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Dead to a Dying World – Elegy (2019)

 

Stando alle parole stesse degli A Dead to a Dying World questo terzo lavoro in studio intitolato “Elegy vuole essere una sorta di premonizione di un mondo post-umano attraverso l’esplorazione di sensazioni come la perdita, lo smarrimento e il dolore. Avventurarsi nell’ascolto delle sei composizioni che compongono “Elegy” assume presto le sembianze di un’esperienza di un viaggiatore solitario che vaga in un mondo sopravvissuto alla catastrofe ambientale e che all’orizzonte vede sorgere l’alba di una nuova era ecologica. Un po’ come il famoso viandante sul mare di nebbia, la sensazione di estasi dinanzi alla magnificenza e al sublime della natura ci travolgerà nel corso dei sei brani e ci troveremo a contemplare la maestosità dei paesaggi dipinti ed evocati dalla polimorfa musica suonata dai Dead to a Dying World, una musica in costante tensione tra la quiete e la tempesta, nonchè un disco che vive di contrasti e sfumature, di atmosfere malinconiche e di disperati e tumultuosi assalti dal sapore black metal. “Elegy” dei Dead to a Dying World, in qualsiasi modo lo si voglia leggere o interpretare, è una perla di rara bellezza all’interno del panorama musicale estremo odierno. Ma cerchiamo di andare con ordine e di orientarci in questo turbinio di emozioni e suoni cangianti.

L’intero lavoro prende dunque la forma di una riflessione profonda della relazione tra l’uomo e la natura, esplorando tale rapporto nel passato, nel presente e sopratutto nell’imminente futuro. Inoltre “Elegy” è connotato da una forte impronta ecologista, trattando la questione della devastazione ambientale e dell’antropocene che ha già segnato l’inizio della sesta estinzione attraverso un’ottica che vede come responsabile della catastrofe ecologica che stiamo attraversando e che si annuncia ancora più terribile nel futuro più prossimo, la fame di profitto e di risorse naturali dell’economica capitalista.

Il sound dei texani Dead to a Dying World (che loro stessi definiscono elemental dark metal) è come un dipinto ad acquerello, in cui le varie tonalità e sfumature di colore si mescolano e contaminano senza però mai perdere completamente la loro identità. Così accade per le differenti anime che attraversano le sei composizioni sontuose di questo “Elegy”, costantemente in tensione verso burrascosi momenti black metal e passaggi in cui vengono dipinti in maniera epica momenti di calma apparente o di quiete sognante grazie a intermezzi ambientali e atmosferici, il tutto comunque dominato da una profonda e intima venatura malinconica sempre presente nel sound dei nostri. Nel corso dell’album ci imbattiamo anche in melodie e arpeggi di natura post-rock che conferiscono un’ulteriore e personale sfumatura all’insieme, così come passaggi ambient o altri ancora contraddistinti da sonorità folk tese verso paesaggi a metà strada tra toni sublimi ed epici e tensioni apocalittiche. Infine impossibile non venire ammaliati dalle melodie malinconiche ma al tempo stesso sognanti create con maestria dalla viola (suonata da Eva Vonne) che tolgono letteralmente il fiato per quanto riescono ad essere evocative, trasmettendo sensazioni di labile calma e di nostalgica rassegnazione dinanzi alla presa di coscienza della maestosità della natura e della finitezza dell’essere umano.

Le vocals che principalmente si alternano tra una femminile (Heidi Moore) e una maschile (Mike Yeager), che vengono supportate su questo album dalla presenza di ospiti del calibro di Jarboe o Thor Harris (entrambi ex Swans) tra gli altri, enfatizzano tutto quello che abbiamo detto finora sul sound dei Dead to a Dying World grazie alla loro interpretazione profondamente evocativa nei momenti di quiete, così come prontamente lancinanti quando si lasciano andare ad uno screaming sofferente per accompagnare gli assalti black metal.

Le sei composizioni sono ben bilanciate, alternandosi tra tracce dalla lunga durata (tutte superiori ai dieci minuti) e monolitiche nella loro evoluzione e intensi quanto brevi intermezzi finalizzati a smorzare la tensione generale dell’album e a concedere oscuri momenti di quiete. Il primo di questi intermezzi è rappresentato da “Syzygy“, brano posto ad introduzione del disco, una litania dalle tinte scure e in cui fa subito capolinea la vena malinconica che contraddistingue la proposta dei Dead to a Dying World, enfatizzata dall’interpretazione evocativa delle vocals ad opera di Mike. La successiva “The Seer’s Embrace” irrompe improvvisamente come una tuonante tempesta in cui la voce di Mike si alterna tra growl cavernosi e un sofferto screaming black metal e con le melodie della viola a sottolineare nuovamente l’atmosfera malinconica. L’intero lavoro si dirama, come già detto, su queste due strade, una tesa verso l’esplosione di burrasche e tormente che sembrano non aver fine e l’altra che cede al richiamo intimo di una tranquillità effimera quanto sognante.

In modo simile all’esperienza avuta con lo splendido “Sequestered Sympathy “ degli Exulansis, l’ascolto di questo “Elegy” trasmette sensazioni degne del romanticismo artistico e letterario, evocando quella reazione di inquietudine e stupore dell’uomo che si trova a contemplare estasiato la sublime maestosità (tanto affascinante quanto brutale) della natura,  prendendo consapevolezza del suo essere finito e insignificante di fronte alla magnificenza dei paesaggi naturali che si distendono infiniti davanti ai suoi occhi increduli. È infatti un disco che a partire dal bellissimo artwork di copertina permette di viaggiare con la mente, facendoci immaginare di star percorrendo paesaggi montani che svettano imperiosi avvolti dalle nuvole, foreste primigenie dominate da forze ed entità naturali o sulla cima di scogliere a strapiombo su un oceano agitato che ruggisce riecheggiando nel vento, preannunciando una tempesta senza fine e che non lascerà scampo.

Gli stessi colori e sfumature che dominano l’artwork di copertina richiamano, a mio avviso, le differenti pulsioni e le molteplici tensioni che attraversano e animano la musica dei Dead to a Dying World, dalle melodie degli archi che sottolineano i momenti più malinconici e decadenti, alle sfuriate di chitarra con il riffing sempre serratissimo ad enfatizzare le brevi quanto letali incursioni in territori (post) black metal accomunabili ai Wolves In The Throne Room o agli ultimi Downfall of Gaia , il tutto ritornando sempre a quel porto sicuro rappresentato da un muro sonoro che si dirama lungo cordinate doom-sludge e in cui i rallentamenti, le atmosfere, i momenti ambientali e le divagazioni folk la fanno da padroni assoluti.

Giunti ormai alla conclusione di questa “recensione”-viaggio, Il solitario viandante che si imbatte nella musica di“Elegy” sarà dunque improvvisamente assalito da uno stato d’animo di completa estasi e di vaga inquietudine dinanzi  alla magnificenza e ai sublimi paesaggi dipinti dalla musica dei Dead to a Dying World. Un album di una bellezza e di una sensibilità rarissime e certamente tra i migliori pubblicati lo scorso anno, un’esperienza intensa in costante tensione tra momenti di quiete effimera e improvvise quanto ruggenti tempeste che travolgono senza pietà.

Sator – Scorching Sunlight (2019)

Ho già avuto modo di parlare dei genovesi Sator e della loro opprimente e a tratti psichedelica ricetta di doom/sludge metal su queste pagine ai tempi di “Ordeal“, disco rilasciato nel 2017.  Sono molto contento di tornare a parlare di loro in occasione della recente uscita della loro ultima fatica in studio intitolata “Scorching Sunlight”. Le influenze che compongono il muro di suono costruito dai nostri vanno ancora una volta ricercate nelle sonorità di gruppi come gli Eyehategod, gli YOB, i Saint Virus, giungendo ad assorbire sia i toni apocalittici dei Neurosis che la rabbia hardcore dei Black Flag.

La copertina ad opera della fantastica Valeria Desa (autrice anche del logo al sapore di black metal di Disastro Sonoro) è perfettamente esplicativa del vortice di sensazioni che ci inghiottite appena ci addentriamo nell’ascolto di quest’ora di asfissiante doom/sludge metal. È come essere in balia di un mare in burrasca mentre cala un’oscurità impenetrabile, tra anime dannate che si dimenano per rimanere a galla e mani che emergono in superficie cercando di catturarci per trascinarci giù negli abissi senza luce né salvezza, nelle profondità più recondite del nostro inconscio in cui la musica dei Sator risveglia angoscie, paure e mostri pronti a divorarci la psiche.

Stando alle parole dei genovesi Sator, l’idea da cui prende vita l’intero comparto lirico della titletrack “Scorching Sunlight” ha preso forma durante un viaggio in Islanda, una terra in cui si è immersi nella natura più selvaggia e primordiale. La disillusa presa di coscienza di quanto sia insignificante l’essere umano dinanzi tanto alla maestosità quanto alla brutalità della natura, così come l’apparentemente inevitabile destino di un’umanità che si è condannata a all’estinzione, prendono vita sotto forma di un devastante ibrido di opprimente e lacerante sludge metal e rallentamenti doom metal che contraddistinguono la mezz’ora della titletrack, nonché traccia con cui inizia il nostro viaggio in questo “Scorching Sunlight”. Una maestosa esperienza in cui ci troviamo a dover fare i conti con momenti e sensazioni contrastanti, dai rarefatti momenti di quiete ai continui ed improvvisi moti tempestosi che dominano l’intera struttura del brano, piombando in un vortice di generale smarrimento e totale impotenza. Il tutto è accompagnato e scandito dalle lancinanti vocals di Valerio che prendono le sembianze di strazianti grida di angoscia e rassegnazione, amplificando in questo modo la sensazione di ansia mista a terrore che dilania e lacera quel che resta della nostra sanità mentale. “Mesmerism” e “Lament“, le altre due tracce che insieme alla cover di “A Forest” dei The Cure, completano le tappe di questo viaggio attraverso “Scorching Sunlight” risultano essere meno furiose e opprimenti rispetto alla titletrack, impegnandosi invece nella costruzione di un’atmosfera ipnotica e dai tratti allucinati e dal riffing psichedelico.

Rassegnazione, smarrimento, angoscia dilaniano interiormente mentre si continua a lottare tra le onde di un mare tempestoso, in cui i brevi attimi di quiete appaiono sotto forma di miraggio al punto che inizia a farsi strada nella testa l’idea che lasciarsi affogare sia l’unica, tragica, soluzione. E mentre l’oscurità viene trafitta da una cocente luce del sole, anime dannate iniziano lentamente a comburere, donando all’eternità i loro lamenti strazianti che si mischiano ai nostri in un vortice di follia. “Scorching Sunlight” è un disco a parer mio maestoso con cui i Sator dimostrano di saper plasmare la materia doom/sludge in modo personale costruendo un’atmosfera fortemente evocativa, estraniante e al contempo disturbante. Another time, in the name of suffering…

Stoned Lords of Olona Wasteland Noise

Fine della quarantena, data sconosciuta. Il mondo come lo conoscevamo prima della pandemia non esiste più e forse è un bene. In questo scenario surreale e post-apocalittico, nella Valle della Morte impestata dai fumi nauseabondi che fuoriescono dalle acque putride dell’Olona, non si aggirano però solamente orde di guerrieri-zombie portatrici unicamente di morte e distruzione per tutte le lande desolate del varesotto come i Motron e gli Overcharge. In un territorio isolato e nascosto ad occhi indiscreti si dice abiti una piccola comunità che è riuscita a sfuggire alla pandemia. Una comunità misteriosa di esseri regrediti a causa del virus ad una fase dell’evoluzione in cui uomo e scimmia non erano due entità separate; una comunità che sopravvive alimentando le sue giornate con dosi ingenti di erba e altre sostanze stupefacenti di dubbia provenienza. E tra un’allucinazione e l’altra questa comunità, conosciuta per tutte le lande desolate con il nome di Stoned Monkey, si dice sia maestra nell’arte della jam infinita in cui si diletta a suonare un fangoso e allucinato ibrido di stoner, sludge e doom metal. Nelle leggende narrate dai menestrelli che vagano per la Valle della Morte ci si riferisce agli Stoned Monkey con il titolo di “signori drogati dell’Olona Wasteland”, e si racconta siano anch’essi viscerali ed intimi amanti del caos e del rumore più totale. Chiudetevi in casa, blindate porte e finestre, assumete la sostanza allucinogena che più vi aggrada e lasciatevi trascinare giù nelle sabbie mobili create dal sound opprimente di queste scimmie drogate!

 

La scena sludge/stoner/doom italiana negli ultimi anni si è dimostrata terreno estremamente fertile che ha fatto emergere una manciata di ottimi gruppi che ci hanno regalato davvero dei lavori grandiosi. Dall’estremo nord-est della penisola fino alle zone meridionali passando per le isole, gruppi come i Deadsmoke, i Sator, gli Evil Cosby, i Bigg Men o i Greenthumb hanno dimostrato che la passione per un certo tipo di sonorità allucinate e opprimenti dominate in egual modo da estrema lentezza ed estrema pesantezza avevano trovato nuova linfa. A questi gruppi si sommano da qualche anno anche gli Stoned Monkey, gruppo sludge influenzato pesantemente dal doom più pachidermico e dallo stoner rock più rumoroso e fumoso che possiate immaginare. Finalmente nel dicembre dello scorso anno, grazie anche ad Argonauta Records, i nostri hanno fatto emergere dal fango dell’Olona Wasteland il loro primo album intitolato semplicemente “Stoned Monkey”, un trip di marijuana e pesanti distorsioni da ascoltare rigorosamente sotto l’effetto di qualche droga. Fino a qui tutto bene, ma è solamente addentrandoci in questa palude melmosa e soffocante dominata da allucinazioni sonore e visive che la situazione migliora. Ci troviamo infatti ad ascoltare sei tracce per una mezz’ora di asfissiante e distortissimo sludge metal strumentale arricchito con tutta la lentezza possibile del doom e dal sapore drogato e groovy del migliore stoner rock. Un vero e proprio viaggio allucinato che intrappola l’ascoltatore e lo trascina giù con se nelle sabbie mobili da cui è praticamente impossibile fuggire. Un muro di suono che gioca come già detto sull’estremo utilizzo delle distorsioni e su un’alternanza nel riffing che gioca con una lentezza opprimente e una pesantezza angosciante al punto da riuscire a creare un’atmosfera generale estremamente ipnotica che aleggia per tutta la durata del disco. La traccia con cui inizia questo nostro trip in compagnia degli Stone Monkey si intitola “Pain of Mind” e ci fa subito capire che non c’è scampo e che dovremmo abbandonare immediatamente ogni speranza: un muro di suono dominato da una pesantezza atroce, da un riffing sludge-doom estremamente distorto e da un groove stoner rock che amplifica la sensazione di allucinazione generale. Tutto questo prosegue in maniera immutabile con la seconda tappa di questo viaggio, la splendida “Stoned as Fuck”, colpo letale che ci fa piombare in una trance ipnotica sempre in bilico tra lentezza e pesantezza, le due anime consolidate del sound degli Stoned Monkey. Il nostro trip prosegue su queste coordinate fino alla conclusiva “Green House”, traccia che chiude il disco in maniera magistrale raggiungendo l’apice dell’allucinazione sonora e della pesantezza fangosa e opprimente. Durante l’ascolto delle sei tracce emergono chiaramente le influenze degli Electric Wizard, degli Eyehategod, dei Weedeater e dei Belzebong, ma al contempo non soffocano mai del tutto la personalità e l’attitudine sincera degli Stoned Monkey e questo non può che essere merito della loro evidente capacità compositiva. Nel nome della sofferenza, della lentezza e della pesantezza dominano incontrastati questi allucinati signori su tutte le lande desolate della Valle della Morte!

 

Exulansis – Sequestered Sympathy (2019)

“Sequestered Sympathy”, ultima fatica in studio rilasciata ad ottobre dagli Exulansis, terzetto proveniente dall’Oregon composto dalla violinista Andrea Morgan, dal chitarrista James Henderson e dal batterista Mark Morgan (tutti e tre impegnati anche nelle parti vocali e in quelle acustiche), è una perla di rara bellezza all’interno del panorama della musica estrema. Quando partono le note della title-track, brano posto in apertura del disco, si viene immediatamente inghiottiti da un’atmosfera malinconica (ma al contempo sognante) che ci avvolge e lascia col fiato sospeso per un bel po’ di minuti, prima di esplodere in uno screaming (ad opera del batterista Mark) carico di disperazione e da un forsennato riffing di natura black metal, il tutto sorretto in modo maestoso dalle leggiadre armonie create dal violino. Una costante tensione tra la quiete costruita da parti acustiche e passaggi atmosferici e una tempesta sorretta da brutali blast beats e riff serratissimi di matrice black metal/neocrust caratterizza la proposta degli Exulansis per tutta la durata del disco e delle sei tracce che lo compongono, una tensione che nei momenti di quiete trasmette un senso di vaga inquietudine, salvo poi deflagrare nella più ruggente delle tempeste dominata da devastanti urla di sofferenza e smarrimento.

Brano dopo brano si rimane costantemente estasiati dinanzi alla magnificienza dei paesaggi costruiti dalle sognanti armonie del violino che si intrecciano alle melodie della chitarra creando atmosfere a volte oscure, altre malinconiche. La brutale ed estrema bellezza di “Sequestered Sympathy” e della musica suonata dagli Exulansis si rivela in modo chiaro e lampante nel loro saper bilanciare e alternare perfettamente questa costante tensione che li anima, tensone che in alcuni momenti tende a spingerli alla ricerca di una quiete tanto agognata quanto sofferta, mentre in altri sembra abbandonarli in un vortice di disperazione come una violenta burrasca che sorprende in mare aperto e che non lascia speranze di salvezza. Questa tensione si manifesta anche, sul lato musicale, nella capacità dei nostri di regalarci momenti inaspettati come la seconda traccia “Barren” o come la conclusiva “A Helpless Witness, To Such Pain”, tracce interamente acustiche e dal sapore profondamente neo-folk. In tracce dalla durata maggiore come “Despondent” o “Dead Can’t Die“, momenti del disco che ho apprezzato maggiormente, gli Exulansis riescono ad amalgamare perfettamente l’ampio spettro di influenze che convivono nella loro proposta musicale e prendendoci per mano ci danno un assaggio di tutte queste loro sfumature.

Possiamo infatti imbatterci in parti più black metal e atmosferiche in cui risultano essere moltissimi i richiami ai Wolves in the Throne Room, agli Addaura e a tutta quella scena denominata “cascadian black metal”, mentre quando veniamo sorpresi dai passaggi più folk ci viene riportato alla mente il Panopticon acustico sia di “Autumn Eternal” sia quello più recente di “The Scars of Men on the Once Nameless Wilderness”. I momenti dal sapore neocrust possono ricordarci tanto i Fall of Efrara quanto gli Ekkaia, accompagnati da una presenza costante e sublime del violino che rievoca gruppi come i Morrow o gli Ashkara. Inoltre la capacità degli Exulansis di costruire un pattern di melodie, armonie e atmosfere di una bellezza e di una sensibilità rarissime  sembrano accumunare molti i gruppi prodotti ultimamente da Alerta Antifascista Records come i Dead to a Dying Word, gli Archivist e i Terra Mater. Un vortice maestoso ed epico quello suonato dagli Exulansis in cui si amalgano alla perfezone tutte le loro influenze che spaziano quindi dal doom al neo crust, dal black metal atmosferico e alla musica folk senza che nessuna di queste influenze sembri fuori posto per nemmeno un secondo o prevalga sulle altre.

Un’immagine, per meglio dire un dipinto, ha occupato la mia mente fin dal primo ascolto di questo disco, ovvero quel capolavoro dell’arte romantica che è “Il Viandante sul Mare di Nebbia” di Caspar Friedrich. Proprio come il personaggio protagonista del dipinto contempla la maestosità del panorama avvolto dalla nebbia, pur essendo sull’orlo di un precipizio, provando una sensazione di totale estasi ed inquietudine dinanzi al paesaggio infinito che si apre dinanzi ai suoi occhi, nella sua solitudine il viandante che si imbatte nelle note di “Sequestered Sympathy” prova lo stesso stato d’animo misto di sgomento e stupore di fronte alla magnificienza e alla sublime atmosfera creata dalla musica degli Exulansis.

 

Sound of Suffering – Intervista ai Greenthumb

Qualche settimana fa i Greenthumb hanno pubblicato “There Are More Things”, ep di tre tracce che prosegue nel percorso tracciato dal debutto “West”, ovvero un concentrato di sludge/doom opprimente e feroce fedele ai nomi storici del genere ma suonato con tutta la rabbia selvaggia tipica dell’hardcore. Ho avuto la fortuna di far loro alcune domande, quindi godetevi l’intervista! 

Il nome che avete scelto per il vostro gruppo non lascia spazio a dubbi sul genere e sul gruppo a cui vi ispirate maggiormente. Ma oltre ai Bongzilla quali sono state e quali continuano ad essere le vostre influenze?

Per quanto i Bongzilla siano stati uno dei primi gruppi che ci ha fatto avvicinare al genere, non sono una delle nostre principali bands d’ispirazione. Sebbene il nostro nome e l’omonima cover presente nel nostro primo lavoro possano facilmente condurre l’ascoltatore a tale pensiero, questo ha delle radici più profonde. Se noi prendiamo, ad esempio, il nome Greenthumb e il nome del nostro primo lavoro West, concentrandoci soprattutto sul layout del disco, possiamo notare una forte antitesi fra questi termini. Greenthumb esprime fertilità, crescita, forza vitale, mentre West e la carcassa del cane che fa da copertina al CD esprimono invece deserto, aridità, morte. La sintesi di questi due termini messi in forte contrasto rappresentano la difficile realtà in cui personalmente viviamo, in cui il sogno di far crescere la pianta che sta dentro ognuno di noi è fortemente e brutalmente perseguitato dall’aridità morale e musicale che caratterizza la nostra città e che abbiamo sempre avvertito da quando, in adolescenza, abbiamo iniziato a suonare assieme. Per quanto riguarda le nostre influenze possiamo definirci degli ascoltatori musicali a tutto tondo, e per questo nei nostri pezzi si possono trovare varie influenze che nell’arco della nostra vita sono state essenziali. Oltre al nostro genere musicale in se, si possono notare influenze che vanno dal blues al black metal, anche se il genere che più ha influenzato la nostra forma mentis è, paradossalmente, l’hardcore californiano, stile musicale e di vita che in adolescenza, per la sua arroganza e il suo non avere peli sulla lingua, ci ha fortemente deviato.

Venite da Alghero, quindi la domanda è: quanto vi ha influenzati (se vi ha influenzato) il vostro territorio nel comporre e pensare il vostro sound opprimente, annichilente e rabbioso?

La nostra terra sicuramente ha influenzato il nostro modo di suonare in maniera irreversibile. L’isolamento dovuto da una terra bagnata dal mare in ogni direzione non può fare altro che alimentare la nostra voglia di uscire da questa situazione. Esistono molti gruppi sardi veramente validi che non riescono ad emergere a causa di questo isolamento. Nella nostra terra puoi suonare esagerando in tre città, e se non metti tutto te stesso, dando anima, corpo ed energie per i tuoi obbiettivi, difficilmente puoi arrivare alla visibilità che i gruppi della penisola riescono ad avere più facilmente. Se prendiamo l’esempio specifico di Alghero, la situazione appare ancora più critica, dal momento che si tratta di un isolamento nell’isolamento, e ciò si riflette anche nell’ambito musicale, basti considerare che il nostro è l’unico gruppo underground nella nostra città. Come detto prima però, per quanto il nostro percorso sia pieno di sacrifici, frustrazione e solitudine, tutto questo non ci spaventa affatto ma insinua in noi una fame difficile da placare. Per quanto riguarda l’ambito musicale il gruppo sardo che ci ha influenzato maggiormente sono i Black Capricorn, doom da Cagliari, a parer nostro uno dei più validi in Europa, da sempre per noi fonte di ispirazione.

Negli ultimi anni lo sludge (e generi con cui si contamina costantemente come doom e stoner) sembra aver trovato nuova linfa nel nostro paese, basti pensare a gruppi come Evil Cosby, Deadsmoke, Grime o  Sator. A cosa pensate sia dovuto questo ritrovato interesse per tali sonorità, per loro natura ostiche e perciò di nicchia?
Pensate si possa parlare di vera e propria scena italiana? Se si, quali pensate possano essere le sue caratteristiche che la differenziano dalla scena storica e in generale dall’approccio classico del genere?

E’ un genere musicale che esiste da tanto tempo e nella storia della musica c’è sempre stato chi ha provato a sviluppare questo tipo di sonorità. Noi personalmente cerchiamo di sviluppare un sound anacronistico ispirandoci a gruppi di un passato che può sembrar remoto. Non crediamo tuttavia che si possa parlare di vera e propria scena sludge/doom italiana, poiché siamo convinti che l’unica scena che esista è quella hardcore, in cui i gruppi dei generi più disparati suonano senza una divisione musicale. Non abbiamo quasi mai suonato in concerti dedicati a soli determinati generi, la maggior parte dei nostri live sono stati condivisi con gruppi grind, crust, powerviolence e non c’è cosa migliore di creare queste situazioni senza dividerci in compartimenti stagni. Abbiamo avuto il piacere di conoscere e suonare assieme a gruppi come Gufonero e Biggmen, bands che con il proprio sound alimentano questo genere musicale nel nostro paese, e che non potrebbero mai essere dissociati dalla scena hardcore, sia per i loro progetti passati e attuali che per il loro modo di vivere la musica.

Come si sviluppa il percorso che vi porta alla stesura delle liriche? Chi scrive i testi? Da cosa sono ispirati e cosa cercate di trasmettere con essi?

Non c’è tra di noi qualcuno in particolare che scrive i testi. Scriviamo tutti, dandoci a vicenda ispirazioni e correzioni. Tuttavia lo scrivere e il comporre sono due azioni separate. Quasi mai queste si sviluppano contemporaneamente. Prima di trasformarsi in liriche ciò che scriviamo è la concretizzazione di concetti che individualmente estrapoliamo da ciò che ci appassiona e che, in diversi modi e tramite differenti canali ( arte, letteratura, cinema ecc ) studiamo e intimamente assimiliamo. Nel nostro nuovo lavoro “There are more things” i tre pezzi presenti sono accomunati da situazioni che non hanno un tempo specifico, e i luoghi presenti non sono nitidi, bensì sfuocati, che non danno certezze all’ascoltatore ma alimentano l’immaginario individuale. Cerchiamo di sviluppare un ambiente e un’atmosfera tale da catapultare chi ci ascolta in ambienti onirici che lo possano portare oltre il contesto reale che lo circonda.

Esiste una cosiddetta scena underground/diy metal/punk ad Alghero? Avete gruppi da “consigliare” agli sfortunati lettori che si imbattono nelle pagine virtuali di Disastro Sonoro?

Oltre a suonare nei Greenthumb organizziamo concerti sotto il nome di “ L’Home Mort” ,“uomo morto” in Algherese. Siamo attivi da tre anni e cerchiamo di tenere viva una situazione che nella nostra città non è mai esistita sotto quest’ottica. Abbiamo avuto il piacere di far suonare gruppi della penisola come Gufonero, Grumo, Evil Cosby e Mesecina. abbiamo organizzato un minitour isolano ai Link, band belga blackned crust dal 97, e hanno suonato ai nostri concerti quasi tutte i gruppi della Sardegna. Nonostante questo ad Alghero nessuno a parte noi fa queste cose ed essendo soli anche l’organizzare, come il suonare, risulta difficile vivendo in Sardegna, noi abbiamo la fortuna di avere ad Alghero Respubica, centro culturale in cui, oltre a organizzare, proviamo, stampiamo nel laboratorio serigrafico e sviluppiamo nella camera oscura

Domanda doverosa: progetti futuri? Nuovo album previsto? prossimi concerti?

Sebbene il nostro ultimo lavoro “there are more things” sia uscito a Dicembre stiamo già lavorando a un nuovo progetto con la voglia di migliorarci sempre di più. Quest’anno inizieremo con due date sarde a febbraio in compagnia dei nostri amici Mesecina, con il desiderio di ritornare il prima possibile il Italia e cercare di organizzare qualcosa all’estero. Inoltre ci saranno delle aggiunte nella formazione, un azzardo che ci intriga molto e che non vediamo l’ora di svelare.

Ringrazio i Greenthumb per il tempo dedicatomi, aspettate a breve la recensione di “There Are More Things” che potrebbe vedere la luce in una veste differente dalle solite pagine virtuali di questo blog come siete abituati, chi lo sa…

In the Name of Suffering…

Tre dischi, tre recensioni, tre gruppi accomunati da una passione viscerale per lo sludge più marcio, fangoso e disturbante che possiate mai immaginare. Rumore che distrugge, che destabilizza, che annichilisce e che cerca in ogni modo possibile di seppellire vivo chiunque inciampi in questa palude infernale e che lascia solamente una possibilità: lasciarsi inghiottire, lasciarsi divorare. Desistete dal futile sforzo di sopravvivere, lasciate che le vostre urla di dolore e disperazione riecheggino in ogni dove e sperate che possano fungere da monito per i secoli a venire. In the name of suffering

I Grime sono un gruppo nato a Trieste nell’estate del 2010 che si prefigge come unico obiettivo la distruzione più totale e l’annichilimento estremo delle nostre vite, muovendosi sottoforma di una valanga informe e putrida di fango che inghiotte e divora tutto e tutti lasciando dietro di se solamente macerie e dolore. In questo loro ultimo “Circle of Molesters” pubblicato nel 2015, dimostrano di non essere il classico gruppo che album dopo album si limita a ripetere se stesso o un gruppo che si limita a riproporre senza troppe sfumature un sound preciso riconducibile ad una tradizione sonora monolitica e immutabile. Impossibile negare che le radici del suono dei nostri siano ben ancorate nella tradizione fangosa e marcia dello sludge metal più malato di grupponi mai troppo incensati quali Noothgrush o Dystopia, o di maestri del calibro degli Eyehategod e di gentaglia dimenticata come i Grief o gli Acid Bath, ma su questo ultimo lavoro si può notare anche una marcata influenza doom/death metal tanto cara a gentaglia putrescente come Asphyx e Coffins e che nei momenti più rallentanti e sulfurei costruisce un’atmosfera opprimente e destabilizzante che mi ha ricordato alcune cose fatte dai mitici Vallenfyre; tutto questo rende per fortuna originale e mai scontata la proposta dei Grime, difficilmente etichettabile con questo o quell’altro genere talmente tante sono le sfumature presenti nelle otto tracce che tenteranno di trascinarci giù negli abissi della palude nella quale siamo rimasti bloccati addentrandoci nell’ascolto di questo “Circle of Molesters”. In nome della sofferenza e della disperazione, il marcissimo e soffocante sludge dei Grime cercherà in tutti i modi di annichilirvi e corrompere quel briciolo che rimane della vostra sanità mentale.

 

A quanto pare dalle aride terre dell’entroterra algherese sono germogliati i semi dello sludge più pesante e sulfureo, che poi sono le prime caratteristiche che saltano all’orecchio avventurandosi nelle viscere di questo “West”, esordio per i sardi Greenthumb, gruppo che non solo prende in prestito il nome da uno dei più iconici brani (di cui troviamo ovviamente una cover proprio su quest’album) scritti dai Bongzilla ma che sembra aver inoltre imparato a memoria la lezione impartita dal gruppo di Dixie e compagni tanto da essere in grado di suonarne una versione ancora più schizofrenica, claustrofobica e con chiari rimandi, sapientemente sparsi qua e là nelle quattro tracce che compongo questa prima fatica, all’hardcore punk più corrosivo e violento. Certamente non ci troviamo dinanzi ad un lavoro che ha tra i suoi punti di forza l’originalità, ma il rumore opprimente che ci violenterà senza rispetto le orecchie fino a tentare di penetrare negli abissi più oscuri del nostro encefalo dimostra che i nostri sono abilissimi artigiani nel maneggiare un genere, o meglio un’attitudine, come lo sludge che negli ultimi tempi sta trovando sempre più adepti in Italia. Il sulfureo mix tra sludge, hardcore e influenze stoner racchiuso nei 21 minuti di questo West ci da una perfetta idea del sound of suffering che caratterizza questo esordio dei Greenthumb! In nome della sofferenza, ci ritroveremo quindi a vagare verso Ovest tra carcasse di animali corrosi dal tempo e aridi paesaggi nei quali regna solamente l’odore marcio della morte incombente. Provare a sopravvivere o lasciarsi travolgere, i Greenthumb non ci lasciano altra opzione.

 

Vi siete mai domandati come potrebbe suonare una creatura nata dall’incrocio dello sludge schizofrenico, angosciante e nichilista venato di hardcore degli Eyehategod e dalla primordiale lezione doom dei maestri Black Sabbath rivisitata e resa ancora più oscura e sulfurea dall’approccio dei Saint Vitus? Come suonerebbe questo caotico vortice generatore di morte se ci aggiungessimo tutta l’immediatezza espressiva e l’attitudine in your face dell’hardcore fangoso dei Black Flag di “My War”? Come suonerebbe il tutto se ci aggiungessimo anche una voce che assomiglia ad un lamento cavernoso ed infernale e che ricorda le vocals barbare dei Conan e allo stesso tempo le urla strazianti dei Deadsmoke? E se il sound che stiamo delineando fosse attraversato dalle pulsioni apocalittiche e fosse debitore delle atmosfere opprimenti create dal post-metal dei Neurosis? Il tutto suonerebbe come i Sator e come “Ordeal”, ultimo lavoro in studio per il gruppo genovese. Un muro di suono pesante, opprimente, sporco e oscuro costante per tutte e cinque le tracce presenti sull’ottimo disco, tracce che hanno una durata media abbastanza sostenuta visto che si aggirano attorno ai nove minuti e che lasciano intravedere solo pochissimi spiragli di luce e di quiete latente quando emerge l’anima più psichedelica dei Sator. Come non parlare poi dell’intensa e conclusiva Funeral Pyres, un viaggio infernale e tenebroso in cui ci si ritrova persi in trance a danzare insieme ad anime dannate, osservandosi dall’esterno mentre si viene inghiottiti dall’oscurità e dai suo orrori, mentre si viene accompagnati verso il letto di morte dalle cavernose e disturbanti grida di Valerio, growls lancinanti e demoniaci che non lasciano via di fuga e nessuna possibilità di redenzione. In balia dei Sator e delle loro pulsioni sludge/doom funeree e opprimenti, ci resta solamente un ultimo soffio di vita prima di scomparire divorati dalle tenebre.

 

 

Ragana – You Take Nothing (2017)

Le Ragana, duo tutto al femminile proveniente da quel di Oakland, possono forgiarsi del titolo di “Primo gruppo straniero a venir recensito sulle pagine di Disastro Sonoro” (pensa che gran culo eh) e devono assolutamente sentirsi onorate di ciò visto che hanno vinto la “concorrenza” di band quali Odio, Exit Order, Ratas Negras e Torso. La recensione di questo “You Take Nothing” dopotutto ha preso vita da sè durante l’ascolto dell’album, ha assunto le sue sembianze brano dopo brano trascinandomi in un viaggio dominato dall’oscurità impenetrabile; oscurità da cui ha preso forma, attraverso un estenuante flusso di coscienza, la suddetta recensione che ora avrete la fortuna di assaporare. Era quindi d’obbligo riportare sotto forma scritta tutto ciò che aveva cercato di assumere una sembianza all’interno della mia testa durante l’ascolto prolungato e per nulla semplice di questo splendido “You Take Nothing”.

Nel folklore e nella tradizione popolare della regione baltica, e principalmente in terra lettone e lituana, il termine “Ragana” viene usato per identificare un’antica dea distruttrice e al tempo stesso rigeneratrice attraverso la capacità di dominare la magia oscura, anche per questo infatti viene descritta più volte come la “dea delle streghe”. “Ragana” viene rappresentata in differenti e molteplici modi a causa della sua natura polimorfa e cangiante e può assumere quindi le sembianze tanto di una giovane donna sensuale quanto quelle di una creatura terrificante e infernale, così come può presentarsi sotto forma di vecchia deforme e scheletrica oppure prendere le fattezze di un animale selvatico delle foreste. Questa natura cangiante e polimorfa descrive al meglio la proposta musicale di questo duo di Oakland, mai banale, mai scontata, mai prevedibile. Le nostre due streghe (Maria e Nicole) celate dietro il misterioso e affascinante monicker “Ragana” si dimostrano quindi al tempo stesso, con la loro musica, abili distruttrici provenienti dall’oscurità più impenetrabile tanto quanto dee primordiali capaci di far emergere dagli abissi della distruzione un vago sentore di quiete e speranza, di libertà primordiale e selvaggia. Quiete e tempesta, distruzione e tenue speranza di salvezza, questo sono le Ragana, questo è il concentrato di “You Take Nothing”. Non starò qui a parlarvi di tutte e sei le tracce che ci accompagneranno in questo viaggio in modo specifico e profondo, ma credo sia mio dovere provare a descrivere ciò che vi ritroverete ad ascoltare su questa ultima fatica delle Ragana anche parlando nel dettaglio di quei brani che mi hanno colpito maggiormente.

Nella seconda traccia To Leave si alternano melodie post-rock che ricordano gli ultimi Soror Dolorosa e sferzate di chitarra di chiara matrice Black Metal old school che irrompono devastanti iniziando a dipingere paesaggi nordici dominati da foreste innevate attraversate dal vento gelido che scheggia i volti come solo i Darkhtrone di “A Blaze in the Northern Sky” o gli Ulver del capolavoro “Kveldssanger” hanno saputo fare. I momenti più calmi e rallentanti richiamano in più di un’occasione tanto le divagazioni più atmosferiche del Black Metal quanto la forte influenza post-rock/shoegaze fatta fiorire in maniera sublime dalla decadenza esistenziale di Neige e di tutte le cangianti forme, gli Alcest su tutti, che il suo estro creativo ha saputo assumere in questi anni. Credo di non esagerare nel ritenerla la traccia più completa ed emozionante di questo “You Take Nothing”, nonchè la traccia che rappresenta probabilmente al meglio tutte le influenze e le caratteristiche che rendono la proposta delle Streghe di Oakland estremamente personale ed interessante.

La successiva Winter’s Light viene introdotta dalla litania recitata da Maria che in questo caso indossa i panni della sacerdotessa dannata che ci inizia ad un rituale occulto di magia nera, il tutto avvolto da un’atmosfera profondamente pagana e pregna di energia primordiale. La batteria martellante rende perfettamente l’idea di trovarsi immersi in un rituale tribale e sciamanico, così come i rallentamenti e le melodie della chitarra risultano perfetti nel conferire a questa scena una sensazione a tratti psichedelica. Una traccia forse meno ancorata agli stilemi più classici del black metal e che invece rende manifeste le radici doom-sludge e neo/dark-folk anch’esse evidentemente presenti nel suono delle Ragana e parte del loro background musicale, rendendo ancora una volta originale e personale la loro proposta che non risulta mai prevedibile o scontata.

La conclusiva titletrack può essere considerato l’inno nichilista definitivo delle Ragana, dominato anch’esso da un costante alternarsi di sezioni rallentate a tratti atmosferiche e accelerazioni opprimenti sulle quali, in un crescendo di angoscia, si stagliano grida a tratti screamo che ripetono incessantemente come fosse un mantra mistico la frase “You Take Nothing” e che intorno alla parte finale del brano si tramutano in una litania luciferina recitata magistralmente dalla voce sensuale e al contempo sinistra di Maria, cantante e chitarrista del gruppo. “Doomy atmospheric black metal” può essere solamente questo il riassunto della traccia in questione.

E’ ben evidente, e costante per tutta la durata dell’album, l’influenza di mostri sacri del Black Metal statunitense nella musica, costantemente avvolta dall’oscurità impenetrabile, delle Ragana, basti pensare ai Leviathan per quanto riguarda le parti più ambient e atmosferiche o a Xashtur invece per quanto riguarda i richiami continui a quel filone definito da più parti “Depressive Black Metal”. Oltre a ciò da sottolineare il fatto che tutto l’album è pervaso , oltre che da una atmosfera costante di oscurità soffocante, da una sensazione di libertà selvaggia e primordiale, che ben si sposa con l’immagine che vuole evocare la musica delle nostre due streghe celate dietro il nome “Ragana”, ossia i paesaggi e le immense foreste che dominano la costa nord-ovest del Pacifico, tanto desolate quanto brulicanti di energie primitiva e di elementi pagani, tanto impenetrabili e solitarie quanto attraversate da un vento ancestrale che porta con se racconti tribali di libertà estrema. Menzione a parte per la splendida copertina che accompagna “You Take Nothing”. Guardando l’artwork in copertina ci si sente immediatamente trasportati nei paesaggi boschivi descritti sopra e si prova quella sensazione di libertà estrema e selvaggia sempre minacciata però dall’incombente oscurità e desolazione, sempre minacciata dall’idra capitalistica che devasta e saccheggia i territori. E’ anche per questo che al di là del discorso musicale, le nostre due streghe anarchiche di Oakland continuano a ribadire che il loro principale interesse è continuare a combattere al fine di realizzare la totale distruzione del capitalismo. Le Ragana sono le radici che emergono dall’oscurità delle foreste della costa nord-ovest del Pacifico per distruggere il capitalismo e tutti suoi falsi miti. E questo “You Take Nothing” è il loro incantesimo distruttore, è il fuoco che brucerà questo mondo nelle sue profondità. Lunga vita alle streghe di Oakland!

 

Torpore – Mondo Sterile (2016)

Una locusta gigante domina la copertina completamente in bianco e nero di questo “Mondo Sterile”, primo lavoro dei catanesi Torpore. E basterebbe la raffigurazione di questo insetto per farci intendere quale sia il sound proposto dalla band, essendo la locusta,storicamente, la rappresentazione di un presagio di sventura e distruzione totale; questa atmosfera di estrema devastazione trasuda in modo angosciante da tutti e quattro i brani che compongono “Mondo Sterile”, un vero e proprio viaggio in un abisso sonoro opprimente e annichilente costruito da un tappeto sonoro distorto, fangoso ed estremamente rumoroso.

Ma che musica suonano questi cinque catanesi? Già dalle prime note dell’iniziale “Sangue e Fango” sono ben chiare le differenti influenze dei Torpore. Si tratta infatti di un classico sludge metal claustrofobico e alienante che non ha nulla da invidiare alle sonorità disturbanti dei maestri Eyehategod (ma anche di gruppi meno noti come i Grief o i Sourvein), influenzato pesantemente dalla lentezza destabilizzante tipica di certo doom. Assaporando il primo brano ho potuto notare come il cantato impregnato di disagio e angoscia di Riccardo, pur rimanendo ben saldo nella tradizione sludge, ricordando tanto Mike Williams (Eyehategod) quanto le vocals malte e catramose di “Dixie”, storico bassista/urlatore dei Weedeater, si orienta anche verso sonorità più oscure, rasentando il tipico scream di certo marcio black metal.

Gli altri 3 rumorosissimi pezzi (da ascoltare assolutamente a tutto volume) di “Mondo Sterile” proseguono su questa strada polverosa e fangosa fatta di sludge asfissiante e di lentezza soffocante tipicamente doom. Il tutto è condito da testi infarciti di misantropia, odio e nichilismo che rendono l’ascolto dell’album un vero e proprio viaggio in una buia voragine dove a farla da padrone sono l’alienazione e la sensazione di smarrimento. Una voragine nella quale la luce non può penetrare per dar sollievo alla mente divorata dagli incubi creati dal rumorosissimo caos-sludge suonato dai Torpore. Una voragine fangosa senza via di uscita nella quale sprofondare sotto il muro di suono distorto e distruttivo. Come ricorda la voce dilaniante di Riccardo nell’ultimo brano (appunto intitolato “Voragine”), non c’è “nessun appiglio nella voragine”, solo odore nauseabondo di morte e polvere.

Sludge claustrofobico, doom lento e inquietante, vocals alla Mike Williams imbastardite con il black metal più maligno e nefasto, nichilismo e misantropia che la fanno da padroni per tutta la durata dell’album (quasi 22 secondi di rumore e dolore). Cosa chiedere di più ai Torpore? Correte ad ascoltare “Mondo Sterile” e lasciatevi trascinare nel baratro dagli orrori che abitano le voragini della vostra psiche.