il disco, completamente autoprodotto, e la musica punk nell’ottica dei Tetano non erano altro che mezzi per diffondere il loro messaggio anarchico contro lo Stato e la sua repressione, contro il Capitalismo e lo sfruttamento e contro l’oppressione quotidiana, tematiche realmente sentite da chiunque di noi che si oppone e lotta concretamente contro questo sistema e non solo slogan vuoti e innocui da urlare dentro ad un microfono. Il punk dunque come strumento di comunicazione di idee, esperienze e pratiche antagoniste alla società dello Stato e del Capitale, ovvero una minaccia per questo esistente. “Di Stato si Muore” si apre con la voce di Riccardo che fa venire la pelle d’oca ancora oggi a distanza di anni impegnata a recitare un pezzo tratto, a quanto ricordo, da “Ripartire dall’anarchia” scritto da Sean M. Sheehan. L’intro parlato lascia poi spazio all’aggressività selvaggia e istintiva della titletrack, uno dei pezzi più belli mai scritti in tutto l’hardcore punk italiano a parer mio, accompagnato da un testo che ricorda le vittime della repressone statale (da Pinelli a Carlo Giuliani) così come le morti causate dalle guerre imperialiste o le morti sul lavoro. Un testo che ribadisce un concetto che dovrebbe essere impresso in chiunque continua ad organizzarsi per attaccare questo mondo, ovvero che di Stato si continuerà a morire fino a quando esisterà. E che Stato significa guerra quotidiana. Le tredici tracce che compongono questo “Di Stato si Muore” toccano le classiche tematiche trattate dall’anarcho punk. Infatti possiamo trovare tracce antimilitariste e di attacco alla guerra imperialista come “Nassyria” o “Giochiamo alla Guerra”, altre in cui si attaccano il nazionalismo e il patriottismo (“Fottuta Patria”), altre ancora che prendono posizione netta contro il carcere (di cui vogliamo vedere solo macere il più presto possibile) nella quinta traccia intitolata per l’appunto “Galere”. C’è spazio anche per uno dei miei pezzi preferiti in assoluto registrato dai Tetano, ovvero “Comunicato n.7″ che fin dal titolo e dallo stile in cui è scritto il testo vuole richiamare l’Angry Brigade, gruppo armato rivoluzionario anarchico attivo nel Regno Unito agli inizi degli anni ’70. Ultima cosa che ci tengo a sottolineare sono alcune righe che accompagnano la copia fisica del disco in cui i Tetano evidenziano l’importanza dell’autoproduzione come pratica politica per diffondere il proprio messaggio anarchico, mandando a fare in culo il profitto e la mercificazione delle forme di espressione e comunicazione ma sopratutto l’industria discografica, la SIAE e tutti quei gruppi che utilizzano l’autoproduzione solamente come trampolino di lancio per un contratto o il successo.

A distanza di un anno dalla pubblicazione del seminale “Di Stato si Muore”, un gruppo sardo conosciuto all’epoca col nome di Quarto Potere (ispirato dall’omonimo lungometraggio del 1941 diretto da Orson Wells) registra e da alle stampe la sua prima fatica in studio dal titolo “Incubo Senza Fine”. Il sound dei Quarto Potere su questo primo lavoro è ancora pesantemente influenzato dalla lezione di gruppi seminali della scena punk ottantiana italiana come i Wretched o gli Eu’s Arse, anche se emergono le influenze di gruppi d-beat quali Discharge o Varukers e vaghi richiami crust principalmente nei riff. La voce di Roberto è ancora legata all’hardcore punk di wretchediana memoria e non si è ancora lasciata andare del tutto a quel growl (in senso lato) abrasivo e marcio che caratterizzerà la proposta dei Quarto Potere più avanti. “Incubo Senza Fine” presenta sette tracce a cui sommano una breve intro dalle sonorità abbastanza crust e la cover di “Vaffanculo” dei Blue Vomit posta a chiusura del disco. Le tracce che ho apprezzato maggiormente nel corso degli anni sono state sicuramente “Contro le Carceri”, “Jiad” e “Vivisezione” (traccia nella quale si sentono primi echi crust anche nelle vocals), tripletta che compone la parte centrale dell’intero lavoro e che probabilmente tocca il punto più alto dell’irruenza espressiva e dell’aggressività trasmesse su questo primo lavoro dai Quarto Potere. Ancora acerbi rispetto al sound che svilupparono pochi anni dopo questo esordio, ma accompagnati da una ferocia selvaggia e da un istintiva bellicosità che bastano e avanzano per rendere “Incubo Senza Fine” un  ottimo disco di anarco punk.

 

Intanto nel 2007 vede la luce “Sic Transit Gloria Mundi” , primo disco degli Olim Palus , gruppo proveniente da Latina che definiva le propria sonorità come apocalyptic d-beat crust. Quattordici minuti suddivisi per quattro tracce a cui si somma la cover di “Stop the Slaughter” degli svedesi Mob47. E non è un caso la scelta di coverizzare un pezzo dei Mob47 visto che il sound degli Olim Palus affondava le proprie radici in profondità nella scena d-beat/crust svedese della prima metà degli anni ’80 e nel solco scavato a suo tempo da Ep fondamentali quali “Crucified by the System”, “Victims of a Bomb Raid” o “Karnvapen Attack”. Questa primissima fatica in casa Olim Palus si apre con il giro di basso che introduce la prima traccia “Fahrenheit 451”, un perfetto episodio di d-beat/crust punk accompagnato da una voce abrasiva e da una batteria martellante. nonchè da un ritornello che entra subito in testa. I ritmi, soprattutto della chitarra e della batteria, son praticamente sempre molto sostenuti e quasi mai si lasciano andare a rallentamenti. E’ sicuramente nella terza traccia “Massacro Fantasma” che si tocca il culmine di aggressività e ferocia, tanto a livello strumentale quanto a livello di vocals, un’alternanza di voci, una più urlata e abrasiva e una più brutale e tendente al growl. Nel complesso questo “Sic Transit Gloria Mundi” è un ottimo lavoro di impetuoso d-beat/crust di matrice svedese capace per quattordici minuti di sviscerare tematiche sempre attuali come la brutalità della guerra imperialista (“Massacro Fantasma“), l’alienazione e l’apatia generate da questo sistema che schiacciano gli esseri umani (“Indottrinamento del Subconscio“) e un serrato attacco all’idea di progresso, tipica del mondo occidentale, fondata sullo sfruttamento e la distruzione (“Evoluzione?”).

Olim Palus

Nel 2008 i Tetano e i Quarto Potere mettono insieme le loro forze e ci regalano uno degli split a cui sono più affezionato, uno dei dischi a mio parer più intensi e importanti di tutta la scena anarco/crust punk italiana. Lo copia fisica dello split è assurda da tenere tra le mani. Inoltre nella parte del bootleg occupata dai Tetano, il gruppo beneventino ci tiene a ringraziare tutti quei compagni e compagne che hanno incontrato sulla strada che porta all’emancipazione sociale e verso un mondo di libertà ed uguaglianza, mentre in quella dedicata ai Quarto Potere, il gruppo sardo ha voluto dedicare un saluto e un abbraccio a tutti/e i/le compagni/e detenuti nelle prigioni di stato. Altro punto che trovo interessante è l’estratto di una dichiarazione dell’anarchico Ravachol tenuta in tribunale davanti ai giudici che lo accusavano di omicidio. Ci tengo a sottolineare tutti questi particolari per evidenziare come ciò che animava i due gruppi andava ben al di là della musica e che il punk fungeva come mezzo per diffondere solidarietà, sperimentare l’autogestione e attaccare un’esistente oppressivo fondato sulla repressione statale e sullo sfruttamento lavorativo. Il punk visto come mezzo, come minaccia, mai come fine. Il punk che non è solo musica, ma un attacco totale a questo mondo, per abbattere lo Stato e distruggere il capitalismo. Tornando sul lato prettamente “musicale” lo split è composto da cinque tracce per i Quarto Potere e tre per quanto riguarda i Tetano. Il sound dei Tetano rimane fortemente ancorato ad un anarcho punk primitivo che però sfocia spesso in territori propriamente crust più aggressivi e brutali. In “Odio la Polizia”, traccia che apre il lato dello split del gruppo campano, i nostri ribadiscono un concetto chiaro e semplice: le forze dell’ordine sono il braccio armato della classe padronale e difendono dunque la giustizia e gli interessi della borghesia. Ma è la successiva “Violenza/Non Violenza” la traccia che ho sempre apprezzato maggiormente dei Tetano su questo lavoro, sia a livello di sound quanto e sopratutto a livello lirico. Difatti nel testo i Tetano cercano di trattare l’annosa questione violenza/non violenza, arrivando giustamente a sostenere che l’unica violenza giusta e necessaria è quella rivoluzionaria per abbattere lo Stato ed il Capitale. E non possono che trovarmi estremamente d’accordo.

Il lato dello split occupato dai Quarto Potere è devastante sotto tutti i punti di vista. A livello di sonorità il gruppo sardo ha virato verso lidi propriamente crust-core, un sound che rispetto all’esordio si è fatto più brutale e ruvido, influenzato ancora pesantemente dai Wretched e dai Discharge ma sopratutto dai Doom e dagli Anti-Cimex. L’influenza wretchediana emerge prepotentemente nella seconda traccia “10,100,1000 Nassirya”, mentre l’iniziale “Hiroshima” risente molto l’influenza di un certo crust-core. Ricordo che quando ascoltai per la primissima volta questo split mi innamorai immediatamente di “Hiroshima”, traccia che ritengo ancora oggi essere una delle migliori mai scritte dai Quarto Potere. Le tematiche trattate sono quelle classiche del genere: dall’aspra critica della guerra imperialista mascherata da “operazione di pace” o peggio da “intervento umanitario” nella conclusiva “Guerra di Pace”, alla presa di posizione antimilitarista nelle due tracce di cui ho parlato poco sopra, passando per la critica del copyright e della mercificazione delle forme di espressione-comunicazione e proponendo come unica alternativa pratica e politica, in un’ottica di anti-mercificazione e di rifiuto del profitto, l’autoproduzione e l’etica diy. Ed è proprio parlando di autoproduzione, pratica che tengo molto a cuore e che anima fin dal primo giorno Disastro Sonoro, che voglio concludere questo paragrafo dedicato allo splendido split tra i Tetano e i Quarto Potere. Citando direttamente le parole scritte dai Quarto Potere nel bootleg che accompagna lo split: “In una società in cui orma si tenta di ridurre a semplice merce e di consacrare al dio profitto anche la più irrilevante delle forme di espressione-comunicazione, l’autoproduzione viene ad acquistare un suo preciso significato quale ultima (e forse unica) strada da percorrere per riappropriarci di tutto ciò che veniamo a creare ogni giorno in quanto individui pensanti. Il rifiuto di un’ottica puramente commerciale e di mercificazione delle nostre espressioni, è alla base di una genuina scelta di autoproduzione e anche un elemento che conferisce a quest’ultima un suo incisivo valore politico…”. 

Ci avviamo alla conclusione di questo viaggio negli abissi della scena anarcho/crust punk della prima metà degli anni Duemila giungendo al 2010, anno in cui viene pubblicato un’altro split assurdo tra i Quarto Potere e gli Olim Palus intitolato 1184-2010″, split che ha potuto vedere la luce solamente grazie alla collaborazione di numerose etichette indipendenti, dimostrando come la solidarietà, all’interno di un certo modo di intendere la musica punk, sia una pratica messa in atto realmente nel quotidiano. Quattro tracce portano la firma dei Quarto Potere mentre solo una quella degli Olim Palus, la splendida “Convertiamo le Parole in Fuoco”, una dichiarazione di guerra a questo mondo, un’invito all’azione diretta e ad armare le parole contro un’esistente fatto di sfruttamento e oppressione. I Quarto Potere, partiti ai tempi di “Incubo Senza Fine” con un sound ancora pesantemente influenzato dai Wretched, giungono finalmente su questo split a sonorità che potrei definire senza troppi problemi crust-core a la Doom con un growl onnipresente e brutale. Un’evoluzione (se così possiamo chiamarla) di cui si intravedevano segnali già sullo splendido split con i Tetano. Aprono le danze di guerra i Quarto Potere con una breve intro in cui viene ripresa una citazione di “V per Vendetta“, salvo poi lasciare ad un giro di basso da brividi il compito di introdurre la prima traccia “Terrore”, un minuto di violento crust-core tritaossa su cui spicca il growl cavernoso di Robi. Tutte e quattro le tracce dei Quarto Potere presenti su questo magnifico split sembrano dipingere, non solo a livello lirico, un’atmosfera e uno scenario profondamente post-apocalittico e privo di speranze di sopravvivenza, come sottolineato da una traccia come “Nessuna Speranza di Vita”. Passando all’unico brano degli Olim Palus, “Convertiamo le Parole in Fuoco” è uno dei pezzi più belli di tutta la scena d-beat e crust punk italiana. Le sonorità del gruppo di Latina sono ancora legate alla scuola crust svedese di Avskum, Anti-Cimex e qualcosa dei primissimi Wolfpack sopratutto per un certo gusto nel riffing e nelle melodie e inoltre il brano è attraversato da un’intensità e da una aggressività senza eguali. Ho i brividi ancora oggi ogni volta che le voci di Matteo e Emanuele urlano ripetutamente “convertiamo le parole in fuoco”. Giungendo a conclusione definitiva non solo di questo paragrafo ma anche di tutto questo articolo, ci tengo a sottolineare probabilmente la nota più importante che accompagnava la pubblicazione dello split tra Quarto Potere e Olim Palus, ossia la volontà di dedicare il lavoro ai compagni sotto processo per i fatti del G8 di Genova, come a voler ribadire ancora una volta che il punk (in tutte le sue forme) non può essere solo musica ma anzi mezzo per diffondere ed esprimere solidarietà e complicità e minaccia per farla finita una volta per tutte con questo esistente votato allo sfruttamento, alla repressione e all’oppressione delle nostre vite in nome del profitto.

Questi sono solamente alcuni spunti che ritengo validi e interessanti per la lotta dei/delle punx rivoluzionari/e destinati ad essere discussi, corretti e soprattutto messi in pratica senza perdere tempo. Perché non è più tempo della parola mormorata a fior di labbra, bensì è giunta l’ora di armare questi fiumi di parole che ci ostiniamo a scrivere, ad urlare in un microfono o peggio a soffocare nello sconforto delle nostre gole. Per non essere mai più disarmati, convertiamo le parole in fuoco.